Al capo ed ai suoi guerrieri che si curvavano fino a terra, fece un
superbo gesto d’addio e tornò nella capanna, dopo aver avvertito il
ragazzo che aspettava la cena prima di mettersi in caccia.
Il rispetto e la paura avevano fatto diventare gli Eimuri
straordinariamente generosi. Pesci di ogni specie, pappagalli e tucani
arrostiti e aromatizzati con certe erbe, ceste ricolme di gallette
di mandioca, tuberi cucinati sotto la cenere e frutta d’ogni sorta,
coprirono ben presto tutto il pavimento della capanna.
Tutti i più famosi guerrieri correvano a offrire qualche cosa al
terribile _pyaie_ possessore della folgore celeste.
— Che vogliano ingrassarci per poi divorarci? — disse Alvaro, ridendo.
— Questa improvvisa abbondanza non mi garba troppo.
— Non oserebbero, signore, — disse Garcia. — Ora devono essere convinti
che noi siamo due veri _pyaie_ e ci adorano come due divinità.
— Eh! Conta tu sull’adorazione di questa gente! Non mi stupirei se
giungesse al punto da mettere indosso a loro il desiderio di provare la
carne degli dei.
No, è meglio andarsene, mio caro ragazzo, e rinunciare a tutta questa
abbondanza.
Orsù, pranziamo e poi andremo a fare il nostro giuoco. Il serpente se
lo ammazzeranno loro.