Alvaro si guardò intorno. Dietro la prima fila di palme gommifere,
si estendeva un piccolo spazio scoperto su cui crescevano degli steli
isolati con poche foglie palmate verso la cima, non più alti di dieci
o dodici centimetri, ma della colazione promessa non si vedeva traccia
alcuna.
— Ehi, Garcia, — disse Alvaro. — Tu che hai buoni occhi, fammi il
piacere di raccogliere la colazione che io non riesco a scoprire.
Eppure non mi pare di essere diventato cieco.
— Se non mi date un paio d’occhiali, non la vedrò nemmeno io, signor
Alvaro, — rispose il mozzo.
— Prendi il tuo coltello e scava il terreno intorno a uno di quegli
steli, — disse il marinaio a Garcia.
— Ah! Si trova sotto terra? — Speriamo di trovare almeno delle lumache.
— Qualche cosa di meglio, — disse Diaz. — Prova. —
Il mozzo obbedì. Sollevò la terra e pochi centimetri più sotto trovò
cinque tuberi di forme irregolari, lunghi circa cinquanta centimetri.
— Che cosa sono? — chiese il ragazzo.
— Delle frutta di terra squisitissime che imparerai ad apprezzare, —
rispose il marinaio.
— Allora assaggiamo. —
Garcia stava per addentarne una che aveva già ben ripulita col lembo
della sua giacca, quando un gesto imperioso del marinaio lo arrestò.
— Alto là! Imprudente! — gridò il castigliano. — Vuoi morire? —
I due portoghesi lo guardarono come per chiedergli se per caso era
diventato improvvisamente pazzo. Vantava la squisitezza di quei tuberi
e proibiva che li assaggiassero minacciandoli di morte immediata.
— È _manioca_, — disse Diaz.
— Ne sappiamo meno di prima, — disse Alvaro. — _Manioca!_ Che cos’è?
— Stupido che sono! — esclamò il marinaio. — Mi dimenticavo che in
Europa non si conosce ancora questo prezioso tubero.
Ora v’insegnerò come dovrete fare per mangiarlo, senza correre il
pericolo di avvelenarvi giacchè queste frutta della terra contengono un
succo estremamente pericoloso.
Tu Garcia cercane altri mentre io mi metto al lavoro. Vi offrirò delle
gallette che nulla perderanno nel confronto con quelle di granturco.
Anzi giacchè per ora nulla abbiamo da paventare dagli Eimuri, ce ne
faremo una piccola provvista.
— Sono impaziente di assaggiare le vostre gallette, — disse Alvaro. —
Sono già molti giorni che abbiamo dimenticato il sapore del buon pane.
— Non posso disporre che di mezzi limitati ma basteranno per noi, —
disse il marinaio. — Quando saremo giunti nei villaggi dei Tupinambi vi
mostrerò la fabbricazione delle gallette in grande. —
Frugò nel suo sacco da viaggio e levò una spina di pesce dentellata,
che fino ad un certo punto rassomigliava ad una raspa, poi una piastra
d’argilla cotta e ben levigata, quindi una specie di budello formato di
nervature di foglie intrecciate.
— Signor Alvaro, accendete intanto del fuoco, là, dietro quel grosso
tronco, così non lo si vedrà stando sull’altra riva. —
Poi prese i tuberi uno ad uno, stese al suolo una immensa foglia di
banano e servendosi della spina di pesce dentellata, rapidamente li
sbriciolò ottenendo una pasta molle satura d’una materia lattiginosa.
— Ecco il veleno, — disse ad Alvaro, mostrando quel succo. — Uccide
ma serve anche di antidoto contro il morso di certi rettili e pulisce
meravigliosamente il ferro. Bisogna quindi eliminarlo. —
Prese quindi il budello di nervature di foglie, il _tupi_ come lo
chiamano i selvaggi brasiliani, lo riempì di quella sostanza farinacea
e lo torse con forza facendo colare al suolo tutto il succo che ancora
rimaneva.
Ciò fatto, col residuo rimasto nel _tupi_, formò una bella focaccia che
depose sulla piastra d’argilla, mettendola poi sulle brace.
— Ecco fatto, — disse.
Quando vide la pasta assumere una bella tinta dorata, la tolse dalla
piastra e la offrì ai due portoghesi, dicendo:
— Potete mangiarla senza timore. Quel po’ di veleno che ancora
rimaneva, si è volatilizzato col calore.
— Squisita! — esclamò Alvaro colla bocca piena.
— Cento volte migliore delle gallette di mare! — esclamò il mozzo che
divorava ingordamente. — È una torta questa! Peccato che non ci sia un
bicchierino di Porto o di Malaga per bagnarla.
— Se avessi del tempo e qualche vaso, potrei offrire se non del rosolio
almeno del liquore forte e buonissimo, disse il marinaio. — Io so fare
il _taroba_ e senza ricorrere ai denti delle vecchie.
— Il _taroba!_ — esclamò Alvaro.
— Ricavato da questi tuberi, signore. Disgraziatamente non ho una
pentola.
— E che cosa c’entrano i denti delle vecchie? —
Diaz stava per rispondere, quando i suoi orecchi furono colpiti da un
rumore che veniva dalla parte del fiume.
— Gli Eimuri? — chiesero ad una voce i due portoghesi, preparandosi a
spegnere il fuoco.
— No, — disse il marinaio. — Ho udito un grugnito e uno sbattere
d’acqua.
— Un caimano allora? — chiese Alvaro.
Il marinaio scosse la testa, poi disse sottovoce.
— Seguitemi senza far rumore. È forse il companatico che sta per cadere
sulle nostre gallette. —
Si gettarono in mezzo alla macchia più vicina per giungere inosservati
presso il fiume e giunti presso la riva scostarono silenziosamente i
cespugli, curvandosi sull’acqua.
A trenta o quaranta passi da loro un animale, che rassomigliava ad
un piccolo cinghiale, pesante almeno una cinquantina di chilogrammi,
guazzava nel fiume grugnendo e cercando le radici delle piante
acquatiche.
— Un _charpincho!_[7] — esclamò il marinaio facendo una smorfia.
— Mandategli una freccia, — disse Alvaro.
— Non vale la pena. La carne di quei roditori è così detestabile che
perfino gl’indiani la sdegnano e talvolta perfino i giaguari... ah!
Eccolo il companatico! —
Un po’ più lontano, un altro animale, di forme stranissime, stava
salendo la riva dopo d’aver attraversato il fiume su un grosso tronco
d’albero che la corrente aveva, per un caso straordinario, spinto
contro le piante acquatiche in modo che le due estremità toccavano le
due sponde.
Non somigliava affatto al primo.
Era un animale, come abbiamo detto, di forme stranissime, grosso quanto
un cane di Terranova, assai basso però di gambe, invece più lungo di
corpo, con una coda bellissima d’un buon metro e ricchissima di peli,
che teneva ben rialzata.
Anche il corpo era fornito di peli lunghi e quasi setolosi, di color
brunastro, con una lunga striscia nera orlata di bianco che seguiva la
colonna vertebrale in tutta la sua lunghezza.
Quella però che destava una viva curiosità era la testa di forma
sottile, assai appuntita e, cosa davvero singolare, priva di bocca!
Ossia, veramente priva no, ma perchè al suo posto si vedeva un piccolo
buco da cui pendeva una lingua lunghissima terminante in uno strale
acuto e che pareva fosse spalmata d’una sostanza estremamente viscosa.
— Si è mai veduta una bestia simile! — esclamò Alvaro a mezza voce. —
Un animale che non ha bocca non avrà nemmeno denti. Come fa a vivere
quel disgraziato?
— Eppure, come vedete, è ben grasso, — rispose Diaz.
— Che cos’è infine quell’animale?
— Un _tamanduà_[8].
— È mangiabile almeno quello?
— Lo assaggerete e poi me ne direte qualche cosa. Un boccone da re,
signor Viana, quantunque abbia un gusto un po’ acidulo dovuto al suo
genere di cibo.
— Che sarebbe quel cibo? Non saprei indovinarlo, visto che
quell’animale non ha bocca.
— Non gli è necessaria. A lui basta la lingua.
— Che viva leccando le piante? — chiese Garcia.
— Mangia e non meno di noi. Lo vedrete all’opera.
— Come, non lo uccidete? — chiese Alvaro.
— No perchè ci procurerà una frittura superba.
— Eh! Dite.
— Di formiche.
— Puah!
— Adagio, signor Viana. Vedremo se farete le smorfie quando vi
presenterò un bel piatto di termiti fritte nel grasso del tamandù. Oh!
Vi leccherete le dita.