Le anguille tremanti.
Per cinque lunghissime ore il piccolo drappello marciò senza
interruzione in quella gigantesca boscaglia, passando di macchia in
macchia e non facendo che qualche brevissima sosta per ascoltare se
udivasi qualche rumore che annunciasse un inseguimento da parte di quei
formidabili mangiatori di carne umana.
Alle nove del mattino, completamente esausti e anche molto affamati,
si arrestavano sulle rive d’un fiume largo una quarantina di metri ed
ingombro di piante acquatiche sotto le quali potevano benissimo celarsi
degli anfibi e anche dei pesci, tutt’altro che inoffensivi.
— Eccoci già a buon punto, — disse il marinaio scendendo la riva. —
Se possiamo trovare un guado e nessuno ci ostacolerà il passaggio, non
avremo più nulla da temere da parte degli Eimuri che mi cercavano.
Quei selvaggi hanno troppa paura dell’acqua e per costruire un ponte
con tronchi d’albero ci vuole del tempo.
— Gettiamoci a nuoto, — disse Alvaro. — L’acqua non mi sembra profonda
e la corrente è poco rapida.
— Alto là, signore, — rispose il marinaio. — I fiumi del Brasile non
sono quelli del vostro paese e nemmeno quelli del mio.
Sono forse più pericolosi delle foreste.
— Non scorgo nessun _jacarè_.
— Se vi fossero solamente dei caimani, non mi preoccuperei tanto, mio
signore. Non sono sempre affamati e poi non sempre assaltano l’uomo.
— Allora temete i _caribi_.
— No, non ve ne devono essere qui. Quei mostriciattoli preferiscono le
acque profonde e limpide.
— Che cosa dunque può spaventarvi tanto?
— Il _sucuriù_.
— Eh! Dite?
— Il boa dei fiumi, un rettile di dimensioni enormi che talvolta
raggiunge i dodici metri.
— Ah! Ne abbiamo veduto anche noi di quei boa e ne abbiamo ucciso anzi
qualcuno.
— Ora ci accerteremo, prima di mettere le gambe in acqua, se ve ne sono
qui, — disse il marinaio.
— In qual modo? — chiese Alvaro.
— Guardate e sopratutto tendete gli orecchi. È un metodo infallibile
insegnatomi dai Tupinambi. —
Il marinaio di Solis con un bastone attirò verso la riva una foglia
di _victoria_ che andava lentamente alla deriva e si mise a batterla
mentre mandava dei ruggiti rauchi che somigliavano un po’ a quelli
che emettono i giaguari allorquando si preparano a piombare sulla
selvaggina.
Dopo alcuni istanti in fondo al fiume si udì un rumore sordo che a poco
a poco aumentava d’intensità.
— È il _sucuriù_ che risponde, — disse Diaz, risalendo rapidamente la
riva. — Se ci gettavamo a nuoto facevamo un bell’affare!
— È sott’acqua il boa? — chiese Alvaro.
— È nascosto in mezzo alle erbe, — rispose il marinaio.
— Rispondono sempre?
— Tutti i serpenti, quando si riesce a imitare bene il loro sibilo.
— È incredibile!
— Quando gl’indiani vogliono impadronirsi dei rettili che infestano le
foreste, li chiamano con dei sibili più o meno dolci, ne ho fatto più
volte la prova con successo.
[Illustrazione: .... quando i suoi compagni lo videro
improvvisamente contorcersi... (CAP. XV).]
Una sera ho attirato fino sulla porta della mia capanna due _sucuriù_
che da qualche tempo divoravano i miei pappagalli.
Signor Viana, risaliamo il fiume e cerchiamo un altro guado meno
pericoloso.
— E la colazione, a quando? Non dimenticate che marciamo da cinque o
sei ore, e che è dal pomeriggio di ieri che non entra una bricciola di
carne nel nostro stomaco.
— A più tardi, quando avremo varcato il fiume. Le foreste del Brasile
non difettano di selvaggina per gli uomini che hanno delle armi. —
Si misero a costeggiare il fiume, guardando attentamente dove
posavano i piedi, essendovi in quel luogo parecchi tronchi atterrati
che potevano servire di asilo ai pericolosissimi _jararacà_, quei
serpentelli color delle foglie secche che s’attaccano subito alle gambe
e che uccidono l’uomo più robusto in pochi minuti.
Lungo la riva s’alzavano delle bellissime palme, alte otto o dieci
metri sui cui tronchi si vedevano dei grossi grani d’una materia bruna
che il marinaio staccava mettendosela nel piccolo sacco di pelle che
portava alla cintura.
— Che cosa raccogliete? — chiese Alvaro che non comprendeva a che
potessero servire quelle pallottole.
— Il pane per la colazione, — rispose il marinaio, sorridendo. — Le
_carnahuba_ sono piante preziose e se avessimo del tempo potrei anche
darvi dei biscotti.
Non potendo noi fermarci qui, per ora mi accontento della gomma che
queste piante trasudano e che costituisce un eccellente commestibile.
— Io sarei passato mille volte dinanzi a questi alberi senza
immaginarmi che mi avrebbero potuto dare del cibo.
— Avete mai udito a parlare delle piante _sagù?_
— Di quelle che contengono, racchiusa nel tronco, una fecola buonissima
che serve a fare una specie di pane?
— Sì, signor Viana. E queste _carnahuba_ al pari di quelle preziose
piante che crescono nelle isole dell’oceano Indiano, contengono pure
una farina simile e non meno nutritiva.
— Sicchè qui si potrebbe fare a meno del frumento?
— Che d’altronde crescerebbe enormemente senza dare chicchi, — disse
Diaz. — Ma oltre la gomma e la fecola dà altre cose la _carnahuba_.
— Delle vesti forse?
— Delle candele signore.
— Scherzate, Diaz?
— No signore e me ne sono fabbricate molte anch’io. Si raccolgono le
foglie, si seccano e si trova allora su di esse una specie di cera che
unita con un po’ di grasso animale, serve benissimo alla illuminazione.
Perfino le radici di queste piante sono utili, ricavandosi una tisana
che serve ottimamente per purgare il sangue. Ah! Ecco un altro guado e
migliore dell’altro. Non v’è che un metro d’acqua.
— Niente serpenti qui?
— Proviamo. —
Si mise, come prima, a battere una foglia, imitando il muggito del
_sucuriù_ e non ottenne risposta.
— Siamo, almeno pel momento, salvi, — disse, — gli Eimuri non ci
prenderanno più, spero.
— Avete parlato di ponti prima.
— È vero e con quelli quei selvaggi osano attraversare fiumi e
anche paludi, ma occorrono dei giorni, e noi non rimarremo fermi ad
aspettarli, ve lo accerto. —
Colla _gravatana_ tastò il fondo per paura che fosse composto di sabbie
mobili e assicuratosi che era abbastanza resistente, si avventurò
nel fiume guardando le piante acquatiche che spuntavano a destra ed a
manca, formando cespi immensi.
Alvaro ed il mozzo l’avevano seguito tenendo le armi puntate da una
parte e dall’altra del guado, per non farsi sorprendere da qualche
caimano.
Avevano attraversato quasi tutto il corso d’acqua e Diaz stava per
porre i piedi sulla riva opposta, quando i suoi compagni lo videro
improvvisamente contorcersi, poi cadere di colpo fra le erbe palustri,
mandando grida di dolore.
Una forma oscura, allungata, era guizzata rapidamente dinanzi ad
Alvaro, nascondendosi nel fango del fondo, prima che il portoghese
avesse avuto il tempo di far fuoco.
— Diaz! — gridarono i due naufraghi, vedendo che il marinaio si
rotolava fra le erbe della riva sempre contorcendosi.
— Ah! È nulla.... una scarica.... un’anguilla tremante.... che colpo!
— Vi ha morso un serpente? — chiese Alvaro, spaventato.
— Ma che serpente! Un’anguilla tremante... che mi ha intorpidito
come se avessi ricevuto una poderosa scarica elettrica in pieno
corpo. —
Non credevo che ve ne fossero qui.
— Non bastano i _caribi_ per rendere pericolosi questi fiumi?
— No, signor Viana, — rispose Diaz, sforzandosi a sorridere. — Vi sono
anche certe anguille chiamate dagl’indiani _tremanti_[6] che lanciano
delle scariche elettriche al pari dei pesci torpedine dei nostri mari
d’Europa.
Fortunatamente non ve n’era che una sola.
— Possono uccidere talvolta?
— No, ma per qualche giorno riducono un uomo a malpartito. Bah! Il
dolore è già passato e le mie gambe a poco a poco riprenderanno il loro
primiero vigore.
— Mi sarebbe assai rincresciuto per voi e anche un po’ per la colazione.
— Ah! È vero, me l’ero dimenticata.... To’! La bella fortuna!
Ma se non avete da far altro che di chinarvi per raccoglierla.