L’assalto degli antropofagi.
La costruzione d’una zattera, sufficiente per due persone, con
tutti quei rottami e quei cordami, non era cosa difficile, nè doveva
richiedere molto tempo.
Il più era a lanciarla in mare, però Alvaro contava di servirsi del
troncone dell’albero maestro per issarla, mediante qualche puleggia
appesa alla coffa, fino sulla murata, per poi calarla appena le onde si
fossero un po’ calmate.
Servendosi della scure i due naufraghi spaccarono le antenne
lunghissime delle vele latine, che poi legarono in quadro per formare
il telaio del galleggiante, quindi si misero a demolire il casotto di
poppa e parte delle murate per formare la piattaforma.
Onde renderla poi più leggiera, vi legarono ai quattro angoli alcuni
carratelli vuoti, trovati nella stiva.
Avevano appena terminata la costruzione che aveva richiesto parecchie
ore, non essendo nè l’uno nè l’altro troppo pratici, quando delle grida
lontane attrassero la loro attenzione.
— Che siano altri selvaggi che giungono? — si chiese Alvaro, con una
certa ansietà.
Guardò verso la spiaggia e vide i mangiatori di carne umana tutti in
piedi, radunati intorno alla scogliera, sulla cui cima vegliavano le
sentinelle.
Gesticolavano animatamente e guardavano verso il sud.
Alvaro osservò da quella parte e scorse, non senza una profonda
ansietà, alcune lunghe piroghe che stavano per lasciare la foce d’uno
dei cinque fiumi.
Erano quattro, scavate in giganteschi tronchi d’alberi, lunghe una
trentina di piedi e larghe non meno di quattro, colle prore assai
rialzate che raffiguravano rozzamente delle mostruose teste di caimano
e montate ognuna da una decina di canottieri quasi interamente nudi.
Quantunque anche su quella costa le onde si rompessero con estrema
violenza, le piroghe erano riuscite ad entrare nelle acque della baia
e stavano radendo le scogliere coll’evidente intenzione di approdare là
dove si trovavano radunati i mangiatori di carne umana.
— Mio caro Garcia, — disse Alvaro, — la va male per noi. Quelle
scialuppe serviranno ai selvaggi per fare una visita alla nostra
caravella.
Non ne hanno avuto abbastanza dei marinai che hanno divorati e contano
di regalarsi un altro banchetto colle nostre carni.
— E noi? — chiese il mozzo.
— Porteremo in coperta un paio di barilotti di polvere e vi metteremo
due buone miccie, — rispose il giovane freddamente.
— E salteremo?
— Assieme a quei bricconi, se non riusciremo a respingerli.
— Ah! Signore!
— Se preferisci la graticola, io non mi opporrò. Io ci tengo meglio
alla morte dei soldati.
Tuttavia penso che noi potremo risparmiare le nostre pelli..... oh, si!
una buona mina sotto il castello di prora, potrebbe dare uno splendido
risultato. —
Misurò collo sguardo la lunghezza della caravella.
— Diciotto metri su per giù, — disse poi, come parlando fra se. — Potrà
bastare questa distanza.
Tutt’al più verremo scaraventati in mare.
Dove sono i barili?
— Nella cabina del pilota. Ma che cosa volete fare signore?
— Che ci siano delle miccie a bordo? — chiese invece Alvaro.
— Un gherlino ben incatramato può sostituirle.
— Sei intelligente, ragazzo mio, — disse il giovane sorridendo.
Scese nel quadro e s’introdusse nella cabina del pilota, un bugigattolo
ingombro di casse, di barili e di attrezzi d’ogni specie.
Non gli riuscì difficile a scoprire le munizioni che erano chiuse entro
quattro barilotti cerchiati di ferro e coperti da velacci ancora umidi
per preservarli da uno scoppio.
Alvaro ne prese uno, risalì sul ponte e si diresse verso il castello
di prora che le onde avevano risparmiato, quantunque l’urto contro lo
scoglio l’avesse sconquassato.
Anche là sotto vi erano casse e cassette appartenenti all’equipaggio,
carratelli, ammassi di cordami e di catene e velacci sdrusciti.
— Ecco quanto mi occorre per preparare la mina, — disse Alvaro. —
L’esplosione fracasserà la prora; a noi poco importa ora che questa
caravella è diventata inservibile.
Prese una cassa, la sgombrò delle vesti, poi svitò con precauzione
il barilotto e lasciò cadere tre o quattro libbre di polvere entro un
cartoccio prima preparato.
— Basteranno, — disse. — D’altronde conto più sul fragore
dell’esplosione per spaventare i selvaggi che sui danni che produrrà lo
scoppio.
Prese una sagola incatramata che poteva sostituire benissimo una
miccia, ne tagliò un paio di metri, introdusse una estremità nel
cartoccio che poi legò strettamente.
— Ecco la mina pronta, — disse, accumulando sulla cassa barili, cordami
e catene. —
Rinchiuse il barile e lo riportò nella cabina, coprendolo con un pezzo
di vela ben bagnata, quindi tornò sul ponte.
Le quattro piroghe, abilmente manovrate dai battellieri, erano
riuscite, dopo una viva lotta contro le onde, a porsi al riparo dietro
la scogliera.
Tutti gli sguardi dei brasiliani si erano volti verso la caravella e
la osservavano attentamente. Dovevano aver compreso che era su quel
gigantesco canotto che gli uomini bianchi erano giunti nella baia e
fors’anche avevano già notata la presenza del portoghese e del mozzo.
L’Oceano però era ancora troppo agitato per deciderli a intraprendere
la traversata di quel vasto bacino d’acqua.
Quantunque il vento fosse scemato ed una calma relativa regnasse
in aria, l’Atlantico rovesciava ancora entro la baia dei cavalloni
tremendi i quali, sfasciandosi contro gli isolotti e le scogliere
causavano delle contro-ondate che sarebbero state pericolose anche per
delle grosse scialuppe.
E poi cominciava anche ad annottare e non era prudente impegnarsi
coll’oscurità, fra tutti quegli scogli a fior d’acqua ed i banchi di
sabbia.
— Non si decidono ancora, signore? — chiese Garcia ad Alvaro.
— Sono sicuri di tenerci e fors’anche di prenderci, — rispose il
giovane Correa. — Aspetteranno che l’oceano si calmi un po’.
Tuttavia noi non dormiremo che uno alla volta. Tu che sei il più
giovane, va a riposare.
— Appena sentirete i vostri occhi a chiudersi, chiamatemi.
— Non temere, ragazzo mio. —
Alvaro prese i due moschetti e salì sul cassero, dove le onde non
potevano giungere e si sedette su un cumulo di cordami, tenendo gli
sguardi fissi sulla spiaggia.
La notte era calata rapidamente, una notte tenebrosissima essendosi il
cielo nuovamente coperto di pesanti nuvoloni gravidi di pioggia.
I brasiliani avevano accesi numerosi fuochi sulla riva e vi si erano
accoccolati intorno.
Alvaro dall’alto del suo osservatorio li vedeva gesticolare e indicarsi
lo scoglio contro cui si era infranta la caravella.
Certo facevano i loro progetti per impadronirsene e saccheggiarla. Di
quando in quando qualcuno si alzava e mandava delle grida mentre faceva
volteggiare in aria la sua mazza come se fosse dietro a massacrare
qualcuno, poi lo si vedeva spiccare dei salti innanzi ed indietro come
se combattesse contro un invisibile nemico.
Verso la mezzanotte però tutti si stesero ed i fuochi a poco a poco
furono lasciati spegnere.
Correa, in preda a tristi pensieri non osava chiudere gli occhi e
nemmeno affidare la vigilanza della caravella al mozzo, per paura che
quel ragazzo si addormentasse nuovamente.
Di tratto in tratto s’alzava e si spingeva fino al castello di prora,
scrutando attentamente la acque della baia, parendogli sempre di veder
apparire improvvisamente le quattro piroghe, poi tornava sul cassero
per guardare l’oceano.
Avrebbe desiderato che un nuovo uragano scoppiasse, quantunque la
caravella si trovasse in tali condizioni da non poter resistere ad un
nuovo assalto delle onde.
Invece l’oceano si calmava e anche i nuvoloni che avevano ingombrato il
cielo, cominciavano a rompersi mostrando qualche stella.
I cavalloni giungevano sempre più radi e meno violenti. L’intervallo
fra l’uno e l’altro aumentava, segno infallibile che l’uragano che
aveva sconvolto l’Atlantico stava per cessare.
— Se potessimo gettare la zattera, — disse Alvaro. — Credo invece
che noi dovremo aspettare che la calma sia completa onde non vederla
sfasciarsi sotto i nostri occhi.
E poi, dove fuggire? Le piroghe non tarderebbero a raggiungerci e
preferisco difendermi qui. —
La notte trascorse in continue ansie. Il mozzo si era svegliato e
lo aveva raggiunto poco dopo la mezzanotte, non essendosi potuto più
riaddormentare.
Quando spuntò il sole la situazione non era cambiata. Vi erano sempre
ondate entro la baia, però molto meno violente del giorno innanzi.
Gl’indiani si erano già alzati e stavano osservando la caravella dalla
cima delle scogliere, mentre i battellieri stavano spingendo in acqua
le piroghe che la bassa marea aveva lasciato a secco fra le sabbie.
— Si preparano ad assalirci, — disse Alvaro al mozzo. — Non spaventarti
se li vedi venire e cerca di sparare meglio che puoi.
— Non sono un cattivo bersagliere, signore, — rispose Garcia. — Mio
padre, che era sergente nel reggimento di Castiglia, mi ha insegnato
per tempo a far uso delle armi.
— Allora tutto andrà bene. Eccoli che si radunano; armiamoci e
cerchiamo di maltrattarli più che potremo.
Quegli antropofagi non meritano alcuna pietà e poi si tratta di salvare
le nostre bistecche. —
Gl’indiani avevano lasciate le scogliere e cominciavano ad affollarsi
confusamente nelle quattro lunghe piroghe, fra un gridìo assordante.
Pareva che tutto d’un tratto fossero diventati furibondi. Alzavano
le mazze maneggiandole con supremo vigore e somma abilità e le loro
cerbottane già pronte a scagliare le freccie intinte nel velenosissimo
_curaro_, quella terribile miscela formata col succo di varie piante e
che non aveva, in quell’epoca, alcun rimedio.
Ordinatisi alla meglio fra i banchi, i guerrieri girarono intorno allo
scoglio che aveva protetto le loro piroghe dalle ondate e si spinsero
al largo puntando sulla caravella.
Abituati ad eccitarsi con urla acutissime, ululavamo come belve,
credendo di spaventare i naufraghi.
Il signor di Correa invece non si atterriva affatto. Esaminata la mina
e trovata la sagola incatramata asciuttissima, aveva, con alcune casse
e con alcuni barili, improvvisata una barricata sul cassero e vi si
era nascosto dietro assieme al mozzo, mettendosi dinanzi gli archibugi
ed i due spadoni arruginiti che potevano servire efficacemente in un
combattimento corpo a corpo.
— Garcia, — disse Alvaro. — Abbiamo un sorso di vino di Porto, nel
canestro, mi pare.
— Sì, signore.
— Trangugia un sorso prima che cominci la battaglia. Ti darà coraggio.
Il mozzo non si fece pregare a prendere la bottiglia che passò prima ad
Alvaro.
— Così le nostre bistecche saranno più gustose, se dovremo finire sulla
graticola, — ebbe l’audacia di dire il valoroso giovane.
— Giù un buon sorso, Garcia! I selvaggi sono a buon tiro. —
Le quattro piroghe, che s’avanzavano frettolosamente salendo e
discendendo i cavalloni, si trovavano allora a soli trecento passi
dallo scoglio contro cui si era infranta la caravella.
Alvaro prese uno dei due moschetti, si appoggiò contro una cassa e
mirò qualche istante un gran diavolo di selvaggio che si dimenava sulla
prora della prima scialuppa, avventando all’aria colpi formidabili di
mazza e che urlava più alto di tutti.
Aveva appena tirato il grilletto, che già l’indiano cadeva in acqua,
fulminato in pieno petto da una palla di un’oncia.
Udendo quello sparo, che dovevano scambiare per lo scoppio d’una
folgore, gl’indiani si erano fermati guardando in alto invece che verso
la caravella.
Nessuno si era occupato del loro compagno, già inabissatosi nelle
profonde acque della baia.
Un altro colpo di moschetto, sparato dal mozzo e che fracassò un
braccio ad un remigante, li avvertì finalmente che quei misteriosi
messaggeri di morte non cadevano giù dal cielo che era tornato limpido,
ma che partivano invece dalla nave.
Avevano scorto il lampo a balenare sul cassero e anche la nuvola di
fumo che la brezza mattutina non aveva ancora dissipata.
Uno stupore impossibile a descriversi si era impadronito di quegli
ingenui, per quanto feroci figli delle vergini foreste americane.
Muti pel terrore, guardavano la caravella senza osare più a toccare i
remi. Quale bestia doveva essere quella che lanciava fuoco e fiamme e
che ad una così grande distanza ammazzava o mutilava gli uomini?
Nondimeno lo stupore non durò molto in quei selvaggi abituati a vivere
in continua guerra fra tribù e tribù. L’avidità fu più forte della
paura e ripresero ben presto i remi spingendo rapidamente innanzi le
loro piroghe per giungere presto sotto la caravella.
Ormai avevano scorti i due naufraghi e contavano di vincerli facilmente
e anche di mangiarseli presto.
— Signor Alvaro, — disse il mozzo. — Continuano ad avanzarsi
egualmente. Il tuono non basta a fermarli e nemmeno le nostre palle.
— Vi è la mina pronta e vedrai come salteranno. Aspetta che giungano
sotto la prora.
— E noi?
— Ci rifugieremo nel quadro. Lo scoppio non farà troppi guasti. Hai
finito di caricare?
— Sì, signore.
— Mira la seconda piroga; io m’incarico della prima.
Due altri spari rimbombarono a breve tratto l’uno dall’altro e altri
due indiani caddero sui loro banchi, uno morto sul colpo e l’altro
ferito.
Urla acutissime risposero a quella seconda scarica, poi una voce
tuonante s’alzò sola, gridando replicatamente:
— _Caramurà!... Caramurà!_... —
Era una maledizione scagliata contro i possessori del fuoco celeste o
voleva significare qualche cosa d’altro? Alvaro non ebbe il tempo di
cercarne la spiegazione.
Le quattro piroghe con un ultimo sforzo erano già giunte sotto la prora
della caravella che era la parte più bassa e che meglio si prestava ad
un abbordaggio.
Il signor di Correa si era impadronito d’un pezzo di scotta che aveva
accesa ancora prima che cominciasse il combattimento e che bruciava
sulla murata.
— Nel quadro, Garcia! — gridò.
— No, signore, — rispose il ragazzo con voce risoluta. — Vi difenderò
giacchè il mio archibugio è già carico.
— Grazie, — rispose Alvaro, impugnando uno dei due spadoni.
Mentre gl’indiani, certi di impadronirsi facilmente della nave,
cercavano di arrampicarsi servendosi dei cordami del bompresso, il
portoghese si slanciò attraverso la tolda cacciandosi sotto il castello
di prora.
Con un colpo di spada tagliò parte della sagola, diede fuoco a quella
che s’univa alla cassa, poi scappò a tutte gambe.
In quel momento il primo selvaggio saliva aggrappandosi alla polena.
Stava per mettere i piedi sul castello, quando il mozzo lo abbattè con
un buon colpo di archibugio, facendolo stramazzare addosso ai compagni
che stavano pure arrampicandosi sulle funi della dolfiniera.
— Bravo Garcia! — gridò Alvaro salendo precipitosamente sul cassero. —
Presto, nel quadro, ragazzo mio! La mina sta per scoppiare! —
I brasiliani, il cui coraggio cominciava a vacillare non già per le
perdite subite, bensì in causa di quelle detonazioni che non riuscivano
a spiegarsi, erano ridiscesi nei loro canotti non osando più issarsi
sul rottame.
Si udivano però a gridare sempre, con accento di terrore:
— _Caramurà!... Caramurà!_... —
Ad un tratto una detonazione formidabile soffocò i loro clamori.
La mina era scoppiata gettando in aria casse, barili e gomene e
disarticolando d’un colpo solo tutto la prora della caravella.
La spinta era stata così forte, che Alvaro ed il mozzo furono
rovesciati al suolo, l’uno sull’altro e che tutti i quadri e gli
attrezzi marinareschi che si trovavano appesi alle pareti, caddero con
un fracasso indiavolato. Anche le porte delle cabine furono spalancate
di colpo, sbattacchiando replicatamente.
— Perdinci, che cannonata! — esclamò Alvaro, rialzandosi e tastandosi
le costole. — Se avessi versato nella cassa mezzo barile di polvere noi
saremmo saltati.
Ehi, ragazzo, nulla di guasto?
— Il naso un po’ schiacciato, signore, — rispose il mozzo.
— Saltiamo fuori! —
Afferrarono i moschetti e gli spadoni e salirono sul ponte. Un denso
fumo ondeggiava ancora sulla prora squarciata e delle lingue di fuoco
serpeggiavano sotto i rottami del castello.
Le gomene incatramate e le vesti dei marinai rinchiuse nelle casse si
erano incendiate.
— Ah! Diavolo! — esclamò Alvaro, aggrottando la fronte. — Non aveva
previsto questo pericolo.
Saltò sulla murata aggrappandosi ai paterassi ancora sospesi al
troncone dell’albero maestro e guardò verso prora.
La disfatta degl’indiani era stata completa. Delle quattro piroghe una
era colata subito a fondo e le altre tre fuggivano disordinatamente
verso la riva.
— Un bel colpo in fede mia, — disse il bravo giovane, ridendo. — Quei
maledetti mangiatori di carne umana non torneranno più a rinnovare
l’attacco.
Guardò verso lo scoglio contro cui si era arenata la caravella. Dei
cadaveri, orrendamente mutilati, ondeggiavano fra la spuma che le onde
avventavano sulle rocce insieme a frammenti di remi e di banchi.
— Se ne sono andati, signor Alvaro? — chiese il mozzo.
— Filano verso la costa come un’orca che ha il vento in poppa, —
rispose Correa. — Giurerei che non hanno più una goccia di sangue nelle
vene.
— Come arrancano! — esclamò il ragazzo che si era issato, a sua volta,
sulla murata. — Devono aver provata una terribile paura.
— E parecchi di essi sono morti.
— Ed i pesci cani stanno divorandoli, signore. Oh! Le brutte bestie!
Guardate quante ve ne sono! Aho! Che bocconi! Tagliano in due un corpo
come se avessero fra i denti una immensa forbice! —
Correa guardò verso la prora e rabbrividì. Sette od otto mostruosi
squali, di quelli che hanno la testa foggiata a martello e che si
chiamano zigaene, si agitavano presso la scogliera mostrando le loro
enormi bocche semi-circolari, armate di formidabili denti.
Si voltavano sul dorso, non potendo afferrare le prede d’un colpo, in
causa della disposizione della loro bocca che si trova al di sotto dei
due capi del martello, poi con un crac che metteva i brividi tagliavano
in due i cadaveri, afferravano la parte più grossa e scomparivano fra
un cerchio di sangue.
— Oh! gli orribili pesci! — esclamò Correa. — Se l’esplosione ci
scaraventava in mare, ci toccava una bella fine! —
Una folata di fumo nero e fetente, impregnato dell’odor del catrame, lo
avvertì che il pericolo non stava dalla parte degli squali.
— Perdinci! — esclamò. — Noi dimenticavamo che la prora della caravella
sta tramutandosi in una fornace.
[Illustrazione: Poi, con una spinta più vigorosa, la catena
attraversò.... (CAP. IV).]
Ragazzo mio, se gl’indiani se ne sono andati, non possiamo dire di
essere ancora salvi. Bisogna sgombrare e senza perdere tempo.
— È vero signore ma.... e quei pesci cani?
— Hanno ben altro da fare in questo momento per occuparsi di noi. E poi
abbiamo delle armi e se cercheranno di assalire la nostra zattera ci
difenderemo. —
Diede un ultimo sguardo verso la costa. Le tre piroghe avevano
imboccato uno dei cinque fiumi e stavano scomparendo sotto le vôlte di
verzura che coprivano quei corsi d’acqua.
— Alla zattera, Garcia, — disse. — Porta in coperta un barilotto di
polvere e del piombo.
Ci sono più viveri nel quadro?
— La dispensa è sott’acqua, signore. Ve lo dissi già.
— Andremo a guadagnarci la colazione alla costa. Vedo un gran numero di
uccelli a volare fra gli alberi e non siamo cattivi tiratori. —
Si issò fino alla coffa portando con se una gomena che passò in una
delle puleggie, poi legò un capo ad un angolo della zattera e avvolse
l’altro intorno all’argano di poppa, che il mozzo aveva già provvisto
di manovelle.
Bisognava spicciarsi. Le fiamme, trovando facile alimento nelle pareti
incatramate della caravella, guadagnavano rapidamente.
Lingue smisurate s’alzavano fra i rottami del castello di prora, mentre
fitti nuvoloni di fumo acre e pesante, avvolgevano tutta la nave.
Correa ed il mozzo si curvarono sulle aspe e fecero girare l’argano
spingendo a tutta forza.
Essendo la zattera piccola e non troppo pesante, non fu difficile
issarla e spingerla al di fuori della murata.
D’altronde lo stato del mare favoriva quell’operazione che sarebbe
stata difficilissima a compiersi con delle forti ondate.
L’Atlantico si era calmato e solo di quando in quando qualche
cavallone, poco alto, si distendeva nella baia, andando ad infrangersi
contro le scogliere e gli isolotti.
La zattera appena toccata l’acqua si raddrizzò, rollando vivamente e
beccheggiando e urtando contro il fianco della caravella.
Correa ed il mozzo, assicuratisi che galleggiava perfettamente,
calarono i due barilotti contenenti le munizioni e qualche vestito di
ricambio trovato nella cabina del pilota, presero i loro spadoni, la
scure e gli archibugi e scesero sul galleggiante troncando le funi.
— Dove ci dirigeremo, signore? — chiese il mozzo, disponendosi a
prendere i remi.
Correa lanciò un lungo sguardo verso la costa, poi indicando un fiume
che si versava nella vasta baia, disse:
— Approderemo là; saremo abbastanza lontani da quello che hanno
risalito i brasiliani. —