Un po’ rassicurato, si nascose dietro il tronco dell’albero, tenendo il
dito sul grilletto dell’archibugio.
La sua attesa non fu lunga. I folti cespugli si erano aperti per
lasciare il passo ad un animale che rassomigliava e che aveva anche la
statura d’un cinghiale.
Se Garcia avesse avuto qualche conoscenza sugli animali che infestavano
le immense foreste del Brasile, si sarebbe ben guardato dall’affrontare
quel cinghiale.
Era un _pecari tajasou_, un porco selvatico, dei più pericolosi e che
non teme di assalire l’uomo anche se non viene importunato.
Questi animali che in quell’epoca erano numerosissimi e che ora
s’incontrano solamente nelle selve dell’interno, non vanno mai soli.
Emigrano a branchi che sovente si compongono di cinquanta e perfino
di cento capi, e guai a chi osa assalirli o anche semplicemente
attraversare loro la via.
Piombano sull’imprudente con furore indescrivibile e servendosi delle
loro lunghe e solidissime zanne in un momento lo fanno a pezzi.
Garcia che credeva di aver dinanzi un semplice cinghiale e che voleva
assicurarsi una succolenta cena, senza sacrificare la testuggine, che
poteva costituire una preziosa riserva, non esitò più.
Puntò l’archibugio e fece fuoco sul pecari che si era arrestato a
quindici passi, per dissotterrare una radice.
L’animale, attraversato da parte a parte dal proiettile, stramazzò
in mezzo ai cespugli mandando un urlo acutissimo che si ripercosse
lungamente sotto le folte vôlte di verzura.
[Illustrazione: Un uomo era comparso fra due macchie di
arbusti, e li guardava, sorridendo.... (CAP. XI).]
Il mozzo, felice di quel successo, stava per slanciarsi onde finirlo a
colpi di scure, quando udì un fracasso indiavolato. I rami dei cespugli
cadevano falciati come se cento coltelli li tagliassero, le foglie
volavano in aria, mentre da tutte le parti echeggiavano grugniti e urla
furiose.
— Che abbia commesso una corbelleria? — si chiese il mozzo.
Si gettò l’archibugio sulle spalle e s’aggrappò lestamente alla liana
per mettersi in salvo sull’albero.
Si era appena innalzato di tre o quattro metri quando vide irrompere,
colla velocità d’una tromba, una cinquantina di cinghiali.
Parevano in preda ad una collera terribile. Avevano le setole irte, i
codini alzati che dimenavano disordinatamente e gli occhi accesi.
Giunsero in un lampo addosso all’albero, che subito circondarono ed
i più vicini s’alzarono sulle zampe deretane, mordendo ferocemente la
corteccia e la liana che aveva servito al ragazzo per innalzarsi.
Gli altri invece saltavano come se fossero indemoniati, ora correndo
verso il loro compagno che era già spirato ed ora tornando verso
l’albero coi segni della più viva irritazione.
Guardavano ferocemente il mozzo, coi loro occhietti neri che la collera
rendeva scintillanti e battevano le loro lunghe zanne le une contro
le altre, producendo un fracasso impossibile a descriversi. Garcia
che si era messo al sicuro su un grosso ramo e che aveva avuto il
tempo di portare con sè l’archibugio, non si era molto spaventato per
quell’improvvisa aggressione. Infine quei cinghiali non avevano unghie
per potersi arrampicare e di lassù poteva ridersene della loro collera.
— Quando si saranno persuasi dell’inutilità dei loro sforzi, se ne
andranno, — si era detto il bravo ragazzo.
S’ingannava e quanto! Se vi sono degli animali testardi e vendicativi
all’eccesso, sono appunto i pecari brasiliani.
Dopo i primi sfoghi di collera, avevano lasciata in pace la corteccia
dell’albero, convinti che non sarebbero mai riusciti a rodere quel
tronco enorme, ma si erano sdraiati a breve distanza coll’evidente
intenzione di assediare il ragazzo.
— Eccomi in un bell’impiccio — mormorò Garcia, che cominciava ad
inquietarsi. — Che cosa penserà il signor Alvaro non vedendomi
comparire? Se questo assedio si prolungasse? E quel bravo signore non è
meno assetato di me?
Vivaddio! Ho il fucile e le munizioni non mi fanno difetto.
Proviamo a disperdere questi noiosi porci. Quando ne avrò ammazzati
quattro o cinque, spero che si decideranno ad andarsene e lasciarmi
costruire la zattera. —
Ricaricò l’archibugio, si mise a cavalcioni del ramo e fece fuoco
contro un vecchio maschio che pareva il più furibondo di tutti e che
saltellava attorno al tronco, strappando di quando in quando larghi
pezzi di corteccia.
Vedendolo cadere, tutta la banda, anzichè fuggire spaventata, balzò
verso l’albero con un urlìo spaventevole piantando le zanne nel legno.
Il mozzo con una terza archibugiata fece scoppiare la testa ad un
altro pecari non ottenendo altro che di far raddoppiare il furore dei
superstiti.
Stava per continuare le fucilate, quando un pensiero lo trattenne.
— E se questi spari venissero uditi dai selvaggi? Preferisco sostenere
l’assedio di questi cinghiali piuttosto che di veder accorrere i
mangiatori di carne umana.
Povero signor Alvaro! Come sarà inquieto udendo queste fucilate! Alla
malora questi animalacci e la loro cocciutaggine. Orsù, armiamoci di
pazienza e aspettiamo la notte. Quando dormiranno tenterò di andarmene
alla chetichella.