Ora vedrete. —

Diaz si tolse dalle spalle quella specie di tubo che fino allora

Alvaro aveva scambiato per un bastone o tutt’al più per un giavellotto,

quantunque non avesse alcuna punta atta a ferire.

Era la famosa _gravatana_ dei brasiliani, ossia una cerbottana, formata

con due pezzi di legno scavati accuratamente e riuniti perfettamente

con una fibra di _jacitura_, assai pesante e lunga un paio di metri.

Nella parte inferiore vi era una specie di mirino formato da una tacca

di legno, appiccicata con della resina.

Diaz vi soffiò dentro, poi svolse un pezzo di pelle che portava appeso

alla cintura e levò una piccola freccia formata colla nervatura d’una

foglia, munita da una parte d’una spina acutissima coperta d’una

sostanza bruna e dall’altra fasciata d’un batuffolo di cotone, preso

probabilmente dal _bombax coiba_, albero comunissimo nel Brasile.

— Avvelenata? — chiese Alvaro.

— E con quale veleno! — rispose il marinaio. — I Tupinambi sono

possessori del segreto del _curaro_ o meglio del _vulrali_ e perciò

sono assai temuti, giacchè non tutte le tribù brasiliane sanno

distillarlo.

— Sicchè le scimmie, se mangiate, avveleneranno i loro mangiatori.

— No, signore, — rispose il marinaio. — Il _vulrali_ può essere

assorbito senza che la persona ne risenta alcun disturbo.

Per le vie digestive è affatto inoffensivo e voi potete mangiare

tranquillamente la bestia uccisa da queste minuscole frecce.

Ecco le _caraja_ che si dispongono in cerchio per urlare. Le farò star

zitte subito. —

Diaz introdusse nella cerbottana una delle sue freccie, badando che il

batuffolo di cotone combaciasse perfettamente, poi accostò l’arma alle

labbra e l’alzò verso i rami più alti del _summameira_.

Si udì un leggiero fischio, appena percettibile e si vide subito

uno dei cantori fare un gesto come se volesse scacciare un insetto

importuno e grattarsi.

La piccola freccia, lanciata con abilità straordinaria dal marinaio,

gli si era conficcata nel dorso.

— State attento, — disse Diaz mentre introduceva nel tubo una seconda

freccia.

Il quadrumane era rimasto colla bocca aperta, ma non urlava più.

Sbadigliò spalancando le mascelle, poi come fosse stato scosso da una

scarica elettrica s’alzò, brancolando a casaccio, arrotolò rapidamente

la coda attorno ad un ramo e cadde dondolandosi comicamente a trenta

metri dal suolo.

— Mille demoni! — esclamò Alvaro. — È morte fulminante questa!

— Il _vulrali_ non perdona, — rispose il marinaio. — Ve ne sono altre

sette lassù e ho una ventina di freccie. Spicciamoci prima che gli

Eimuri tornino.

Lanciò una seconda freccia, poi una terza, quindi altre ancora senza

mai mancare al bersaglio.

Due minuti dopo i poveri quadrumani non urlavano più. Pendevano come

grappoli alle estremità dei rami, senza dare il menomo segno di vita.

— Ebbene, che cosa ne dite del mio tubo che a voi sembrava un semplice

bastone? — chiese Diaz al portoghese.

— Che vale meglio dei nostri archibugi, — rispose Alvaro che non si era

ancora rimesso dallo stupore.

— Uccide senza far rumore, — disse il marinaio. — Peccato che io non

abbia che pochissime freccie, ma conosco il segreto di fabbricare il

_vulrali_ ed a suo tempo provvederò anche voi di gravatane.

Non è cosa difficile distillare quel veleno, quando si conoscono le

piante che lo forniscono.

— Chi ve lo ha insegnato? —

— Un vecchio capo dei Tupinambi. È un segreto che si trasmette

solamente ai _pyaie_ e che tutti gli altri ignorano.

Ecco il perchè quegli indiani non potrebbero fare senza di me.

— Ditemi, Diaz, che gli Eimuri abbiano saputo che voi siete il

possessore di tale segreto?

— Può darsi, — rispose il marinaio. — Ah! Ecco che ritornano! Li odo

attraversare la foresta. Non desidererei che ci scoprissero.

— Bah!.. Non sospettano nemmeno che noi siamo così vicini.

— E le scimmie? — chiese Garcia che conosceva abbastanza lo spagnuolo

per comprendere qualche frase.

— Pendono fra le foglie e nessuno le scoprirà, — rispose il marinaio.

Gli Eimuri tornavano verso la radura e parevano furiosi per non aver

ritrovato le traccie del _pyaie_ dalla pelle bianca.

I drappelli giungevano uno dietro all’altro, radunandosi attorno al

fuoco che non si era ancora spento.

Mugolavano come belve e manifestavano la loro rabbia impugnando le

loro mazze e agitandole minacciosamente come se si preparassero ad un

combattimento.

— Sono furibondi, — disse il marinaio. — Cercate pure, le mie orme non

le troverete di certo.

— Che non si decidano ad andarsene? — chiese Alvaro.

— Quassù non stiamo mica male, signore. Le foglie sono foltissime e non

ci scorgeranno.

— Preferirei però che se ne andassero prima che spunti il sole, — disse

Alvaro.

— Non rimarranno qui eternamente. —

Gli Eimuri tennero un nuovo consiglio e poi si alzarono e ritornarono

nella foresta tutti in gruppo.

Il marinaio attese che ogni rumore fosse cessato, poi disse ad Alvaro.

— Credo che sia giunto il momento di andarcene. Non torneranno più qui.

— Che cerchino le nostre traccie nella foresta? —

— Può darsi, ma perderanno inutilmente il loro tempo e noi

approfitteremo per fuggire verso l’ovest. —

— Scendiamo, — disse Alvaro. — Ne ho abbastanza di quest’albero.

— Aspettate un momento. Possono tornare improvvisamente colla speranza

di sorprenderci. —

Rimasero immobili parecchi minuti, ascoltando attentamente, poi

rassicurati dal profondo silenzio che regnava nella immensa foresta

calarono le liane che avevano ritirate e si lasciarono scivolare fino

al suolo.

— Si sono diretti verso il settentrione, — disse il marinaio, — e noi

ci dirigeremo verso occidente invece.

I villaggi dei Tupinambi si trovano verso il mezzodì, ma a noi non

conviene prendere quella direzione. Incontreremmo sulla nostra via il

grosso o le retroguardie degli Eimuri.

Andiamo, signor Viana e giuochiamo bene di gambe, come diciamo noi

marinai. —

Pochi istanti dopo i due naufraghi ed il castigliano abbandonavano la

radura scomparendo rapidamente nella foresta immensa.

L'Uomo di Fuoco · 第 35 / 100 题