Alvaro non rispose. Guardava con inquietudine un minuscolo isolotto
coperto di canne che scivolava a fior d’acqua come se qualcuno lo
spingesse e che stava eseguendo delle strane evoluzioni.
— Un isolotto galleggiante che cammina, — disse, additandolo al mozzo.
— Eppure l’acqua è immobile e non soffia un alito d’aria.
— È vero, signore, — rispose il mozzo, — L’ho osservato anch’io.
— Che cosa possa essere?
— Che sia qualche indiano, signore?
— Sì, con una coda che potrebbe fracassarti le gambe, — disse Alvaro. —
È un altro brutto bestione.
— Una bestia?...
— Un caimano od un alligatore,
— Con tutte quelle piante sul dorso?
— So che quei rettili di quando in quando si seppelliscono nel fango e
che vi rimangono parecchio tempo in una specie di torpore profondissimo
sicchè la piante che coprono il fondo delle paludi crescono anche fra
le scaglie di quegli anfibi.
— Sono pericolosi?
— Talvolta, ma non dobbiamo spaventarci, Garcia. Eppoi non vedi che
gira al largo senza fare attenzione a noi?
Ah! I begli uccelli! Se provassi a fare un buon colpo?
— E la detonazione?
— Non abbiamo veduto finora altri indiani, quindi possiamo
provare. —
Una nuvola di tucani con becco quanto come l’intero corpo, passava a
cinquanta passi dai naufraghi.
Alvaro che aveva già al mattino caricato il fucile a pallottoni, mirò
in mezzo al gruppo e fece fuoco.
Cinque o sei volatili caddero morti o feriti sopra un isolotto che si
trovava a pochi passi dalla riva.
Il mozzo si era slanciato risolutamente in acqua, avendo osservato che
il fondo si trovava solamente a qualche metro.
Ci teneva troppo all’arrosto per lasciarselo sfuggire.
Si era appena immerso e aveva percorsi una diecina di metri, quando un
grido gli sfuggì, un grido che fece gelare il sangue ad Alvaro.
— Signore, aiuto! —