Si era alzato per spingersi innanzi, ma ad un tratto si sentì atterrare
e scaraventare dieci passi lontano, in mezzo ad un fitto cespuglio che
per sua fortuna gli attutì la violenza del colpo.
Il sauriano non era ancora morto non ostante la spaventevole ferita,
e furioso aveva vibrato un colpo di coda colla speranza di abbattere
ancora i suoi nemici. Se fosse stato ancora nella pienezza delle sue
forze, Alvaro sarebbe stato certamente colpito a morte, possedendo
quei rettili una tale potenza nella loro coda da fracassare perfino
i fianchi delle scialuppe. Fortunatamente quel colpo non era stato
vibrato che debolmente.
Il mozzo, vedendo il portoghese a cadere ed il caimano rivoltarsi
ancora come se si preparasse a caricare, gli sparò precipitosamente
una seconda archibugiata senza ottenere alcun successo. Ignorando la
incredibile resistenza che offrono le scaglie ossee che ricoprono il
dorso di quei mostri, aveva mandato il proiettile un po’ dietro le
spalle e la palla si era schiacciata senza produrre alcuna lesione
grave.
— Signor Alvaro! — urlò, atterrito, vedendo il sauriano riaprire le
mascelle.
Il signor di Correa, quantunque intontito da quella volata
assolutamente inaspettata, non aveva perduta la sua presenza di
spirito.
[Illustrazione: Un serpente enorme lo aveva avvolto fra le sue
spire. (CAP. X).]
Udendo il secondo sparo, aveva compreso che il ragazzo si trovava in
pericolo. Si sbarazzò d’un colpo solo dei rami che lo tenevano in certo
modo prigioniero e si slanciò, quantunque zoppicante, verso la riva,
frapponendosi fra il mozzo ed il caimano.
Questi non aveva ancora assalito il ragazzo e d’altronde non poteva
più servirsi delle sue mascelle una delle quali, la superiore,
completamente fracassata presso la gola, gli pendeva in parte come una
enorme suola da scarpe.
Poteva però voltarsi e far ancora uso della sua formidabile coda.
— Ah! Canaglia! — gridò Alvaro. — Hai la pelle ben dura tu!
— Prendete signore! — disse il mozzo, porgendogli la scure.
Il portoghese con una temerità straordinaria in un lampo fu addosso
al rettile, tempestandogli il cranio di colpi così terribili da farlo
risuonare come una gran cassa.
Al terzo colpo l’ossatura cedette e la scure rimase infitta nella
materia cerebrale.
Questa volta il rettile aveva avuto davvero il suo conto. Si distese
quanto era lungo, abbassò il muso cacciandolo in mezzo alle erbe, un
lungo brivido scosse tutto il suo corpo, poi cadde bruscamente mandando
un lungo sospiro che parve un gorgoglío soffocato.
— Sono ben duri da ammazzare questi bestioni! — esclamò Alvaro,
guardando con vivo interesse il rettile. — Hanno una vitalità
incredibile che è quasi pari a quella dei pesci-cani!
— Signor di Correa, non vi ha ferito questo mostro? Credevo che con
quel colpo di coda vi avesse ucciso.
— Ho le costole ancora tutte indolenzite, ma mi pare che non vi sia
nulla di guasto nella mia macchina, — rispose il portoghese sorridendo.
— Mi ha fatto fare una volata magnifica senza conseguenze. Se non
fosse stato però gravemente ferito, non so se sarei ancora qui a
raccontartela. Sai che questo caimano misura almeno sette metri?
— Che sia uno dei più grossi?
— Lo suppongo.
— È almeno buono a mangiarsi?
— Puah! Mangiare della carne di caimano? Non senti come puzza di
muschio?
— Allora non ci servirà a nulla.
— Si potrebbe utilizzare la sua pelle per fare delle scarpe; siccome
però le nostre sono ancora in ottimo stato lo lascieremo ai serpenti se
ve ne sono.
Mio caro Garcia, andiamo a dormire.
— E se ne vengono degli altri? — chiese il mozzo.
— Veglieremo per turno. —
Lasciarono il caimano che non dava più segno di vita e tornarono
all’accampamento.
Colla scure falciarono delle erbe formando due soffici giacigli e si
coricarono lasciando che il fuoco si spegnesse.
Alvaro s’incaricò del primo quarto di guardia.
Contrariamente alle loro previsioni, la notte trascorse
tranquillissima, senza allarmi, solamente dopo la mezzanotte udirono
a più riprese quell’inesplicabile muggito che li aveva tanto sorpresi,
risuonare sotto le nere acque della palude.