Dell'alterazione che ricevono i prezzi delle cose dall'abbondanza o
raritá delle medesime, data la stessa quantitá di monete nel mondo.
Abbastanza s'è fatto conoscere nel precedente capitolo come
l'abbondanza o caristia dell'oro o dell'argento nel mondo altera i
prezzi delle cose; onde sará facile da intendere come nelle cittá di
traffico, ove piú oro ed argento corre che in altre, sia piú caro il
vitto, non perché minor quantitá vi se ne trovi che in altre, ma
perché vi è piú con che pagarlo. Resta ora a considerare come, data la
stessa quantitá d'oro e d'argento nel mondo o in qualche particolare
cittá, la raritá o frequenza delle comoditá o cose contrattabili,
cresce e scema il loro valore. E, sebbene l'argomento pare sia di cosa
assai chiara e notoria, nondimeno non sará di poco utile
all'intelligenza delle cose da dirsi l'aver versato qualche poco sopra
di esso.
Io intendo «abbondare una cosa», non quando in fatti molta quantitá di
essa se ne trova, assolutamente parlando, ma quando ve ne ha gran
copia, rispetto al bisogno, stima e disiderio che ne hanno gli uomini.
La seta a' tempi di Aureliano Cesare era cosí rara, che non valeva né
piú né meno d'altrettanto oro a peso: onde Vopisco nella vita di
quell'imperadore narra ch'egli «_vestem holosericam_ _neque ipse in
vestiario suo habuit, neque aliis utendam permisit: libra enim auri
tunc libra serici fuit_». E 250 anni dopo incirca, Giustiniano
imperadore ridusse a monopolio la mercatura della seta, sicché niun
altro che il suo tesoriere poteva venderla, il quale, secondo narra
Procopio[20], «_unciam serici alia quidem tinctura imbuti sex aureis,
regio vero suffecti colore, quem 'holoverum' vocant, quatuor et
viginti et amplius dedit_». Ed ecco che cosa era quel «_holoverus_»,
che hanno altri stimato volesse dir «drappo di pura seta, velluto»,
ecc.; ed era, per testimonio di Procopio, un colore di gran prezzo,
perciò detto «color regio» o «porpora», forse come il nostro «color di
foco», «ponsò» e simili, che piú generalmente si dice «tinto in
grana». Non erano ancora giunti nell'imperio romano i bachi da seta,
né le piante de' gelsi, che ora per tutta l'Europa sono sí fattamente
propagate: conciossiacché dall'Indie e da' popoli sericani nel corso
di molti secoli passarono alla Persia, e dalla Persia a poco a poco
fino a noi, e si sono poscia diffusi sí fattamente, che, passato nel
nostro secolo il seme e la coltura anche in Francia ed in Ispagna, è
giá ridotta la seta al valore poco piú d'un ducato d'oro la libbra; ed
a minori prezzi ancora è per ridursi, se tanto potranno soffrire le
fatiche e sudori de' poveri contadini che gli nodriscono, mentre ormai
a gran fatica se ne cava tanto quanto a pagare l'opera ordinaria loro
si richiede.
Cosí la raritá rende preziosa ogni mercanzia, come nelle gioie e ne'
metalli stessi tutto dí osserviamo, e l'abbondanza le rende vili.
L'acqua, ch'è un elemento di tanta importanza all'umano vivere, perché
abbonda quasi per tutta la terra, non vale cosa alcuna, e con ragione
si lamentavano gli ebrei nella cattivitá di Babilonia di doverla
comprare; ed una minestra sola a Esaú fu piú cara che la
primogenitura, mentre argomentava da sé il povero affamato, dicendo a
Giacobbe: «_En morior; quid mihi proderunt primogenita_»?[21].
La stima o il concetto che facciamo delle cose, a cui va compagno il
disiderio di esse, giá dicemmo esser misurato dalla moneta: onde, data
la stessa quantitá di monete in commercio, al mutar la stima che fanno
gli uomini di una cosa, muta il loro prezzo, diventando piú care se ne
cresce il disiderio, piú vili se ne vengono in disprezzo. Né v'è
possanza per mutar d'improvviso i prezzi d'alcune cose del mondo,
quanto la stima che di esse facciano i principi. Antonino Caracalla
diede gran prezzo in tutto l'imperio romano all'ambra gialla, col
dilettarsi di portarne fra' suoi ornamenti, per esser ella del color
de' capelli della sua amica. «_Quicquid principes faciunt praecipere
videntur_», diceva Quintiliano[22]. Adriano sesto, di nazione
fiamminga, si compiaceva, piú che d'altro pesce, del merluzzo salato,
detto «_stockfish_», ed a sua imitazione tutta la corte di Roma, poi
tutta la cittá ne mangiava; e diventò caro piú d'altro pesce
quell'anno, perché, a proporzione di tanti che ne volevano, n'era poca
quantitá venuta in Italia.
Ma che? Non vediamo noi tutto giorno al mutar delle mode di Francia
crescere e scemare di prezzo or le perle, or i diamanti, ora le
turchese ed altre gioie? E per qual cagione mai, se non perché,
introdotta nuova moda, molti sono che di questa specie, pochi che di
quell'altra vogliano provvedersi; onde elle diventano, riguardo al
bisogno, or poche, or molte? A' nostri giorni erano le gioie opache in
molta stima per la raritá, e talvolta averebbe un'opala valuto a pari
dello smeraldo, se un po' maggiore del comune stata fosse. La sagace
industria d'alcuni muranesi, che di far cristallo, che imitasse la
candidezza di quello di monte, s'ingegnavano con varie prove, trovò a
caso il modo di fare una pasta che tanto all'opale si rassomigliasse,
che, lavorate ad uso di gioie, ingannavano sul principio gli stessi
orefici; onde, abbenché consapute false, si vendevano a gran prezzo.
Ma, comeché vetro egli fosse, né molto piú dell'ordinario costasse a
chi le fabbricava, la grandezza del guadagno invitò a farne quantitá;
la quantitá, non trovando esito pronto a que' prezzi rigorosi,
costrinse gli artefici ad abbassare il prezzo; e successivamente,
lavorandone sempre piú e passando in piú mani il secreto, restò
scemato in pochi anni sí fattamente il prezzo, che di presente non vi
trovano i muranesi maggior vantaggio che nella composizione degli
altri smalti; onde non ragguagliano la dugentesima parte del danaro
che furono vendute le prime, e le opale vere, ancorché gioie, hanno
perduto di stima per la somiglianza troppo grande che hanno con le
false. Ogni nuova invenzione in tanto solo porta seco gran guadagno e
trova prezzo grande nella stima degli uomini, in quanto la raritá la
rende piú desiderabile. Non sono venticinque anni che si credeva non
trovarsi nel mondo medaglie di rame dell'imperadore Ottone. Le prime,
che si scoprissero, furono comprate fin a dugento scudi d'oro; ed
erano poco ben conservate e di trista condizione. La grandezza del
prezzo ha eccitato l'industria di molti, che hanno sin passato il mare
per andare in Egitto, in Soria ed in altri luoghi, ove di queste
raritá si fa minor conto; e se ne hanno raccolte tante, che le piú
perfette e meglio conservate di questo imperadore non vagliono un
terzo di quello che valessero le prime; ed ogni dí valerebbero meno,
se la dilettazione di questa nobile suppellettile non si fosse diffusa
in tanti, particolarmente principi e signori grandi, che ne fanno
numerose e preziose raccolte. Dunque, siccome di quelle cose delle
quali una stessa quantitá per lo piú si conserva nel mondo, come le
terre, gli edifizi e cent'altre, il prezzo si cangia secondo che nel
mondo maggiore quantitá di moneta spendibile si trova in commercio;
cosí, dato che si conservi la stessa quantitá di moneta in commercio,
vagliono le cose piú e meno secondo la loro raritá ed il disiderio che
hanno gli uomini: dal che tanto piú resta manifesto che la moneta ed i
disidèri si misurano reciprocamente insieme, ed ambidue sono misura
universale di tutte le cose contrattabili, conforme all'opinione
d'Aristotele che di sopra citammo.
Né qui altro mi resta a soggiungere che levare alcun picciolo scrupolo
a chi forse dir mi volesse che sono i disidèri degli uomini di gran
lunga piú numerosi di quello sia la quantitá delle monete che corre in
commercio, e che sarebbe troppo felice il mondo, se non si
estendessero le umane brame piú lá della possibilitá della moneta. Ma
io rispondo e dimando a costoro: se essi hanno mai riposto in granaio
punto di quel grano, che, seminato in terra, non ebbe la fortuna di
far radici, nascere, crescere e maturare. E chi vuol mettere in conto
i disidèri umani delle genti stolte, connumerandoli a quelli che
conseguiscono il suo fine? La moneta misura l'intenzione di quei
disidèri che conseguiscono il suo fine, non misura i sogni
degl'imprudenti, che vaneggiano tra le stolte cupidigie loro. Tuttociò
che si compra in qualche modo si disidera: o sia per conseguire per
suo mezzo un bene vero o un apparente, o sia per isfuggire un male o
per ubbidire ad una forzata necessitá, tutto è disiderare, tutto è
aver bisogno, in senso del filosofo; e l'intenzione di questo
disiderio e di questo bisogno, con che facciamo di qualunque cosa
l'acquisto, dalla moneta vien misurata. L'altre cose, che disideriamo
invano (siasi per impotenza nostra o per natura loro che conseguire
non le possiamo) non cadono sotto l'«indigenza» detta da Aristotele
nel testo che sopracitammo, ma sotto il titolo di «vane cupiditá», che
non sono ad alcuna misura soggette. «_Multa petentibus desunt multa.
Bene est cui Deus obtulit parca, quod satis est manu_».