Garcia, udendoli a parlare, erasi già alzato. Informato rapidamente del
pericolo che li minacciava, il bravo ragazzo si limitò a dire:
— Bah! abbiamo gli archibugi e sapremo bene accogliere quei mangiatori
di carne umana.
— E gli avanzi del fuoco? — chiese ad un tratto Alvaro, mentre si
disponevano a dare la scalata all’enorme _summameira_.
— Lasciate le ceneri e anche i tizzoni, — rispose Diaz. — Anzi
serviranno ad imbrogliare maggiormente i selvaggi. —
Vi erano delle liane, delle _sipò_ che pendevano dalla pianta e che
potevano servire a meraviglia per salire sull’albero, il cui tronco,
troppo enorme, non si poteva abbracciare.
I due portoghesi ed il castigliano ne approfittarono per raggiungere
i rami della pianta, poi le tagliarono per impedire ai selvaggi di
servirsene, ma si guardarono bene dal lasciarle cadere al suolo onde
non tradire la loro presenza.
— Vedrete che non verranno a cercarci quassù, — disse il marinaio
di Solis. — Pare impossibile, eppure i selvaggi, allorquando
sono inseguiti, non hanno mai pensato a cercare un rifugio sugli
alberi. —
Salirono più in alto, dove i rami erano più grossi e la vegetazione più
folta e attesero, con una inquietudine facile a supporsi, l’arrivo di
quella truppa che marciava attraverso la foresta.
Fossero Eimuri, Tupy od altri selvaggi, il pericolo era eguale giacchè
tutti erano nemici dei Tupinambi e terribili divoratori di carne umana.
Erano insomma, come diceva il marinaio di Solis, uomini che dovevano
assolutamente evitare, per non correre il pericolo di finire, in un
modo o nell’altro sulla graticola o allo spiedo.
Il rumore avvertito da Diaz continuava. Una banda e molto
considerevole, a quanto pareva, attraversava la foresta, e sia che
seguisse qualche traccia od a caso, si dirigeva appunto verso quella
radura di cui il colossale _summameira_ formava il centro.
— Che siano i vostri nemici che vi davano la caccia? — chiese Alvaro
che aveva preparate le sue armi.
— Lo sapremo presto, — rispose Diaz che ascoltava attentamente.
— Che possano essere i vostri?
— I Tupinambi? No, è impossibile! Ancora ieri gli Eimuri mi davano
la caccia, dunque finchè non si ritireranno nelle loro selve, nessun
indiano della mia tribù avrà osato tornare.
E poi so che sono fuggiti verso l’ovest e non già verso il mare.
— Così terribili sono questi Eimuri?
— Somigliano più alle belve che agli uomini e nulla risparmiano sul
loro passaggio.
— Da dove vengono?
— Dalle regioni meridionali. Spinti chissà da quali bisogni, di quando
in quando emigrano verso i paesi più ricchi, tutto distruggendo e
nessuno ha mai saputo vincerli. Il loro solo nome sparge un tale
terrore, che anche le tribù più valorose piuttosto che affrontarli
preferiscono fuggire, lasciando i villaggi e le piantagioni indifese.
— Eppure sono uomini.
— Chi lo sa? — rispose il marinaio di Solis. — So che camminano come le
belve, colle mani e coi piedi.
Sono scimmie od uomini? Io non lo so, signor Viana.
— Allora li giudicheremo meglio, se sono veramente gli Eimuri quelli
che stanno avanzandosi. —
— Non devono essere lontani.
— Anzi ecco i loro esploratori, — mormorò Diaz. — Li vedete? —
Quantunque l’ombra proiettata dalle piante aumentasse considerevolmente
l’oscurità, il signor Viana ed il mozzo, scorsero due forme che
parevano più animalesche che umane, sbucare dai cespugli e avanzarsi
cautamente nella radura.
Camminavano come le belve, colle mani e coi piedi e senza produrre il
più lieve rumore.
— Eimuri? — chiese sottovoce Alvaro.
— Sì, — rispose il marinaio.
— Li avrei presi per due giaguari.
— Ne hanno infatti l’andatura.
— Che si arrestino qui o che proseguano?
— Se seguivano le mie tracce si arresteranno qui per cercarle. —
I due selvaggi attraversarono la radura, poi si fermarono entrambi
mandando un grido rauco.
— Hanno scoperto gli avanzi del nostro fuoco e della cena, — disse Diaz.
— Che cosa faranno ora?
— Aspetteranno i compagni per consigliarsi.
— Purchè non venga a loro il sospetto che noi ci troviamo quassù.
— Non temete, — rispose Diaz. — E poi questi antropofagi non hanno mai
conosciute le armi da fuoco e un paio di moschettate non mancheranno di
spargere un terrore invincibile fra le loro file. —
I due selvaggi si erano messi a rovistare la cenere, per vedere se vi
era ancora qualche scintilla ed accertarsi se la fuga dello stregone
dei Tupinambi datava da pochi minuti o da parecchie ore.
Furono uditi a mormorare, poi uno di loro riattraversò la radura
correndo come un lupo rosso e rientrò nella foresta, mentre l’altro si
sedeva accanto alle ceneri.
Qualche minuto dopo Alvaro ed i suoi compagni udivano i rami e le
foglie a muoversi nuovamente nella foresta. La banda che doveva essersi
arrestata in attesa dei suoi esploratori, aveva ripresa la marcia.
Infatti cinque minuti più tardi, una trentina di selvaggi invadeva la
radura, fermandosi a breve distanza del _summameira_.
— Sono in buon numero, — mormorò Alvaro che non si sentiva troppo
tranquillo, non ostante le continue assicurazioni del marinaio di
Solis. —
I selvaggi si sedettero in circolo mentre tre o quattro radunavano dei
rami secchi e fregavano su dei piccoli bastoni d’un legno speciale di
cui i brasiliani si servivano per accendere il fuoco, essendo a loro
affatto sconosciuto l’uso dell’acciarino e delle selci.
Bentosto una fiamma brillò e la legna, ben secca, prese fuoco
illuminando la radura.
— Come sono brutti! — non potè trattenersi dal mormorare il mozzo.
Ed infatti quei selvaggi erano davvero orribili. Avevano i lineamenti
assolutamente scimmieschi, angolosi, la fronte bassissima, gli occhi
cisposi, i capelli lunghi, neri e grossolani che somigliavano a crini
di cavallo, i corpi magrissimi, coperti per la maggior parte di strati
di colori e di sudiciume.
Intorno ai fianchi non avevano che qualche brandello d’una stoffa
grossolana, presa probabilmente ai nemici vinti od un fascio di foglie
secche.
Sopra il mento poi portavano tutti l’orribile _barbotto_ costituito
da un pezzo di legno più o meno rotondo, incastrato nella carne e che
rialzava schifosamente il labbro inferiore.
Le loro armi consistevano in mazze pesantissime di legno del ferro ed
in bastoni appuntiti ed induriti col fuoco e in pochi archi con frecce
lunghissime formate con bambù e munite sulla punta di pungiglioni delle
acacie.
I selvaggi dopo essersi disputati accanitamente gli avanzi della
cena e d’aver divorata cruda la testa della scimmia, tennero un breve
consiglio, poi si dispersero per la radura esaminando le erbe.
Come già Alvaro aveva osservato, invece di tenersi ritti, camminavano
come le fiere, posizione che a quanto pare preferivano a quella
verticale.
Da dove venivano quei selvaggi che di quando in quando, ad epoche mai
fisse, si rovesciavano in numero strabocchevole sulle immense selve
del Brasile, devastando tutti i villaggi e divorando quanti prigionieri
cadevano nelle loro mani?
Gli storici americani non sono mai riusciti a saperlo con precisione.
I brasiliani affermavano che venivano dalle regioni australi e poteva
anche essere vero, essendo quei formidabili invasori molto più alti di
statura degli altri indiani e può darsi che fossero gli avi dei Pampas
e dei Patagoni.
Avevano però più somiglianza colle belve che cogli esseri umani anche
pel loro modo di vivere.
La loro lingua, se si può veramente chiamarla tale, non era che un
confuso e rauco suono da nessuno compreso, che pareva uscisse più dalle
cavità del petto che dagli organi della gola.
La sola cosa che li distingueva dalle belve era quella di strapparsi
tutti i peli del corpo, perfino le ciglia, e di tagliarsi di quando in
quando i capelli.
Del resto andavano completamente nudi, non sapevano costruirsi capanne,
dormivano nei boschi come i giaguari ed i coguari, limitandosi a
ritirarsi sotto le piante più fitte quando sopraggiungeva la stagione
delle grandi pioggie e preferivano camminare colle mani e coi piedi,
correndo con tale velocità da non poterli raggiungere nemmeno coi
cavalli.
Erano poi terribili divoratori di carne umana. Mentre i brasiliani
mangiavano i loro nemici più per soddisfare le loro vendette che
per altro, gli Eimuri li mangiavano invece per abitudine, come se si
trattasse d’una selvaggina qualunque e quello che è più orribile, il
più delle volte li divoravano crudi.
Il loro modo di guerreggiare, li rendeva estremamente pericolosi. Non
correvano mai all’assalto; ma attendevano invece i nemici in mezzo alle
foreste, sorprendendoli a tradimento e non avevano paura che d’una sola
cosa: dell’acqua! Un fiumicello qualunque bastava ad arrestarli.
Anche quando i Portoghesi, alcuni anni più tardi, si furono solidamente
stabiliti sulle coste brasiliane, innalzando opulente città, gli Eimuri
fecero le loro periodiche invasioni e vi fu un’epoca che misero in
grave pericolo le colonie, minacciando la rovina di Porto Seguro e di
Os-Ilhèos.
Erano comparsi in masse enormi, assalendo fieramente i villaggi dei
Tupinambi e dei Tupinichini, poi si erano rovesciati sulle capitanerie
di Porto Seguro e d’Os-Ilhèos che erano popolatissime di portoghesi.
Questi, credendo che quei selvaggi non avessero l’audacia di assalire
le città costiere, non se n’erano dati gran pensiero. Solamente il
governatore, che era Men di Sa, un vero valoroso, era prontamente
accorso con un buon nerbo di truppe, credendo di aver facilmente
ragione di quei selvaggi.
Infatti attaccata una delle loro colonne, mentre questa era intenta a
costruirsi dei ponti con dei tronchi d’albero, l’aveva, dopo un aspro
combattimento, spinta verso il mare e sterminata, cacciando in acqua i
superstiti.
Credeva di aver arrestata l’invasione, quando pochi giorni dopo i
portoghesi, con grande stupore e anche spavento, videro le coste e le
alture dominanti Porto Seguro coprirsi di selvaggi!
Men di Sa uscì coraggiosamente ad incontrarli e riuscì a respingerli
dopo una lunga serie di battaglie sanguinosissime, ma la capitaneria
d’Os-Ilhèos era stata già distrutta da quei formidabili selvaggi.
Ci vollero parecchi anni prima di sbarazzare il Brasile dagli Eimuri i
quali furono finalmente quasi interamente distrutti.
Solo poche centinaia furono risparmiati e confinati a sessanta leghe
dalle coste, coll’obbligo di non più mai avanzarsi. Altri furono
condotti in schiavitù, ma erano quegli antropofagi così insoffribili
d’ogni servitù, che morirono poco dopo quasi tutti di fame, preferendo
la morte alla privazione della libertà.