La zattera vivente.
L’indomani una brutta sorpresa, che poteva avere gravissime
conseguenze, attendeva i due naufraghi. Il mozzo che si era recato
sulla riva per ricaricare la _canoa_, non l’aveva più ritrovata al suo
solito posto.
Spaventato per quell’inaspettata scoperta, il ragazzo si era slanciato
verso l’accampamento dove Alvaro, che aveva fatto l’ultimo quarto,
sonnecchiava ancora.
— Signore! — esclamò, con accento di terrore. — Non avete veduto alcuno
avvicinarsi all’isolotto durante la notte?
— Perchè mi chiedi questo, Garcia? — chiese il portoghese, sorpreso
vivamente da quella domanda.
— Hanno rubata la nostra scialuppa, signore.
— Rubata! E chi?
— Che ne so io? Forse gl’indiani.
— Non è credibile, Garcia, — rispose Alvaro. — Durante i miei quarti di
guardia ho fatto parecchie volte il giro dell’isolotto e se gl’indiani
si fossero avvicinati li avrei certamente veduti.
— Eppure non c’è più signore. Venite e ve ne accerterete. —
Il signor di Correa, assai impressionato da quella cattiva notizia, si
era vivamente alzato seguendo il mozzo.
Purtroppo dovette convincersi coi propri occhi che la _canoa_ non si
trovava più fra il gruppo di canne dove l’avevano lasciata il giorno
innanzi.
— La cosa è grave, — disse.
— Che l’abbiano rubata?
— Non lo credo. La è riva fangosa in questo luogo e se degli uomini
fossero sbarcati avrebbero lasciate le loro impronte. Io credo che sia
affondata.
— Ed infatti signore, faceva acqua.
— Abbiamo commesso una grave imprudenza Garcia, — disse Alvaro. —
Invece di legarla a queste canne dovevamo tirarla in secco.
— Come faremo ora a lasciare questo isolotto e attraversare la palude?
La riva più prossima si trova a non meno di tre miglia da noi.
— Siamo prigionieri, ragazzo mio.
— Se tentassimo la traversata a nuoto? Tre miglia non mi fanno paura, —
disse il mozzo.
— Ed a me neanche cinque, ma io non oserò mai tuffarmi in queste acque
che sono popolate da caimani e da serpenti giganteschi.
— È vero signore, mi dimenticavo che vi sono anche qui i mangiatori
d’uomini.
Eppure non possiamo rimanere qui per sempre. Non abbiamo nè viveri nè
acqua bevibile.
Alvaro non rispose, guardava i pochi alberi che crescevano
sull’isolotto, chiedendosi se sarebbero stati bastanti per costruire
almeno una zattera sufficiente a portarli fino alla sponda più
prossima.
Erano cinque o sei alberetti, alti una mezza dozzina di metri, dal
fusto piuttosto esile coperto da una corteccia molto bruna. Vi erano
anche numerosi cespugli e molte liane, ma i primi a ben poco avrebbero
potuto servire.
— Proviamo, — disse al mozzo, indicandoglieli.
— Volete costruire una zattera, è vero signore?
— Se avremo materiale sufficiente, — rispose Alvaro.
— Basterà che ce ne sia tanto da fare lo scheletro. Per la piattaforma
utilizzeremo le canne.
— Ecco un’idea che non mi era venuta, Garcia, — disse Alvaro. — Dammi
la scure e andiamo a distruggere la nostra piccola foresta.
Impugnò l’ascia e assalì vigorosamente la pianta più alta, ma al primo
colpo che vibrò il filo della scure si guastò senza aver potuto nemmeno
intaccare la corteccia.
— Ah! diavolo! — esclamò il portoghese, stupito. — Come va questa
faccenda! Eppure le mie braccia sono ancora solide e la lama della
scure era ben affilata.
— Che legno hanno queste piante? — si chiese il mozzo, non meno
sorpreso.
Alvaro rinnovò il colpo e l’arma, invece di conficcarsi, rimbalzò come
se avesse percosso una rupe di quarzo o un palo di ferro.
— È incredibile! — esclamò Alvaro.
— Vediamo, — disse il mozzo.
Si levò il coltello e si provò a piantarlo a tutta forza nel tronco
della pianta. La lama lunga e piuttosto sottile, anzichè penetrare nel
tronco, si spezzò come fosse stata di vetro.
— Ebbene, Garcia? — chiese il portoghese.
— Io dico signore, che queste piante sono di ferro e che non riusciremo
mai ad abbatterle.
Alvaro passò ad un altro albero e si diede a menare colpi furiosi non
riuscendo ad altro che ad intaccare a malapena la corteccia.
— Io ho udito parlare vagamente di certi alberi duri come rocce che
crescono in America, — disse, asciugandosi il sudore che gli colava
abbondantemente in seguito a quegli sforzi erculei. — Che questi
appartengano a quella specie?
Non si era ingannato. Le poche piante che erano spuntate sull’isolotto
erano quei famosi _pao de ferro_ che hanno reso celebri certe foreste
del Brasile e dell’Amazzonia, duri come se le loro fibre fossero di
ferro, che sfidano le scuri meglio affilate e che sono così pesanti da
non poter galleggiare.
Anche se i naufraghi fossero riusciti ad abbatterli, non ne avrebbero
cavato alcun vantaggio e avrebbero perduto inutilmente il loro tempo.
— Signore, — disse il mozzo, — non se ne farà nulla. È inutile che
guastate la nostra scure e che sprecate le vostre forze.
— Dovremo dunque rimanere prigionieri su questo pezzo di terra? — si
chiese Alvaro.
— Se potessimo ripescare la nostra scialuppa?
— Chissà dove sarà andata a finire. Queste acque non sono assolutamente
immobili.
— Che cosa fare, signor Alvaro?
— Non lo so, — rispose il portoghese, con un gesto scoraggiato.
Assai tristi e molto preoccupati fecero il giro dell’isolotto, colla
speranza di trovare qualche tronco d’albero arenato sulle sue rive
o qualche cosa che potesse servire ad attraversare quella maledetta
palude, poi scoraggiati dalla inutilità delle loro ricerche fecero
ritorno al loro accampamento. Erano entrambi assai abbattuti e ne
avevano ben il motivo. Come sarebbero usciti da quella situazione
imbarazzante? Era bensì vero che, almeno pel momento, nessun pericolo
li minacciava, tuttavia non si sentivano affatto disposti a finire i
loro giorni su quel brano di terra che non offriva alcuna risorsa.
Alvaro invano frugava e rifrugava il suo cervello, non trovava
alcuna via d’uscita. Senza una scialuppa o del legname, non vedeva la
possibilità di sfuggire a quella prigionìa.
Le ore passavano senza che la loro situazione si modificasse.
Un calore estremo regnava sulla vasta palude le cui acque fumavano come
se il loro fondo ribollisse. Il sole dardeggiava i suoi raggi quasi
a piombo rifrangendo la luce con tale intensità che gli occhi dei due
naufraghi ne venivano dolorosamente feriti.
Di quando in quando il silenzio che regnava nella palude, veniva
improvvisamente rotto da una volata di _gallinago_ che sono una
specie di beccaccini o di _pissoca_, uccelli che hanno le ali munite
di lunghe dita e che si posano volontieri sulle larghe foglie delle
piante palustri o da qualche banda di gallinelle acquatiche dalle penne
turchino cupe.
Talora invece era un caimano che turbava la tranquillità della savana.
Lo si vedeva avanzarsi pigramente attraverso le foglie delle victorie,
col dorso ricoperto di piante e poi scomparire dietro gli isolotti
sulle cui rive probabilmente andava a sdraiarsi per godersi un po’ di
sole.
Il mezzodì doveva già essere trascorso, quando il mozzo che fino allora
era rimasto sdraiato all’ombra dei _pao de ferro_ ruminando inutilmente
progetti impossibili, si alzò dicendo:
— Signor Alvaro, noi non abbiamo pensato ad un grave pericolo che ci
minaccia peggio della fame. Ho sete, brucio, signore e non posso più
resistere. —
Il portoghese si era pure alzato, guardandolo con angoscia. Era vero:
fino allora si era scordato che le acque della palude erano salmastre.
— Ma allora noi siamo perduti! — esclamò.
— Sì, se non troviamo un mezzo qualunque per andarcene, — rispose il
mozzo.
— Ma quale? Invano ho tormentato il mio cervello.
— Signore, credete che vi siano degl’indiani intorno a questa palude?
— Può darsi.
— Se noi facessimo dei segnali accendendo le canne ed i cespugli che
crescono qui e sparando di quando in quando dei colpi di fucile?
— Per farli accorrere?
— Sì, signor Alvaro.
— E farci prendere per poi finire sulla graticola? No, Garcia,
preferisco morire di fame e di sete piuttosto che il mio corpo serva di
cibo a quelle canaglie.
— Signor Alvaro.... —
Il portoghese aveva fatto un salto senza ascoltare la fine della frase
e si era gettato dietro una macchia di cespugli, guardando attentamente
verso la riva.
— Un altro caimano, signore? — gli chiese Garcia che lo aveva
prontamente raggiunto.
— Pare che si tratti di qualche altro animale, — rispose il portoghese.
— Ho veduto le canne aprirsi violentemente.
— Uno di quei grossi serpenti?
— Taci! —
Una forma ancora indecisa, assai larga e molto bassa, si sforzava di
aprirsi il passo fra i canneti rompendoli a destra ed a sinistra.
— Che animale sarà? — si chiese il portoghese. — Giurerei che si tratta
d’una tartaruga. —
Era infatti una testuggine della specie delle mydas che sono le più
gigantesche che abitino le paludi ed i fiumi del Brasile. Non sono
pregiate come le _careto_, dalle quali si estrae la tartaruga che si
mette in commercio; sono invece ricercate per la mole dei loro gusci e
per l’abbondanza delle loro carni.
Ordinariamente i loro gusci, che sono d’un color verdastro marmorizzato
a squame esagonali, sono lunghi più di due metri e larghi cinquanta
centimetri. Quella però che era approdata sull’isolotto era una delle
più gigantesche della specie, lunga quasi otto piedi e larga almeno la
metà, una zattera in miniatura.
— Garcia, non muoverti, — disse Alvaro, rapidamente. — Vi è là da
cenare e da pranzare abbondantemente per una settimana.
La testuggine, apertosi il passo fra le canne, si era fermata sulla
riva che in quel luogo era sabbiosa e sgombra d’erbe, mettendosi in
ascolto.
Stette ferma qualche minuto poi proseguì la sua marcia con passo rapido
e l’andatura inquieta, camminando sulla punta delle zampe, quindi si
mise a scavare la sabbia.
— Si prepara a deporre le uova, — mormorò Alvaro. — A me Garcia! —
Entrambi si erano slanciati al di sopra del cespuglio, piombando
addosso al rettile il quale si era accovacciato in fondo alla buca.
Afferrarlo e rovesciarlo violentemente sul dorso, fu un momento solo.
— È nostra! — gridò il mozzo con voce trionfante. — A voi la scure,
signore!
Alvaro aveva impugnata l’arma e si preparava a vibrare un colpo sulla
testa del rettile, quando un pensiero improvviso lo trattenne.
— No! — esclamò. — Stavo per commettere una grossa bestialità!
— Non l’uccidete signore? — chiese il mozzo.
— Ucciderla! Penso che questo rettile ci potrà essere più utile vivo
che morto, mio caro.
— Ed in qual modo signore?
— Sarà quello che mi condurrà alla riva.
— Questa bestia?
— Credi che non possa servire da zattera ad uno di noi? Guarda come è
largo il suo guscio.
— Ah! Signore! — esclamò il mozzo, scoppiando in una risata.
— Ridi! Ebbene, io ti proverò che non ho detto una sciocchezza.
— Ma, signore, se la rigettate in acqua affonderà subito e vi lascierà
alla superficie.
— Tu lo credi?... Io no, perchè le impedirò di sommergersi. Quel
caimano che è venuto a farsi uccidere fra i nostri piedi, ha avuto una
gran buona idea.
— Non vi capisco, signor Alvaro.
— Vieni con me.
— E non fuggirà la testuggine?
— Non temere; quando questi rettili si trovano rovesciati sul dorso non
sono più capaci di raddrizzarsi.
La ritroveremo ancora al suo posto.
Il mozzo lo seguì domandandosi che cosa potesse entrarci il caimano
colla testuggine e colla traversata della palude.
L’_jacarè_ — tale è il nome che danno gl’indiani a quei pericolosi
abitanti delle savane e dei fiumi — si trovava sempre disteso fra
le canne. Il calore solare, sviluppando i gaz interni, l’aveva
prodigiosamente ingrossato e pareva che il suo ventre giallastro fosse
lì lì per iscoppiare.
— Com’è brutto! — esclamò il mozzo. — Già non era bello neanche prima,
ma ora fa paura. —
Alvaro vibrò un colpo di scure sul fianco del rettile, balzando poi
rapidamente da una parte. Gli intestini proiettati dai gaz interni, si
contorsero sull’erba.
— Ecco quello che mi occorre, — disse.
— Le budella di questa brutta bestiaccia?
— Sì, Garcia.
— Vorresti fare dei salami di tartaruga, signore.
— No, d’aria.
Quella parola fu una rivelazione per l’intelligente ragazzo.
— Ah! Ora vi ho compreso! — esclamò. — Che superba idea, signore!
— Giacchè mi hai capito, aiutami. —
Con pochi colpi di coltello staccò gl’intestini e li trascinò sulla
riva dove si mise a vuotarli ed a pulirli aiutato efficacemente dal
mozzo.
La faccenda non fu lunga.
— Un pezzo di canna ora ed un po’ di spago, — disse Alvaro.
— Un marinaio non manca mai di corda, — rispose il mozzo.
Legarono solidamente l’estremità del budello, introdussero un pezzo di
canna traforata nell’altro e Alvaro cominciò a soffiare a tutta forza.
Ci volle un buon quarto d’ora prima che l’intestino che era lungo ben
dodici metri, fosse completamente pieno d’aria.
— Ora andiamo a legarlo intorno alla testuggine, — disse Alvaro quando
ebbe chiusa l’altra estremità. Vedremo se il rettile sarà capace di
lasciarsi affondare.
Alzarono con precauzione il budello onde i rami spinosi dei cespugli
non lo guastassero e riattraversarono l’isolotto.
La povera _mydas_, non ostante i suoi sforzi disperati, si trovava
ancora rovesciata sul dorso. Agitava pazzamente le larghe zampaccie
e allungava ed accorciava comicamente il collo senza però riuscire
nemmeno a scuotere il pesante guscio.
Alvaro ed il mozzo la circondarono col budello, assicurandolo
solidamente sui margini della corazza ossea indi per meglio impedire
al rettile di sommergersi e anche per riparare il leggiero galleggiante
che poteva venire offeso dalle spine delle _victorie_, e scoppiare sul
momento, legarono come meglio poterono alcuni fasci di canne, formando
una specie d’armatura.
— Come si troverà male questa povera tartaruga, quando sarà in acqua, —
disse il mozzo ridendo.
— Specialmente quando la cavalcheremo, — rispose Alvaro.
— E come farete a guidarla, signore?
— A colpi di bastone, mio caro che le applicherai a destra od a
sinistra.
— Voi però avete dimenticato una cosa importantissima.
— E quale, mio buon Garcia?
— Io dovrò rimanere sull’isolotto, giacchè due saremmo troppi per la
testuggine.
— Sarò io invece che aspetterò il tuo ritorno. Tu sei molto meno
pesante di me e riuscirai meglio nell’impresa.
— E voi come attraverserete la palude?
— Con una zattera che costruirai. Vorresti tu che la testuggine fosse
così sciocca da tornare da sola qui per prendermi?
— Trovate risposta a tutto, signore.
— Hai paura?
— Monterei anche un serpente purchè mi conducesse alla riva, — rispose
il coraggioso ragazzo, senza esitare.
— Allora mettiti in viaggio. Porterai con te l’archibugio e la scure.
Bada di tenere le gambe ben raccolte sul guscio e se vedi qualche
caimano accostarsi, spara senza far economia di palle e di polvere.
D’altronde credo che nessuno oserà importunarti e sono certo che tu
approderai alla riva senza incidenti.
— Sarò un cavaliere ben comico, signore. Cavalcare una tartaruga! Non
me lo sarei mai immaginato.
— Sbrighiamoci, Garcia. Ho sete e anche molta fame e tu non devi averne
meno. Questa sera però prenderemo una bella rivincita.
— Cucinando la mia cavalcatura?
— Dentro il suo guscio, — rispose Alvaro, ridendo.
Rovesciarono con precauzione la testuggine spingendola verso la riva.
Il povero rettile, imbarazzato dalle canne che gli pendevano dai
fianchi, pareva smarrito e tentava ad ogni istante di girare su sè
stesso, ma una poderosa randellata lo costringeva a tirare innanzi.
Appena vide l’acqua vi si precipitò con impeto, sperando di sbarazzarsi
delle canne e di scomparire sotto. Il mozzo lesto come un gatto si era
già appollaiato sul largo guscio, incrociando le gambe come i turchi.
Sentendo quel peso gravitargli addosso e sentendosi trattenere a galla
non ostante i suoi sforzi per lasciarsi colare a picco, il rettile
parve che impazzisse.
Girava su sè stesso, battendo furiosamente le zampacce, allungava più
che poteva il collo e dimenava la testa e la coda in tutti i sensi.
Vani sforzi. L’intestino, ben gonfio e le canne la mantenevano
ostinatamente alla superficie.
— Ah! La bella trovata! — gridava il mozzo, lavorando vigorosamente di
randello. — Signor Alvaro! Che superba zattera! Filerà come se avessi
il vento in poppa! —
Il portoghese rideva a crepapelle vedendo gli sforzi disperati che
faceva il rettile per sbarazzarsi del suo strano cavaliere.
Porse al mozzo il moschetto e la scure e gli diede il segnale della
partenza con un «buon viaggio, amico.»
— Tornerò più presto che potrò, signore, — rispose il mozzo. — Orsù,
cammina bestiolina! —
La testuggine ormai convinta della inutilità dei suoi sforzi, si era
scostata dall’isolotto avanzando velocemente in mezzo alla palude.
Di quando in quando tentava di gettarsi in mezzo alle larghe foglie
delle victorie o fra i gruppi di canne, ma Garcia con due o tre
randellate, applicate senza misericordia, la costringeva a mantenere
una linea pressochè diretta.
La povera bestia, pazza di paura, nuotava rapidissima. Una buona
scialuppa montata da due rematori non sarebbe andata più lestamente.
— Va a meraviglia, — disse Garcia, dopo d’aver dato uno sguardo alla
riva, più prossima che come si disse, distava dall’isolotto almeno tre
miglia. — Se continua così fra una mezzora e anche meno, approderò.
Ritirò le gambe, accomodandosi meglio che potè sul largo guscio, si
mise l’archibugio armato sulle ginocchia, la scure dinanzi e guardò
verso l’isolotto.
Alvaro, ritto sulla riva col fucile in mano, lo seguiva cogli sguardi,
evidentemente soddisfatto della sua trovata.
— Andrò a prenderlo presto, — si disse il mozzo. — Una zattera non è
difficile a costruirsi quando si ha una buona scure e del legname in
abbondanza, e vedo che gli alberi non mancano sulle rive della palude.
La testuggine continuava la sua corsa, sbuffando. Non cercava più di
cacciarsi in mezzo alle _victoria_ e alle canne temendo probabilmente
di provocare da parte del suo strano cavaliere una tempesta di legnate.
Già un buon miglio era stato attraversato, quando il mozzo s’accorse di
essere seguito da un paio di caimani.
Le brutte bestiaccie si tenevano quasi interamente sommerse, non
mostrando che l’estremità del muso e le piante acquatiche che erano
cresciute sul loro dorso, sperando di avvicinarsi inosservati, ma il
mozzo che guardava anche alle spalle si era subito accorto della loro
presenza dalla scìa che si lasciavano indietro.
Si tenevano però ad una distanza di quaranta o cinquanta passi e
pareva, che almeno pel momento, non avessero alcuna intenzione di
assalirlo. Probabilmente erano molto sorpresi e fors’anche inquieti e
non riuscivano a rendersi un conto esatto che cosa fosse quello strano
cavaliere che pareva galoppasse sulle acque della savana.
— Ecco una scorta pericolosa che rimanderei volentieri, — disse Garcia
più seccato che atterrito. — Che vogliano mangiare le zampe al mio
cavallo? Fortunatamente ci sono qui io a difenderlo.
Ritirò più che potè i piedi e armò l’archibugio, risoluto a servirsene
se i due rettili avessero dato segno di intenzioni aggressive.
La testuggine, come se si fosse accorta del pericolo, aveva raddoppiata
la corsa. Anzi di quando in quando volgeva il capo verso il mozzo come
per chiedergli protezione.
I due _jacarè_ non pareva che avessero fretta ad assalire. Seguivano
però sempre la testuggine nella sua corsa disordinata, mostrando
talvolta le loro mascelle armate di formidabili denti. Garcia
cominciava ad inquietarsi ed a trovarsi anche a disagio. La riva era
ancora lontana più d’un miglio e mezzo ed in quella parte della savana
non si scorgeva alcun isolotto su cui rifugiarsi nel caso che la povera
testuggine venisse assalita e privata delle sue zampe.
— Come la finirà? — si chiedeva il ragazzo che cominciava a
spaventarsi. — Quelle due bestiaccie non mi sembrano disposte a
lasciarci. Se con un colpo di coda mi gettassero giù?
Si volse e vide con terrore che uno dei due _jacarè_, il più grosso,
cominciava ad affrettare la corsa e mostrare il rugoso dorso. Certo si
preparava per l’attacco.
— Proviamo ad arrestarlo, — disse il mozzo.
Prese l’archibugio, versò alcuni granelli di polvere nello scodellino
onde essere più sicuro del colpo e alzatosi sulle ginocchia mirò il
caimano il quale non si trovava ormai che a quindici passi e che teneva
le mascelle aperte.
— Imiterò il signor Alvaro, — disse il coraggioso ragazzo.
E fece fuoco nella gola spalancata del mostro.
Udendo lo sparo la testuggine fece un soprassalto così brusco, che
per poco il mozzo non fu precipitato in acqua. Ebbe appena il tempo
di appoggiarsi sulle canne e di riafferrare l’archibugio che gli era
sfuggito dalle mani.
L’_jacarè_ che aveva ricevuta la scarica in piena gola, aveva fatto
un salto enorme, slanciandosi quasi tutto fuori dall’acqua, poi era
ricaduto contorcendosi furiosamente e avventando a destra ed a manca
formidabili colpi di coda.
Dalla gola, che doveva essere stata attraversata dal grosso proiettile,
il sangue gli usciva a fiotti arrossando le acque.
Il suo compagno, spaventato certo dallo sparo, si era subito inabissato
scomparendo in mezzo ad un gruppo di _victorie regie_.
— Al galoppo! — gridò il mozzo con voce lieta, tempestando il guscio
della testuggine.
La _mydas_ non aveva bisogno di essere incoraggiata. Pazza di terrore
fuggiva disordinatamente dirigendosi verso la riva la quale si
delineava ormai nettamente colle sue altissime piante.
In meno di dieci minuti attraversò l’ultimo tratto della savana e
salì la spiaggia arrestandosi, completamente esausta, dinanzi ai primi
alberi.