CAPITOLO V.

Nelle foreste brasiliane.

La loro corsa non durò più di un quarto d’ora, poichè ben presto si

videro costretti a rallentarla in causa delle innumerevoli difficoltà

che presentava quella foresta, diventata da un momento all’altro un

vero caos di cespugli, di tronchi, di liane e di radici smisurate.

Era la vera foresta vergine, che in quell’epoca copriva la maggior

parte del Brasile, stendendosi quasi senza interruzione fra le rive

dell’Atlantico e la gigantesca catena delle Cordigliere.

Graziose _bactris_, superbe massimiliane regie, gigantesche palme

maurizie dalle larghe foglie disposte a ventaglio, le foltissime

_curgia_ che s’incurvano verso terra e che sono quasi prive di fusto

e spinosi _javary_ s’intrecciavano in tutti i sensi colle _passiflore

maraniga_, colle liane _sipò_ color giallastro che formano delle

sottilissime reti entro le quali gli stessi indiani si trovano

imbarazzati a uscirne e alle _carica papaia_, specie di piante da

zucche che producono certi cucurbitacei grossissimi quantunque di

sapore poco delicato.

Alvaro ed il mozzo, imbarazzatissimi, si erano arrestati, cercando il

modo di forzare quella vera parete di verzura, che pareva non offrisse

passaggi.

— Sarà un po’ difficile a cacciarsi lì dentro, — disse Alvaro. — Non ho

mai veduto una simile boscaglia.

— Eppure siamo ancora troppo vicini alla costa per fermarci qui, —

disse il mozzo. — Facciamo come le scimmie, signore, se non vi spiace.

Così almeno non lascieremo tracce visibili se gl’indiani vorranno

inseguirci.

— Il tuo consiglio è buono, ragazzo. Imitiamo dunque i

quadrumani. —

Vedendo che a terra non potevano sperare d’avanzarsi, s’aggrapparono

ai festoni delle liane e cominciarono bravamente la loro marcia aerea

quantunque non poco imbarazzati dalle munizioni e dalle armi.

Passando fra un ramo e l’altro e scivolando fra le innumerevoli maglie

delle liane, avevano guadagnato un centinaio di metri, quando un

improvviso baccano li arrestò.

Delle urla orribili e acutissime si erano improvvisamente alzate in

mezzo alla foresta, rompendo bruscamente il silenzio che vi regnava

poco prima.

Pareva che si scannassero delle persone o che si sottoponessero a delle

torture atroci, giacchè quegli esseri mandavano tali lamenti da far

rabbrividire.

— Signore! — esclamò il mozzo che si era fermato a cavalcioni d’un

ramo. — Si massacra qualcuno!

— Qualcuno! Mi pare che si sgozzino o che si martirizzino parecchie

persone.

— Che vi sia qualche tribù di indiani in questa foresta?

— È quello che sospetto, Garcia.

— Occupati forse a torturare dei prigionieri prima di metterli sulla

graticola?

— Ma.... ora cantano quei prigionieri! — esclamò Alvaro che ascoltava

attentamente.

Le urla lamentevoli erano improvvisamente cessate e si udiva invece un

salmodiare strano come se in quella foresta si fossero radunati un paio

di dozzine di frati.

Alvaro guardò il mozzo.

— Cantano o m’inganno io?

— Si direbbe, signore, che gl’indiani stanno pregando.

— E questo rumore, che cos’è? —

Anche quei borbottamenti erano cessati e si udivano dei colpi sonori

come se una turba di spaccalegna fosse occupata a spezzare dei tronchi

d’albero, interrotti da certi gorgoglii che parevano prodotti da

torrenti.

— È impossibile che siano indiani gli autori di questi scherzi, — disse

Alvaro. — To’! Ora riprendono le urla lamentevoli ed i canti. Voglio

scoprire questi concertisti.

— Chi credete che siano?

— Non saprei, non degli uomini di certo. Andiamo a vedere. —

Convinti di non aver da fare con dei selvaggi, ripresero la loro marcia

aerea, mentre la foresta rintronava con un crescendo formidabile di

urla, di borbottamenti, di gorgoglii e di colpi sonori.

Gli autori di quello strano concerto non dovevano essere lontani.

Nondimeno i due naufraghi procedevano lentamente, con infinite

precauzioni, non sapendo ancora se gli esecutori di quello spaventevole

fracasso fossero indiani od animali.

Dopo aver percorso un duecento metri, si arrestarono.

Sulla cima di un albero enorme, che cresceva in mezzo ad una piccola

radura, si trovavano radunati i concertisti. Quella pianta era un

superbo _summameira_, uno dei più colossali che s’incontrano nelle

foreste brasiliane, dalla corteccia bianchissima ed i rami assai

nodosi, disposti simmetricamente ed il tronco sorretto alla base da

grosse radici, specie di sproni naturali che si elevano fino ad otto

ed anche a dieci piedi dal suolo formando una serie di scompartimenti

entro i quali possono trovare comodamente rifugio due e anche più

persone.

Uno scoppio di risa sfuggito ad Alvaro, aveva fatto cessare

improvvisamente quello strano concerto.

Gli esecutori, spaventati, avevano abbandonato il tronco del gigantesco

vegetale, rifugiandosi sui rami.

— Delle scimmie! — aveva esclamato il giovane. — Che gola hanno dunque

quei quadrumani per imitare così bene i frati o gli ebrei quando

cantano nelle loro sinagoghe? —

I concertisti erano veramente delle scimmie, delle _barbado_ chiamate

anche _guariba buio_, col pelame bruno e le mani, la testa e la coda

nerissime.

Scorgendo i due naufraghi, si erano affrettate a disperdersi fra

i rami della pianta, manifestando la loro collera con dei rauchi

borbottamenti, poi tutto d’un tratto si misero, dietro ad un vecchio

maschio, il direttore del coro con un’agilità sorprendente su una

pianta vicina, scomparendo rapidamente fra i festoni delle liane e le

fronde.

— Possono vantarsi di averci fatto passare un brutto quarto d’ora, —

disse Garcia, ridendo. — Bel modo di spaventare la gente che passeggia

nelle foreste.

Io avrei giurato che si martirizzavano dei prigionieri.

— Ed anch’io, Garcia, — rispose Alvaro. — Se saremo costretti a

fermarci molto tempo in queste foreste ne vedremo delle belle. To’!

Guarda come ha degli incavi quell’albero.

Prenderemo possesso di una di quelle celle per passare la notte,

giacchè il sole sta per tramontare.

— E la cena, signore? Quelle pere erano squisite però mi sento lo

stomaco vuoto.

— Cerchiamo delle frutta.

— Preferirei una bistecca, signore.

— Oh! Il ghiottone! Sei un po’ esigente, ragazzo.

— Ma sono certo che non la sdegnereste, signor Correa.

— Non oserei affermare il contrario; disgraziatamente le nostre

costolette devono essere ancora ben lontane e saremo costretti ad

accontentarci di qualche frutto.

— Ecco là una pianta che ci fornirà la cena. —

Si lasciò scendere, servendosi d’una liana. Aveva già toccato il suolo

quando Garcia lo vide balzare rapidamente indietro, facendo un gesto di

ribrezzo.

— Signor Alvaro! — gridò il mozzo. — Ah! l’orribile bestia!

— Qualche serpente!

— Lo si direbbe un rospo.... ma che rospo! —

Una schifosa bestia che saltellava fra le foglie secche era sfuggita

sotto i piedi del naufrago. Era uno di quei sapos de minas che sono

così abbondanti nelle foreste umide del Brasile, un rospo grosso quanto

un cappello, colla pelle a chiazze gialle e nere e colle appendici

cornute.

— Che bestiaccia! — esclamò Garcia, saltando da una parte. — Non ne ho

mai vista una più ributtante, signore.

— Ti credo, — rispose Alvaro, allungandole un calcio per farla fuggire

più presto.

— E quelle bestie che saltano come se avessero le molle sotto le gambe?

Non le vedete signore? Ah! Per bacco! Non si sono mai vedute delle rane

di questa specie.

— Delle rane!

— Ma, signor Alvaro!... Hip! Hep! Che salti! Come sono comiche! —

Una banda di rane tutte nere, che avevano le gambe posteriori

lunghissime, aveva invasa la radura spiccando dei salti altissimi.

Erano delle _parraneca_, che si divertivano a gareggiare fra di loro,

innalzandosi fino ai rami della _summameira_.

Sono così agili e svelte che riescono sovente ad introdursi perfino

nelle case, entrando per le finestre.

La truppa, sempre saltando disordinatamente, attraversò la radura e

scomparve nel folto della boscaglia.

— Ci deve essere qualche palude o qualche laguna qui presso, —

disse Alvaro. — Domani andremo a cercarla e tenteremo di procurarci

del pesce. Ho portato con me degli ami e non sono un cattivo

pescatore. —

Si diressero verso la pianta che avevano già adocchiata, i cui rami si

piegavano sotto il peso di certe frutta che somigliavano a pigne, color

verde.

Non avevano scelto male. Avevano messo le mani su un _pinha_, pianta

preziosissima e tenuta in molta considerazione anche dagl’indiani

essendo le sue frutta squisitissime, anzi le migliori che si raccolgano

nei climi equatoriali.

Le pigne che produce in grande quantità, contengono infatti nelle loro

squame interne una specie di crema biancastra, delicatissima e che non

ha nulla da invidiare a quella dei _durion_ della Malesia.

I due naufraghi in mancanza d’un cibo più solido ne fecero una

scorpacciata, poi si rannicchiarono in una cella del _summameira_

che poteva contenerli comodamente, ed anche ripararli benissimo

dall’umidità della notte.

Il sole era tramontato e le tenebre calavano rapidamente, oscurando

la foresta già poco chiara anche in pieno giorno, in causa della

impenetrabile vôlta di verzura che la copriva.

Mille strani rumori, che facevano sobbalzare il mozzo e trepidare anche

Alvaro, cominciavano a udirsi sotto il cupo fogliame ed in mezzo ai

foltissimi cespugli che formavano come una seconda foresta sotto le

piante d’alto fusto.

Ora erano dei fischi acutissimi, interminabili, che parevano lanciati

da fischietti e che rompevano improvvisamente il maestoso silenzio che

regnava nella immensa foresta, come se centinaia di mastri di marina

comandassero delle manovre; ora invece erano dei muggiti formidabili

come se delle mandrie di buoi pascolassero sotto gli alberi; talvolta

invece erano lunghi gemiti che diventavano strazianti oppure tocchi di

campana o tintinnare di ferri.

Ad un tratto a tutti quei clamori misteriosi succedeva un breve

silenzio, poi i fischi ricominciavano, i sibili si ripetevano ed in

lontananza si udivano nuovi muggiti ed un assordante gracidare di rane

e di rospi.

Alvaro ed il mozzo, assai inquieti, non sapendo a chi attribuire tutto

quel frastuono, se ad animali pericolosi od a semplici esseri affatto

inoffensivi, non osavano chiudere gli occhi, quantunque si sentissero

stanchissimi.

Avevano udito a parlare vagamente di belve ferocissime che vivevano

nelle foreste americane, di giaguari e di coguari, e temendo di venire

da un istante all’altro assaliti da quei carnivori, si tenevano stretti

l’un l’altro, tenendo gli archibugi puntati per essere più pronti a far

fuoco.

Di quando in quando infiniti punti luminosi, che proiettavano dei lampi

d’uno straordinario splendore, piombavano sulla radura volteggiando

capricciosamente ora fra le alte erbe ed ora in mezzo alle fronde degli

alberi.

Erano battaglioni di _cucujos_ o meglio di _moscas de luz_, splendidi

insetti somiglianti alle nostre lucciole, assai più grandi e che

tramandano una luce vivissima dagli ultimi anelli addominali.

Lo sprazzo luminoso è così intenso, che con uno di quegli insetti si

può leggere comodamente e anche illuminare una piccola stanza, anzi

gl’indiani se ne servono ancora oggidì, per pescare, legandone alcuni

ad un bastone che fissano, alla sera, sulle prore delle loro piroghe.

Erano già trascorse due ore da che i naufraghi si trovavano

accovacciati entro il cavo dell’albero, quando udirono a breve distanza

un rumore strano che pareva prodotto dal sollevarsi e dal rompersi di

un’ondata, seguito subito da sibili acutissimi.

Il mozzo che già da qualche po’ si sentiva tremare le gambe, guardò il

signor di Correa, chiedendogli:

— È qualche grosso animale questo, signore?...

— Non te lo saprei dire giacchè io non riesco a scorgere nulla al di là

della punta del mio naso, — rispose Alvaro. — Quello che potrei dirti

è che comincio ad averne fino sopra i capelli delle foreste brasiliane

e che vorrei conoscere un po’ da vicino questi animali che fischiano,

che battono l’incudine, che suonano le campane e che rompono il sonno a

tutti.

Io mi domando come gli abitanti di queste regioni possono dormire con

tutto questo fracasso.

— Udite signore questo sibilo?

— Sì, Garcia. Che ci sia qualche gigantesco serpente qui presso?

— Io ho paura di quegli orribili rettili. Preferirei affrontare una

bestia feroce, signor Alvaro.

— Dovremo abituarci alla loro vista, mio povero ragazzo. Il pilota mi

ha narrato che nelle selve americane se ne trovano in gran numero e di

quelli mostruosi.

— Quando finirà questa notte? Mi pare interminabile.

— Chiudi gli occhi e cerca di dormire, — disse Alvaro. — Veglierò

io. —

Dormire? Non vi era da pensarvi! Il mozzo aveva appena abbassate le

palpebre che un’orchestra infernale fece rintronare l’immensa foresta

da una estremità all’altra.

Migliaia e migliaia di rane, come se avessero atteso un segnale, si

erano messe a gracidare formando una cacofonia spaventevole che avrebbe

svegliato anche un morto.

I batraci, come abbiamo detto, infestano a milioni e milioni le foreste

umide e alla notte gareggiano con zelo invidiabile. Ve ne sono varie

specie e non tutte si accontentano di gracidare. Vi sono batraci

che muggiscono come buoi, rospi che abbaiano come cani, ranocchi che

sembra si gargarizzino, altri che martellano come se avessero a loro

disposizione migliaia di caldaie da accomodare e altri ancora che

vivono sugli alberi, che fischiano come locomotive o che stridono come

ruote malamente ingrassate.

Immaginarsi che baccano! I timpani meglio conformati non possono

resistere.

— Signore! — esclamò il mozzo spaventato. — Che cosa succede? La fine

del mondo?

— Non spaventarti, sono rospi, — rispose Alvaro.

— Si direbbe che vi sono fra loro cani, bufali, calderai e ubbriachi

che cantano.

— Ci abitueremo anche noi a questi concerti, se vorremo dormire.

— Spero che non rimarremo a lungo in questo paese e che cercheremo un

mezzo qualunque per andarcene.

— Era quello che mi chiedevo poco fa, — rispose Alvaro.

— Dove andremo noi e quando potremo andarcene? Suppongo che non avrete

il desiderio di finire la vostra vita fra queste foreste.

— Anzi, nemmeno di terminare la mia esistenza su una graticola con un

contorno di banani e di pere cotte.

— Non vi sono stabilimenti di Europei su queste coste?

— Nemmeno uno, Garcia. Finora nessuno ha pensato a occupare il Brasile,

quantunque appartenga a noi dopo che il nostro compatriota Cabral ne ha

preso, pel primo, il possesso.

— Ho udito però raccontare che gli spagnuoli si sono impadroniti di

territorii immensi.

— È vero, Garcia, però sono molto lontani da noi i posti spagnuoli

e dovremmo attraversare quasi tutta l’America meridionale prima di

giungere al Perù.

— Un viaggio immenso?

— Di migliaia e migliaia di miglia attraverso foreste vergini abitate

da tribù di antropofagi e da belve d’ogni specie.

Non mi sentirei l’animo abbastanza forte per tentare un simile viaggio.

Ho udito a parlare invece di alcuni stabilimenti francesi che devono

trovarsi al sud del Brasile, presso la foce d’un fiume immenso che si

chiama la Plata.

Si potrebbe tentare di raggiungerli.

— Saranno pure lontani.

— So che quel fiume si trova al sud, non saprei dirti a quale distanza

da noi, — disse Alvaro.

— Ah! Signore! Credo che noi non usciremo più mai da queste selve e che

non vedremo più mai nè il nostro Tago nè il viso d’un uomo bianco, —

disse il mozzo sospirando.

— Non dispero. So che delle navi armate da negozianti dell’Havre, sono

più volte giunte sulle spiaggie del Brasile a caricare un certo legno

chiamato verzino da cui si trae una tintura bellissima, rossa come la

lacca.

Chi sa che non possiamo vederne qualcuna a giungere nella baia.

— Allora, signore, non allontaniamoci da queste coste.

— Anzi non le perderemo di vista e faremo delle frequenti escursioni al

sud ed al nord di quel magnifico porto.

Ecco che i batraci cominciano a mostrarsi stanchi. Approfittiamo per

gustare un po’ di riposo.

— E se qualche fiera approfittasse del nostro sonno per assalirci?

— Finora io non ho veduto altro che rane ed uccelli. E poi forse i

pochi naviganti che sono approdati su queste coste, hanno esagerata la

ferocia delle belve americane.

Teniamo il fucile fra le ginocchia e gli spadoni a fianco e

dormiamo. —

Si rannicchiarono nel cavo della _summameira_, l’uno presso l’altro e

non tardarono ad addormentarsi, malgrado le loro apprensioni.

I batraci dopo essersi sfiatati per un paio d’ore, a poco a poco

zittivano. Si udiva ancora che qualche salva di fischi o di muggiti,

poi la foresta tornava silenziosa.

Al mattino i due naufraghi, che avevano dormito tranquillamente tre

o quattro ore, furono svegliati da un altro concerto, meno assordante

però, che si eseguiva fra i rami del gigantesco albero.

Era una banda di _mahitaco_, piccoli pappagalli dalla testa turchina e

le penne verdi, incorreggibili chiacchieroni che gridano a piena gola

per delle intiere ore, senza mai un istante di tregua.

— In piedi, Garcia, — disse Alvaro stiracchiandosi le membra. — Il sole

è già alto e la colazione forse ancora lontana mentre l’appetito è in

aumento.

Non dimentichiamo che il cuoco della caravella si trova nel ventricolo

dei selvaggi.

— Dove andremo a cercarla, signore? — chiese il mozzo.

— Ci deve essere qualche stagno o qualche palude in questi dintorni, —

rispose Alvaro. — Andiamo a esplorare verso il luogo ove le rane ed i

rospi cantavano.

In mancanza di selvaggina ci accontenteremo di un buon arrosto di

pesci. —

Raccolsero e divorarono alcune _pinha_, cambiarono la carica agli

archibugi per tema che l’umidità della notte avesse guastata la polvere

e appesisi i due barilotti si cacciarono in mezzo agli alberi.

In quel luogo la foresta non era più folta come nel tratto che avevano

percorso il giorno precedente, essendo formata d’alberi d’alto fusto

e di grossezza enorme che non potevano crescere gli uni accanto agli

altri.

Erano palme gigantesche, alte più di sessanta metri, appartenenti a

quella specie detta della cera perchè dal tronco e anche dalle foglie

si estrae una materia grassa che serve benissimo alla fabbricazione

delle candele.

Se ne trovano in gran numero nelle foreste brasiliane e anche sulle

sierre dell’interno, potendo crescere fino ad un’altitudine di tremila

metri, quindi anche sulla grande catena delle Cordigliere.

A quell’epoca gl’indiani non utilizzavano che le sue frutta, o meglio

il germoglio, che è un cibo abbondante e sano, con un gusto delizioso

che rammenta quello del carciofo e anche dello sparago e che essi

trituravano e torrefacevano mescolandolo col latte estratto dal _pao de

vaca_.

Oggi invece forma la ricchezza delle tribù che posseggono i terreni su

cui quelle piante preziose crescono, estraendosi molte cose di somma

utilità da quei superbi vegetali. Si può anzi dire che tronco, foglie,

radici, tutto serve ed è utile.

Nella sola provincia di Ceara, i fazenderi che hanno piantagioni di

palme andicole, ricavano ogni anno non meno di novantamila _arrobas_ di

cera, ossia un milione e trecento ventidue chilogrammi, raccogliendola

parte sulle foglie e parte nel tronco.

E non è il solo prodotto, come abbiamo detto. Si impiegano le foglie,

che si prestano per un infinito genere di lavori, per fabbricare

panieri, ceste, stuoie solidissime, cappelli, cordami e perfino delle

stoffe grossolane e bruciandole ottengono anche un sale che è adoperato

nella fabbricazione dei saponi.

E perfino dalle radici si ottiene un medicinale impiegato con buon

successo nella guarigione delle malattie cutanee.

Alvaro ed il mozzo che non sospettavano nemmeno lontanamente la

preziosità di quelle piante, solo occupati a cercarsi la colazione che

sembrava molto lontana ancora, procedendo rapidamente giunsero ben

presto su un terreno assai umido che cedeva facilmente sotto i loro

piedi.

Canne smisurate cominciavano a prendere il posto delle palme, a ciuffi

enormi, mescolate ad ammassi di _cipò chumbo_, specie di convolvulacee

di color giallo e di _cumarù_ dai fiori porporini e nelle cui bacche

si trova chiusa la così detta _fava tonka_, usata dagl’indiani per

profumare il tabacco.

Un numero infinito di uccelli garriva fra quei vegetali; ed in mezzo ai

ceppi delle convolvulacee svolazzavano miriadi di quei vaghi uccellini

chiamati _beja flores_, i famosi uccelli mosca o colibrì, colle penne

superbe che riflettevano tutti i colori dell’arco baleno: verdi,

turchine, porporine e gialle a riflessi d’oro.

— Ci sarebbe da fare una frittata deliziosa, — disse il mozzo che

osservava con vivo interesse quei minuscoli volatili che scomparivano

interamente entro calici purpurei delle _cumarù_. — Come sono belli,

signor Alvaro! Sembrano incrostati di perle preziose.

— Ammirabili davvero ma non valgono un buon pappagallo, — rispose il

signor di Correa.

— Non ne mancano qui. Guardate su quell’albero quanti ve ne sono.

— E vedo anche delle bestiaccie che fanno ribrezzo, fuggire attraverso

i rami. Ah! Perdinci, come sono brutte! Che cosa saranno mai? —

Quelle che chiamava bestiaccie, erano dei lagarti, orribili lucertoloni

lunghi un buon metro, di color verde cupo, ma la cui pelle cambia

sovente di tinta quando sono specialmente irritati, al pari dei

camaleonti africani e che si tengono per lo più sugli alberi.

Sono velenosi, non però come le serpi e nondimeno la loro carne è

mangiabile, anzi è ricercatissima essendo bianca e gustosa come quella

dei polli e le coscie dei ranocchi.

Però anche se Alvaro l’avesse saputo, non avrebbe certamente avuto

il coraggio di regalarsi per colazione una di quelle bestiacce, anzi

temendo che fossero pericolose s’affrettò ad allontanarsi, facendo un

gesto di disgusto.

La palude o lo stagno dovevano essere vicinissimi. Il terreno era

saturo d’acqua e le canne aumentavano di passo in passo, mentre gli

alberi diventano sempre più radi.

— Ecco laggiù l’acqua, — disse il mozzo che precedeva Alvaro. — Si

direbbe che noi stiamo per giungere sulle rive d’un lago. —

Affrettarono il passo e si arrestarono dinanzi ad una vasta palude

ingombra di piante palustri e di foglie immense che parevano piccole

zattere, sulle quali passeggiavano gravemente numerosi trampolieri.

Più che una palude, doveva essere qualche savana sommersa, dal fondo

forse pericolosissimo, senza consistenza veruna.

Aveva un circuito di parecchie miglia ed a malapena si potevano

scorgere le piante che crescevano sulla riva opposta.

Qua e là si vedevano dei minuscoli isolotti coperti da palme e abitati

da un numero infinito di uccelli, di _tui_ di _japì_ e di _choradeira_

che lanciavano le loro grida lamentevoli piene d’infinita tristezza.

— Che acque nere, — disse il mozzo. — Si direbbe che vi hanno versato

dentro delle centinaia di botti d’inchiostro.

L'Uomo di Fuoco · 第 16 / 100 题