Una detonazione improvvisa, che rimbombò sulla piazza, lo fece
sobbalzare. Grida selvagge, improntate del più profondo terrore,
echeggiavano da tutte le parti.
Alvaro e Garcia si erano precipitati verso la porta.
Dei guerrieri fuggivano a rompicollo nascondendosi entro le capanne
o rifugiandosi nella foresta, mentre in mezzo alla piazza, ancora
circondato da una nuvola di fumo, giaceva un cadavere.
— Hanno scaricato il fucile! — esclamò Alvaro. — Vi è un morto laggiù.
— Che incolpino ora noi della disgrazia, signore? — chiese Garcia.
— Vedo il fucile presso quel morto e anche il bariletto delle munizioni
ed i sacchetti delle palle. Approfittiamo della fuga dei selvaggi per
impadronircene.
Con un’arma da fuoco nelle mani, potremo tener testa a questi
bruti. —
Seguito dal mozzo si diresse verso il centro della piazza dove giaceva
il cadavere e s’impadronì del fucile caricandolo precipitosamente.
L’indiano che aveva fatto partire la scarica, era stato ucciso sul
colpo. Aveva ricevuto la palla in un occhio e la scatola ossea era
stata attraversata dal grosso proiettile, uscendo dietro la nuca.
Vedendo comparire i due _pyaie_, alcune teste cominciavano a mostrarsi,
ma nessuno osava ancora uscire.
[Illustrazione: Si era trovato avvolto fra le spire del
serpente.... (CAP. XXI).]
Quello sparo e la morte fulminante del selvaggio, dovevano aver
prodotta una immensa impressione su quegl’indiani che in quell’epoca
non conoscevano le armi da fuoco e che come tutti i popoli primitivi,
avevano una grande paura del tuono.
— Signor Alvaro, — disse il mozzo. — Se noi approfittassimo dello
spavento che ha invaso questi selvaggi per mettere in moto le nostre
gambe?
— Non ci lascierebbero andare, ragazzo mio, e ben presto li avremmo
tutti addosso. No, questo non è il momento di fuggire nè di commettere
imprudenze.
Ah! Ecco il giovane indiano che viene verso di noi. Non è meno
spaventato degli altri, quel povero diavolo. —
L’interprete era uscito da una capanna e s’avanzava timidamente verso
di loro, mentre dietro di lui tuonava la voce rauca del capo.
Era pallidissimo e tremava come una foglia mossa dal venticello.
— Non aver paura, — gli disse Alvaro, sorridendo. — Nessuno ti ucciderà.
— Signore, — balbettò il ragazzo che guardava con uno spavento
impossibile a descriversi il fucile che Alvaro teneva fra le mani. —
Il capo mi manda a chiedervi chi è che ha cagionata la morte di quel
guerriero.
— Quell’uomo ha voluto toccare il potente amuleto dato dal grande
Manitou ai _pyaie_ bianchi ed è morto.
Gli uomini rossi non posseggono il fuoco del cielo.
— Quel tuono e quel getto di fuoco stanno rinchiusi nella _gravatana_
che tenete fra le mani?
— Sì, sono qui dentro.
— E uccidono?
— Lo hai veduto. Che cosa aveva fatto quel guerriero?
— Voleva vedere ciò che conteneva la vostra _gravatana_ ed è subito
caduto fra una nube di polvere, mentre scoppiava un tuono spaventevole
simile a quello che si vede quando infuriano le tempeste.
— È stato un imprudente ed il grande Manitou lo ha punito. Egli non
doveva vedere ciò che conteneva l’amuleto dei _pyaie_ dalla pelle
bianca.
Va a dire al capo che venga ed io gli mostrerò la potenza di questa
_gravatana_, se ti piace chiamarla così.
— Non ucciderà più nessuno?
— Sì, il serpente che ha divorato i guerrieri del capo, — rispose
Alvaro.
Il ragazzo si era diretto, correndo, verso la capanna da cui era
uscito e poco dopo tornava seguito dal capo e da parecchi guerrieri.
Erano però anche essi in preda ad un vivissimo spavento e guardavano
sospettosamente i due _pyaie_ e sopratutto quella terribile arma che
ispirava ormai un terrore superstizioso, ed invincibile.
Incoraggiati però dalla immobilità e dai sorrisi di Alvaro, a poco a
poco formarono attorno a lui un circolo, tenendosi tuttavia sempre a
rispettosa distanza.
— Di’ al capo di condurre qui qualche animale, se ne ha qualcuno, —
disse Alvaro al ragazzo.
— Che cosa vuoi fare?
— Mostrare al capo come si uccide. —
Il ragazzo scambiò alcune parole coll’Eimuro, poi disse:
— Il capo ti offre uno dei suoi prigionieri. Ne ha ancora una dozzina.
— Mi conduca un animale o non vedrà nulla. Sono i _pyaie_ che comandano
in questo momento. —
Alcuni indiani, ai quali il ragazzo aveva tradotta la risposta del
portoghese, si diressero verso la foresta dove, forse in qualche
recinto, tenevano degli animali destinati a surrogare i prigionieri di
guerra quando questi mancavano.
Pochi minuti dopo Alvaro li vide ritornare spingendo innanzi a loro
uno strano animale che rassomigliava ad un porco, grosso però più del
doppio, con una testa assai accuminata che terminava in una piccola
proboscite mobilissima.
Se Alvaro avesse avuto miglior conoscenza cogli animali che abitavano
le foreste brasiliane, avrebbe subito riconosciuto in quella specie di
porco un tapiro, un essere affatto inoffensivo, che vive per lo più
nelle foreste umide o nei pressi delle savane, essendo amante delle
canne palustri e delle radici delle piante acquatiche.
Il povero animale, come fosse consapevole della sorte che lo attendeva,
cercava di ribellarsi e ricalcitrava, ma gl’indiani a furia di
legnate e di calci lo spinsero verso il tronco d’una palma legandovelo
solidamente con delle liane.
Alvaro fece cenno ai selvaggi di ritirarsi, si avanzò fino a cinquanta
passi della pianta e dopo d’aver pronunciato alcune parole misteriose e
d’aver alzato replicatamente le mani verso il cielo come se invocasse
l’assistenza del gran Manitou, signore della terra e del fuoco, puntò
il fucile mirando attentamente.
Un profondo silenzio regnava fra gli Eimuri, il cui numero era
triplicato. Sui loro visi si leggeva una estrema ansietà.
Anche il capo pareva profondamente impressionato e guardava con un
misto di spavento e d’ammirazione superstiziosa quell’arma che mandava
fumo, fuoco e tuono.
Ad un tratto una detonazione rimbombò, strappando ai selvaggi un urlo
di spavento.
Alcuni si erano dati a fuga precipitosa, turandosi gli orecchi, altri
si erano lasciati cadere al suolo e si rotolavano fra la polvere.
Il capo però ed alcuni altri coraggiosi si erano invece slanciati verso
l’albero alla cui base si dibatteva, fra le ultime convulsioni della
morte, il disgraziato tapiro.
Quando lo videro esalare l’ultimo sospiro e si furono ben convinti
che nessuna freccia lo aveva colpito, tesero le braccia verso Alvaro,
gridando a squarciagola:
— _Caramurà! Caramurà!_
— _Caramurà!_ — esclamò Alvaro. — Io ho udito ancora questo
grido. —
Si volse verso il ragazzo indiano che gli stava presso, guardandolo con
due occhi strambuzzati, pieni di terrore.
— Che cosa vuol dire _Caramurà?_ — gli chiese.
— _L’uomo di fuoco_, signore, — balbettò il ragazzo. — Forse che voi
non siete il padrone del fuoco?
— Ecco un titolo che mi renderà temuto fra tutte le tribù brasiliane. —
disse Alvaro ridendo. — La mia fama è ormai assicurata.
Va ora a dire al capo, che il signor _Caramurà_ è pronto a uccidere
il serpente che divora i suoi guerrieri e che.... — continuò poi,
curvandosi verso Garcia e abbassando la voce, — giuocherà anche di
gambe. —
Il capo, seguito da alcuni guerrieri, si era accostato a poco a poco ad
Alvaro, tutto umile e tremante.
— Tu sei il _pyaie_ più possente di quanti ne esistono, — gli fece dire
dall’interprete. — Quello che possedevano i Tupinambi — che io avevo
fatto inseguire per averlo come mio _pyaie_, non è nulla a paragone di
te.
D’ora innanzi tu rimarrai sempre con noi e comanderai come un capo.
Coll’_Uomo di fuoco_, noi saremo invincibili e non ci mancheranno più
prigionieri da divorare.
— Il birbante, — disse Alvaro a Garcia, quando il giovane indiano ebbe
tradotte le parole del capo. — Ci nomina provveditori di carne umana!
Aspetta questa sera e vedremo se domani avrai ancora i due _pyaie_
dalla pelle bianca.
— Fuggiremo dunque questa sera, signore? — chiese il mozzo.
— Sono deciso. Approfittiamo dello spavento che ha prodotto il nostro
fucile.
— E andremo in cerca del marinaio?
— Quell’uomo ci è più che mai necessario e poi ha il tuo fucile.
Con due armi da fuoco noi diverremo invincibili e tenteremo anche la
traversata dell’America fino agli stabilimenti spagnuoli.
Non ho alcun desiderio di finire la mia vita fra questi ributtanti
antropofagi.