Nelle foreste brasiliane.
La loro corsa non durò più di un quarto d’ora, poichè ben presto si
videro costretti a rallentarla in causa delle innumerevoli difficoltà
che presentava quella foresta, diventata da un momento all’altro un
vero caos di cespugli, di tronchi, di liane e di radici smisurate.
Era la vera foresta vergine, che in quell’epoca copriva la maggior
parte del Brasile, stendendosi quasi senza interruzione fra le rive
dell’Atlantico e la gigantesca catena delle Cordigliere.
Graziose _bactris_, superbe massimiliane regie, gigantesche palme
maurizie dalle larghe foglie disposte a ventaglio, le foltissime
_curgia_ che s’incurvano verso terra e che sono quasi prive di fusto
e spinosi _javary_ s’intrecciavano in tutti i sensi colle _passiflore
maraniga_, colle liane _sipò_ color giallastro che formano delle
sottilissime reti entro le quali gli stessi indiani si trovano
imbarazzati a uscirne e alle _carica papaia_, specie di piante da
zucche che producono certi cucurbitacei grossissimi quantunque di
sapore poco delicato.
Alvaro ed il mozzo, imbarazzatissimi, si erano arrestati, cercando il
modo di forzare quella vera parete di verzura, che pareva non offrisse
passaggi.
— Sarà un po’ difficile a cacciarsi lì dentro, — disse Alvaro. — Non ho
mai veduto una simile boscaglia.
— Eppure siamo ancora troppo vicini alla costa per fermarci qui, —
disse il mozzo. — Facciamo come le scimmie, signore, se non vi spiace.
Così almeno non lascieremo tracce visibili se gl’indiani vorranno
inseguirci.
— Il tuo consiglio è buono, ragazzo. Imitiamo dunque i
quadrumani. —
Vedendo che a terra non potevano sperare d’avanzarsi, s’aggrapparono
ai festoni delle liane e cominciarono bravamente la loro marcia aerea
quantunque non poco imbarazzati dalle munizioni e dalle armi.
Passando fra un ramo e l’altro e scivolando fra le innumerevoli maglie
delle liane, avevano guadagnato un centinaio di metri, quando un
improvviso baccano li arrestò.
Delle urla orribili e acutissime si erano improvvisamente alzate in
mezzo alla foresta, rompendo bruscamente il silenzio che vi regnava
poco prima.
Pareva che si scannassero delle persone o che si sottoponessero a delle
torture atroci, giacchè quegli esseri mandavano tali lamenti da far
rabbrividire.
— Signore! — esclamò il mozzo che si era fermato a cavalcioni d’un
ramo. — Si massacra qualcuno!
— Qualcuno! Mi pare che si sgozzino o che si martirizzino parecchie
persone.
— Che vi sia qualche tribù di indiani in questa foresta?
— È quello che sospetto, Garcia.
— Occupati forse a torturare dei prigionieri prima di metterli sulla
graticola?
— Ma.... ora cantano quei prigionieri! — esclamò Alvaro che ascoltava
attentamente.
Le urla lamentevoli erano improvvisamente cessate e si udiva invece un
salmodiare strano come se in quella foresta si fossero radunati un paio
di dozzine di frati.
Alvaro guardò il mozzo.
— Cantano o m’inganno io?
— Si direbbe, signore, che gl’indiani stanno pregando.
— E questo rumore, che cos’è? —
Anche quei borbottamenti erano cessati e si udivano dei colpi sonori
come se una turba di spaccalegna fosse occupata a spezzare dei tronchi
d’albero, interrotti da certi gorgoglii che parevano prodotti da
torrenti.
— È impossibile che siano indiani gli autori di questi scherzi, — disse
Alvaro. — To’! Ora riprendono le urla lamentevoli ed i canti. Voglio
scoprire questi concertisti.
— Chi credete che siano?
— Non saprei, non degli uomini di certo. Andiamo a vedere. —
Convinti di non aver da fare con dei selvaggi, ripresero la loro marcia
aerea, mentre la foresta rintronava con un crescendo formidabile di
urla, di borbottamenti, di gorgoglii e di colpi sonori.
Gli autori di quello strano concerto non dovevano essere lontani.
Nondimeno i due naufraghi procedevano lentamente, con infinite
precauzioni, non sapendo ancora se gli esecutori di quello spaventevole
fracasso fossero indiani od animali.
Dopo aver percorso un duecento metri, si arrestarono.
Sulla cima di un albero enorme, che cresceva in mezzo ad una piccola
radura, si trovavano radunati i concertisti. Quella pianta era un
superbo _summameira_, uno dei più colossali che s’incontrano nelle
foreste brasiliane, dalla corteccia bianchissima ed i rami assai
nodosi, disposti simmetricamente ed il tronco sorretto alla base da
grosse radici, specie di sproni naturali che si elevano fino ad otto
ed anche a dieci piedi dal suolo formando una serie di scompartimenti
entro i quali possono trovare comodamente rifugio due e anche più
persone.
Uno scoppio di risa sfuggito ad Alvaro, aveva fatto cessare
improvvisamente quello strano concerto.
Gli esecutori, spaventati, avevano abbandonato il tronco del gigantesco
vegetale, rifugiandosi sui rami.
— Delle scimmie! — aveva esclamato il giovane. — Che gola hanno dunque
quei quadrumani per imitare così bene i frati o gli ebrei quando
cantano nelle loro sinagoghe? —
I concertisti erano veramente delle scimmie, delle _barbado_ chiamate
anche _guariba buio_, col pelame bruno e le mani, la testa e la coda
nerissime.
Scorgendo i due naufraghi, si erano affrettate a disperdersi fra
i rami della pianta, manifestando la loro collera con dei rauchi
borbottamenti, poi tutto d’un tratto si misero, dietro ad un vecchio
maschio, il direttore del coro con un’agilità sorprendente su una
pianta vicina, scomparendo rapidamente fra i festoni delle liane e le
fronde.
— Possono vantarsi di averci fatto passare un brutto quarto d’ora, —
disse Garcia, ridendo. — Bel modo di spaventare la gente che passeggia
nelle foreste.
Io avrei giurato che si martirizzavano dei prigionieri.
— Ed anch’io, Garcia, — rispose Alvaro. — Se saremo costretti a
fermarci molto tempo in queste foreste ne vedremo delle belle. To’!
Guarda come ha degli incavi quell’albero.
Prenderemo possesso di una di quelle celle per passare la notte,
giacchè il sole sta per tramontare.
— E la cena, signore? Quelle pere erano squisite però mi sento lo
stomaco vuoto.
— Cerchiamo delle frutta.
— Preferirei una bistecca, signore.
— Oh! Il ghiottone! Sei un po’ esigente, ragazzo.
— Ma sono certo che non la sdegnereste, signor Correa.
— Non oserei affermare il contrario; disgraziatamente le nostre
costolette devono essere ancora ben lontane e saremo costretti ad
accontentarci di qualche frutto.
— Ecco là una pianta che ci fornirà la cena. —
Si lasciò scendere, servendosi d’una liana. Aveva già toccato il suolo
quando Garcia lo vide balzare rapidamente indietro, facendo un gesto di
ribrezzo.
— Signor Alvaro! — gridò il mozzo. — Ah! l’orribile bestia!
— Qualche serpente!
— Lo si direbbe un rospo.... ma che rospo! —
Una schifosa bestia che saltellava fra le foglie secche era sfuggita
sotto i piedi del naufrago. Era uno di quei sapos de minas che sono
così abbondanti nelle foreste umide del Brasile, un rospo grosso quanto
un cappello, colla pelle a chiazze gialle e nere e colle appendici
cornute.
— Che bestiaccia! — esclamò Garcia, saltando da una parte. — Non ne ho
mai vista una più ributtante, signore.
— Ti credo, — rispose Alvaro, allungandole un calcio per farla fuggire
più presto.
— E quelle bestie che saltano come se avessero le molle sotto le gambe?
Non le vedete signore? Ah! Per bacco! Non si sono mai vedute delle rane
di questa specie.
— Delle rane!
— Ma, signor Alvaro!... Hip! Hep! Che salti! Come sono comiche! —
Una banda di rane tutte nere, che avevano le gambe posteriori
lunghissime, aveva invasa la radura spiccando dei salti altissimi.
Erano delle _parraneca_, che si divertivano a gareggiare fra di loro,
innalzandosi fino ai rami della _summameira_.
Sono così agili e svelte che riescono sovente ad introdursi perfino
nelle case, entrando per le finestre.
La truppa, sempre saltando disordinatamente, attraversò la radura e
scomparve nel folto della boscaglia.
— Ci deve essere qualche palude o qualche laguna qui presso, —
disse Alvaro. — Domani andremo a cercarla e tenteremo di procurarci
del pesce. Ho portato con me degli ami e non sono un cattivo
pescatore. —
Si diressero verso la pianta che avevano già adocchiata, i cui rami si
piegavano sotto il peso di certe frutta che somigliavano a pigne, color
verde.
Non avevano scelto male. Avevano messo le mani su un _pinha_, pianta
preziosissima e tenuta in molta considerazione anche dagl’indiani
essendo le sue frutta squisitissime, anzi le migliori che si raccolgano
nei climi equatoriali.
Le pigne che produce in grande quantità, contengono infatti nelle loro
squame interne una specie di crema biancastra, delicatissima e che non
ha nulla da invidiare a quella dei _durion_ della Malesia.
I due naufraghi in mancanza d’un cibo più solido ne fecero una
scorpacciata, poi si rannicchiarono in una cella del _summameira_
che poteva contenerli comodamente, ed anche ripararli benissimo
dall’umidità della notte.
Il sole era tramontato e le tenebre calavano rapidamente, oscurando
la foresta già poco chiara anche in pieno giorno, in causa della
impenetrabile vôlta di verzura che la copriva.
Mille strani rumori, che facevano sobbalzare il mozzo e trepidare anche
Alvaro, cominciavano a udirsi sotto il cupo fogliame ed in mezzo ai
foltissimi cespugli che formavano come una seconda foresta sotto le
piante d’alto fusto.
Ora erano dei fischi acutissimi, interminabili, che parevano lanciati
da fischietti e che rompevano improvvisamente il maestoso silenzio che
regnava nella immensa foresta, come se centinaia di mastri di marina
comandassero delle manovre; ora invece erano dei muggiti formidabili
come se delle mandrie di buoi pascolassero sotto gli alberi; talvolta
invece erano lunghi gemiti che diventavano strazianti oppure tocchi di
campana o tintinnare di ferri.
Ad un tratto a tutti quei clamori misteriosi succedeva un breve
silenzio, poi i fischi ricominciavano, i sibili si ripetevano ed in
lontananza si udivano nuovi muggiti ed un assordante gracidare di rane
e di rospi.
Alvaro ed il mozzo, assai inquieti, non sapendo a chi attribuire tutto
quel frastuono, se ad animali pericolosi od a semplici esseri affatto
inoffensivi, non osavano chiudere gli occhi, quantunque si sentissero
stanchissimi.
Avevano udito a parlare vagamente di belve ferocissime che vivevano
nelle foreste americane, di giaguari e di coguari, e temendo di venire
da un istante all’altro assaliti da quei carnivori, si tenevano stretti
l’un l’altro, tenendo gli archibugi puntati per essere più pronti a far
fuoco.
Di quando in quando infiniti punti luminosi, che proiettavano dei lampi
d’uno straordinario splendore, piombavano sulla radura volteggiando
capricciosamente ora fra le alte erbe ed ora in mezzo alle fronde degli
alberi.
Erano battaglioni di _cucujos_ o meglio di _moscas de luz_, splendidi
insetti somiglianti alle nostre lucciole, assai più grandi e che
tramandano una luce vivissima dagli ultimi anelli addominali.
Lo sprazzo luminoso è così intenso, che con uno di quegli insetti si
può leggere comodamente e anche illuminare una piccola stanza, anzi
gl’indiani se ne servono ancora oggidì, per pescare, legandone alcuni
ad un bastone che fissano, alla sera, sulle prore delle loro piroghe.
Erano già trascorse due ore da che i naufraghi si trovavano
accovacciati entro il cavo dell’albero, quando udirono a breve distanza
un rumore strano che pareva prodotto dal sollevarsi e dal rompersi di
un’ondata, seguito subito da sibili acutissimi.
Il mozzo che già da qualche po’ si sentiva tremare le gambe, guardò il
signor di Correa, chiedendogli:
— È qualche grosso animale questo, signore?...
— Non te lo saprei dire giacchè io non riesco a scorgere nulla al di là
della punta del mio naso, — rispose Alvaro. — Quello che potrei dirti
è che comincio ad averne fino sopra i capelli delle foreste brasiliane
e che vorrei conoscere un po’ da vicino questi animali che fischiano,
che battono l’incudine, che suonano le campane e che rompono il sonno a
tutti.
Io mi domando come gli abitanti di queste regioni possono dormire con
tutto questo fracasso.
— Udite signore questo sibilo?
— Sì, Garcia. Che ci sia qualche gigantesco serpente qui presso?
— Io ho paura di quegli orribili rettili. Preferirei affrontare una
bestia feroce, signor Alvaro.
— Dovremo abituarci alla loro vista, mio povero ragazzo. Il pilota mi
ha narrato che nelle selve americane se ne trovano in gran numero e di
quelli mostruosi.
— Quando finirà questa notte? Mi pare interminabile.
— Chiudi gli occhi e cerca di dormire, — disse Alvaro. — Veglierò
io. —
Dormire? Non vi era da pensarvi! Il mozzo aveva appena abbassate le
palpebre che un’orchestra infernale fece rintronare l’immensa foresta
da una estremità all’altra.
Migliaia e migliaia di rane, come se avessero atteso un segnale, si
erano messe a gracidare formando una cacofonia spaventevole che avrebbe
svegliato anche un morto.
I batraci, come abbiamo detto, infestano a milioni e milioni le foreste
umide e alla notte gareggiano con zelo invidiabile. Ve ne sono varie
specie e non tutte si accontentano di gracidare. Vi sono batraci
che muggiscono come buoi, rospi che abbaiano come cani, ranocchi che
sembra si gargarizzino, altri che martellano come se avessero a loro
disposizione migliaia di caldaie da accomodare e altri ancora che
vivono sugli alberi, che fischiano come locomotive o che stridono come
ruote malamente ingrassate.
Immaginarsi che baccano! I timpani meglio conformati non possono
resistere.
— Signore! — esclamò il mozzo spaventato. — Che cosa succede? La fine
del mondo?
— Non spaventarti, sono rospi, — rispose Alvaro.
— Si direbbe che vi sono fra loro cani, bufali, calderai e ubbriachi
che cantano.
— Ci abitueremo anche noi a questi concerti, se vorremo dormire.
— Spero che non rimarremo a lungo in questo paese e che cercheremo un
mezzo qualunque per andarcene.
— Era quello che mi chiedevo poco fa, — rispose Alvaro.
— Dove andremo noi e quando potremo andarcene? Suppongo che non avrete
il desiderio di finire la vostra vita fra queste foreste.
— Anzi, nemmeno di terminare la mia esistenza su una graticola con un
contorno di banani e di pere cotte.
— Non vi sono stabilimenti di Europei su queste coste?
— Nemmeno uno, Garcia. Finora nessuno ha pensato a occupare il Brasile,
quantunque appartenga a noi dopo che il nostro compatriota Cabral ne ha
preso, pel primo, il possesso.
— Ho udito però raccontare che gli spagnuoli si sono impadroniti di
territorii immensi.
— È vero, Garcia, però sono molto lontani da noi i posti spagnuoli
e dovremmo attraversare quasi tutta l’America meridionale prima di
giungere al Perù.
— Un viaggio immenso?
— Di migliaia e migliaia di miglia attraverso foreste vergini abitate
da tribù di antropofagi e da belve d’ogni specie.
Non mi sentirei l’animo abbastanza forte per tentare un simile viaggio.
Ho udito a parlare invece di alcuni stabilimenti francesi che devono
trovarsi al sud del Brasile, presso la foce d’un fiume immenso che si
chiama la Plata.
Si potrebbe tentare di raggiungerli.
— Saranno pure lontani.
— So che quel fiume si trova al sud, non saprei dirti a quale distanza
da noi, — disse Alvaro.
— Ah! Signore! Credo che noi non usciremo più mai da queste selve e che
non vedremo più mai nè il nostro Tago nè il viso d’un uomo bianco, —
disse il mozzo sospirando.
— Non dispero. So che delle navi armate da negozianti dell’Havre, sono
più volte giunte sulle spiaggie del Brasile a caricare un certo legno
chiamato verzino da cui si trae una tintura bellissima, rossa come la
lacca.
Chi sa che non possiamo vederne qualcuna a giungere nella baia.
— Allora, signore, non allontaniamoci da queste coste.
— Anzi non le perderemo di vista e faremo delle frequenti escursioni al
sud ed al nord di quel magnifico porto.
Ecco che i batraci cominciano a mostrarsi stanchi. Approfittiamo per
gustare un po’ di riposo.
— E se qualche fiera approfittasse del nostro sonno per assalirci?
— Finora io non ho veduto altro che rane ed uccelli. E poi forse i
pochi naviganti che sono approdati su queste coste, hanno esagerata la
ferocia delle belve americane.
Teniamo il fucile fra le ginocchia e gli spadoni a fianco e
dormiamo. —
Si rannicchiarono nel cavo della _summameira_, l’uno presso l’altro e
non tardarono ad addormentarsi, malgrado le loro apprensioni.
I batraci dopo essersi sfiatati per un paio d’ore, a poco a poco
zittivano. Si udiva ancora che qualche salva di fischi o di muggiti,
poi la foresta tornava silenziosa.
Al mattino i due naufraghi, che avevano dormito tranquillamente tre
o quattro ore, furono svegliati da un altro concerto, meno assordante
però, che si eseguiva fra i rami del gigantesco albero.
Era una banda di _mahitaco_, piccoli pappagalli dalla testa turchina e
le penne verdi, incorreggibili chiacchieroni che gridano a piena gola
per delle intiere ore, senza mai un istante di tregua.
— In piedi, Garcia, — disse Alvaro stiracchiandosi le membra. — Il sole
è già alto e la colazione forse ancora lontana mentre l’appetito è in
aumento.
Non dimentichiamo che il cuoco della caravella si trova nel ventricolo
dei selvaggi.
— Dove andremo a cercarla, signore? — chiese il mozzo.
— Ci deve essere qualche stagno o qualche palude in questi dintorni, —
rispose Alvaro. — Andiamo a esplorare verso il luogo ove le rane ed i
rospi cantavano.
In mancanza di selvaggina ci accontenteremo di un buon arrosto di
pesci. —
Raccolsero e divorarono alcune _pinha_, cambiarono la carica agli
archibugi per tema che l’umidità della notte avesse guastata la polvere
e appesisi i due barilotti si cacciarono in mezzo agli alberi.
In quel luogo la foresta non era più folta come nel tratto che avevano
percorso il giorno precedente, essendo formata d’alberi d’alto fusto
e di grossezza enorme che non potevano crescere gli uni accanto agli
altri.
Erano palme gigantesche, alte più di sessanta metri, appartenenti a
quella specie detta della cera perchè dal tronco e anche dalle foglie
si estrae una materia grassa che serve benissimo alla fabbricazione
delle candele.
Se ne trovano in gran numero nelle foreste brasiliane e anche sulle
sierre dell’interno, potendo crescere fino ad un’altitudine di tremila
metri, quindi anche sulla grande catena delle Cordigliere.
A quell’epoca gl’indiani non utilizzavano che le sue frutta, o meglio
il germoglio, che è un cibo abbondante e sano, con un gusto delizioso
che rammenta quello del carciofo e anche dello sparago e che essi
trituravano e torrefacevano mescolandolo col latte estratto dal _pao de
vaca_.
Oggi invece forma la ricchezza delle tribù che posseggono i terreni su
cui quelle piante preziose crescono, estraendosi molte cose di somma
utilità da quei superbi vegetali. Si può anzi dire che tronco, foglie,
radici, tutto serve ed è utile.
Nella sola provincia di Ceara, i fazenderi che hanno piantagioni di
palme andicole, ricavano ogni anno non meno di novantamila _arrobas_ di
cera, ossia un milione e trecento ventidue chilogrammi, raccogliendola
parte sulle foglie e parte nel tronco.
E non è il solo prodotto, come abbiamo detto. Si impiegano le foglie,
che si prestano per un infinito genere di lavori, per fabbricare
panieri, ceste, stuoie solidissime, cappelli, cordami e perfino delle
stoffe grossolane e bruciandole ottengono anche un sale che è adoperato
nella fabbricazione dei saponi.
E perfino dalle radici si ottiene un medicinale impiegato con buon
successo nella guarigione delle malattie cutanee.
Alvaro ed il mozzo che non sospettavano nemmeno lontanamente la
preziosità di quelle piante, solo occupati a cercarsi la colazione che
sembrava molto lontana ancora, procedendo rapidamente giunsero ben
presto su un terreno assai umido che cedeva facilmente sotto i loro
piedi.
Canne smisurate cominciavano a prendere il posto delle palme, a ciuffi
enormi, mescolate ad ammassi di _cipò chumbo_, specie di convolvulacee
di color giallo e di _cumarù_ dai fiori porporini e nelle cui bacche
si trova chiusa la così detta _fava tonka_, usata dagl’indiani per
profumare il tabacco.
Un numero infinito di uccelli garriva fra quei vegetali; ed in mezzo ai
ceppi delle convolvulacee svolazzavano miriadi di quei vaghi uccellini
chiamati _beja flores_, i famosi uccelli mosca o colibrì, colle penne
superbe che riflettevano tutti i colori dell’arco baleno: verdi,
turchine, porporine e gialle a riflessi d’oro.
— Ci sarebbe da fare una frittata deliziosa, — disse il mozzo che
osservava con vivo interesse quei minuscoli volatili che scomparivano
interamente entro calici purpurei delle _cumarù_. — Come sono belli,
signor Alvaro! Sembrano incrostati di perle preziose.
— Ammirabili davvero ma non valgono un buon pappagallo, — rispose il
signor di Correa.
— Non ne mancano qui. Guardate su quell’albero quanti ve ne sono.
— E vedo anche delle bestiaccie che fanno ribrezzo, fuggire attraverso
i rami. Ah! Perdinci, come sono brutte! Che cosa saranno mai? —
Quelle che chiamava bestiaccie, erano dei lagarti, orribili lucertoloni
lunghi un buon metro, di color verde cupo, ma la cui pelle cambia
sovente di tinta quando sono specialmente irritati, al pari dei
camaleonti africani e che si tengono per lo più sugli alberi.
Sono velenosi, non però come le serpi e nondimeno la loro carne è
mangiabile, anzi è ricercatissima essendo bianca e gustosa come quella
dei polli e le coscie dei ranocchi.
Però anche se Alvaro l’avesse saputo, non avrebbe certamente avuto
il coraggio di regalarsi per colazione una di quelle bestiacce, anzi
temendo che fossero pericolose s’affrettò ad allontanarsi, facendo un
gesto di disgusto.
La palude o lo stagno dovevano essere vicinissimi. Il terreno era
saturo d’acqua e le canne aumentavano di passo in passo, mentre gli
alberi diventano sempre più radi.
— Ecco laggiù l’acqua, — disse il mozzo che precedeva Alvaro. — Si
direbbe che noi stiamo per giungere sulle rive d’un lago. —
Affrettarono il passo e si arrestarono dinanzi ad una vasta palude
ingombra di piante palustri e di foglie immense che parevano piccole
zattere, sulle quali passeggiavano gravemente numerosi trampolieri.
Più che una palude, doveva essere qualche savana sommersa, dal fondo
forse pericolosissimo, senza consistenza veruna.
Aveva un circuito di parecchie miglia ed a malapena si potevano
scorgere le piante che crescevano sulla riva opposta.
Qua e là si vedevano dei minuscoli isolotti coperti da palme e abitati
da un numero infinito di uccelli, di _tui_ di _japì_ e di _choradeira_
che lanciavano le loro grida lamentevoli piene d’infinita tristezza.
— Che acque nere, — disse il mozzo. — Si direbbe che vi hanno versato
dentro delle centinaia di botti d’inchiostro.