Temendo che gl’indiani potessero scorgere la fiamma, dubitando che
avessero già lasciata la foresta, scelsero un luogo riparato dalle
piante.
Raccolsero delle canne secche e dei rami morti e si sedettero intorno
al piccolo falò sorvegliando la cottura dei pesci.
Le tenebre cominciavano a calare e dalle acque si alzava una nebbiola
carica di esalazioni pestifere, quella nebbia pericolosissima che
produce febbri mortali e anche la terribile febbre gialla.
Miriadi di zanzaroni volteggiavano fra le canne, mentre in alto
svolazzavano a zig-zag certi grossi pipistrelli che avevano delle
ali di quasi mezzo metro, forse quei pericolosissimi vampiri rossi
che succhiano il sangue alle persone e agli animali che sorprendono
addormentati.
Sulle larghe foglie delle _victorie_, passeggiavano invece gravemente,
sui loro lunghissimi trampoli i _piassoca_, lasciandosi trasportare
dal venticello che spingeva quelle zattere verdeggianti, attraverso
la palude, mentre i _bentivi_, ritti sulle canne, lanciavano il loro
monotono e melanconico grido: _ben-ti-vi... ben-ti-vi_... ed i bianchi
_uroponga_ nascosti fra i cespugli degli isolotti lanciavano in aria,
rompendo bruscamente il silenzio, le loro note acute che somigliano
allo squillo d’una campana od al battere d’un martello su un’incudine.
— Come è tetra questa palude, — disse Alvaro che sorvegliava la cottura
dei due _traira_. — Mi mette indosso una tristezza infinita.
— E anche a me, signore, — rispose il mozzo, — e amerei meglio trovarmi
sulle sponde della baia.
— Vi torneremo presto, ragazzo mio. Domani attraverseremo questa palude
e marcieremo verso oriente fino a che l’avremo ritrovata.
Non dobbiamo essere lontani più d’un paio di miglia. Ah!
— Che cosa avete, signore?
— Hai assaggiata l’acqua di questa palude?
— Non ancora.
— Se fosse invece una laguna comunicante col mare?
— Faremo presto a saperlo. Finchè voi levate dal fuoco i pesci, io vado
a bere una sorsata d’acqua, quantunque sia così nera da non far gola
nemmeno ad un assetato. —
Il mozzo si alzò e s’avvicinò alla riva immergendovi una mano.
— È salmastra, — disse. — Che questa palude abbia qualche comunicazione
col mare non v’è dubbio. —
Stava per rialzarsi quando vide passare, a dieci o dodici passi dalla
riva una massa oscura che pareva formata da un ammasso di piante
acquatiche e gli pervenne agli orecchi un vagito.
— Un isolotto che cammina e che piange come un bambino, — esclamò.
Un rumor sordo, come quello che produce una cassa nel rinchiudersi lo
avvertì di guardarsi da quell’isolotto.
— Che sia un caimano? — si chiese rabbrividendo.
Anche Alvaro aveva udito quei rumori e si era affrettato ad accorrere,
portando i due archibugi.
— Che cosa fai Garcia? — chiese vedendo che il mozzo non si muoveva.
— Quella brutta bestia deve spiarci, signore, — rispose il ragazzo,
— ammesso se sia veramente una bestia non vedendo io altro che delle
canne che passeggiano sull’acqua.
— Non vorrei trovarmi nella bocca che si nasconde sotto quelle piante
acquatiche, — disse Alvaro. — Non sono i caimani nè così enormi nè così
feroci come i coccodrilli africani, tuttavia sono sempre pericolosi e
non sdegnano la carne umana, anzi.
— Degni vicini dei selvaggi. In questo paese sono tutti divoratori
d’uomini. Il soggiorno nel Brasile non riuscirà mai gradevole agli
europei.
— Eh! Lo vedi? Cerca d’accostarsi inosservato al nostro isolotto.
Lasciamolo venire e andiamo a cenare prima che l’arrosto diventi freddo.
— Terrò gli occhi ben aperti, signore.
— Ed io gli archibugi pronti. —
Il signor di Correa che non sembrava molto inquietarsi della vicinanza
del pericoloso rettile, il quale d’altronde si era fermato ad una
quarantina di metri, celandosi in mezzo alle immense foglie delle
_victoria_, tornò tranquillamente all’accampamento improvvisato fra le
piante e si mise, per modo di dire, a tavola, squartando sgozzando i
due _traira_. —
Quantunque mancasse il sale e non avessero nulla da sostituire il pane,
fecero scomparire ben presto i due pesci, la cui carne fu giudicata da
entrambi deliziosissima.
Avevano appena terminato, quando udirono fra le canne che crescevano
sulle rive dell’isolotto dei fruscii sospetti.
— È il caimano che cerca di issarsi sulla sponda, — disse Alvaro
sottovoce, armando rapidamente il suo archibugio.
Si gettò bocconi fra le erbe che erano alte e si mise a strisciare
verso la riva, fiancheggiato dal mozzo che si era armato anche della
scure.
Il fruscio continuava e si scorgevano le cime delle canne a ondeggiare,
come se un grosso corpo cercasse di aprirsi il passaggio.
— Che sia proprio il caimano? — chiese Garcia con un filo di voce.
— Non ne dubito, — rispose Alvaro.
— L’affronterete?
— Gli scaricherò fra le mascelle l’archibugio. Vedremo se con una
pillola di piombo che pesa due oncie sarà ancora in grado di tornarsene
in acqua. —
Erano giunti presso la riva ma ogni rumore era cessato. Eppure il
caimano non doveva essere lontano. Il venticello notturno portava fino
ai due naufraghi un acuto odore di muschio, profumo che esalano quei
brutti rettili delle savane americane.
— Che sia tornato nella palude? — si chiese Alvaro.
Stava per alzarsi sulle ginocchia, quando le canne che stavano dinanzi
a lui si schiusero bruscamente e due mostruose mascelle, armate di una
vera rastrelliera d’avorio, si spalancarono sprigionando quel fetore
nauseante di carni corrotte che esalano le gole sanguinose delle belve.
— _Carraco!_ — esclamò Alvaro, puntando rapidamente l’archibugio già
armato e cacciando la canna entro l’enorme gola del rettile. —
Risuonò una detonazione soffocata, giacchè le due formidabili mascelle
si erano subito rinchiuse, credendo di stritolare come un fuscello la
grossa canna del fucile.
Il caimano, che aveva inghiottita la carica, bruciandosi e
fracassandosi la gola, si rizzò tutto d’un colpo sulla coda come un
serpente che sta per scagliarsi sulla preda, lanciando un profondo
muggito, poi cadde all’indietro agitando pazzamente le zampe larghe e
palmate.
— Pare che abbia trangugiato malamente il confetto di piombo, — disse
Alvaro. — Deve essergli rimasto in gola.