Assediato dai pecari.
Il luogo ove il mozzo era così miracolosamente sbarcato, era ingombro
di piante le quali probabilmente formavano il margine di quella immensa
foresta, che si estendeva fino sulla sponda della baia.
Splendidi palmizi, dal tronco esilissimo, che si slanciavano in alto
per quindici o venti metri, crescevano accanto alle _tocuma_ dalle
lunghe spine, alle _jacatara_ che quantunque appartengano alla grande
famiglia delle palme diventano liane, avvitichiandosi ai tronchi degli
alberi, mentre sotto quella folta cupola di verzura che impediva
ai raggi solari di giungere fino al suolo, s’intrecciavano in una
confusione indicibile, superbe bromelie dai ricchi racemi a fiori
scarlatti, orchidee meravigliose, passiflore felci epifite e sipo
grossissime ed interminabili.
Numerosi volatili schiamazzavano e garrivano fra i rami, specialmente
dei bellissimi cardinali dalla testa rossa e dei _casarito_, specie di
tordi che invece di nidificare sugli alberi come quasi tutti gli altri
uccelli, costruiscono sul suolo una specie di cupola coll’entrata a
laberinto.
Il mozzo dopo aver legata la testuggine al tronco d’un albero, si era
inoltrato sotto la foresta per cercare innanzi a tutto un po’ d’acqua o
per lo meno delle frutta che potessero spegnergli l’ardente sete che lo
tormentava.
Trovare delle frutta era forse più facile che un torrente, essendo
quel terreno assai secco, quantunque protetto dal quel caos di foglie
immense e di festoni di liane, sicchè il mozzo che non osava spingersi
molto lontano e che aveva anche molta fretta di costruire la zattera,
si mise a esaminare le piante.
Aveva percorso due o trecento metri, quando si arrestò dinanzi ad un
albero enorme, ricco di rami e di foglie e carico di frutta enormi,
grosse come zucche, colla corteccia giallastra e irta di protuberanze.
— Speriamo che quelle frutta siano commestibili, mormorò il mozzo.
Si era aggrappato ad una liana che scendeva da un ramo, quando un
rumore strano che veniva da un folto gruppo di cespugli, lo arrestò
perplesso.
— Che vi siano degl’indiani qui? — si chiese con ansietà.
Il rumore aumentava. Pareva che piuttosto che un uomo, qualche animale
stridesse i denti o li battesse fortemente gli uni contro gli altri.
Garcia, lo abbiamo già veduto alla prova, possedeva un coraggio
veramente eccezionale in un ragazzo della sua età, tuttavia si sentiva
il cuore battere precipitosamente come se volesse uscirgli dal petto.
D’altronde anche un uomo che si fosse trovato solo, in mezzo a quella
foresta che poteva nascondere mille pericoli, abitata oltre che da
mangiatori di carne umana anche da belve non meno sanguinarie dei
selvaggi, non si sarebbe certamente mantenuto tranquillo.
Con una mano stretta alla liana e coll’altra armata dell’archibugio,
Garcia ascoltava attentamente cercando di spiegarsi le cause di quei
rumori.
Ad un tratto udì dei grugniti, poi uno scricchiolare di rami.
— Che vi siano dei cinghiali qui? — si domandò, cominciando a
tranquillizzarsi. — E perchè no? Ve ne sono anche da noi e mi hanno
anche detto che valgono quanto i maiali.