Si spinse verso l’estremità del ramo dove ne penzolavano parecchie,
grosse come la testa d’un bambino e con un colpo di scure ne spaccò
una.
Nell’interno conteneva una polpa giallastra, somigliante a quella delle
zucche, ma più tenera e un po’ acquosa.
— Se queste non sono zucche, saranno qualche cosa di simile, — disse. —
Spero che calmeranno la mia sete e anche la fame.
Si provò a trangugiare un boccone di quella polpa e la trovò
dolciastra e tutt’altro che cattiva. Se avesse avuto un po’ di
fuoco per arrostirla l’avrebbe gradita ben di più, poichè il caso lo
aveva condotto su un _fructa de pao_ o meglio su un albero del pane.
Ignorando però che specie di frutta fossero, si accontentò di fare una
scorpacciata di polpa cruda, calmando ad un tempo la sete e anche la
fame che cominciava a tormentarlo.
Durante quel pasto i pecari non avevano cessate le loro dimostrazioni
ostili e non solo verso il mozzo, bensì anche verso i loro compagni
morti i quali erano stati ridotti a brani.
Sfogatisi un po’ erano tornati a disperdersi, senza però allontanarsi
troppo dal _fructa de pao_ onde essere pronti ad impedire la fuga
all’assediato.
Anzi di quando in quando tornavano furibondi, galoppavano intorno alla
pianta, urlando come se venissero scannati, poi tornavano in mezzo ai
cespugli cercando bacche e radici.
Il mozzo cominciava ad averne fino sopra i capelli di quell’assedio che
minacciava di prolungarsi indefinitamente. Non già che fosse inquieto
per sè stesso, ma pel povero Alvaro che doveva trovarsi alle prese
colla sete e colla fame.
Già due o tre volte si era provato a scendere, credendo che i pecari
si fossero allontanati, ma appena si aggrappava alla liana li vedeva
subito tornare al galoppo. Anche cercando le bacche e le radici lo
sorvegliavano attentamente.
La giornata trascorse così in continue ansie pel povero ragazzo, il
quale trovava le ore eternamente lunghe ed il sole molto pigro. Il
suo pensiero era sempre rivolto al signor di Correa che doveva ben
impazientirsi di quell’inesplicabile ritardo, e crederlo fors’anche
morto.
Finalmente anche il sole tramontò e le tenebre invasero bruscamente la
foresta.
Il mozzo vide con gioia che i pecari cominciavano a coricarsi fra i
cespugli che circondavano l’albero. Quei testardi non volevano però
ancora levare l’assedio, più che mai risoluti a vendicare i loro
compagni.
— Pare impossibile! — esclamò il mozzo. — Se fossero uomini
comprenderei la loro cocciutaggine, ma delle bestie! Il signor Alvaro
stenterà a credere che io sia rimasto assediato per tanto tempo.
Attese un paio d’ore prima di osare di muoversi, temendo che quei
maledetti animali avessero collocato delle sentinelle presso l’albero,
poi caricò l’archibugio, si appese alla cintura un paio di frutta
dell’albero del pane e la scure e lasciò silenziosamente il ramo,
aggrappandosi a delle liane che giungevano fin presso il suolo.
Al di sotto tutto era silenzioso. Non udiva che in lontananza i fischi
e gli stridi prolungati delle _parraneca_ che dovevano essere numerose
nell’immensa palude.
Si lasciò scivolare dolcemente lungo la liana, soffermandosi di quando
in quando per ascoltare, poi rassicurato dal silenzio, continuò la
discesa finchè toccò il suolo.
I pecari non si erano svegliati; russavano tranquillamente in mezzo ai
cespugli.
Impugnò l’archibugio per la canna e si allontanò adagio adagio,
dirigendosi verso la palude. Appena fu ad un due o trecento passi,
abbandonò ogni precauzione e partì a corsa disperata.
In pochi minuti giunse là dove aveva lasciata la tartaruga. Anche il
rettile dormiva colla testa affondata entro il guscio.
— Lasciamola qui per ora; la imbarcherò più tardi onde impedire alle
belve, che qui non devono mancare, di divorarmela.
Temendo di essere ancora troppo vicino ai pecari, continuò la corsa
per un quarto d’ora, arrestandosi sulle rive di una caletta circondata
d’alberi.
— Sbrighiamoci, — disse il bravo ragazzo. — Il legname qui non manca e
la luna comincia ad alzarsi.
Appoggiò il fucile al tronco d’un albero e cercò innanzi a tutto delle
liane che gli erano necessarie per la costruzione della zattera.
Non aveva che da scegliere, essendo tutti gli alberi circondati da
sipos. Ne fece una buona provvista, poi avendo scorto a breve distanza
dalla riva un gruppo di quegli altissimi bambù chiamati dai brasiliani
_taquara_, che sono grossi quanto la coscia d’un uomo e leggierissimi,
ottimi sopratutto per servire alla costruzione dei galleggianti, li
assalì vigorosamente abbattendone una dozzina.
Il materiale era più che sufficiente per una zattera capace di reggere
due persone.
Li trasportò senza fatica sulla spiaggia e li mise in acqua, legandoli
con liane. Lavorava così destramente e così rapidamente che mezz’ora
dopo il galleggiante era pronto a prendere il largo.
Con due lunghi rami improvvisò due remi e puntando con tutte le sue
forze si diresse innanzi a tutto là dove si trovava la testuggine. Con
quattro poderose randellate la svegliò e un po’ spingendola ed un po’
trascinandola, la costrinse ad imbarcarsi.
— Ci teneva troppo il signor Alvaro a questa bestia o meglio alla sua
carne, per abbandonarla alle belve od agl’indiani. Avremo il pranzo
assicurato per tre o quattro giorni. —
Poi si spinse risolutamente al largo, ansioso di giungere all’isolotto.
La luna che era allora sorta e che brillava in un cielo purissimo,
riflettendo i suoi raggi sulle acque della palude, gli permetteva di
dirigersi facilmente.
Gl’isolotti spiccavano nettamente sulla superficie argentea formando
delle enormi macchie brune che si potevano distinguere senza bisogno di
cannocchiali.
Il mozzo, approfittando della poca profondità delle acque, verso la
mezzanotte giungeva in mezzo alla palude.
In quel momento su uno degli isolotti vide un grosso punto luminoso
brillare fra le piante che lo coprivano.
— Deve essere il signor Alvaro, — pensò.
Ad un tratto cessò di remare e fece un gesto di sorpresa e anche di
spavento.
— Ma no, — disse. — Quel fuoco non arde sull’isolotto che ci serviva
di rifugio. No, brucia su un altro. Il nostro si trova laggiù, più
all’ovest, se non m’inganno; lo scorgo benissimo ed era il solo che
avesse quella forma allungata. —
Un sudore freddo gli bagnò il viso mentre un’angoscia profonda gli
stringeva il cuore.
— Che i selvaggi siano giunti qui, che abbiano sorpreso il signor
Alvaro? Quegli isolotti non erano abitati che da volatili e che io
sappia gli uccelli non hanno mai imparato ad accendere il fuoco. —
I terrori del povero ragazzo erano giustificati. Chi poteva aver
approdato su quell’isolotto se non dei selvaggi? Il signor Alvaro
non doveva aver lasciato il suo non avendo a sua disposizione legname
sufficiente per costruire una zattera, anche minuscola.
— Che vi si sia recato a nuoto? — si chiese Garcia. — No, non credo che
abbia avuto l’audacia di commettere una simile imprudenza sapendo che
la palude è abitata da caimani e anche da enormi serpenti. —
Rimase parecchi minuti perplesso, poi prese risolutamente il suo
partito.
— Andiamo all’isolotto, innanzi a tutto, — disse. — Se non troverò colà
il signor Alvaro, mi accosterò cautamente all’altro e vedrò chi avrà
acceso quel fuoco. —
Girò al largo per non farsi scorgere e si diresse verso l’altro il
quale si trovava a circa cinquecento metri dal primo, un po’ verso
l’ovest.
In dieci minuti attraversò la distanza e s’accostò prudentemente
alla riva. Era certo di non essersi ingannato perchè aveva subito
riconosciute quelle tenacissime piante che avevano guastato il filo
della scure.
Affondò una pertica nel fango, legò la zattera, armò l’archibugio e
salì silenziosamente la riva, aprendosi il passo fra le canne
Giunse in mezzo ai _pao de ferro_, dove il giorno innanzi avevano
acceso il fuoco e cucinate le traira e non vide nessuno.
Il fuoco era spento, forse da molte ore poichè la cenere era ormai
fredda. Garcia provò una stretta al cuore e impallidì.
— Che cosa è dunque successo al signor Alvaro? — si chiese, con
crescente angoscia. — Ah! Mio Dio che cosa farò io solo, perduto nelle
foreste americane? —