Il marinaio di Solis.
Tredici anni or sono — disse il marinaio, dopo essere rimasto qualche
minuto silenzioso, come per riordinare i suoi ricordi, — e precisamente
nel 1516, il governo di Castiglia che già da tempo aveva formato il
disegno di strappare al Portogallo questa immensa regione, per diritto
spettante a Cabral, che fu il primo a scoprirla, inviava una flottiglia
al comando di Vespucci, di Pinzon e di Solis, coll’ordine di fondare
delle città lungo la costa.
Fino già dai primi momenti, si era manifestata una profonda rivalità
fra i comandanti, ognuno dei quali pretendeva assumere la direzione
dell’impresa.
Amerigo Vespucci, che aveva già visitato il Brasile per conto del
Portogallo e che aveva già avuto una parte così importante nella
scoperta del continente americano, poteva vantare maggiori diritti
degli altri, pure si nutriva contro di lui una certa diffidenza essendo
stato prima ai servizi della corte di Lisbona.
Comunque sia la traversata fu compiuta e la flottiglia, dopo tre mesi,
approdava felicemente nella baia sulle cui rocce si è infranta la
nostra caravella[5].
Dopo aver rinnovate le provviste d’acqua e fatti alcuni scambi
cogl’indiani che non si erano mostrati così feroci come ai tempi
di Cabral, a cui, come saprete, avevano divorati alcuni marinai, la
flotta ripartì verso il sud. Esplorò un lungo tratto di costa, facendo
frequenti sbarchi per piantare croci in segno di sovranità castigliana,
finchè giunse all’imboccatura d’un fiume immenso che tutti noi dapprima
scambiammo per un braccio di mare.
Era invece il Rio de Plata, ma quando fummo giunti colà, le rivalità
tornarono nuovamente a scoppiare fra i comandanti.
Vespucci e Pinzon si rifiutarono di accompagnare il mio capitano e lo
abbandonarono per tentare altre scoperte.
Che cosa sia accaduto di loro, io non l’ho più saputo, poichè da
quell’epoca non ho più veduto nessun uomo bianco sbarcare qui.
— Rassicuratevi sulla loro sorte, — disse Alvaro. — Essi sono tornati
felicemente in Spagna.
— Solis, — riprese il marinaio, — non voleva riattraversare l’Atlantico
senza aver prima compiuta qualche impresa gloriosa e imbarcatosi su
una scialuppa s’inoltrò audacemente nell’immenso fiume. Io facevo
parte della spedizione godendo fama di buon pilota e anche di buon
archibugiere.
Seguimmo per parecchi giorni il fiume, accompagnati sulla riva più
prossima da torme d’indiani che ci invitavano a sbarcare.
Essendo però tutti armati di freccie e di giavatane, Solis che ad un
grande coraggio accoppiava una certa prudenza, si era sempre rifiutato
e sarebbe stato meglio che non avesse mai preso terra.
Quei selvaggi erano i _Charruà_, indiani audacissimi e anche
ferocissimi che altro non attendevano se non che noi scendessimo sulla
spiaggia per massacrarci e poi divorarci.
Avevamo esplorato un tratto rilevante di fiume, quando un giorno,
essendo gl’indiani scomparsi, Solis ebbe la malaugurata idea di volersi
internare nel paese.
Prese terra sul margine d’una foresta, lasciando a guardia della
scialuppa me con altri sei. Prima però che scomparisse mi nacque un
sospetto.
— Signor Solis, — gli gridai, — guardatevi dalle imboscate. —
Egli mi fece colla mano un gesto d’addio, e s’inoltrò sotto la foresta
colla sua minuscola truppa.
Noi eravamo in grande ansietà; io specialmente avevo indosso una
inquietudine tale da non poter star fermo.
La scomparsa dei selvaggi, che fino allora ci avevano sempre seguiti,
non mi pareva naturale. Presentivo un tradimento ed una catastrofe.
Era troppo tardi per poter arrestare Solis. Eppoi quell’uomo che non
aveva paura di nessuno e che maneggiava la spada come un guascone, non
mi avrebbe dato retta e avrebbe riso dei miei timori.
Mancava poco al tramonto, quando udimmo improvvisamente rimbombare
alcuni colpi di archibugio, seguiti da un clamore così spaventevole che
per parecchi giorni mi rintronò negli orecchi.
Nessun urlo di belva potrebbe darvi l’idea dell’urlo di guerra dei
selvaggi dell’America meridionale.
Io ero balzato in piedi, gridando ai miei uomini:
— Assalgono il capitano! Accorriamo in suo aiuto! —
Mi guardarono senza rispondere. Erano annichiliti dallo spavento.
Compresi che mai sarei riuscito a deciderli e d’altronde che cosa
avremmo potuto fare noi, che non sapevamo nemmeno da qual parte
dirigerci? Per parecchi minuti udimmo gli archibugi a sparare e le urla
dei _Charruà_, poi subentrò un silenzio assoluto.
Tutto doveva essere finito. Solis e la sua gente, sorpresi in qualche
imboscata abilmente preparata dagl’indiani, dovevano essere stati
massacrati.
I miei compagni mi pregarono di tagliare la corda dell’ancora e di
raggiungere al più presto la nave che ci aspettava all’imboccatura
del fiume; mi rifiutai recisamente di lasciare il posto almeno fino
all’alba dell’indomani.
Avevo la speranza che qualcuno fosse riuscito a sfuggire alla strage e
che giungesse da un momento all’altro sulla riva.
Quando la notte discese, vedemmo dei fuochi giganteschi ardere sotto i
boschi.
Impaziente di sapere qualche cosa sulla sorte toccata al mio sventurato
capitano, mi decisi a scendere a terra.
Essendosi i miei compagni rifiutati di accompagnarmi, sbarcai solo
portando con me un archibugio ed uno spadone.
I fuochi che continuavano ad ardere sul fianco d’una collina boscosa,
mi servivano di guida. Mi gettai sotto gli alberi e procedendo
guardingo e silenzioso, mi avanzai nella boscaglia, col cuore
trepidante, credendo ad ogni passo di sentirmi trapassare le carni da
qualche lancia o di sentirmi fracassare il cranio da quelle terribili
mazze di legno del ferro che già avevo veduto nelle mani dei selvaggi.
I _Charruà_ invece, convinti di averci tutti distrutti, non avevano
lasciato il luogo ove era caduto Solis, sicchè dopo una mezz’ora
d’angoscie inenarrabili e di incessanti terrori, potei giungere a soli
centocinquanta passi dall’accampamento dei selvaggi.
Uno spettacolo atroce, che non dimenticherò mai, anche se dovessi
vivere mille anni, s’offerse ai miei occhi.
Su un braciere immenso, disposti su una specie di graticola formata
da grossi rami verdi, arrostivano nove dei miei disgraziati compagni,
imbrattati di sangue dal capo alle piante.
Quasi tutti avevano il cranio sfracellato, senza dubbio dalle
pesantissime mazze dagl’indiani.
— Canaglie! — esclamò Alvaro facendo un gesto di disgusto.
— In mezzo a quei miseri, le cui carni crepitavano al contatto delle
fiamme, spandendo all’intorno un odore nauseante, distinsi Solis.
Aveva la gola aperta e la testa schiacciata.
Intorno, più di duecento _Charruà_, nudi come vermi, ma adorni di
collane formate da denti di caribbi, quei piccoli pesci voraci di carne
umana che infestano i fiumi di questi paesi, parevano aspettassero
qualche cosa. Erano, tutti armati di lancie e di mazze e di archi
grandissimi.
Ad un tratto un urlo straziante giunse ai miei orecchi.
— Grazia! Grazia! —
Quattro indiani di statura gigantesca trascinavano un marinaio, il
quale si dibatteva disperatamente tirando calci nelle gambe dei suoi
guardiani.
L’avevano preso vivo, ma la sorte di quel disgraziato non doveva essere
migliore degli altri che erano caduti colle armi in pugno.
Vidi i _Charruà_ trascinarlo verso una enorme pietra, sulla cui
superficie era stato tracciato una specie di canaletto e gettarvelo
sopra dopo averlo legato in modo da impedirgli di fare il menomo
movimento.
Io, inorridito, non osavo fiatare. D’altronde che cosa avrei potuto
fare contro quei duecento e più indiani?
Quando il mio sfortunato camerata fu legato, vidi uscire dalle file dei
_Charruà_ un indiano dipinto metà in azzurro e metà di nero, carico di
collane e di braccialetti formati di denti di caimani, di giaguari e di
vertebre di serpenti e col capo adorno d’un enorme ciuffo di penne di
pappagallo.
In una mano teneva una specie di coltello formato con una conchiglia
affilatissima e nell’altra una ciotola di terra cotta.
Il mostro s’avvicinò alla vittima che urlava in modo straziante e con
un colpo rapido lo scannò lasciando scorrere il sangue nel canaletto e
che subito raccolse nella ciotola.
Stava per accostarsela alle labbra, quando stramazzò al suolo colpito
da una palla.
Avevo fatto fuoco sul miserabile senza pensare al pericolo a cui mi
esponevo.
Udendo questo sparo e vedendo cadere lo stregone della tribù, i Charruà
erano rimasti come inebetiti.
— E avete approfittato del loro stupore per fuggire, — disse Alvaro.
— Sì, signor Viana. Mi precipitai giù per la collina, correndo
all’impazzata e quando udii le urla di rabbia degl’indiani e m’accorsi
che si preparavano a darmi la caccia, ero già ben lontano.
In pochi minuti attraversai lo spazio che mi separava dal fiume. E una
terribile sorpresa mi aspettava.
I miei compagni, credendomi ormai perduto, erano fuggiti lasciandomi
solo fra quelle foreste e coi Charruà alle spalle!
— I vili! — esclamarono ad una voce Alvaro e Garcia.
— Mi credetti perduto, — proseguì il castigliano. — Udivo le urla
furiose dei Charruà avvicinarsi con fantastica rapidità.
In quel momento ebbi una ispirazione. Non avevo veduto nessuna _canoa_
indiana sul fiume quindi supposi che i Charruà non ne possedessero.
Essendo un buon nuotatore, decisi di gettarmi in acqua. Era d’altronde
la sola via di scampo che mi rimaneva.
Se fossi tornato nella foresta, quei demoni non avrebbero tardato a
scoprirmi e gettarmi più tardi sulla graticola sulla quale stavano
cucinando il capitano ed i suoi marinai.
Confidando nelle mie forze e nella mia abilità, mi gettai il fucile in
ispalla, mi spogliai rapidamente delle vesti e balzai nel Plata, che in
quel luogo era largo non meno di sei o sette chilometri.
Quando i Charruà giunsero sulla riva io mi trovavo già in mezzo al
fiume.
Nuotavo vigorosamente guardandomi alle spalle, paventando sempre di
vedermi dietro qualche selvaggio.
A mezzanotte mi trovavo a due o trecento passi dalla riva opposta.
Cominciavo a rallegrarmi, quando provai ad una gamba un dolore così
intenso che mi strappò un grido.
Mi pareva che qualche pesce mi avesse cacciato nella carne un ago e che
mi avesse levato di colpo un brandello di carne.
Spaventato, non sapendo veramente a che cosa attribuire quel dolore,
affrettai il nuoto. Un momento dopo un altro morso, non meno doloroso
del primo, mi strappava un secondo urlo, poi mi sentii scivolare fra le
gambe e le braccia miriadi di pesci i quali mi assalivano da tutte le
parti con furore, piantandomi i denti dappertutto.
— Che cos’erano? — chiese Alvaro che s’interessava grandemente a quel
racconto emozionante.
— Ero caduto in mezzo ad una banda di _caribi_.
— Non so che cosa siano.
— Ve lo dirò poi. Fortunatamente, come vi dissi, la riva era vicina.
Nuotando disperatamente la raggiunsi e mi issai faticosamente fra le
piante che la coprivano.
In quale stato mi avevano ridotto quei piccoli mostri! Il sangue mi
usciva da cento fôri e la mia pelle era bucherellata peggio che una
schiumarola.
— Quei pesci erano molto grossi dunque? — chiese Alvaro.
— Sì, come la mano del vostro mozzo o tutto al più come la vostra, —
rispose Diaz, ridendo. — I _caribi_ sono peggiori degli _jacarè_ ossia
dei caimani e sono così avidi della carne umana che quando s’imbattono
in un nuotatore in pochi minuti se lo divorano vivo non lasciando
intatto che lo scheletro.
Oh farete anche voi, una volta o l’altra la loro conoscenza, non
ne dubitate e allora mi saprete dire che denti posseggono quei
mostriciattoli che a ragione si considerano come un vero flagello dei
fiumi sud-americani.
— Li lascio ben volentieri agl’indiani, — disse il portoghese. —
Proseguite, mio caro Diaz.
— Rimasi quasi una settimana nascosto nelle foreste, prima di essere
in grado di mettermi in marcia, vivendo di frutta, di radici e qualche
volta di caccia, poi mi accinsi alla grande impresa che avevo meditato.
[Illustrazione: Un vecchio indiano si mise a spaccare gli
arrosti.... (CAP. II).]
Sapevo che gli spagnuoli avevano fondato degli stabilimenti nel
Venezuela e mi ero fisso in capo di raggiungerli.
Si trattava d’un viaggio che poteva durare qualche anno se non di più,
d’altronde era l’unica via di salvezza che mi si presentava.
Camminai settimane e settimane attraverso boschi immensi che non
finivano più, evitando i villaggi indiani per non terminare sulla
graticola, ed addentrandomi sempre più nel Brasile, finchè un giorno
caddi in mezzo ad un accampamento di Tupinambi. Sia che il colore della
mia pelle, o la mia lunga barba o le vesti formate di pelliccie di
giaguaro imponessero a quei selvaggi non so quale rispetto o per altra
causa, essi, invece di uccidermi e di mangiarmi, mi accolsero come un
amico. Essendo morto qualche settimana prima il loro stregone, dopo
essere stato mutilato da un _jacarè_, mi nominarono al suo posto ed
ecco come divenni un _pyaie_.
Erano trascorsi molti anni ed avevo ormai rinunciato all’idea di poter
rivedere un volto europeo, quando gli Eimuri piombarono sui nostri
villaggi, disperdendo la tribù.
Vinti dappertutto, fuggimmo nelle foreste, ognuno per proprio conto
e, smarritomi, venni qui. Non benedirò le devastazioni commesse dagli
Eimuri ma penso che senza il loro assalto, non avrei forse più mai
potuto vedere un uomo della mia razza.
Signor Viana, questo è il più bel giorno della mia vita, ve lo assicuro.
— E contate tornare presso i Tupinambi?
— E spero che verrete anche voi. Ho ormai capito che voler raggiungere
gli stabilimenti spagnuoli del Venezuela sarebbe una pazzia e vi ho
rinunciato.
— Ebbene, andiamo a vedere questi Tupinambi, — disse Alvaro, — purchè
non ci mettano sulla graticola.
— Oh! I fratelli dello stregone! Hanno troppa paura di me che godo fama
di essere il più potente _pyaie_ della regione.
— Quando partiremo?
— È troppo tardi per metterci in viaggio, signore. Questa notte
fermiamoci qui, domani vedremo se la via è sgombra e allora
c’incammineremo verso l’ovest.
Gli Eimuri non usano fermarsi molto e ritornano, dopo un certo tempo,
nelle loro selve.
— Prepariamoci allora un buon letto e chiudiamo un occhio, ma uno solo,
— disse Alvaro.
— Sì, come i marinai di guardia, — aggiunse il castigliano.