Che alcuni partitanti, nelle proposizioni che fanno a' principi di
batter monete, cuoprono il loro interesse e fanno falsamente apparire
che dalle loro proposizioni risulti utile non solo al principe, ma a'
popoli ancora.
È sentenza di Platone, altrettanto vera quanto difficile da
comprendere senz'un'attenta considerazione, che non può esser utile o
guadagno alcuno fra' mortali, che non sia danno e pregiudizio d'altri.
Quel grano stesso che dalla terra uno trae lavorandola, anzi quelle
stesse frutta che, spontaneamente nate, non ponno negarsi dono
gratuito della natura, quelle ancora, passando in mano di chicchessia,
anco la prima volta sono a quelli bensí utili, ma a qualch'altro
dannose; perché, se colui non le avesse, provvederebbe al suo vitto
con altro modo, utile a qualchedun altro.
Ora, se il guadagno d'uno è dunque perdita d'un altro, come mai
persuaderanno ad un principe i partitanti d'aver proposizioni, con le
quali possa egli approfittarsi su le monete senza danno, anzi con
utile de' sudditi? Certissima cosa è che i partitanti, affine di
proprio guadagno, s'ingeriscono in questi affari, né ardirebbono voler
persuadere di moversi per zelo del pubblico bene, senza proprio
profitto. Ora, se oltre il proprio profitto vogliono che possa ne'
loro partiti guadagnare anco il principe, se deve averci profitto
anche il popolo tutto, come si vantano il piú delle volte, mi dicano
di grazia: chi ha da patire il danno opposto a questo loro utile? Gli
estranei, no, perché il principe non può loro comandare che ricevano
quelle monete ad altro prezzo che a quello che vorranno essi, mentre
non sono suoi sudditi: ed io non discorro qui di monete da spendersi
solo in paesi d'altri, come furono i temini sparsi da' cristiani in
Turchia, di cui si parlò sopra nel capitolo decimoterzo, perché in
quel caso è chiaro che il danno va addosso a quelli; ma parlo delle
monete da spendersi nel proprio paese del principe proprio e ne' paesi
confinanti. Dunque lo patiranno i sudditi; e, se questo è, dunque ne
patirá il principe stesso, pregiudizio del quale è sempre ogni danno
de' suoi popoli. Che però questo solo argomento dovrebbe bastare a far
bene aprir gli occhi a' principi e loro ministri in ogni incontro di
proposizioni di tal sorte; e tanto piú, quanto grasso (come suol
dirsi) è il partito.
Bella cosa pareva a prima vista ad alcuni in Milano, del 1674, il
partito che proponeva un tale, di cui sebbene ho veduto il nome in
scritture stampate, nondimeno non ho necessitá di narrar altro che il
fatto. Rappresentava questo i disordini delle monete di quello Stato,
nel quale era introdotto l'uso delle doppie scarse di molti grani per
buone, da cui nasceva l'alzamento delle buone, non meno che delle
monete d'argento. Adduceva per causa potentissima di questi disordini
la gran copia di monete basse, sesini, quattrini e parpaiole, fra le
quali ne correva quantitá grande di false, e portava il calcolo che
delle battute nella zecca regia montavano li soli sesini e quattrini a
lire 1.668.342; che veramente è una somma esorbitantissima, per quanto
sia grande e mercantile lo Stato di Milano. Perché in certe scritture,
corse giá tempo in Roma sopra queste materie, ho veduto essere stato
ventilato da una congregazione di prelati e cardinali, fra le altre
cose, se per sesini di Bologna, Ferrara, Roma bastassero 35 mila
scudi; e trovo che il zecchiero di Roma in que' tempi, che fu sotto
Innocenzo decimo, era obbligato non batter di tal moneta altro che 200
scudi all'anno, per supplemento a quella che andava mancando. Pure,
sia come si voglia, era grande al certo la quantitá de' sesini,
quattrini e parpaiole nello Stato di Milano, moltiplicate eziandio da'
falsari. Proponeva adunque il partitante di abolire la moneta bassa,
lasciandone solo picciola quantitá, offerendosi di ritirarla egli a
tutto suo danno, pagando le buone di quella zecca a quel prezzo che
correvano, senza che chi le portava vi dovesse patir alcun danno, e
dandogli in pagamento monete buone d'argento da farsi, e pagar anco le
false a prezzo di rame. Ed ecco un gran zelo per utile de' popoli, a'
quali veniva restituita in buona valuta la cattiva moneta. E, perché
correvano le doppie scarse, s'offeriva ritirarne a sue spese e danno
sino a 200 mila, che non calassero piú di sei grani l'una, dando in
contracambio metá doppie nuove di giusto peso e metá monete d'argento
pur nuove. Si poteva egli desiderar di piú? Anzi s'offeriva di
vantaggio pagare alla regia Camera per suo signoraggio o «sarsigia»,
come dicono, 200 mila lire, e battere 200 mila doppie della bontá e
peso solito e 500 mila filippi pure alla bontá e peso consueto.
Meritava le statue e gl'incensi, piú che non fecero i romani a Mario
Gratidiano per aver introdotto in zecca i saggiatori. Ma dimandava in
contracambio che gli fosse permesso battere per due milioni (che poi,
sotto vari equivoci ed aggiunte, faceva diventar piú di tre milioni)
di scudi in monete d'argento da 20 soldi, da 10, da 5 e da due e
mezzo, a ragione di 4 per 100 manco del peso e bontá del filippo. A
chi non considerava con occhio ben penetrante la qualitá di
quest'ultima condizione e rifletteva solo in genere che, volendo far
monete cosí minute d'argento, v'andava maggiore spesa che non va a
batter filippi, mentre un filippo veniva diviso in molte monete, e'
non pareva gran cosa 4 per 100, e maggiormente al riscontro del danno
che egli assumeva sulla moneta bassa e su le 200 mila doppie, nelle
quali li soli 6 grani per doppia par che montino piú di 4 per 100;
onde poco mancò che non fosse serrato il partito, se non era la
prudenza vigilantissima di que' magistrati, ed in particolare del
presidente delle regie entrate, che ne commise al conte Lorenzo
Taverna, allora vicario di provvisione di Milano, le riflessioni
proprie. Penetrò ben tosto la perspicace intelligenza di questo
cavaliere nel midollo di questo affare; e, scoperta la piaga, ne fece
apparire, con sua scrittura dottissima insieme e fortissima, i piú
cupi recessi, manifestando come il danno, che il partitante
ingrandiva, dal ritirare le monete basse e le doppie calanti, non era
di gran lunga quello ch'ei figurava, ma bensí grandissimo quello del
popolo nella battuta di tre milioni di scudi in quella moneta scarsa 4
per 100 nella bontá e nel peso: che, sebbene poteva anco intendersi,
se meglio non si spiegava, di 8 per 100, cioè quattro nel peso e
quattro nella bontá; nondimeno, posto fossero 4 per 100 in tutto su la
somma di tre milioni, erano 120.000 scudi. E in veritá non è dubbio
alcuno che con questi tre milioni si empiva in tal modo lo Stato, che
non vi restava luogo in commercio per li filippi e le doppie: anzi li
filippi stessi, che egli offeriva di battere, sarebbono stati
facilmente ritirati da lui medesimo e ribattuti in moneta a 4 per 100
meno; e, non essendo ricevute fuori di Stato quelle monete se non al
loro giusto valore, sarebbe andato fuori di Stato ben presto il
restante de' filippi e delle doppie. Dal che nasceva per necessitá che
nello Stato sarebbono cresciute di prezzo in ragione delli stessi 4
per 100 (il che se fosse stato permesso, mai piú se ne vedeva una); e
di piú nasceva poi che l'entrate regie e quelle de' privati scemavano
per sempre 4 per 100, e lo stesso facevano i capitali de' crediti
antecedenti a questa moneta: perché chi aveva un credito di 1000 lire,
ricevendole in questa moneta, ne veniva pagato con 960 di vera valuta,
ancorché denominate per 1000, mercecché non riponeva in cassa tanto
argento, che effettivamente valesse 1000 lire, ma 4 per 100 meno. Onde
il zelo di rimediare a' disordini delle monete andava a terminarsi in
disordine peggiore di tutti, perché introduceva appunto l'alzamento
delle monete migliori, che proponeva d'impedire.
Ho voluto portar quest'esempio, perché è stato tanto piú famoso per
l'Italia, quanto che nello stesso tempo proponeva quel personaggio un
partito simile per piú di 6 milioni per il regno di Napoli; e l'uno e
l'altro restò roversciato dalla sagace intelligenza e prudentissime
riflessioni del conte Taverna predetto. Per altro son ben rare le
zecche d'Italia, anzi nell'Europa, ove non siano portate e pur troppo
accettate spesso proposizioni di questa natura, che sconvolgono il
commercio e rovinano gli Stati. La zecca di Roma da tanto tempo in qua
non aveva mutato il valore a' suoi scudi e paoli, essendo giá 85 anni
che lo scudo val dieci paoli, ed il paolo 10 baiocchi, e la doppia
d'Italia 30 paoli, quella di Spagna 31; e, sebbene, a causa di
baiocchi e quattrini di rame introdotti da altre zecche e falsificati,
ha dovuto durante questo tempo far piú volte varie provvisioni e
consultar molte volte de' rimedi, nondimeno ha sempre superato le
difficoltá, perché ha provveduto a tempo e perché non s'è mai curata
di farci guadagno, anzi si perdeva ogn'anno 900 scudi in pagare il
zecchiere e mantenere gli stromenti ed altro a spese del principe. Lo
stesso ha fatto quella di Firenze, sebbene non so se nello Stato
ecclesiastico potranno piú rimettersi sul piede di prima, dopo di aver
in questi ultimi anni, lasciando correr ogni sorte di moneta scarsa o
tosata, lasciata incancherir la piaga sino al segno presente; e sará
il danno intorno a 3 in 4 per 100. Ma le zecche di Lombardia, e
particolarmente de' principi serenissimi, hanno ben elleno sofferti
grandissimi danni a cagione di questi partiti, che, mascherati del ben
pubblico; sono stati accettati per sinceri; dal che è poi nato che
dentro questo secolo hanno alzato le valute di loro monete al doppio
di prima, e per conseguenza deteriorate le loro entrate la metá. Danno
invero grandissimo, il quale non averebbe altro rimedio che raddoppiar
le gabelle; ma il popolo non vorrebbe soffrirlo, né potrebbe, perché,
dallo stesso alzamento delle monete essendo in gran parte proceduta la
diminuzione del traffico, non sono piú in istato di pagar tanto
tributo.
Ma un'altra maliziosa invenzione è stata piú volte praticata da alcuni
partitanti, che ha prodotti gravissimi pregiudizi. Non propongono
giammai, o ben rare volte, partiti, che non v'includano capitoli di
fabbricar, oltre le monete buone, qualche altra spezie, nella quale
sia guadagno per loro, e spezialmente di monete basse. Non si costuma
nelle zecche pesar tanto esattamente le monete basse, che debbano
esser tutte eguali, perché sarebbe troppo laborioso l'aggiustarle
tutte come si fa di quelle d'oro e d'argento; ma basta che, pesate a
rifuso davanti il magistrato, che prima fa ben bene rimescolar la
massa, ne contino in una libbra a bilancia quel numero che da'
pubblici decreti vien prefisso, sicché le piú picciole siano
compensate da quelle che sono maggiori del giusto. Licenziate che
siano dal magistrato, ne accappano da parte le maggiori, per
rifonderle di nascosto, e dánno fuori solo le picciole, rifondendo le
altre; e se il magistrato le fa anco portar allora nel pubblico
erario, nondimeno, sparse che sieno nel popolo, il partitante le va
raccogliendo e scegliendo per sé le piú gravi, per rifonderle o per
servirsene di nuovo a mescolar con le picciole, per passarle davanti
al magistrato. Mi perdonino i zecchieri onorati, de' quali non parlo;
ma narro ciò che piú volte è stato da' cattivi praticato. Dalla qual
poco onesta industria nasce il vedersi poi ripiena la piazza di monete
scarse, che non hanno il valore decretato, e dánno perciò tanto
maggiore occasione a' falsari d'introdurne di false.