Per qual cagione le monete in tutti gli Stati si vedono crescere e mai
calare di valuta.
Se il corso delle monete fosse come quello de' fiumi o de' torrenti,
non sarebbe maraviglia se, nonostante tutti i ripari o gli argini che
gli si facessero incontro, elleno volessero tendere alla sua via. Ma
si vede, da qualche esempio di sessanta e di ottanta anni, ch'elleno
potessero esser ritenute da questo corso ed impedite di crescere, come
sono state impedite in Toscana e nello Stato ecclesiastico quasi dal
1600 in qua, e dal 1674 in qua da' genovesi, che sperano, non senza
ragione, di mantenerle lunghissimo tempo, attese le ottime regole che
v'hanno apposto e l'attenzione con che le fanno osservare. Anzi quella
stessa forza che le ritiene, ch'è l'autoritá de' principi, alcuna
volta le ha pure rispinte addietro qualche passo, come hanno fatto,
giá tempo, in Venezia il zecchino, che fu dalle 20 abusive restituito
nel 1665 alle 16 lire. E nondimeno si legge e si osserva che in tutti
i tempi e in tutti gli Stati sono sempre cresciute, e, quando hanno
fatto un passo indietro, non hanno molto tardato a scorrere di nuovo
avanti.
Sinché durò in Roma quell'antica tanto lodata ed odiata frugalitá, con
la quale, contenti di ciò che rendeva loro la terra e la greggia, non
cercavano merci straniere; ed i consoli e decurioni s'andavano a
staccar dall'aratro, per collocarli con suprema potestá alla testa de'
loro eserciti; onde tante nobilissime famiglie romane, come de' Fabi,
de' Lentuli, Pisoni, Ciceroni ed altri presero il cognome dal ben
seminar le fave, i piselli, i ceci e le lenticchie: non fu fatta
mutazione nelle monete; ma per 300 anni, da Servio Tullo, che
l'introdusse, sino alla prima guerra cartaginese, durò la stessa
qualitá e peso di moneta, cioè a dire degli assi gravi di rame di una
libbra l'uno. Ma, per le gravi spese di detta guerra, furono dipoi
alla terza parte di una libbra ridotti; e cosí, tutt'ad un colpo,
sbalzata la moneta a valere sei volte di piú che avanti. Né corsero 60
anni che, siccome altrove si disse, nella dittatura di Quinto Fabio
Massimo furono ridotti ad un'oncia sola; e quindi, per la legge
Papiria, nuovamente a mezz'oncia ristretti, e successivamente si
videro anco ad un quarto d'oncia ridotti, secondo le diligenti
esperienze che di varie antiche monete le piú ben conservate ha fatte
Wilebrordo Snellio, riferite nel suo piú volte citato trattatello _De
re nummaria_. Il che non altro vuol dire che, essendo cresciute di
valore quelle monete, tanto valeva da ultimo l'asse di mezz'oncia
quanto valsero dapprima gli assi d'una libbra; o, per dir meglio, un
asse antico d'una libbra valeva ormai 24 assi de' nuovi. Donde nacque
il parlar a moneta grave o ordinaria, esprimendosi «gravis aeris»
quando dell'antica valuta s'intendeva; come in Venezia oggidí si parla
a «valuta buona» o a «valuta corrente», valendo la buona un sesto piú
della corrente.
Quindi i denari romani, che furono d'argento e valevano dieci assi, e
le loro quote, quinari da 5 e sesterzi da due assi e mezzo, durarono a
questo valore dall'anno 484 di Roma, che furono introdotti, sino al
545, che da Fabio Massimo pure furono i denari 16 assi valutati ed il
quinario 8 e il sesterzo 4 assi. E perché successivamente le monete
d'oro, dette «soldi» o «solidi», furono valutate a principio 25 denari
d'argento, corrotti dipoi nel corso de' secoli seguenti e peggiorati
di bontá i denari, s'alzarono a maggiori numeri; e finalmente le cose
si sono a tal segno condotte, che, restando il nome immaginario di
«soldi», «lire» e «denari», le monete effettive sono alzate, e le
immaginarie per conseguenza si sono cosí abbassate e rese vili, che
non vagliono in oggi la millesima parte di prima: mentre il denaro in
molti paesi non è che la dodicesima parte di un soldo, ed il soldo
oggidí in piú paesi non è piú d'oro né d'argento, ma di pochissimo
rame; onde in Mantova e Parma tant'oro quant'era un solido degli
antichi, che pesava un quarto d'oncia, vale sopra 1000 soldi, che sono
circa 13.000 denari.
Ma, se riguardiamo i secoli a noi piú cogniti, vedremo che, siccome in
Venezia dal 1287 in qua il zecchino è passato dalle 3 lire alle 20,
cosí, negli altri paesi tutti, hanno le loro particolari monete fatto
straordinarie salite. E mi dispiace non aver tempo di vantaggio, né
mezzi facili per rinvenire che cosa valesse o quanto argento fino
contenesse un soldo di Francia circa il 1318 a' tempi di Filippo
longo, perché capirei forse meglio come sia quella legge od ordinanza
di quel re (raccontata da Giovanni Bodino nel suo mentovato
trattatello), con cui privava de' privilegi della cittadinanza chi non
possedesse in cittá una casa di prezzo almeno di 60 soldi. «_Nous
trouvons aussi_--dice quest'autore--_des ordonnances de Philippe le
long du droit de bourgeoisie en date de 1318, où il est porté que
celui qui voudra avoir droit de bourgeoisie en autre lieu du royaume,
qu'il sera tenu acheter une maison du prix de 60 sols paris_». Quando
le case fossero state di legno o di paglia a quel tempo, bisogna ad
ogni modo che uno scudo d'oro valesse molti pochi soldi, se con 60
soldi si comprava una casa da cittadino, mentre in oggi uno scudo
d'oro vale 110 soldi. Vero è che tutte le cose hanno cresciuto
straordinariamente di prezzo dalla scoperta dell'America in qua, come
sopra mostrammo; ma per tutto ciò non resta ogni dubbio, sopra questo
racconto, disciolto, né meno se si dicesse che detta legge intende 60
soldi d'affitto, non di valuta: cosa che non apparisce. Ma, se vera
fosse, porterebbe a 5 per 100 un capitale di 1200 soldi, che ancora è
una poca valuta per una casa da cittadino.
Per ritornar dunque al nostro assunto, egli è cosa certa che le monete
sono sempre cresciute di valutazione, e giammai non diminuiscono, se
non è per qualche picciola cosa che un principe le ritiri indietro. E,
se questo è effetto del commercio, come lo è certamente, qual è la sua
origine? Io per me considero che l'autoritá de' principi, qualunque
volta ella si contrappone alla forza de' popoli, non è giá di gran
lunga cosí grande come ella sembra. Comandano i principi ciò che loro
sembra utile a' loro Stati; ma eseguiscono i popoli piú volentieri
quelle cose nelle quali non sentono danno privato, che quelle ove
ognuno da sé ne prova svantaggio o si crede provarlo; e quindi nasce
che si guardano i principi prudenti d'ordinar cose tali, che possano
universalmente spiacere e produr commozioni. Ogni mutazione, che si
faccia nelle monete, porta pregiudizio poco meno che universale; e si
sono mostrati sopra al capitolo decimosecondo quali siano i danni che
al pubblico ed a' privati nascono dal crescer della valuta di esse. E
pure il popolo minuto, ch'è il piú numeroso, se ne eccettuiamo i
mercanti, non ne conosce tanto lo svantaggio, che non goda piú tosto,
benché con error d'intelletto, in vedersi in mano 25 scudi, che poco
tempo fa valevano 9 lire e mezza l'uno, ond'erano lire 237 e mezza, ed
ora, cresciuti a 10 lire, gli vagliono in mano lire 250: con che egli
è ben cosa difficile persuaderlo che egli non abbia guadagnato quelle
12 lire e mezza, essendo solito degli uomini il lasciarsi muovere piú
gagliardamente dalle cose presenti e sensibili che dalle lontane e
difficili da poter senza qualche speculazione comprendere. Quindi
dispiacegli sentire un editto del principe che gli riduca di nuovo la
moneta a minor valuta di prima, perché si vede diventar minore il
numero delle lire, benché immaginarie, che egli aveva prima; ed, a
guisa di acquedotto spiacevole, si lascia far piú orrore dalla
presente amarezza della medicina che allettamento dalla speranza di
salute. Cosí l'universale dispiacere de' popoli pone molte volte il
freno all'autoritá de' principi ancor contro il pubblico bene, ed è
cagione che rare volte hanno potuto i principi, anco piú assoluti,
ridurre le monete a quelle valute minori, da cui si erano alzate con
qualche esorbitanza, come attesta Renieri Budelio nel suo trattato _De
monetis_[32], ove dice che, piú volte tentata questa riduzione in
Allemagna ed in altri paesi, sempre aveva sortito infausti emergenti.
Ma non è meno in tutto bene de' popoli l'abbassamento delle monete,
come pure dovrebbe esser, per quella ragione: che da contrarie cause
contrari effetti sortir dovrebbono. Per intelligenza di che,
esaminiamo brevemente i danni e gli utili dell'alzamento delle monete,
lasciando però a parte l'utile che ne tranno gli incettatori, che ne
trafficano a pubblico pregiudizio.
Dall'alzamento delle monete ha danno il principe, perché scemano le
sue entrate; e questo risulta a beneficio de' popoli, che, sebbene non
se n'avvedono, pure ne risulta loro alleggerimento dalle gravezze. Ha
danno il popolo per altra parte, perché chi riscuote censi, livelli o
pigioni a contanti, riceve minor quantitá di buon metallo del solito:
ma questo danno vien partito, perché altrettanto vi guadagnano i
debitori, che pagano con meno quantitá d'oro. Ha danno il principe ed
i popoli insieme, perché la mercatura si confonde e le arti si
perdono; ed in questo caso l'utile opposto va a quegli altri principi
e Stati, che dalla rovina del commercio di questi sentono vantaggio.
Dunque, se tornano a scemare le monete dal posto in che s'erano
alzate, il principe risarcisce l'entrate del suo erario per questa
parte; ma ne ha danno il popolo nelle gravezze. Li creditori
acquistano quel piú de' loro crediti e de' loro livelli o censi; ma li
debitori ne risentono nuovo danno, perché sono forzati a pagar piú
metallo per lo stesso numero di lire immaginarie, ed il commercio
stesso ne patisce nuove convulsioni, onde ne scaturisce nuovo danno al
principe. Perché quel mercante, che pagava prima tre lire il braccio
di fattura al tessitore di velluto, quando lo scudo valeva 12 lire, se
lo scudo sará rimesso a 9 lire, pagando lo stesso, spende uno scudo in
tre braccia di tessitura, che prima ne aveva 4 braccia: onde non può
mandar in Francia le sue drapperie a' prezzi di prima, né può
persuader il tessitore a ricever meno pagamento, perché egli risponde
di non potere spender né meno egli per piú lo scudo che per quelle 9
lire. Cosí i principi, per non dare universali dispiaceri a' suoi
popoli e per non apportar loro nuovo danno e per non riceverne di
nuovo, essi tralasciano di ritirar indietro, se non per poca cosa, le
valute di loro monete; il che fa che, sempre con nuovi disordini
avanzando inanzi con lunghi passi, e per nuovi ordini poco
rimettendosi indietro le monete, fanno continuo viaggio, si può dire,
alla via dell'accrescimento.
Molto piú chiara vedremo ancora l'origine di questo effetto, se ci
figuraremo e chiamaremo all'esame le cause principali dell'alzamento.
Una delle principali cagioni dicemmo esser la sproporzione delle
monete d'oro e d'argento fra loro, in ordine a quell'analogia che piú
universalmente tengono le zecche principali.
Se in uno Stato A saranno battute monete d'oro o d'argento piú
leggiere o di lega inferiore del solito, e valutate come prima
costumavano; e poniamo che, barattando tali monete con monete d'oro in
ragione di quella valuta, non entri nella valuta d'una libbra d'oro
fino piú di 14 libbre e un quarto d'argento fino in tali monete nuove;
le altre nazioni, che, se vanno regolate, come dovrebbono, con la
piazza di Genova, ch'è il magazzino di questi metalli in Italia,
battono le sue monete in proporzione d'un'oncia d'oro per 14 e 3/4
d'argento in circa, ch'è una differenza di circa 4 per 100 (e notisi
che in questa proporzione di 14 e 3/4 intendo compresa la spesa del
trasporto degli argenti ed altro, che fanno esser piú care le paste in
paesi piú lontani da Genova), valuteranno la nuova moneta di quel
principe nella stessa conformitá delle proprie. Onde i mercanti di
quel paese A non potranno mandar fuori cotali monete senza perdita di
que' 4 per 100 in circa, e perciò in sua vece manderanno ogni altra
sorte di monete vecchie o forestiere, e particolarmente d'oro, a causa
di che tutte le altre monete suddette cominceranno a far aggio e
successivamente ad esser barattate a prezzo maggiore di prima nel suo
paese, crescendo di valuta non solo quei 4 per 100, ma piú ancora. E
la ragione di crescer di piú nasce dalla strettezza dell'oro medesimo,
per essere stato mandato a principio fuori di Stato o nascosto dagli
incettatori, a' quali torna conto pescar nel torbido di que'
disordini: cosicché, alzato l'oro piú del dovere, gli estranei tornano
a mandarne indietro a baratto d'argento; e cosí da un disordine ne
moltiplicano cento, con lo sconvolgimento di tutto il commercio, danno
del principe e strida de' popoli.
Che fará, in questo stato di cose, quel principe? Se vuol ridurre alla
primiera valuta le monete, quando non sia in principio del disordine,
trova difficilissimo il ripiego. Tutti i ricchi, e gli stessi suoi
consiglieri e magistrati talora, che si trovano aver 4 lire di piú ogni
100 che avevano in cassa, sono di parere che non si faccia quella
riduzione od abbassamento di monete, perché concepiscono la perdita di
que' quattro per 100 del proprio contante. Chi ha preso in prestito, per
esempio, 6000 lire di quel paese da un altro, e l'ha ricevute in tante
monete allorché valevano piú, deve aggiungervi 4 per 100 delle stesse
monete nel farne la restituzione, per far la stessa valuta di 6000 lire,
e si duole di quelle 240 lire ch'ei ci perde. Chi paga pigioni, livelli,
affittanze, stride altamente, perché deve pagar tante monete di piú, a
compimento de' suoi debiti, di quello prima faceva; e chi vuol redimer
censi o francar livelli, non può senza estreme doglianze soffrire di
dover restituire piú di quello ne ha ricevuto. Che se per sorte il
principe volesse ripigliarsi quella moneta inferiore e restituirla di
nuovo alla prima proporzione e valuta, farebbe un atto di giustizia col
restituire quel guadagno che avesse fatto nelle prime; e forse la spesa,
che ora ci volesse, non gli sarebbe inutile, liberandosi in tal modo dal
pregiudizio che ne averebbono ricevuto in perpetuo le sue rendite. Ma
sono rari gli esempi di cotali risoluzioni; e non restarebbono per ciò
di dolersi quelli che avessero riposto l'altre monete, e d'oro
particolarmente, che sarebbono cresciute di prezzo e che ora con loro
danno ad essi parerebbe che s'abbassassero. In somma il piú facile e
pratico modo, che si trovi in tali congiunture, fu sempre lo stabilirle
per sempre al corso presente o ritirarle a basso solo poca parte
dell'accrescimento che hanno fatto, e proporzionarle con migliore
analogia di prima alla piazza matrice dell'altre zecche, ch'è Genova. Ed
ecco che per necessitá crescono sempre mai, o poco ponno scemare; ch'era
l'assunto di questo capitolo. Nel quale ho stimato inutile l'apportare,
come avrei potuto fare, gli alzamenti da cento o ducento anni in qua in
tutti gli Stati d'Europa; perché, non servendo ciò che a provare che
cosí segue, ognuno può da sé nel suo paese e negli altri, de' quali avrá
cognizione, riconoscere la veritá.