CAPITOLO XVI

Che alcuni partitanti, nelle proposizioni che fanno a' principi di

batter monete, cuoprono il loro interesse e fanno falsamente apparire

che dalle loro proposizioni risulti utile non solo al principe, ma a'

popoli ancora.

È sentenza di Platone, altrettanto vera quanto difficile da

comprendere senz'un'attenta considerazione, che non può esser utile o

guadagno alcuno fra' mortali, che non sia danno e pregiudizio d'altri.

Quel grano stesso che dalla terra uno trae lavorandola, anzi quelle

stesse frutta che, spontaneamente nate, non ponno negarsi dono

gratuito della natura, quelle ancora, passando in mano di chicchessia,

anco la prima volta sono a quelli bensí utili, ma a qualch'altro

dannose; perché, se colui non le avesse, provvederebbe al suo vitto

con altro modo, utile a qualchedun altro.

Ora, se il guadagno d'uno è dunque perdita d'un altro, come mai

persuaderanno ad un principe i partitanti d'aver proposizioni, con le

quali possa egli approfittarsi su le monete senza danno, anzi con

utile de' sudditi? Certissima cosa è che i partitanti, affine di

proprio guadagno, s'ingeriscono in questi affari, né ardirebbono voler

persuadere di moversi per zelo del pubblico bene, senza proprio

profitto. Ora, se oltre il proprio profitto vogliono che possa ne'

loro partiti guadagnare anco il principe, se deve averci profitto

anche il popolo tutto, come si vantano il piú delle volte, mi dicano

di grazia: chi ha da patire il danno opposto a questo loro utile? Gli

estranei, no, perché il principe non può loro comandare che ricevano

quelle monete ad altro prezzo che a quello che vorranno essi, mentre

non sono suoi sudditi: ed io non discorro qui di monete da spendersi

solo in paesi d'altri, come furono i temini sparsi da' cristiani in

Turchia, di cui si parlò sopra nel capitolo decimoterzo, perché in

quel caso è chiaro che il danno va addosso a quelli; ma parlo delle

monete da spendersi nel proprio paese del principe proprio e ne' paesi

confinanti. Dunque lo patiranno i sudditi; e, se questo è, dunque ne

patirá il principe stesso, pregiudizio del quale è sempre ogni danno

de' suoi popoli. Che però questo solo argomento dovrebbe bastare a far

bene aprir gli occhi a' principi e loro ministri in ogni incontro di

proposizioni di tal sorte; e tanto piú, quanto grasso (come suol

dirsi) è il partito.

Bella cosa pareva a prima vista ad alcuni in Milano, del 1674, il

partito che proponeva un tale, di cui sebbene ho veduto il nome in

scritture stampate, nondimeno non ho necessitá di narrar altro che il

fatto. Rappresentava questo i disordini delle monete di quello Stato,

nel quale era introdotto l'uso delle doppie scarse di molti grani per

buone, da cui nasceva l'alzamento delle buone, non meno che delle

monete d'argento. Adduceva per causa potentissima di questi disordini

la gran copia di monete basse, sesini, quattrini e parpaiole, fra le

quali ne correva quantitá grande di false, e portava il calcolo che

delle battute nella zecca regia montavano li soli sesini e quattrini a

lire 1.668.342; che veramente è una somma esorbitantissima, per quanto

sia grande e mercantile lo Stato di Milano. Perché in certe scritture,

corse giá tempo in Roma sopra queste materie, ho veduto essere stato

ventilato da una congregazione di prelati e cardinali, fra le altre

cose, se per sesini di Bologna, Ferrara, Roma bastassero 35 mila

scudi; e trovo che il zecchiero di Roma in que' tempi, che fu sotto

Innocenzo decimo, era obbligato non batter di tal moneta altro che 200

scudi all'anno, per supplemento a quella che andava mancando. Pure,

sia come si voglia, era grande al certo la quantitá de' sesini,

quattrini e parpaiole nello Stato di Milano, moltiplicate eziandio da'

falsari. Proponeva adunque il partitante di abolire la moneta bassa,

lasciandone solo picciola quantitá, offerendosi di ritirarla egli a

tutto suo danno, pagando le buone di quella zecca a quel prezzo che

correvano, senza che chi le portava vi dovesse patir alcun danno, e

dandogli in pagamento monete buone d'argento da farsi, e pagar anco le

false a prezzo di rame. Ed ecco un gran zelo per utile de' popoli, a'

quali veniva restituita in buona valuta la cattiva moneta. E, perché

correvano le doppie scarse, s'offeriva ritirarne a sue spese e danno

sino a 200 mila, che non calassero piú di sei grani l'una, dando in

contracambio metá doppie nuove di giusto peso e metá monete d'argento

pur nuove. Si poteva egli desiderar di piú? Anzi s'offeriva di

vantaggio pagare alla regia Camera per suo signoraggio o «sarsigia»,

come dicono, 200 mila lire, e battere 200 mila doppie della bontá e

peso solito e 500 mila filippi pure alla bontá e peso consueto.

Meritava le statue e gl'incensi, piú che non fecero i romani a Mario

Gratidiano per aver introdotto in zecca i saggiatori. Ma dimandava in

contracambio che gli fosse permesso battere per due milioni (che poi,

sotto vari equivoci ed aggiunte, faceva diventar piú di tre milioni)

di scudi in monete d'argento da 20 soldi, da 10, da 5 e da due e

mezzo, a ragione di 4 per 100 manco del peso e bontá del filippo. A

chi non considerava con occhio ben penetrante la qualitá di

quest'ultima condizione e rifletteva solo in genere che, volendo far

monete cosí minute d'argento, v'andava maggiore spesa che non va a

batter filippi, mentre un filippo veniva diviso in molte monete, e'

non pareva gran cosa 4 per 100, e maggiormente al riscontro del danno

che egli assumeva sulla moneta bassa e su le 200 mila doppie, nelle

quali li soli 6 grani per doppia par che montino piú di 4 per 100;

onde poco mancò che non fosse serrato il partito, se non era la

prudenza vigilantissima di que' magistrati, ed in particolare del

presidente delle regie entrate, che ne commise al conte Lorenzo

Taverna, allora vicario di provvisione di Milano, le riflessioni

proprie. Penetrò ben tosto la perspicace intelligenza di questo

cavaliere nel midollo di questo affare; e, scoperta la piaga, ne fece

apparire, con sua scrittura dottissima insieme e fortissima, i piú

cupi recessi, manifestando come il danno, che il partitante

ingrandiva, dal ritirare le monete basse e le doppie calanti, non era

di gran lunga quello ch'ei figurava, ma bensí grandissimo quello del

popolo nella battuta di tre milioni di scudi in quella moneta scarsa 4

per 100 nella bontá e nel peso: che, sebbene poteva anco intendersi,

se meglio non si spiegava, di 8 per 100, cioè quattro nel peso e

quattro nella bontá; nondimeno, posto fossero 4 per 100 in tutto su la

somma di tre milioni, erano 120.000 scudi. E in veritá non è dubbio

alcuno che con questi tre milioni si empiva in tal modo lo Stato, che

non vi restava luogo in commercio per li filippi e le doppie: anzi li

filippi stessi, che egli offeriva di battere, sarebbono stati

facilmente ritirati da lui medesimo e ribattuti in moneta a 4 per 100

meno; e, non essendo ricevute fuori di Stato quelle monete se non al

loro giusto valore, sarebbe andato fuori di Stato ben presto il

restante de' filippi e delle doppie. Dal che nasceva per necessitá che

nello Stato sarebbono cresciute di prezzo in ragione delli stessi 4

per 100 (il che se fosse stato permesso, mai piú se ne vedeva una); e

di piú nasceva poi che l'entrate regie e quelle de' privati scemavano

per sempre 4 per 100, e lo stesso facevano i capitali de' crediti

antecedenti a questa moneta: perché chi aveva un credito di 1000 lire,

ricevendole in questa moneta, ne veniva pagato con 960 di vera valuta,

ancorché denominate per 1000, mercecché non riponeva in cassa tanto

argento, che effettivamente valesse 1000 lire, ma 4 per 100 meno. Onde

il zelo di rimediare a' disordini delle monete andava a terminarsi in

disordine peggiore di tutti, perché introduceva appunto l'alzamento

delle monete migliori, che proponeva d'impedire.

Ho voluto portar quest'esempio, perché è stato tanto piú famoso per

l'Italia, quanto che nello stesso tempo proponeva quel personaggio un

partito simile per piú di 6 milioni per il regno di Napoli; e l'uno e

l'altro restò roversciato dalla sagace intelligenza e prudentissime

riflessioni del conte Taverna predetto. Per altro son ben rare le

zecche d'Italia, anzi nell'Europa, ove non siano portate e pur troppo

accettate spesso proposizioni di questa natura, che sconvolgono il

commercio e rovinano gli Stati. La zecca di Roma da tanto tempo in qua

non aveva mutato il valore a' suoi scudi e paoli, essendo giá 85 anni

che lo scudo val dieci paoli, ed il paolo 10 baiocchi, e la doppia

d'Italia 30 paoli, quella di Spagna 31; e, sebbene, a causa di

baiocchi e quattrini di rame introdotti da altre zecche e falsificati,

ha dovuto durante questo tempo far piú volte varie provvisioni e

consultar molte volte de' rimedi, nondimeno ha sempre superato le

difficoltá, perché ha provveduto a tempo e perché non s'è mai curata

di farci guadagno, anzi si perdeva ogn'anno 900 scudi in pagare il

zecchiere e mantenere gli stromenti ed altro a spese del principe. Lo

stesso ha fatto quella di Firenze, sebbene non so se nello Stato

ecclesiastico potranno piú rimettersi sul piede di prima, dopo di aver

in questi ultimi anni, lasciando correr ogni sorte di moneta scarsa o

tosata, lasciata incancherir la piaga sino al segno presente; e sará

il danno intorno a 3 in 4 per 100. Ma le zecche di Lombardia, e

particolarmente de' principi serenissimi, hanno ben elleno sofferti

grandissimi danni a cagione di questi partiti, che, mascherati del ben

pubblico; sono stati accettati per sinceri; dal che è poi nato che

dentro questo secolo hanno alzato le valute di loro monete al doppio

di prima, e per conseguenza deteriorate le loro entrate la metá. Danno

invero grandissimo, il quale non averebbe altro rimedio che raddoppiar

le gabelle; ma il popolo non vorrebbe soffrirlo, né potrebbe, perché,

dallo stesso alzamento delle monete essendo in gran parte proceduta la

diminuzione del traffico, non sono piú in istato di pagar tanto

tributo.

Ma un'altra maliziosa invenzione è stata piú volte praticata da alcuni

partitanti, che ha prodotti gravissimi pregiudizi. Non propongono

giammai, o ben rare volte, partiti, che non v'includano capitoli di

fabbricar, oltre le monete buone, qualche altra spezie, nella quale

sia guadagno per loro, e spezialmente di monete basse. Non si costuma

nelle zecche pesar tanto esattamente le monete basse, che debbano

esser tutte eguali, perché sarebbe troppo laborioso l'aggiustarle

tutte come si fa di quelle d'oro e d'argento; ma basta che, pesate a

rifuso davanti il magistrato, che prima fa ben bene rimescolar la

massa, ne contino in una libbra a bilancia quel numero che da'

pubblici decreti vien prefisso, sicché le piú picciole siano

compensate da quelle che sono maggiori del giusto. Licenziate che

siano dal magistrato, ne accappano da parte le maggiori, per

rifonderle di nascosto, e dánno fuori solo le picciole, rifondendo le

altre; e se il magistrato le fa anco portar allora nel pubblico

erario, nondimeno, sparse che sieno nel popolo, il partitante le va

raccogliendo e scegliendo per sé le piú gravi, per rifonderle o per

servirsene di nuovo a mescolar con le picciole, per passarle davanti

al magistrato. Mi perdonino i zecchieri onorati, de' quali non parlo;

ma narro ciò che piú volte è stato da' cattivi praticato. Dalla qual

poco onesta industria nasce il vedersi poi ripiena la piazza di monete

scarse, che non hanno il valore decretato, e dánno perciò tanto

maggiore occasione a' falsari d'introdurne di false.

Economisti del cinque e seicento · 第 148 / 180 题