CAPITOLO XVIII

Regole universali per le zecche, e prima dell'osservar la proporzione

piú comune tra l'oro e l'argento.

Passeremo finalmente ad andar esponendo le regole piú universali che

per governo delle zecche e custodia del commercio e mantenimento delle

valute sono piú necessarie, esaminandole piú a minuto che ne'

precedenti capitoli non s'ha potuto fare, essendo queste regole come

una pratica delle teoriche insegnate. Sará dunque la prima regola: che

nel valutar le monete d'oro e d'argento si deve osservar la

proporzione che corre piú comune in quella provincia. L'oro e

l'argento sono prezzi l'uno dell'altro, come giá si mostrò, e secondo

la varia abbondanza dell'uno e dell'altro mutasi la proporzione con

che l'uno all'altro si baratta, il che pure si provò sopra: onde

ciascuna zecca dovrebbe valutare le monete sue d'oro e d'argento a

quella proporzione che ne' prezzi degli argenti e degli ori non

coniati comunemente fra' mercanti di quel paese vien osservata; e

questa non suol esser giammai molto differente da un paese all'altro,

se non sono molto distanti o vi sia qualche circostanza particolare

che ne dia l'impulso.

La Spagna riceve i suoi ori ed argenti dall'America, pochissimo

essendo in oggi il provento di questi metalli dalle miniere de' suoi

regni, che pure, giá molti secoli, erano sí copiose, che rendevano

alla repubblica romana solamente in argento 25.000 dramme al giorno,

che sono 142.578 marche all'anno, secondo narrano Strabone e Polibio,

citati dal Bodeo nel quarto libro _De asse_, ove riduce questa somma a

poco meno di un milione di scudi d'oro all'anno in valuta moderna, ed

asserisce essere stata copiosa altresí d'oro, di cui Plinio narra che

ne cavavano d'effettivo metallo 20.000 libbre all'anno, quasi tutto

dall'Asturia, oltre la quantitá di ferro, rame, piombo e di tutte

l'altre cose che rendeva quella provincia; onde la Spagna fu in quel

tempo a' romani ciò che in oggi sono le Indie occidentali alla Spagna.

Dev'ella dunque conformarsi nelle sue zecche a quelle proporzioni che

tra l'oro e l'argento si praticano ne' suoi empori, e, principalmente

in Siviglia, ch'è la principale scala delle Indie.

L'Italia riceve oggi la maggior parte di questi metalli anche essa

dalla Spagna, tutto che anticamente ne fosse ella stessa feracissima,

al dire di Plinio, libro XXXIII, capitolo 4, ove, narrando le

ricchezze che dagli altri paesi portavano i romani, dice che «_Italiae

parcitum est vetere interdicto patrum, alioqui nulla fertilior

metallorum quoque erat tellus»; e séguita: «Extat lex censoria

ictimulorum auri fodinae in vercellensi agro, qua cavebatur, ne plus

quinque millia hominum in opere publicani haberent_». Ma ora appena ne

ha ella i vestiggi e le fallaci piú che felici speranze in molte

parti, ove ne apparisce qualche segno. Al presente dunque ella dalla

Spagna principalmente le riceve, sebbene non poco oro ancora in ongari

viene dalla Germania; ond'ella deve conformarsi quant'è possibile alle

proporzioni principali di Genova, che può dirsi il vero magazzino di

queste preziose paste.

La Germania è fertilissima ancora di metalli, e l'imperadore delle

sole miniere delle cittá montane in Ongheria, del 1657, ch'io le

visitai, ne traeva d'ordinario 2000 tálari al giorno netti dalle

spese, oltre all'oro, che in somma considerabile d'ongari si

convertiva; e l'uno e l'altro, battuti nella zecca di Cremnitz, una

volta o due al mese, sino a Vienna si mandava. Ma, oltre a queste, ha

egli altre miniere in Boemia e Slesia, altre ancora nella Stiria

superiore ed altrove; e, quanto agli altri Stati d'Allemagna, ne sono

di ricchissime in Baviera e quasi per tutta la Sassonia ed altri

Stati. Onde la proporzione dell'oro all'argento in que' paesi sarebbe

forse diversa dagli altri Dio sa quanto, se la Germania non avesse

commercio con altri Stati. Ma, perché il traffico con l'altre province

d'Europa giá si disse che faceva quasi l'effetto de' fluidi che si

livellano insieme, quindi è che non può ella dimeno di seguitare la

piú comune, od almeno scostarsene ben poco, quanto cioè può

ragguagliarsi colle spese del trasporto da una provincia all'altra.

Imperciocché, se, per esempio, fosse in Allemagna l'argento piú vile

che in Italia, sicché per un'oncia d'oro si avessero colá 16 once

d'argento, gli incettatori e mercanti portarebbero colá l'oro a

barattare in argento, per portarlo in Italia, ove per una d'oro non

s'ha che 14 e 3/4 d'argento, onde vi sarebbe di guadagno un'oncia e

1/4 d'argento ogni oncia d'oro, che sarebbero otto e mezzo e piú per

cento, de' quali, sebbene ne andassero 3 o 4 in condotta, sensaria o

provvigioni ed altre spese, n'avanza ben tanto che basta. Ma, se non

vi fosse guadagno piú di quello portano le spese, non si farebbe

questo traffico; e cosí resterebbe l'uno e l'altro metallo in

Allemagna a quella proporzione alquanto differente, ma ben poco,

dall'italiana. Bene è vero che per causa di questo svario le monete,

che accadono per pagamenti da farsi d'un nell'altro paese, fanno

aggio, cioè a dire si pagano e vendono da' mercanti certa porzione per

cento di piú. Per esempio, se l'oro in Allemagna è piú caro che in

Italia, onde si baratti a piú argento che qui non si fa, ed io voglio

di Venezia farmi pagare in Vienna la valuta di 1000 ducati in tanti

ongari, bisognerá ch'io paghi al mercante di Venezia un tanto di piú

quegli ongari della valuta ordinaria, perché in Vienna gli ongari

vagliono piú argento che non vagliono in Venezia; e viceversa, chi di

Vienna volesse farsi pagare in Venezia 1000 fiorini in tanti ducati,

volendo pagargli in Vienna con ongari, converrebbe pagar aggio per li

ducati, perché l'ongaro vale manco argento in Venezia che non vale in

Vienna.

Supposte dunque tutte queste cose, vien manifesto che la proporzione

fra l'oro e l'argento in tutta la cristianitá non può variare di certa

misura, ma non può né meno mantenersi affatto uniforme, in quanto le

condotte delle paste o delle monete da un luogo all'altro possono

necessitare a qualche picciolo svario, atteso che l'argento di pari

valuta con una partita di oro tiene 14 volte di piú in circa di peso e

circa 26 volte maggior mole dell'oro; perché la valuta di 100 doppie,

portata in doppie effettive, pesa solo 27 once scarse e, portata in

genovine, pesa 318 once e, per esser l'argento piú leggiero dell'oro

in ragione di 100 a cinquantaquattro in circa, occupa 25 volte in

circa tanto luogo quanto le 100 doppie suddette. Dal che nasce

maggiore spesa nelle condotte, e perciò possono svariare i metalli

nella proporzione quanto importa lo svario di esse condotte in

Ispagna: valendo la pezza d'argento un quarto di doppia e pesando per

4 doppie, viene ad esser la proporzione di 16 ad uno in circa. Né per

altro in Genova sta la proporzione a 14 e 3/4, sí che l'argento v'è

piú caro che in Ispagna a ragione di otto e mezzo in circa per 100, se

non per le spese e pericoli maggiori che vi sono nel trasporto: onde,

in tanta distanza e sí pericolosa di corsari ed altri infortuni, non

fa grande svario la proporzione di questi metalli. E perciò fra le

cittá d'Italia ne sará tanto meno, e molto meno ancora, perché, senza

che gli incettatori lo portino a posta, il commercio delle mercanzie

ne conduce da sé quantitá, e a quelle cittá particolarmente che sono

mercantili piú dell'altre e che assai piú mercanzie mandano fuori di

quelle che comprino dagli altri paesi; come è Venezia, che

specialmente dalla Lombardia compra pochissimo e vende molto, e perciò

tira a sé gran quantitá dell'uno e dell'altro metallo inviatole da

que' mercanti che seco contrattano senza sua spesa di piú. E perciò

non doverebbe ella mai scostarsi da quella proporzione che costuma la

piazza di Genova, se non quant'ella avesse bisogno per la sua zecca

piú d'un metallo che dell'altro. Ma qui è forza ch'io chiami del

lettore piú applicata l'attenzione del solito, per trattarsi di

sottile, ma importante proposizione.

Se la proporzione di Genova sta a 14 e 3/4, ed in Venezia si vuol

battere quantitá di ducati o d'altre monete d'argento, e si vorrebbe

perciò aver argento in paese da poter battere il suo bisogno, senza

farne venire immediatamente da Genova, nel qual caso costarebbe

troppo, si può in non molto tempo farne comparire quantitá, col

valutar le monete d'argento, cosí proprie che d'altri Stati, che hanno

ne' suoi qualcosetta di piú del solito in proporzione dell'oro, ovvero

(che sarebbe lo stesso, e con piú utile del paese) abbassando qualche

cosa quelle d'oro del prezzo consueto, sicché la proporzione d'un

all'altro tornasse, per esempio, di quattordici e mezzo ad uno.

Imperciocché tutti li mercanti delle altre piazze d'Italia,

ogn'occasione che avessero di mandar contante effettivo a Venezia,

proccurarebbero di mandar argento e non oro; ed eccone per maggior

chiarezza un esempio. Se valessero in Venezia le doppie di Spagna solo

lire 29.4 e le genovine lire 12, la proporzione di questi metalli

raffinati tornarebbe a 14 e mezzo d'argento per una d'oro; e il simile

fa Milano prossimamente, eccetto che del guadagno ch'ei fa ne' filippi

(ne' quali pagherá bene un giorno l'usura) vi sarebbe differenza uno

ogni 59, che non è 2 per 100: onde non potrebbono né milanesi né

genovesi mandar a posta genovine a Venezia per tirar oro e far quel

guadagno di due scarsi per cento, perché tutto l'aggio si consumerebbe

in condotta, provvisioni ed altre spese. Ma nondimeno, occorrendo loro

mandar danaro per prezzo di mercanzie venete, o volendo alcuno venire

di que' paesi o d'altri a Venezia per suoi interessi, manderebbe piú

tosto argento che oro. Perché 1000 genovine, che in Genova vagliono a

lire sette e soldi dodici l'una, cioè lire 7600, nelle quali entrano

doppie 404-1/4 minuzia piú, in Venezia vagliono lire 12.000; le quali,

convertite in doppie, a lire 29.4 l'una, dánno doppie 411 o poco meno.

Sicché vi guadagnarebbe la valuta di quasi 7 doppie, e correrebbe alla

volta di Venezia, come da sé, piú argento che oro; e tanto fu fatto

con la «parte» dei 8 luglio 1665. Sebbene, per mio credere, con troppo

svario, perché la proporzione, a che le valutarono, fu di 14 e 1/4 per

uno a fatica, e concorse bensí quantitá d'argento, e per qualche anni

hanno corso le monete senza nuovo sconcerto; ma finalmente è maturato

con evidenti pregiudizi il frutto dell'eccessiva sproporzione, che,

congiunta con altre cause, ha sbalzato cosí fuori di sesto, come ancor

sono, tutte le monete. Imperciocché da 14-1/4 a 14 e 3/4 vi è un mezzo

di differenza, che importa tre e mezzo per cento in circa: onde, per

l'abbondanza del guadagno, è concorso tanto argento, che, oltre i

molti milioni di ducati battuti con quello, non si vedevano correre

per le cittá e lo Stato quasi altro che genovine. Il che ha fatto

alzar le doppie da 28 a 30 lire; e, perché il popolo, nell'alzar le

monete, non piglia mai le misure giuste, si sono poi sconcertate tutte

le altre valute.

Questo ripiego però di scostar alquanto dal giusto la proporzione fra

i due ricchi metalli, dando piú valore a quello di cui s'ha bisogno,

per eccitarne il concorso, sebbene è il piú praticabile e meno

dispendioso al principe, e di piú insensibile, anzi quasi sconosciuto

danno a' popoli, non è però affatto innocente, perché ognuno, che

vuole di quella cittá far pagar argento fuori, paga un aggio di piú al

banchiere per questo svario. E chi ben considera, non vi è altra

differenza fra quelle monete che pagano aggio e quelle che si valutano

piú del giusto, se non che le monete con l'aggio si ponno considerare

cresciute di valuta per quella volta tanto, le altre per sempre;

essendo l'aggio delle monete il vero foriero dell'alzamento universale

delle medesime, anzi un vero alzamento privato delle valute, una

semente de' disordini, che, lasciata lungamente sepolta fra i libri

de' mercanti, prorompe finalmente in pubblico abuso. E qui prego chi

legge a compatire se, per maggior chiarezza, ripeto nuovamente li

medesimi abusi, amplificando questi effetti dell'aggio e

dell'alzamento.

«Aggio» vuol dire in lingua toscana «commoditá o vantaggio, che si ha

d'altra cosa», del che viene «aggiato» e «star a suo aggio», che vuol

dire «star a suo commodo». E di qui hanno tolto i mercanti il nome di

«aggio»; e la frase di «pagar aggio» è quel tanto di piú, che nel

barattar moneta lascia uno all'altro, come prezzo di comoditá o

dell'aggio che risulta a chi lo paga dall'aver quella specie di

monete. Io voglio di Genova condur a Bologna 200 doppie, che ho

riscosse colá d'un mio credito: se le porto in doppie di peso, che

vagliono in Genova 3760 lire, le trovo valere in Bologna lire 7000;

ma, se io le avessi in genovine a lire 7.12 di Genova l'una, sarebbono

genovine 494 e 2/3 poco piú, che in Bologna sono di quella moneta, a

lire 6.4 l'una, lire 7069; onde in genovine avrò vantaggio di dette 69

lire, e però vado al mercante a barattarle in tante genovine. Ma egli

me ne chiede d'aggio, per esempio, uno per cento, ed io lo pago

volontieri, perché saranno dette 30 lire di Bologna, onde me ne

avanzano ancora 39 di utile.

Ora, quando in un paese comincia ad esser scarsezza d'un metallo in

proporzione dell'altro, subito il metallo, di cui si scarseggia,

comincia a far aggio, cioè a non concedersi da' mercanti a baratto

dell'altro senza che chi lo vuole non paghi alcuna cosa piú per

quell'aggio o comodo che a lui ne torna. Lo stesso accade quando una

moneta piglia credito o corso e valuta maggiore, in proporzione

dell'altre, in qualche paese. Per esempio, se i ducati di Venezia si

valutano in modo tale a Bologna e nello Stato ecclesiastico, che vi si

guadagna, dandone a que' popoli a baratto d'altre monete, subito

cominciano i ducati a Venezia a far aggio, perché, venendo asportati

in altro paese, mancano a Venezia, ed i pagamenti si fanno con altre

monete venute in baratto de' ducati giá mandati, e chi vuol mandarne

degli altri, o ne ha bisogno per altri usi, li cerca e li paga qualche

cosa piú al mercante. Ma, sino che questo pagamento sta da mercante a

mercante, ha nome di «aggio» solamente; ma, continuando a lungo,

comincia poi a barattarsi ancora nelle spese minute a quel tanto di

piú che il mercante ne voleva d'aggio, ed allora diventa accrescimento

di monete, perché giá ella corre pubblicamente a quel prezzo. Ed ecco

come l'aggio è il foriero dell'accrescimento delle monete.

Dalle cose dunque sin qui dedotte si vede manifesto che non tutte le

zecche possono osservare, se non per poca quantitá, la proporzione

universale dell'oro all'argento dentro alle misure che si dovrebbe,

senza scapito. Imperocché le cittá che non sono mercantili, e che poco

oro ed argento possono con la mercatura tirar dagli Stati altrui, non

possono dar meno a batter monete su queste misure, se non per quella

poca quantitá d'oro o d'argento che cápita nella zecca stessa

d'argenti rotti ed altro del paese, o pure con quel poco che va

capitando in mano a' mercanti. Che se que' mercanti hanno qualche

quantitá d'argenti ed ori forestieri nelle mani, ed il principe vuole

o per suo decoro o per altro fine ribatterli in monete proprie, mentre

li riceve a quel prezzo e proporzione che vagliono fuori e dentro del

suo Stato, e li vuole ribattere alla stessa proporzione, è forza che

rimetta di propria borsa tutte le spese della zecca. Se vuol fare

venire le paste e non ha mercanzie del suo Stato da dare in baratto,

gli conviene far venire un metallo solo e pagarlo con l'altro, e

batter solo di quello. Ma, s'egli paga l'oro con 14 e 3/4 d'argento, e

poi vuole spendere le sue monete d'argento o con utile od almeno con

risarcirsi le spese, ecco che bisogna ch'ei faccia valere una d'oro

per 14 e 1/4 od al piú 14 e mezzo delle sue monete d'argento; e,

perché fuori del suo Stato vale l'oro 14 e 3/4, per forza bisogna,

nonostante ogni suo decreto, che vada fuori di Stato tutto l'oro,

perché i suoi sudditi troveranno manco scapito a pagar con monete

d'oro che con quelle sue monete d'argento, che fuori di Stato son

valutate minor prezzo. Onde le monete d'oro nel suo Stato prima

faranno aggio fra' mercanti, e poi finalmente alzeranno universalmente

di prezzo; sicché il principe ha guadagnato poco o nulla a principio

per una sola volta, ed ora discapita per sempre di tutte le sue

entrate quant'era l'alzamento, e seco peggiorano tutti gl'interessi ed

averi de' suoi sudditi.

La veritá si è che il batter moneta è la piú bella e la piú nobile

prerogativa del principato, perché con quella si diffonde per il mondo

durante sua vita, e resta dopo morte, il nome, l'effigie e la memoria

della grandezza ed autoritá sua, delle imprese e de' suoi magnanimi

pensieri, di che sogliono dar contrasegno i rovesci: onde quelli, che ne

godono il privilegio, non devono defraudar se stessi di questa gloria.

Ma non bisogna pensar di goder di una sí bella marca d'onore senza

pagarla, e molto manco si deve credere di poterne cavar profitto di

borsa: nel che s'ingannano tutti que' principi che, altrimenti credendo,

vanno in traccia del guadagno di zecca, ma, per poco lucro palese, fanno

occulte, ma gravissime piaghe nelle sue entrate; perché, se non hanno

miniere proprie o se non hanno traffico grandissimo, che porti loro

abbondante la materia dagli Stati alieni, non vi troveranno mai

profitto, se non a costo dell'alzamento delle monete, che cangia alfine

il profitto in pregiudizi maggiori. Anzi, se si vagliono di monete

forestiere per disfarle, non vi ponno aver utile, se non quando que'

principi, che le battono, le battessero con proprio danno; e, se altri

principi accettassero le nostre a maggior prezzo del loro valore, e' ne

portano via in contracambio oro od argento d'Italia di valuta maggiore.

Anzi, chi ben considera, que' principi, che si vagliono ben anche delle

paste estratte dalle proprie miniere, non ci guadagnano altro che il

comodo di rendere spendibile quel metallo, che in pezzi rotti non averá

sí pronto il commercio. Perché, se l'imperatore volesse valutar i suoi

talleri, ch'egli batte nella zecca di Cremnitz nelle cittá Montane, piú

carantani o craizeri del solito, non per questo farebbe guadagno

effettivo, ma perderebbe bensí molto nell'entrate sue e ne' suoi dazi,

che si contano a carantani; il che spiegammo sopra, al capitolo

decimosecondo. Né per altra ragione permetteva Costantino imperatore

nella legge prima _De ponderatoribus_, registrata nel decimo libro del

_Codice_ di Giustiniano, che li suoi popoli pagassero le gravezze in oro

coniato o non coniato allo stesso peso, se non perché la sua zecca non

valutava le monete se non quello che valevano secondo l'intrinseca

bontá, senza difalcare né pure le spese di zecca. Fa dunque di mestieri

a' principi che non hanno miniere proprie, piú tosto che avanzare,

perdere le fatture su la zecca, se non vogliono per un debole guadagno

diminuire all'ingrosso le sue entrate per sempre. Il zecchiere di Roma è

provvisionato, e mantenuta la zecca di quasi tutte cose dalla Camera

apostolica; e perciò sono piú di 60 anni che il testone val tre paoli e

il paolo 10 baiocchi, lo scudo d'argento 10 paoli e la doppia tre scudi:

né s'è mutato prezzo, perché il principe non voleva guadagnare su la

zecca, e con questo ha guadagnato piú assai che non hanno fatto quelli

che, per cavarne profitto, hanno vedute le sue monete alzate in que'

stessi anni da 15 a 23 e 24, ed altrettanto si trovano scemate

l'entrate. Lo stesso ha fatto la zecca di Firenze, che non ha mai

guadagnato sulle sue monete se non, per qualche occasione, picciola

cosa, fondata piú negli accidenti che nell'ordinario corso delle monete;

come quando, del 1660, furono ribattute le doppie venute di Francia per

dono della serenissima granduchessa, perché, ridotte a doppie di Pisa,

vi si trovò non mi sovviene se uno o pur mezzo per 100 di utile netto

dalle spese; il che non averebbero potuto guadagnare, se avesse dovuto

far venire a questo fine quell'oro di Francia, pagandolo con altra

moneta, perché quel poco utile d'uno o mezzo per 100 sarebbe andato

nella condotta, provvisione ed altro. Anche la zecca di Bologna è

mantenuta, di provvisione del zecchiero, casa, stromenti, provvisione

del coniatore ed altre spese, di pubblica cassa del senato, che altro

non ci vuole di guadagno che l'onore, che alle zecche ben regolate rende

il mondo tutto. Onde, se le zecche di Roma, Firenze e Bologna non

avessero permesso altri disordini, come di lasciar correre monete

forestiere a maggior prezzo di quello meritavano o d'accettar monete

scarse o tosate per buone, sarebbero durate di vantaggio molt'anni e

secoli, senz'alzamento di monete e senza confusioni, che ora pur troppo

vi si provano quasi senza rimedio. La zecca di Venezia ha fatto molte

volte guadagni considerabili sul zecchino in Levante, non perché ella

ne' suoi Stati lo valutasse piú del dovere, ma perché piú del dovere lo

stimavano le altre nazioni meno politiche; e, quando una zecca ha tali

cognizioni, non fa male a valersene, ma ci vorrebbono molte cautele, che

sono poco avvertite. Di che si dirá qui avanti.

Economisti del cinque e seicento · 第 150 / 180 题