Alcune ragioni che producono l'alzamento delle monete, e con esse i
danni giá descritti.
Io non produrrò forse in questo capitolo cosa, fra quelle che dánno
all'alzamento delle monete impulso, che non possa comodamente
riferirsi a qualcheduna di quelle cagioni che ne' precedenti capitoli
si sono spiegate; ma non sará senza utile l'andare ricercando pure a
minuto vari accidenti, che alle volte dánno la mossa agli umori
peccanti di questa infermitá, perché con maggior chiarezza sempre se
n'intenda la teorica, onde si possano in pratica applicare i dovuti
preservativi.
La guerra, fra le altre cose, rare volte va scompagnata
dall'alzamento, anzi sconvolgimento delle monete. Lodovico
decimoprimo, del 1475, ebbe grandissima difficoltá a ridurre al suo
giusto corso le monete di Francia, che per le guerre antecedenti,
particolarmente civili, erano ridotte in tanta confusione, che non
v'era (dice Francesco Gerrault ne' suoi _Paradossi delle monete_) che
il nome e l'immagine delle monete senza sostanza né valore. Cosí per
le guerre civili sotto Enrico secondo e i re seguenti furono di nuovo
in quel regno talmente disordinate, che bisognò negli Stati generali
di Blois disputarne lungamente piú che di altro negozio che ivi si
trattasse. Succedono però i disordini maggiori sempre in que' paesi
ove la guerra è attualmente guerreggiata che dove è comandata, perché
pare che il romore de' tamburri e delle trombe e molto piú quello
delle cannonate assordisca tutti gli altri magistrati, fuorché quelli
che alla guerra stessa pressiedono; onde chi sovraintende alle zecche
non può agire con quella libertá, né esser udito dal principe con
quella attenzione che si dovrebbe. Anzi, se mai riesce facile a'
partitanti di persuadere a' principi il dannoso ricordo di batter
monete con utile dell'erario, egli è nel tempo di guerra; perché i
principi, astretti dalle gravissime spese, s'attaccano ad ogni parte,
ove di accumular soldi veggono qualche speranza. I romani, astretti
dalle guerre de' cartaginesi, batterono prima gli assi di due once,
che prima erano d'una libbra; poi, da Fabio Massimo ridotti a
un'oncia, furono anche a mezz'oncia da Papirio ristretti, il che non
fu altro che alzare il loro valore sin 24 volte piú di prima: ma lo
poterono fare, perché non avevano commercio, se non poco, con altre
nazioni; il che oggi non succede. Ma per lo contrario, a' di nostri,
in tempo di guerra i falsari con piú animo battono ben essi monete
false, perché minor difficoltá provano a spacciarle, trovandosi sempre
negli eserciti, fra tanti uomini d'onore, qualcuno ancora di poca
conscienza, che non solo s'accorda con li falsari a parte del guadagno
per tener mano a questo indegno traffico e con l'autoritá militare
spalleggiarlo, ma di quelli che esercitano eglino stessi la
professione e, militando all'interesse, denigrano l'onorato titolo di
soldato.
Anco i tosatori arruotano in tempo di guerra le loro forbici, e tosano
fin sull'osso le monete; e, se chi le deve ricevere mette mano alle
bilance per pesarle, con un «_boto á Dios!_», con un «_mordieu!_» o
con un «cospettaccio!», a forza fa che le monete, ancorché storpie,
bisogna che corrano a loro dispetto. Onde io non saprei qual premio
non meritasse uno che sapesse trovar modo d'estinguere dal mondo
questa peste de' falsari e tosatori, e far sí che non fosse piú
possibile falsificare o tosar le monete; mentre non ha bastato finora
che a' falsari sia destinato nelle leggi sassoniche, non meno che
nelle venete, la pena d'esser arsi vivi, e che a' tosatori in Egitto
si tagliassero ambe le mani, ed in oggi per tutta l'Europa siano gli
uni e gli altri puniti con una forca ignominiosa.
La repubblica fiorentina costumò ancora a' suoi tempi il fuoco a'
falsari: onde il suo poeta Dante introduce un maestro Adamo, monetario
falso, che aveva, ad istanza de' conti di Romena, contrafatto il conio
de' zecchini gigliati che, da un lato il giglio, dall'altro il san
Giovanni Battista tenevano; e fa ch'egli dica a Vergilio:
Ivi è Romena, da dov'io falsai
la lega sugellata del Battista,
per cui il corpo lá su arso lasciai.
E poco piú sotto, parlando de' conti di Romena, dice lo stesso mastro
Adamo:
Io son per lor tra sí fatta famiglia,
e m'indussero a batter i fiorini,
che avevan tre caratti di mondiglia.
Ma il peggio è che i soldati alzano da loro stessi la valuta alle
monete migliori, cambiandole quasi per forza a maggior prezzo; e si
trovano principi che non solo lasciano correre il disordine, ma
l'autorizzano col suo pagare eglino stessi gli stipendi dei soldati a'
prezzi abusivi che sono stati introdotti, allettati dal vantaggio che
sente in quel principio l'erario: ma ne pagano di poi un'usura ben
grande nella diminuzione delle entrate regie, ch'è una necessaria
conseguenza dell'alzamento stesso, come si dimostrò sopra il capitolo
decimosecondo. Cosí nel 1605 li ministri pontifici diedero gran valore
al zecchino, perché ne avevano per pagare le soldatesche.
Non è gran cosa che chi maneggia le casse di guerra proccuri di
vantaggiarsi per questa via, ch'è tanto usata anco in tempi di pace.
Io non disapprovo però che quel principe, che ha il suo esercito a
campeggiare in paese nemico e che spera lungo tempo mantenerlo,
s'avantaggi col far correre tra soldati monete a maggior valuta,
perché in questo modo egli fa il danno a' suoi nemici. Ma bisogna bene
che egli proccuri preservar bene gli Stati propri da questo male, non
permettendo che ci ritornino quelle monete istesse se non al prezzo
giusto, come sarebbe facile che avvenisse il contrario, con suo
maggior danno che non fu l'utile. Né miglior cautela ci so vedere,
quanto quella di mandar qualche specie di monete che resta bandita ne'
propri Stati, come fecero i francesi nella Catalogna, ove (come si è
detto sopra in altra occasione) mandarono monete men buone con
impronto diverso da quelle che usavano in Francia, e con incredibil
guadagno; senza che abbiano potuto gli spagnuoli, dopo riavuta quella
provincia, rimandar in Francia il morbo, proscrivendo quelle monete,
perché non conosciute in Francia, anzi bandite fors'anche colá: onde
ha provato il danno tutta la nazione stessa catalana, che non aveva
altra moneta. E sino al giorno d'oggi, che sono giá scorsi
quarant'anni, ne vanno capitando grosse somme in Italia, in vendita a
peso di rame, di cui non ponno altro fare che andarlo fondendo in
varie zecche per far monete basse, non tornando la spesa a separarne
col fuoco quel poco argento che vi è, che non arriva a un quarantesimo
di tutto. Che se avessero li francesi spinto in Catalogna dello stesso
viglione che correva in Francia, ove non poteva esser rifiutato, e'
sarebbesi riempito il regno di quella moneta bassa, con altrettanto
suo pregiudizio quanto ne ha fatto alla Catalogna stessa. Cosí, se ci
ha qualche provincia povera e lontana dalle contribuzioni, dalla quale
non ricavasse di gran lunga la spesa di quella, se si permetterá che
le sue monete crescano di valore in quel paese, ne averá l'utile di
far sussister la sua armata con meno spesa; perché i soldati, che
spendono a quei tanti soldi lo scudo a quanto gli è dato, non fanno
caso se 30 lire, che essi hanno, per esempio, al mese, non fanno che
due scudi e mezzo, che a casa sua farebbero tre. Qui ancora fa bisogno
avvertir bene, perché il principe diminuisce nello stesso tempo
l'entrate che si tiravano da quel paese; e se la soldatesca non ci
trova il suo conto, o vede di non poter sussistere, si corrono altri
pericoli, come li corse la Polonia ne' mentovati accidenti del 1658 e
seguenti.
S'alzano similmente le monete senza colpa molte volte di chi governa,
ma per sola colpa degli Stati vicini. È cosa non affatto impossibile,
ma molto difficile l'impedire che questo morbo non si comunichi, come
peste, da uno Stato in un altro, particolarmente quando la corruzione
delle migliori regole è sparsa in uno Stato grande e mercantile.
Qualche politico riguardo alle volte tiene il freno all'autoritá d'un
principe, onde non s'arrischia di proibire ne' suoi Stati una moneta
d'altro principe prepotente. Ciò particolarmente succeder può in
quelle monete che in molte zecche si battono col medesimo nome, peso e
bontá in circa, come sono le doppie e gli scudi. Certa cosa è che non
tutti gli scudi d'argento di Milano, Modona, Parma, Mantova, Roma ed
altre zecche d'Italia non sono d'una stessa bontá, benché la
differenza sia poca. Può darsi caso che un principe grande batta a
peso e bontá minore del consueto, e gli altri, che da quello o
rilevano i feudi o dipendono per divozione, non ardiscono proibirle;
onde fa loro di mestieri tollerare ne' loro Stati l'alzamento delle
monete, che dall'introduzione di quelle inferiori al consueto
necessariamente suol nascere. Giá si disse di sopra che del 1540 Carlo
quinto batté gli scudi d'oro di Castiglia ed altri a minor bontá e
peso del consueto. Molti furono i principi che lo imitarono,
battendoli anzi peggiori di quelli di Carlo; con che s'imborsarono per
sé il guadagno che, senza questo ripiego, averebbono fatto i ministri
imperiali. Ma gli uni e gli altri videro alzar di prezzo le altre
monete, a perpetuo danno dell'entrate loro.
Quegli Stati, che hanno continuo e quasi necessario commercio fra
loro, bisognerebbe che stassero sempre uniti e concordi ne' prezzi
delle monete e le mantenessero alla debita proporzione: altrimenti
ogni disordine, che nasca in uno, subito influisce nell'altro a
pregiudizio del traffico. Onde non è maraviglia se sono state piú
d'una volta guerre mortali fra' principi per causa delle monete, come
quando Pietro d'Aragona il quarto guerreggiò contro il re di Maiorica,
per aver questo battuto monete inferiori di bontá alla valuta che
correvano ed infettati li suoi regni. Ed ai re d'Aragona stessi fu con
iscomunica proibito da Innocenzo terzo il batter monete piú leggiere
del solito a danno de' sudditi; anzi nella coronazione giurarono quei
sovrani, fra l'altre cose, di non mutare le antiche leggi delle
monete.
Succede ancora spesse volte che uno Stato non può bandire le monete
d'un altro Stato, non giá per riguardo de' principi prepotenti, ma per
non privarsi d'un traffico, senza di cui quello perirebbe. La Puglia
suol mandare gran parte de' suoi ogli a Venezia, e le sono pagati con
buone monete, perché non costumò giammai la serenissima repubblica
mutar d'un iota la bontá ed il peso delle sue. Ma, se questo suo
commercio fosse con alcun principe che avesse mutato la lega de' suoi
scudi o d'altre monete d'oro o d'argento, e volesse spenderle alla
valuta dell'altre, può esser che fossero tali le congiunture de'
tempi, che non sapessero in Puglia a chi altri vendere i suoi ogli ed
accettassero quelle monete con discapito. Che se da' suoi sovrani non
sará poscia provveduto acciò non si spendano se non al giusto valore,
faranno alzar di prezzo le migliori, ed i sudditi, che non
conosceranno che l'accettar cosí quelle monete sia lo stesso che
vender l'oglio a tanto minor prezzo, s'ingegneranno di spenderle
secondo il valor abusivo a che le hanno prese, con pubblico
pregiudizio. Lo stesso può succedere alla Romagna ed altre province,
che, prive di traffico mercantile, non traggono altro danaro che dalla
vendita de' grani ed altri frutti de' terreni.
Ma sopra tutto s'alzano le monete ogni volta che per qualche accidente
si muta in universale la proporzione fra l'oro e l'argento. Perché,
se, per esempio, corre in quest'anno la proporzione loro come uno a 14
e tre quarti, e cápiti d'improvviso molta quantitá d'argento e non
venga se non poco oro in Italia, o viceversa s'apra la congiuntura di
mandar l'oro in Levante con qualche maggior profitto del solito,
subito cominciano le doppie ed altre monete d'oro a far aggio grande
ed esser barattate da' mercanti per piú argento del solito; onde
crescono di valuta in proporzione di quelle d'argento, di modo che si
daranno 15 once e forse piú d'argento per una d'oro. E se le zecche
non muteranno proporzione alle sue monete, conformandole alla nuova
misura corrente tra l'oro e l'argento, le vedranno alzare da sé; ed
appena cominciano a pigliare un po' di moto, gli incettatori lor dánno
tali spinte, che le fanno balzare al di lá della misura.
Era in breve corso d'anni, per la molta quantitá d'argento venuto
dall'Indie, cresciuta la proporzione dell'oro all'argento in Francia
a' tempi di Francesco primo, che del 1519 l'aveva stabilita, secondo
lo stato di allora, a ragione di 11-4/5 in circa d'argento per una
d'oro, e del 1532 erano portate fuori di Francia tutte le monete
d'oro, lasciando a loro cambio altre d'argento, onde s'alzavano di
valuta quelle d'oro; e fu forza, per ovviare a maggiori disordini,
valutar lo scudo d'oro 45 soldi tornesi, che prima ne valeva solo 40,
e lasciare nel prezzo di prima quelle d'argento: onde la proporzione
tornò a 13 e 1/6 d'argento per una d'oro. Ma, ribassata di nuovo detta
proporzione negli anni seguenti per la sopravegnenza di molto oro, che
faceva che per manco argento di prima si dasse una marca d'oro, la
ridusse di nuovo, del 1540, a 11 e 9/11 d'argento per una d'oro. Ma,
perché pare un letargo comune a tutti i principi di non applicare a'
disordini delle monete finché non hanno moltiplicato a segno grande,
bisognò soffrire che una marca d'oro, che in monete sue valeva prima
147 lire o franchi, s'alzasse a valore di lire 165.7.6, mentre
l'argento valeva lire 14 la marca; sicché dal 1519 al 1540, che sono
21 anni, s'alzarono le monete in Francia da 147 a 165, che sono piú di
12 e 1/4 per cento. Anzi, seguitando le guerre civili, del 1575, sotto
Enrico terzo, era giunto il valore di una marca d'oro fino in scudi
dal sole a lire 222, che sono, in dieci anni soli, piú di 34 e mezzo
per cento. E, paragonando le valute dal tempo di Luigi decimoprimo,
che fu appunto cento anni avanti, che l'aveva valutata lire 118, fino
al tempo d'Enrico terzo suddetto, che valsero lire 222, sono 88 per
cento d'alzamento delle monete o sia abbassamento delle lire
immaginarie. Ed al presente, che sono altri cento e piú anni, ha di
giá passato 200 per 100 d'augumento, ch'è il triplo della prima valuta
e piú.
E finalmente la peste, la fame ed ogni altra disgrazia universale
d'uno Stato, per cui restano sconvolte le altre cose, sconvolge ancora
le monete, perché in quelle confusioni gl'incettatori, i falsari, i
tosatori ed altri, che fanno professione di pescar nel torbido, non
perdono l'occasione, ma si prevalgono delle comuni calamitá a proprio
profitto, tanto piú impunemente, quanto che chi dovrebbe castigarli
non può, fra quelle miserie, se non debolmente, e talora nulla del
tutto, applicarsi per le distrazioni de' mali comuni.
Oltre di ciò, ne' tempi cosí calamitosi chiunque ha crediti proccura
riscuoterli in ogni miglior modo, per valersene; ed all'incontro il
debitore proccura di mercantare il bisogno del suo creditore, ed
offerisce o monete scarse o cattive od a prezzo troppo alto: onde il
creditore, astretto dal bisogno, riceve quello che può avere;
s'ingegna esitarlo al prezzo che lo ha ricevuto; e cosí, perché nel
vendere e comprare suol essere sempre che il venditore è piú bisognoso
del compratore, perciò riceve nel prezzo le monete che può avere, e
proccura spenderle alla stessa valuta. Molto piú que' bisognosi, che
pigliano danaro a cambio, censo, livello e simili contratti per
sovvenire a' suoi bisogni in que' tempi penuriosi, ricevono ciò che
vuol dare chi loro da a cambio. E volesse Iddio che, oltre il pagare
con monete scarse ed a prezzi maggiori del giusto, non vi fossero
certe coscienze sorde, che dánno in luogo di contante fino gli abiti
vecchi de' loro bisavoli, valutandoli come se fossero spiccati allora
dal fondaco del mercatante e fossero sulla gran moda corrente! Le
quali cose tutte fanno alzar di valuta le monete; con che diminuiscono
le pubbliche e le private rendite, si deteriorano le arti e ne
succedono gli altri mali tante volte accennati.