Gli squali si erano messi a girare intorno alla zattera, tenendosi
ad una certa distanza, mostrando ora i loro dorsi potenti ed ora le
loro code che sono così robuste da poter rovesciare d’un sol colpo un
canotto di media lunghezza.
Di tratto in tratto qualcuno si inabissava fragorosamente ed i due
naufraghi sentivano la sua pelle rugosa strisciare sul fondo della
zattera.
— Si provano ad alzarla, — disse Correa il quale era meno spaventato
di quanto avrebbe dovuto esserlo. Ritengo però che non ne avranno la
forza. Anche noi pesiamo qualche cosa. —
Aveva afferrato il suo spadone e con un coraggio temerario si era
accostato al margine di tribordo della zattera, tirando gran colpi che
ricadevano sempre nel vuoto. Quei maledetti squali, furbi come pesci,
appena vedevano l’atto si tuffavano rapidamente per ricomparire poco
dopo dall’altra parte del galleggiante.
Parve però che uno perdesse la pazienza. Era un mostro di sei o sette
metri di lunghezza, uno dei più enormi della specie, con una bocca così
ampia che Garcia non avrebbe trovato alcuna difficoltà a starvi dentro
ripiegato in due.
Sicuro della sua forza e fors’anche più affamato degli altri, con un
poderoso colpo di coda si rovesciò sulla zattera urtandola in così malo
modo da farla piegare sul tribordo d’un buon piede.
La scossa era stata così improvvisa che Correa per poco non cadde entro
quella bocca spalancata che si teneva pronta a rinchiudersi.
— Ah per Bacco Baccone! — esclamò il portoghese, riprendendo subito il
suo ammirabile sangue freddo. La faccenda comincia a farsi seria. — Se
tutti ci piombano addosso ci faranno a pezzi. —
Vedendo il vorace mostro ritornare all’assalto, impugnò lo spadone con
ambe le mani e gli tirò contro una tale botta, da tagliargli netto uno
dei due capi del martello.
Lo squalo, così atrocemente mutilato, mandò un rauco sospiro che parve
un colpo di tuono udito in lontananza, e s’inabissò subito lasciando
alla superficie una larga macchia di sangue ed il suo pezzo di testa il
cui occhio conservava ancora un terribile sguardo.
— Credo che quel briccone ne avrà abbastanza, — disse il portoghese.
— Ed anche il mio, — rispose il mozzo.
Il ragazzo incoraggiato dal felice esito del compagno, vedendo un
altro squalo passare a buon tiro, gli aveva spaccata la testa con una
destrezza sorprendente.
Disgraziatamente avevano ottenuto l’effetto opposto. Gli altri, invece
di spaventarsi per quella brusca accoglienza, eccitati forse dall’odore
del sangue erano diventati d’un colpo furibondi.
Urtavano la zattera da tutte le parti, ora spingendola da una parte
ed ora dall’altra, facendola piegare a babordo od a tribordo e
avventavano colpi di coda così tremendi che i carratelli si sfasciavano
compromettendo la stabilità del galleggiante.
Quell’assalto stava per finire tragicamente non ostante i colpi di
spadone dei due naufraghi, quando un rimbombo spaventevole echeggiò
nella baia e un’ondata altissima si rovesciò addosso ai combattenti,
portando la zattera verso la costa.
Era la caravella che saltava. Le fiamme, non combattute, avevano
raggiunto il quadro ed i barili di polvere del pilota erano scoppiati
con un fragore assordante, sventrando letteralmente il povero legno.
Quello scoppio era stato più efficace che i colpi di spadone di Alvaro
e del mozzo.
Gli squali, atterriti, si erano subito inabissati rifugiandosi
probabilmente nelle caverne sottomarine che servono ordinariamente di
asilo a quei pericolosi abitanti delle baie americane.
Per qualche minuto una immensa nuvola biancastra si distese sopra la
baia tutto oscurando, poi, quando si fu dissipata, Correa ed il mozzo
scorsero fra le scogliere lo scafo della caravella tutto disarticolato
ed infiammato.
— Povero veliero, — disse il portoghese, con una certa commozione. —
Quale triste sorte doveva essere la tua. —
Una scossa che per poco non lo fece cadere in acqua, lo costrinse a
voltarsi.
— Ancora gli squali? — chiese.
— No, signore, — rispose il mozzo, — ci siamo arenati sopra un banco e
la spiaggia non è che a cinquanta passi da noi.
L’onda prodotta dall’esplosione ci ha portati meglio che una vela con
buon vento.
— È profonda l’acqua?
— Appena un piede.
— Lasciamo il nostro galleggiante e andiamo a cercarci la
colazione. —
Si caricarono dei due barilotti che non pesavano più di venti libbre
ciascuno, raccolsero le vesti e le armi e saltarono sul banco che
attraversarono senza difficoltà.
La boscaglia che si estendeva tutta intorno alla baia, finiva sulle
sabbie, anzi talune piante bagnavano le loro radici nell’acqua del
mare.
Era l’ultimo lembo di quella immensa foresta che anche oggidì copre
buona parte dell’interno del Brasile non ostante gli sforzi continui
degli emigranti e degli indigeni e che presenta ancora tutti i
caratteri del suo stato primitivo, poichè i suoi alberi sono stretti
da arbusti, da cespugli e da liane parassite d’ogni specie che si
arrampicano intorno ai tronchi, che salgono fino ai più alti rami e
che ridiscese a terra mettono nuove radici moltiplicandosi in modo
spaventevole.
Dinanzi agli sguardi meravigliati di Correa e del mozzo si alzavano
a perdita d’occhio piante superbe e svariate, strette da liane che
ricadevano in enormi festoni formando in certi luoghi delle reti così
fitte da rendere impossibile il passaggio non solo agli uomini ma ben
anco agli animali.
Era un caos indescrivibile di mirti dalla scorza lucentissima; di
cocchi più alti e più splendidi di quelli delle Indie orientali; di
pekie che si direbbero produrre delle palle di cannone anzichè delle
frutta e che mostravano i loro enormi calici ed i loro larghi petali
dalle tinte svariate; di acacie, di cedri e di palmizi d’ogni specie.
Splendidi volatili, dalle penne variopinte, cicalavano in mezzo alle
fronde, senza manifestare alcun timore per la vicinanza di quelle due
persone.
Erano dei superbi _canindè_, somiglianti ai cacatoa australiani
e grossi come pappagalli, colle ali d’un turchino brillante e le
penne del petto gialle; degli _uruponga_ candidissimi, il cui canto
fortissimo odesi, fra il maestoso silenzio delle foreste vergini, a
ben tre miglia di distanza, all’alba, al mezzodì ed al tramonto e che
squilla come una campana; delle arà tutte rosse che lanciavano, con
una insistenza noiosa, il loro eterno _arà, arà_; poi degli _aracari_,
specie di tucani non più grossi d’un merlo e col becco cartilaginoso
grosso quanto l’intero corpo e che stridevano come ruote male unte.
— Che cosa ne dici di tuttociò, Garcia? — chiese Alvaro che guardava
con stupore tutti quei volatili che scherzavano fra i raggi del sole,
facendo brillare vivamente le tinte svariate delle loro penne.
— Che noi dobbiamo essere sbarcati sulle rive del paradiso terrestre, —
rispose il mozzo.
— Bel paradiso dove gli abitanti a due gambe sono più feroci dei
leoni e delle tigri che popolano le selve ed i deserti dell’Asia e
dell’Africa.
— Non potete dire però che questa foresta non sia superba, signor
Alvaro.
— Anzi splendida; quello che non trovo però è la colazione.
— Vi sono centinaia di uccelli.
— Che bramerei anch’io mettere sui carboni se la paura di attirare
l’attenzione dei selvaggi non mi trattenesse.
— Ah! Signor Alvaro!
— Che cosa hai scoperto?
— Guardate là quei giganteschi alberi che sono carichi di frutta. Se
provassimo ad assaggiarne qualcuna? —
Alvaro alzò gli occhi e scorse, a breve distanza dal luogo ove erano
sbarcati, parecchi alberi immensi adorni di fronde foltissime e che
portavano delle frutta somiglianti alle pere; ma un po’ più allungate e
brillanti dei più vivi e svariati colori.
I loro tronchi poi erano letteralmente coperti da grosse goccie
trasparenti che parevano formate d’acqua solidificata e che spandevano
un aroma acutissimo.
Erano _acajaba_, gli alberi forse più belli e più preziosi dell’America
del sud, così pregiati dalle tribù indiane che per possedere i
terreni su cui crescono, se li disputavano accanitamente con guerre
sanguinosissime che costavano talvolta centinaia e centinaia di vite
umane.
Alvaro che non li conosceva, non essendo mai stato prima d’allora
nel Brasile, era rimasto perplesso dubitando che quelle frutta così
colorite potessero servire al loro stomaco e racchiudessero invece
qualche succo pericoloso.
— Si può provare, Garcia, — disse finalmente. — Sono così belle quelle
frutta che tenterebbero delle persone meno affamate di noi.
Puoi salire?
— Per un mozzo la cosa non sarà difficile, — rispose il ragazzo.
Stava per aggrapparsi ad alcune liane che si erano avviticchiate
strettamente al tronco d’uno di quegli alberi, quando gli sfuggì un
gran scoppio di risa.
— Ah! Signor Alvaro! — esclamò. — Come sono buffe! E che magrezza
spaventosa!
— Chi? — domandò il portoghese.
— Guardate dunque lassù; in mezzo al fogliame! Quelle frutta devono
essere ben squisite, se le divorano così avidamente! —
Alvaro si fece sotto la pianta e guardò in alto, in mezzo al fogliame
che come si disse, era foltissimo.
Degli esseri strani si agitavano fra i rami, spiccando di quando in
quando dei salti sorprendenti per raggiungere i grappoli di frutta che
saccheggiavano con una rapidità prodigiosa.
— Toh! — esclamò. — Delle scimmie!
— Delle scimmie! — rispose il mozzo. — Si direbbero giganteschi ragni,
signore. —
Il ragazzo, senza saperlo, dava a quei quadrumani il loro vero nome
perchè si trattava veramente d’una piccola banda di ateli, meglio
conosciuti sotto il nomignolo di scimmie-ragni.
Ed infatti per la loro spaventevole magrezza e per la lunghezza
eccessiva delle loro braccia e delle loro gambe, quelle abitatrici
delle foreste americane, vedute ad una certa distanza rassomigliano a
dei ragni enormi, o meglio ai migali che hanno il corpo peloso.
Vedendo i due naufraghi, una improvvisa emozione si era impadronita dei
quadrumani i quali si erano subito rifugiati all’estremità d’un grosso
ramo che si prolungava al di sopra d’un fiumicello.
Strillavano rabbiosamente, mostrando i loro bianchi canini
e arruffavano il pelame come se si preparassero a respingere
vigorosamente il mozzo che si era bravamente aggrappato ad un festone
di liane per raggiungere quelle belle frutta che promettevano una
colazione squisita.
— Guardati, Garcia, — disse Alvaro, preparando l’archibugio. Mi sembra
che quelle scimmie siano molto bellicose.
— Ho la scure, signore, — rispose il bravo ragazzo, che continuava
a salire. — Non saranno quelle bestie che mi faranno rinunciare alla
colazione. —
Le urla delle scimmie raddoppiavano, credendo di spaventare il
ragazzo, ma invece di prepararsi ad assalirlo continuavano invece
ad indietreggiare facendo oscillare il ramo il quale pareva che da
un momento all’altro dovesse cedere sotto il peso di quei dodici o
quindici corpi per quanto fossero magrissimi.
Vedendo finalmente il mozzo lasciare le liane e slanciarsi fra la
biforcazione dei rami, le loro grida di furore si tramutarono in
lamenti così strazianti da far scoppiare dalle risa il signor di
Correa.
— Non sono molto coraggiosi quei quadrumani, — disse.
— Signor Alvaro!
— Cos’hai?
— Che cosa fanno quelle scimmie? Pare che vogliano piombarvi
addosso. —
Le ateli stavano in quel momento eseguendo una manovra misteriosa.
Ritiratesi all’estremità del ramo, una di esse si era lasciata
penzolare nel vuoto, trattenuta dalle compagne per la coda.
Una seconda eseguì la stessa manovra, poi una terza formando in tal
modo una specie di catena che si allungava rapidamente verso il suolo.
Si tenevano le une le altre per la coda lunghissima imprimendo, con
dalle spinte poderose, all’intera catena, un movimento ondulatorio fra
il tronco dell’albero e la riva del fiume.
Alvaro ed il mozzo, molto sorpresi, le osservavano curiosamente non
sapendo, nè riuscendo ad indovinare dove le scimmie miravano. Le
ondulazioni aumentavano sempre. L’ultima scimmia, che si trovava a soli
cinque o sei metri dal suolo, coi suoi slanci giungeva talvolta fino in
mezzo al fiumicello.
Ad un tratto con un’ultima e più vigorosa spinta la catena attraversò
tutto il corso d’acqua e la scimmia che formava l’estremità s’aggrappò
al ramo d’un acajero che cresceva sulla riva opposta, tenendosi ben
stretta, mentre le compagne allungavano le gambe, appoggiandole sulle
spalle o sulle teste delle vicine, formando in tal modo un ponte
sospeso del più strano effetto.
— Ah! Le furbe! — esclamò Alvaro. — Ora ho compreso! —
Le scimmie che erano rimaste sul ramo, quasi tutte femmine, che
portavano a cavalcioni fra le spalle dei piccini, s’erano slanciate
senza esitare su quel ponte peloso, gridando a piena gola.
Raggiunta la riva opposta, issarono l’ultima scimmia fino ai rami
più alti, poi quella che si teneva aggrappata all’_acajaba_ si lasciò
andare.
La catena, per la spinta, attraversò di volata il fiume e tutta la
banda in un momento si trovò riunita sull’acaja manifestando la sua
gioia con inestinguibili scoppi di risa e salti disordinati.
— Buon viaggio! — gridò il mozzo, vedendole slanciarsi da un albero
all’altro per guadagnare il folto della foresta.
Salì su un ramo che si piegava sotto il peso delle frutta e fece cadere
al suolo una pioggia di quelle bellissime pere.
Alvaro ne raccolse alcune e le spaccò a metà. La loro polpa era
diafana, quasi trasparente ed esalava un profumo squisito.
— Se le scimmie le mangiano vuol dire che non contengono alcun veleno —
disse, addentandone una. — Perdinci! Come sono deliziose! Altro che le
nostre pere d’Europa.
Il mozzo, a cavalcioni d’un ramo, le divorava a due palmenti dividendo
pienamente il parere del signor Correa.
Ed infatti non avevano torto. Anche gl’indiani ne sono ghiottissimi e
ne raccolgono in quantità enormi che poi seccano e riducono in farina,
formando poscia delle focaccie che nulla hanno da invidiare a quelle
composte col miglior frumento d’Europa.
Avevano fatto già un’abbondante scorpacciata, quando Correa che si
era sdraiato fra le fresche erbe per riposarsi un po’, vide il mozzo
lasciare rapidamente il ramo, aggrapparsi alle liane e lasciarsi
scivolare fino al suolo con rapidità fulminea.
— Cos’hai, ragazzo? — chiese il portoghese, afferrando i due archibugi.
— Silenzio, signore! — rispose il mozzo con voce alterata.
— Spiegati: chi hai veduto?
— Gl’indiani, signore!
— Ancora quei bricconi? — si chiese Alvaro, lanciando all’intorno un
rapido sguardo. — Dove sono?
— Seguono la spiaggia.
— Molti?
— Non ne ho veduti che due.
— Vieni! —
Avendo scorto a breve distanza dei folti cespugli di passiflore, vi
si slanciò in mezzo, seguito prontamente dal ragazzo. Da quel posto
potevano vedere un lungo tratto di spiaggia, senza correre il pericolo
di poter essere scoperti.
Degl’indiani dovevano avanzarsi verso la foce del fiumicello, giacchè
se non si scorgevano ancora si udivano però le loro voci.
— Non mi sembra che siano molti, — disse Alvaro che ascoltava
attentamente.
— Che siano due esploratori degl’indiani che sono fuggiti? — chiese
Garcia.
— Può darsi, — rispose Correa. — Se sono due soli non c’è da
spaventarsi.
— Che ci scoprano? Possono trovare le nostre orme che abbiamo lasciate
sulle sabbie e anche la zattera.
— Se si accosteranno non li risparmieremo. —
In quel momento due indiani sbucarono dal folto della boscaglia
avanzandosi verso la spiaggia.
Erano entrambi di statura alta, un po’ magri, coi lineamenti regolari,
colla pelle d’un rosso mattone e quasi interamente nudi, non avendo
che un piccolo perizoma formato di nervature di foglie grossolanamente
intrecciate.
Avevano invece i corpi dipinti di ocra rossa e nera, delle penne
attaccate alle gote e altre infisse nei lunghi e ruvidi capelli che
portavano sciolti sulle spalle.
La loro bocca aveva però un aspetto ripugnante, avendo il labbro
superiore assai sporgente, come in forma d’un cucchiaio, prolungamento
dovuto ad un pezzo di diaspro, di forma rotonda, incastrato un po’
sopra al mento e che pareva un vero stoppaccio cacciato a forza nella
carne viva.
Quello strano ornamento che è in uso anche oggidì fra gl’indiani delle
regioni interne del Brasile e che chiamasi il _barbotto_, dà alle loro
fisonomie un aspetto ripugnantissimo.
Per averlo, si forano il labbro inferiore e vi cacciano dapprima dentro
un dischetto di legno per tenere aperta la ferita finchè si siano
rimarginati gli orli, poi uno più grande e continuano finchè abbiano
raggiunto una sporgenza enorme. È da quel foro che sfugge la saliva che
li imbratta in modo schifoso.
Anche negli orecchi fanno altrettanto, cacciandosi nel lobo dei dischi
in modo che le estremità inferiori toccano sovente le spalle!
I due indiani che erano armati di lunghi archi di legno del ferro, e
di certe specie di pugnali pure di legno, assai acuminati d’ambe le
parti, si erano arrestati sulla spiaggia che in quel luogo scendeva
ripidissima, guardando attentamente le acque.
— Pare che non l’abbiano con noi, — disse Alvaro al mozzo. — Si direbbe
che si preparano a pescare.
— Colle frecce?
— Stiamo a vedere.
— Non se ne sono ancora accorti della zattera.
— È arenata dietro alla scogliera, dove il flusso l’ha spinta. —
I due indiani dopo d’aver percorso un tratto di spiaggia erano
tornati indietro strappando da una pianta alcune liane che rapidamente
annodarono, formando una corda resistentissima, della lunghezza d’un
centinaio di piedi.
Ciò fatto si stesero sotto l’ombra d’un palmizio e tratto da un piccolo
recipiente formato da una conchiglia una manata di polvere nerastra,
si collocarono l’uno di fronte all’altro, tenendo in mano un bizzarro
istrumento che pareva formato da due ossa incrociate in forma d’un X.
— Che cosa fanno? — chiese il mozzo stupito.
— Non ne so più di te, — rispose Alvaro che seguiva attentamente quella
singolare operazione senza riuscire a comprendere molto. —
I due indiani versarono la polvere levata dalla conchiglia nelle ossa
che dovevano essere forate in tutta la loro lunghezza, accostarono
poi i loro volti introducendo fra le labbra uno dei rami inferiori e
l’altro nelle narici, poi si misero a soffiarci con forza starnutando
rumorosamente.
Quell’operazione inesplicabile pei due naufraghi, vissuti in un’epoca
in cui il tabacco cominciava a essere appena noto ai popoli d’Europa,
era invece spiegabilissima.
I due indiani fiutavano semplicemente un po’ di tabacco polverizzato
nè più nè meno come lo prendevano i nostri nonni. Solamente lo
fiutavano in modo un po’ diverso e con maggior vigore, soffiandoselo
reciprocamente nel naso mediante quello strano istrumento formato da
due ossa alari d’uccello, incrociate a quel modo.
Dopo d’aver sternutato abbondantemente, fino ad avere le lagrime agli
occhi, i due selvaggi, felicissimi del successo di quella operazione,
tornarono a sdraiarsi fra le erbe, tenendo gli sguardi sempre fissi
sulle acque che in quel luogo parevano assai profonde.
Che cosa aspettavano? La risposta fu più pronta di quello che i due
naufraghi credevano.
Non erano trascorsi quindici minuti, quando videro i selvaggi balzare
rapidamente in piedi, uno tenendo in mano uno di quei pugnali di legno,
aguzzo d’ambo le estremità e l’altro la corda di liane.
Quello armato del pugnale che sembrava il più robusto e anche il
più attempato, si slanciò su una piccola rupe che s’alzava presso la
spiaggia, scrutò, con estrema attenzione le acque, poi si cacciò il
pugnale fra i denti e con un magnifico salto di testa s’immerse.
— Sono pescatori, — disse Alvaro al mozzo. — Sarei però curioso di
sapere quale specie di pesce andrà a pugnalare.
— Dubito che possa riuscirvi, — rispose il ragazzo. — Sono troppo lesti
gli abitanti delle acque.
— Ah! Diavolo!
— Che cosa avete, signore?
— Guarda! Perdinci! Che fegato hanno questi selvaggi. —
Una testa enorme si era mostrata improvvisamente alla superficie,
a pochi passi dal luogo ove l’indiano si era immerso, la testa d’un
pesce-martello.
— Il pescatore è perduto! — esclamò il mozzo.
— Ma no, — rispose Alvaro. — Egli si è immerso per assalire lo squalo.
— Che abbiano tanto coraggio questi selvaggi?
— Apri bene gli occhi, Garcia. —
Il pescatore era ricomparso a galla tenendo sempre fra i denti il
lungo pugnale di legno e muoveva risolutamente verso lo squalo che
giuocherellava fra la spuma.
L’indiano rimasto a terra, seguiva attentamente quella caccia
emozionante, senza manifestare, a quanto sembrava, alcuna apprensione
pel compagno.
Teneva sempre in mano il rotolo di liane come se fosse pronto a
lanciarlo in acqua.
Il formidabile pesce-martello, accortosi della presenza dell’uomo, si
era arrestato, come se fosse stato sorpreso dell’audacia di quel nemico
che osava assalirlo, poi con un movimento fulmineo si era rovesciato
sul dorso, aprendo le enormi mascelle.
L’indiano con un coraggio incredibile invece di sfuggire il pericolo,
lo affrontò risolutamente. Afferrò il pugnale e con colpo di tallone
fu addosso allo squalo, cacciandogli l’arma fra le mascelle spalancate,
poi s’inabissò[4].
Il pesce-martello, sicuro di stritolare d’un colpo il braccio del
nemico, aveva rinchiusa violentemente la bocca, ma in quell’atto le due
punte del pugnale gli erano penetrate nel palato producendogli delle
ferite che dovevano avere ben gravi conseguenze pel vorace abitatore
delle acque.
Ed infatti Alvaro ed il mozzo lo videro subito balzare come se avesse
il diavolo in corpo, contorcersi rabbiosamente ed avventare in tutte le
direzioni furiosi colpi di coda.
Rauchi sospiri uscivano dalla sua gola gorgogliante d’acqua e di
sangue, mentre i suoi brutti occhi, dal lampo giallastro, parevano che
dovessero uscirgli dalle orbite.
L’audace pescatore, nuotando fra due acque, era frattanto giunto
felicemente alla riva ed a fianco del compagno guardava, con visibile
soddisfazione, i salti disordinati del mostro già agonizzante,
aspettando che spirasse per impadronirsene.
— Garcia, amico mio, — disse il signor di Correa, — se noi avremo da
affrontare di quei selvaggi non so come potremo cavarcela. Gli uomini
che sfidano simili pericoli, devono avere del coraggio da vendere anche
a noi.
Hai mai veduto tu i nostri marinai dare la caccia ad uno squalo armati
di pugnale e sopratutto d’un pugnale di legno?
— Mai, signore, — rispose il mozzo.
— Se Pizzarro ed Almagro, fossero sbarcati qui invece che nel Perù, non
avrebbero così facilmente conquistate tante regioni.
Gli Inchi, in paragone di questi selvaggi, erano dei conigli se non
peggio. Ma che cosa fanno ora i due pescatori?
— Non so, guardano le sabbie, signore, — rispose il mozzo.
I due indiani infatti osservavano l’arena sottilissima che copriva
la spiaggia facendo di quando in quando dei gesti che dinotavano un
profondo stupore.
— Sai che cosa guardano, Garcia? — chiese Alvaro con accento inquieto.
— No, signore.
— Le nostre orme, ne sono certo.
— Allora verranno qui.
— Sì, se le seguiranno. Devono essere tuttavia ben imbarazzati non
avendo mai veduto delle tracce lasciate impresse da uno stivale.
Le crederanno di qualche animale straordinario. Eh! Guardano dalla
nostra parte e preparano gli archi.
— Signore, fuggiamo, — disse il mozzo.
— Possiamo abbatterli con una scarica.
— E le detonazioni? Potrebbero far accorrere altri selvaggi. È
impossibile che quegli uomini siano soli.
— Battiamocela, — concluse Alvaro.
I cespugli di passiflora entro cui si erano nascosti, permettevano di
sgattaiolare senza farsi scorgere.
Si caricarono dei due barilotti, assicurandoseli sulle spalle con delle
sagole e smuovendo con precauzione le fronde si cacciarono nel folto
della foresta.
Avevano percorsi una ventina di passi, quando udirono dietro di loro
dei rami a spezzarsi, poi un sibilo leggiero e videro una freccia
lunghissima piantarsi nel tronco d’un albero, all’altezza d’un uomo.
Alvaro si era subito voltato col fucile pronto e già imbracciato,
deciso a vendere ben cara la vita ed a far fuoco, checchè dovesse
succedere.
I due indiani erano comparsi improvvisamente fra le passiflore che i
due naufraghi avevano appena lasciate, coi loro immensi archi tesi e le
freccie incoccate.
Scorgendo quei due bianchi, che certo mai ne avevano veduti di simili
fino allora, un grido di stupore era sfuggito dalle loro labbra.
Certo si domandavano se quei due esseri appartenevano alla razza umana
o se erano bestie d’una specie sconosciuta.
[Illustrazione: — _Caramba!_ — esclamò Alvaro, puntando
rapidamente.... (CAP. VII).]
Nondimeno non osavano scoccare le loro frecce. Volgevano la punta ora
in alto ed ora in basso come se fossero indecisi sul punto da colpire.
Ad un tratto, presi forse da un superstizioso terrore o spaventati dal
luccichío delle canne dei moschetti, volsero improvvisamente le spalle
fuggendo con tale velocità che un cavallo non avrebbe potuto facilmente
raggiungerli.
— Stavo per far fuoco, — disse Alvaro. — È meglio che se ne siano
andati.
— Fuggiamo signore, — disse il mozzo. — Possono tornare in maggior
numero.
— Mi arrendo alle tue ragioni, Garcia. Alziamo i tacchi e cerchiamo un
nascondiglio in questa foresta. —
Volsero le spalle alla spiaggia e si misero a correre, cacciandosi
sempre più nella boscaglia la quale diventava di momento in momento più
fitta.