Nella foresta vergine.
Anche sulla riva opposta la foresta continuava e non meno folta di
quella che i naufraghi avevano attraversata poco prima con tanta
fatica.
Era anzi più intrecciata essendo composta d’una infinita varietà di
piante che crescevano confusamente le une accanto alle altre, strette
da liane smisurate e da arbusti e da radici enormi che sorgevano da
tutte le parti non trovando più posto nel sottosuolo, convertito ormai
in una massa fibrosa che doveva avergli dato la consistenza quasi della
pietra.
Allacciati gli uni agli altri dalle _sipo_, dalle _jacitara_, dalle
_barbe dei pao_ e da quelle strane aroidee che hanno le radici in aria
e che poi lasciano pendere fino al suolo, vi erano cedri brasiliani che
danno quel legno ricercato chiamato _jacarandò_, palme regie che hanno
il tronco altissimo e così perfetto che sembra opera di tornitori;
ficus che somministrano la preziosa guttaperca incidendo i loro
tronchi; bombonasse delle cui foglie oggidì si fabbricano i pregiati
cappelli chiamati di panama e palme quaresine dai fiori purpurei che
s’intrecciavano con quelli profumati delle _laranazias_.
Una umidità penetrante regnava sotto quei vegetali sprigionando un
intenso odore di muffa che faceva arricciare il naso ai due naufraghi.
— È una foresta vergine questa, — disse Alvaro che avrebbe desiderato
meglio trovarsi in una prateria. — Come faremo noi a dirigerci sotto
queste piante che non lasciano filtrare nemmeno un raggio di sole?
Comincio a credere che non ci sarà facile ritrovare la baia.
— Che ci siamo smarriti? — chiese il mozzo.
— Lo temo.
— Che queste maledette foreste coprano tutto il Brasile?
— Sembra che gl’indiani non si prendano alcuna cura di atterrarle. Per
essi l’agricoltura è lettera morta.
— Sfido io! Si mangiano fra di loro! E poi le frutta non sono rare
nelle loro foreste.
— E anche la selvaggina non manca. Odi questo fracasso? —
Uno scoppio d’urla acutissime era rimbombato improvvisamente sotto le
piante facendo tacere di colpo una banda di pappagalli che cicalava fra
i rami d’un cedro. Erano così assordanti che il mozzo fu costretto a
turarsi gli orecchi.
— Chi sono gli autori di questo spaventevole concerto? — chiese. —
Delle belve forse.
— Saranno delle scimmie, — rispose Alvaro.
— Che gole hanno? foderate di ottone o di rame? Si direbbe che hanno
dei tromboni e dei bombardoni in corpo.
— Ma che! Un’orchestra intera, — disse il mozzo ridendo.
Le urla erano diventate così acute che tutta la foresta rintronava.
Pareva che si pelassero vivi mille maiali.
— Andiamo a far tacere questi importuni, — disse Alvaro. — Se potremo,
faremo qualche colpo per procurarci un arrosto.
Il calore ha guastato già la nostra riserva e la carne della testuggine
puzza orrendamente.
— Avreste il coraggio di mangiare una scimmia?
— E perchè no, Garcia. È una selvaggina che vale quanto un’altra. —
Guidati da quei clamori che non cessavano un solo istante, i due
naufraghi s’avanzarono sotto gli alberi, tenendo gli archibugi sotto il
braccio. Dopo l’incontro fatto col giaguaro, avevano compreso che non
dovevano lasciare da parte ogni prudenza.
Girando e rigirando intorno alle piante e dibattendosi fra le reti
delle _sipo_ e delle radici, percorsero dopo una lunga ora, cinque
o seicento passi, giungendo là dove i concertisti si sgolavano per
raddoppiare il fracasso, diventato già assolutamente spaventevole.
Come Alvaro aveva previsto, quegli arrabbiati fracassoni erano dei
quadrumani e non più di sei o sette, quantunque facessero un baccano
come fossero in cento.
Era una piccola truppa di _caraja_ appollaiata fra i rami enormi di
una _summameira_, quadrumani che se sono relativamente di piccola
statura posseggono degli organi vocali d’una resistenza incredibile che
sfondano gli orecchi meglio conformati. Anche un sordo udrebbe senza
fatica le loro urla formidabili.
Si chiamano anche miceti neri avendo il pelame oscuro con certi
riflessi rossicci e che nelle femmine diventa un po’ giallognolo, con
barba alle gote e coda lunga quanto l’intero corpo, che non oltrepassa
ordinariamente i settanta centimetri.
Avendo un gozzo che si potrebbe chiamare anche un tamburo, assai
considerevole, diviso in sei scompartimenti, la loro voce acquista una
intensità tale da propagarsi a distanze infinite.
Il loro grido usuale è una specie di _rocku-rocku_ che si ode a
parecchi chilometri, ma che variano a piacere. Ora infatti grugniscono
come i maiali, ruggiscono e miagolano come i giaguari, ora urlano come
se si torturassero degli esseri umani.
Seduti in circolo sulla biforcazione dei rami ed ignari della presenza
dei due naufraghi, quei sei o sette cantori gonfiavano enormemente i
loro gozzi lanciando note sempre più acute, poi tacevano bruscamente
per attendere dal maestro, che stava nel mezzo e che era il più smilzo
della truppa ma che aveva la voce più potente, la nota giusta.
Quando qualcuno usciva di tôno, un sonoro scapaccione somministrato dal
direttore, lo faceva subito tacere.
— Finitela! — gridò il mozzo che era già giunto sotto all’albero e che
aveva gli orecchi intronati da quel concerto indemoniato. — Abbasso il
maestro! —
Era fiato sprecato. Le _caraja_ erano tanto occupate nell’eseguire quel
coro infernale che non avevano nemmeno udita l’intimazione del ragazzo.
— Perderai inutilmente il tuo tempo, — disse Alvaro. — La tua voce non
si ode fra questo baccano assordante.
— Ci vorrebbe un cannone, signore.
— Un buon colpo di fucile otterrà buon successo. Facciamo cadere giù il
maestro. —
Il signor Viana, che come già sappiamo era un valente bersagliere,
puntò il fucile e dopo d’aver mirato qualche istante fece fuoco in
mezzo ai cantori.
Il maestro che stava urlando a piena gola chissà quale pezzo di musica
scimmiesca, rimase colla bocca aperta strozzando di colpo la voce, poi
si rizzò allargando le braccia, piroettò su se stesso strambuzzando gli
occhi e precipitò al suolo con fracasso, rimanendo inerte.
I suoi compagni, terrorizzati, salirono sui rami più alti dell’albero
urlando disperatamente.
Alvaro stava per slanciarsi verso il povero _caraja_ quando udì una
voce a esclamare in lingua castigliana:
— _Carramba!_ Che bel colpo! —
Il portoghese ed il mozzo, profondamente stupiti si erano vivamente
voltati, credendo di essersi ingannati. Entrambi conoscevano abbastanza
correntemente il castigliano, lingua già assai diffusa in quell’epoca
come lo è oggi quella francese e avevano perfettamente compresa quella
frase.
Un uomo era comparso fra due macchie d’arbusti e li guardava
sorridendo, colle braccia incrociate sul petto.
Era un individuo sulla quarantina, di bella statura, che portava
una lunga barba nera ed i capelli pure lunghi che gli cadevano sulle
robuste spalle.
Quantunque la sua pelle fosse assai bruna, dai lineamenti
regolarissimi, dalla taglia, dalla disposizione degli occhi che
sono ordinariamente piccoli e anche un po’ obliqui negl’indiani, non
sembrava che appartenesse alla razza brasiliana.
Eppure ne indossava il costume. Aveva un diadema di penne di tucano
fissato sul capo, una sottanina di fibre vegetali, lucenti come la
seta, poi un gran numero di collane e di braccialetti formati di denti
di caimani e di belve feroci e sul petto uno strano trofeo che pareva
composto di vertebre di serpenti.
— Un indiano od uno spagnuolo? — si chiese Alvaro, mettendosi sulla
difensiva e facendo cenno a Garcia di preparare il fucile.
Lo sconosciuto non si era mosso. Li guardava con una profonda emozione,
sorridendo sempre, senza toccare la pesante mazza che gli pendeva dal
fianco nè una specie di corta lancia che portava dietro le spalle.
— Amico o nemico? — chiese finalmente Alvaro, in castigliano, vedendo
che lo sconosciuto non si decideva ad aprire bocca.
— Da quando gli uomini bianchi, smarriti fra le selve delle terre
lontane, si sono dichiarati nemici? — chiese quell’uomo con voce quasi
tremante. — Quantunque vi possa sembrare un indiano sono un bianco come
voi, un europeo anch’io. —
Alvaro, non meno commosso dello sconosciuto, aveva gettato il fucile in
ispalla e si era fatto innanzi.
— Un naufrago anche voi? — gli chiese.
— Un vecchio naufrago.
— Che cosa fate qui, in mezzo alle foreste del Brasile?
— È la istessa domanda che poco fa volevo rivolgervi anch’io. Siete
anche voi spagnuoli?
— No, portoghesi.
— Siamo dunque quasi compatriotti. Voi non potete immaginare, quale
immensa emozione mi ha cagionato questo incontro.
Oramai mi ero già rassegnato a non veder più mai un uomo della mia
razza, nè alcun volto di europeo.
— Sono molti anni che vi trovate qui?
— Dal 1516.
— Con chi siete giunto?
— Colla spedizione spagnuola comandata da Amerigo Vespucci, il
fiorentino, da Giovanni di Pinzon e da Diaz Solis. Facevo parte
dell’equipaggio di quest’ultimo.
— Che cosa sia accaduto di quella spedizione organizzata dall’audace
fiorentino lo si sa, ma quello che si è sempre ignorato è la sorte
toccata a Solis.
— È stato massacrato dagli indiani Charruà. Ah! Che istoria dolorosa,
signore.
— E voi siete sfuggito alla strage? — chiese Alvaro.
— Il solo.
— Ed ora che cosa fate? —
Il castigliano arrossì e parve confuso, poi mormorò quasi sottovoce:
— Sono lo stregone della tribù dei Tupinambi. —
In altro momento Alvaro non avrebbe potuto trattenere una risata, ma
vedendo la confusione e la tristezza del povero uomo, si frenò.
— Una bella carica, almeno? — chiese.
— Oh! Signore!
— Eh signor.....
— Diaz Cartego.....
— Con quella carica almeno avete salvata la pelle.
— È vero, signor....
— Alvaro de Viana. Avete fame?
— Sono quattordici ore che marcio senza interruzione per non farmi
prendere dagli Eimuri che hanno invaso tutto il territorio, disperdendo
le tribù dei Tupinambi e dei Tamoi.
— Sono lontani? — chiese Alvaro.
— Molto, per ora.
— Non vi è pericolo che ci sorprendano?
— Pel momento, no.
— Allora approfittiamo per prepararci la colazione. Abbiamo uccisa una
scimmia.
— Le _caraja_ hanno la carne delicata, signor Viana. Non è la prima che
mangio.
— Aiutateci. —
Il castigliano non se lo fece dire due volte. Vedendo che il mozzo
teneva un coltello nella fascia se lo fece dare ed in pochi minuti
scuoiò la scimmia e la ripulì per bene delle interiora, gettando via
anche la testa.
Alvaro e Garcia accesero il fuoco, infilarono il quadrumane nella
bacchetta di ferro di uno dei fucili e lo misero ad arrostire.
Il castigliano intanto aveva fatto un giro attorno alle macchie ed era
tornato recando due cornetti formati con foglie di banano, pieni d’un
certo liquido che pareva vino bianco.
— _Assahy_, — disse, invitando Alvaro ad assaggiarlo. — Non vi farà
male, anzi!
— Da dove lo avete tratto?
— Da un albero dalla palma _assahy_. Può, questo liquido, surrogare il
vino.
— Arrosto e vino! Peccato che manchi il pane!
— Ne troveremo, ve lo prometto, — disse il marinaio. — Se qui non ho
veduto le piante che cercavo, in altro luogo non mancheranno.
La vita è facile nel Brasile e basta curvarsi per trovare di che
cibarsi e di che dissetarsi.
Ho imparato molte cose dagl’indiani che prima ignoravo assolutamente.
— Paese felice! — esclamò Alvaro.
— È poco che voi siete naufragati?
— Pochi giorni, signor Diaz. Vi narrerò la nostra istoria in attesa di
udire poi la vostra che deve essere meravigliosa.
— E anche dolorosa, signore, — rispose il marinaio.
Mentre sorvegliavano l’arrosto, Alvaro lo informò delle avventure
toccategli dopo il naufragio della caravella e della grande paura che
li aveva fino allora perseguitati, la paura di venire da un momento
all’altro presi e di dover subire l’orrenda sorte toccata ai loro
compagni.
— Dovevano essere Eimuri, quelli che hanno trucidato e mangiato i
vostri marinai, — disse Diaz. — Sono i più feroci indiani che abitano
le selve del Brasile e non risparmiano nessuno.
— L’arrosto è pronto, — disse in quel momento Garcia.
Levarono la scimmia la cui pelle era diventata lucente e croccante come
quella d’un giovane capretto e la deposero su una foglia di banano,
facendola a pezzi.
Dobbiamo confessare che i due portoghesi, quantunque la fame li
spronasse, esitarono parecchio prima di decidersi ad assaggiare quel
piatto che rassomigliava troppo..... ad un bambino arrostito.
Il marinaio invece, abituato alla vita selvaggia e che doveva aver
divorato un bel numero di quadrumani, si era messo a mangiare con un
appetito da caimano, invitandoli ad imitarlo.
La fame finalmente la vinse sulle loro esitazioni e con loro stupore
fecero molto onore a quell’arrosto che d’altronde era eccellente.
Vuotarono i due cornetti pieni d’un vino gradevolissimo, che
rassomigliava un po’ al sidro, poi si sdraiarono sotto l’albero,
mettendosi a fianco le armi.
— Possiamo riposare un paio d’ore senza correre il pericolo di venire
disturbati? — chiese Alvaro al castigliano.
— Gli Eimuri di rado si muovono quando il sole è troppo caldo, — disse.
— E poi ho prese le mie precauzioni per far perdere loro le mie tracce.
Saranno ben bravi se sapranno trovarle.
— Dunque v’inseguivano?
— Da quattro giorni.
— Allora venite molto da lontano.
— Il villaggio che mi ha ospitato si trova a sette giorni di marcia da
qui, in mezzo alle foreste.
— E non vi tornerete più?
— Sì, ma attendo che gli Eimuri si siano ritirati più al sud. Spero che
verrete anche voi. I Tupinambi vi accoglieranno bene, se presentati da
me che sono un _pyaie_ ossia lo stregone della tribù.
Che cosa vorreste fare qui soli, in queste immense foreste? Un giorno
o l’altro finireste sulla graticola dei Tamuri o dei Tupi che non sono
meno antropofagi degli Eimuri.
— Ed i Tupinambi non divorano i loro simili?
— Non meno degli altri ma... con me, nulla avrete da temere.
— La vostra istoria, signor Diaz. Mi avete messo indosso una viva
curiosità.
— Ai vostri ordini, signor Viana. —