Della proporzione della moneta alle cose vendibili, considerata
universalmente.
Qualunque volta io considero la necessitá che aveva del commercio il
genere umano e le comoditá che al suo vivere sono da esso risultate,
non posso di meno di non ammirare la divina sapienza e bontá, che
all'ingegno degli uomini infuse, tra gli altri, i semi di cosí feconda
invenzione, qual fu quella della moneta, cui mediante si è cosí
fattamente diffusa per tutto il globo terrestre la comunicazione de'
popoli insieme, che può quasi dirsi esser il mondo tutto divenuto una
sola cittá, in cui si fa perpetua fiera d'ogni mercanzia, e dove ogni
uomo, di tutto ciò che la terra, gli animali e l'umana industria
altrove produce, può, mediante il danaro, stando in sua casa
provvedersi e godere. Maravigliosa invenzione! Imperciocché, essendo
le cose tutte nel numero, peso e misura costituite da chi le creò, fra
tutti gli stromenti, che per misura della quantitá, siasi discreta o
continua, o siasi nel peso o nel moto, nel tempo della distanza, nella
mole, o in qualunque altro modo considerata nelle cose, sono stati
trovati, niuno può dirsi stromento piú universale della moneta, il cui
uso si stende a misurar insino i desidèri e le passioni nostre: onde
quel prezzo, che per soddisfare ad un appetito, buono o reo ch'egli
sia, ci contentiamo di spendere, è appunto la misura dell'appetito con
che lo bramiamo, mentre ci determiniamo in noi stessi che piú di tanto
non spenderessimo per ottenerlo. Ed in ciò solo parrá ad alcuno
difettoso stromento per pigliar tali misure la moneta: mentre non
giunge a misurar l'insaziabile disiderio degli avari. Ma io, a chi
perciò manchevole la giudicasse, risponderei essere proprio delle
misure misurare le cose finite, non le infinite. Ma, perché egli è
proprio ancora delle misure d'aver sí fatta relazione colle cose
misurate, che in certo modo la misurata divien misura della misurante
(ond'è che, siccome il moto è misura del tempo, cosí il tempo sia
misura del moto stesso), quindi avviene che non solo sono le monete
misure de' nostri disidèri, ma vicendevolmente ancora sono i disidèri
misura delle monete stesse e del valore; né tanto rari sarebbero nel
mondo l'oro e l'argento, se minor copia di brame si trovasse negli
uomini a comprare, per soddisfar le quali sono essi necessari.
Quegl'indiani, che mezzi ignudi e con poca pompa e con vitto
semplicissimo vivevano nell'America, con poca moneta supplivano a
tutte le loro necessitá. Se cosí vivessimo noi, l'oro e l'argento
sembrarebbe assai piú vile che non è; e, restandone poco in moneta, il
restante ad altri usi si destinerebbe, come facciamo del rame. E da
qui nasce che Aristotile, dopo aver pronunziato francamente che
«_nummus omnia metitur_» e che «_pecuniae obediunt omnia_», soggiunge
poco dopo ch'era necessario per l'umano commercio «_ut una re aliqua
ponderanda et aestimanda essent omnia, idque revera indigentia est,
qua omnia continentur_»; e ne rende la ragione ben evidente: «_Etenim,
si nullo egerent homines, aut non eodem modo profecto, aut nullum, aut
certe non idem pactum conventumque intercederet_». Se di nulla
abbisognassero gli uomini, se nulla disiderassero, quali contratti si
farebbero? E se non si contrattasse, a che servirebbe la moneta? Sono
adunque i disidèri degli uomini misura del valore delle cose; alla
quale dovendo corrispondere la moneta, ne segue che i disidèri o i
bisogni siano misura del valore delle monete non meno che di quello
delle cose; e viceversa le monete misura del bisogno e del disiderio,
non meno che del valore delle cose; non altro essendo, a chi ben
considera, il valore delle cose che la stima che ne facciamo secondo
il bisogno e disiderio nostro.
Né sará giá alcuno che voglia contro dovere interpretare in questo
luogo l'indigenza ed il bisogno, che dice il filosofo, men largamente
di quanto serve per abbracciar insieme tutti i disidèri di cose
contrattabili e conseguibili per mezzo del soldo, quantunque non tutti
necessari siano, ma la maggior parte voluttuosi. Vero è che il nome
d'«indigenza» pare che strettamente importi il bisogno delle cose
necessarie solamente, onde quel disiderio, che averei io d'un quadro
di Tiziano, non possa dirsi propriamente ed in istretto significato
d'«indigenza». Ma a chi volesse all'indigenza delle cose nel suddetto
testo cosí angusti confini costituire, ben difficil cosa sarebbe non
meno salvar il detto del filosofo che determinare i confini stessi a
cotali indigenze, indicando sin dove s'estende la pura necessitá degli
uomini, e di dove incominciano i loro disidèri stessi ad essere
voluttuosi; mentre pur troppo siamo costumati a dire d'aver bisogno di
tutto ciò che, non l'avendo, desideriamo, e le cose stesse ad uno
possono dirsi voluttuose e superflue, che ad un altro saranno
necessarie ed oneste. Anzi chi condanna talora la pompa ed il lusso,
perché forse incomoda qualche famiglia che non misura i suoi disidèri
con le forze, non vede sempre il danno, che a tanti altri artefici e
mercanti ne risulta dal mancare il commercio di quelle cose bandite:
onde, se superflua sará ad un signor particolare la spesa di tener
tanti cavalli e molti paggi o di vestir ricamo sontuoso, quella spesa
però si può dir necessaria a quei tanti artefici e povere genti che di
quelle spese si mantengono, ed a quei mercanti che di quel traffico
vivono e danno il vivere a molti. Diogene trovò superflue tante cose,
che volle che gli bastasse per palazzo una botte e per tazza da bere
il concavo della mano: ma egli però campava a spese d'altri, che dal
commercio traevano il vitto per sé e per lui; e se tutti l'avessero
imitato, averebbe forse spiaciuto a lui ancora l'andar a cogliersi di
sua mano le ghiande. Volle dunque intendere in questo luogo
Aristotile, non dell'indigenza delle cose necessarie solamente, ma
d'ogni disiderio, che ci move a dare stima alle cose e misurar il loro
valore col soldo. E queste considerazioni mi hanno reso facile a
sottoscrivere l'opinione di Bernardo Davanzati, che nel luogo
sopraccitato si sforzò di provar che tutte le comoditá degli uomini,
che sono fra loro in commercio, comprese insieme, tanto vagliono
quanto l'oro, l'argento ed il rame coniato, che pure fra loro corre in
commercio.
Imperciocché, e chi non vede che, se una cittá fosse cosí o da nemico
assediata o da altra cagione ristretta, che per lungo tempo le fosse
il commercio con gli estrani impedito, muterebbero prezzo tutte le
cose vendibili che in essa si trovassero? E, se molto oro od argento
ella avesse e poche comoditá, sarebbe forza a' suoi cittadini il
comprare a caro prezzo ciò che di bisogno essi avessero; e, supposto
che delle cose all'umana vita bisognevoli si mantenesse in essa
un'eguale quantitá, in ogni tempo eguale si manterrebbe ancora il
prezzo di quelle, sin tanto che la stessa quantitá di moneta si
mantenesse in commercio. Vero è bensí che molte cose voluttuose, che
a' tempi piú felici assai si stimavano, a poco o a niun prezzo,
nell'angustia delle cose puramente necessarie, ridur si potrebbono:
onde, mancando il pane negli assedi, lo vediamo comprare a prezzi ben
grandi, e le pitture ed altre delizie ben pochi soldi valutarsi. E mi
ricordo aver letto di chi in un assedio (e fu l'assedio di Casilino,
ov'ora è Capua moderna, assediata da Annibale), avendo preso un sorcio
per mangiarlo, lasciò indursi dall'avarizia a venderlo dugento fiorini
ad un altro affamato, forse con isperanza di pigliarne frappoco un
altro per sé; ma egli si morí ben prima dalla fame che un altro
trovarne: non cosí il compratore, che con quei dugento fiorini salvò
la vita. Ma in questi casi ancora tanto vale tutto l'oro ed altra
moneta, che in tali assedi si trova in corso di commercio, quanto
tutte le comoditá che in esso si vedono, e quanto scemano di prezzo le
cose meno necessarie, altrettanto crescono quelle che qui al viver
nostro sono importanti: onde, come negli assedi appunto avvenir suole
che mancano a poco a poco gli alimenti, rimanendo pure la stessa
quantitá di moneta in commercio; cosí non è maraviglia se maggior
porzione di essa a quei pochi alimenti per loro prezzo si deve, perché
maggiore ne diviene il bisogno in proporzione di essa moneta che
abbiamo. Che se all'incontro giungesse nuovo soccorso de' viveri, onde
maggior abbondanza che prima se ne trovasse, nuovamente a minor prezzo
si ridurrebbe ogni cosa, non per altro, se non perché l'estimazione,
che facciamo delle comoditá, vien misurata dalla quantitá della moneta
che abbiamo; e sempre vagliono tutte assieme le comoditá che sono in
commercio, quanto tutto l'oro e l'altra moneta, che a questo fine di
contrattarle gira il commercio medesimo.
Che se da una cittá sola passiamo colla considerazione ad una
provincia, e la supponiamo, distinta da ogni altra estranea
comunicazione, sola entro a se stessa suoi baratti e suoi contratti
esercitare a guisa d'isola nell'oceano a' naviganti sconosciuta, o in
quel modo pure che per tanti secoli i popoli cinesi hanno negato ogni
comunicazione con loro agli altri popoli, non è egli ben manifesto che
quanto maggior numero di moneta correrá in commercio entro il recinto
di quella provincia in proporzione delle cose vendibili che vi sono,
tanto piú care quelle saranno? se cara può dirsi una cosa perciocché
vaglia molto oro in paese ove l'oro abbondi, e non piuttosto vile
debba in quel caso chiamarsi l'oro medesimo, di cui tanta porzione sia
stimata quanto un'altra cosa, che altrove piú vile viene considerata.
Cosí i messicani ed altri popoli dell'America, che d'oro e d'argento
abbondavano, ma del ferro erano affatto privi (metallo cui non altro
che l'abbondanza ha reso piú vile dell'oro, mentre agli usi umani
immediati egli è tanto piú acconcio), comperavano di buon grado
un'accetta a peso d'oro dagli spagnoli, e si ridevano de' venditori
come di pazzi, dicendo:--Or va' tu a tagliar un arbore, se puoi, con
cotesto oro, come io lo taglierò con questo ferro che m'hai
dato.--Anzi fra gli stessi spagnoli non poté non far sentire
l'alterazione grandissima ne' prezzi delle cose il commercio in quei
paesi; poiché nel Perú, ove abbondantissimi trovarono i piú prezzati
metalli e dove come che nudi andavano gli abitanti, e non vi nasceva
vino, né v'erano cavalli, e cent'altre comoditá d'Europa vi mancavano,
valeva fra loro un paio di calze trecento ducati, una cappa o mantello
mille, un buon cavallo quattro o cinquemila ducati, ed i ghiotti
pagavano un boccal di vino fino dugento ducati, e stimavano risparmio
armar d'argento piuttosto che di ferro le ogne dei cavalli, perché il
ferro all'oro in prezzo si uguagliava.
Cosí, avanti che Roma, delle spoglie del mondo tutto arricchita,
spargesse la limatura d'oro sotto i piedi degl'imperadori ai loro
passeggi, n'ebbe lungo tempo scarsezza: narrando Plinio che, quando
ella fu presa da' Galli, ond'ebbero i romani a comprar a contante da
loro la pace, non fu pattuita che mille libbre d'oro; e pure aveva
ormai Roma 153 mila persone libere, senza la moltitudine delli
schiavi. Anzi era tanta la povertá di quei primi senatori, o vogliamo
dire la scarsezza dell'oro e dell'argento in Roma in quei tempi, anzi
in quei primi e piú felici secoli, che, avendo Scipione dimandata al
senato licenza di ripatriare, perché ormai la figlia, che aveva, era
nubile e bisognava pensare alla dote, il senato, per non privarsi di
quel gran capitano in Ispagna, assunse di dotarla e maritarla egli:
«_dotis vere modus XL millia aeris fuit_», dice Valerio; il che,
secondo il Budeo[17], non ascende a piú di 400 scudi. Cosí fu creduta
gran dote quella di Tullia, figlia di Cicerone, che portò al marito
«_X millia aeris_», che risponde a cento scudi; e «Megalia» fu per
antonomasia detta quella femmina dotata, perché portò «_quingenta
millia aeris_», che sono 5 mila scudi. Cosí, quando fece non so qual
voto Furio Camillo[18] per ottenere vittoria contro i nemici, che
poscia, per lo troppo importare, non s'arrischiava dirlo al senato, e'
non arrivava ad otto talenti d'oro: pure lo disse poi, e bisognò che
si spogliassero de' suoi ornamenti ed anella le matrone romane per
farne il cumulo, per la generositá delle quali fu concesso dal senato
che potesse loro farsi dopo morte l'orazione funebre, che prima solo
agli uomini era solita permettersi. Considerazione che mi rende
sospetta l'asserzione di Plinio, che racconta aver trionfato Tarquinio
in veste d'oro; e veramente in questi primi tempi era cosí poco
dilatato il commercio tra gli uomini, che quasi ogni provincia viveva
da sé, quasi che incognita alle sue confinanti: onde non è maraviglia
se Roma e il Lazio erano scarsissimi d'oro e la Toscana ne abbondava,
mentre era sí poco il commercio e il traffico fra loro, che potevano
gli uni radunar eserciti e portarsi con improvvisa guerra addosso gli
altri, innanzi che della mossa o de' fatti loro alcun sentore ne
avessero gli oppressi. Non cosí avviene oggigiorno, che ben di lontano
sappiamo non solo le mosse degli eserciti, ma gl'istessi consigli,
mercé la copiosa comunicazione che fanno tra loro insieme le nazioni,
fondata principalmente sul trafico, mediante il quale si fa anche cosí
regolato il prezzo alle cose in tutti i luoghi, che non molta maggior
differenza si trova di quella, che dalle spese del trasporto, pericolo
de' viaggi, gabelle ed altro s'aggiunge al prezzo corrente delle
medesime ne' lor propri paesi.
Abbondano d'oglio la Toscana, l'Umbria, l'Abbruzzo in Italia; ne
scarseggia lo Stato veneto e la Lombardia: la differenza del prezzo
dall'Abbruzzo e Puglia a Venezia e Milano è solo tanto, o poco piú,
quanta è la spesa delle condotte e delle gabelle, con di piú un sí
moderato guadagno de' mercanti, che non lascia luogo ad altri di
venderlo per meno. Che se oltre a queste spese fosse anco a molto
miglior mercato l'oglio in Abbruzzo di quello egli sia in Venezia, ne
porterebbero tanto di piú i mercanti per farci guadagno; sicché, tanto
meno restandone in Abbruzzo, crescerebbe colá il prezzo, e, tanto piú
trovandosene in Venezia, ivi scemerebbe di valore.
Mi ricordo di aver con profitto di chiarezza adoperata piú volte,
discorrendo in questo proposito, la similitudine de' corpi fluidi,
parendomi che i prezzi delle merci del mondo non diversamente fra
loro, mediante il commercio, si livellino, di quello che facciano le
acque stagnanti, che, per qualunque agitazione che patiscano, infine
si spianano in livello insieme. E il mare stesso non può avere piú
alte l'onde sue nell'Adriatico che nel Tirreno o nel Mar Nero o
nell'Oceano medesimo, se non quanto le varie sue correnti o commozioni
del flusso e riflusso, e le diverse situazioni de' suoi seni ne
portano lo svario di pochi piedi fra i piú remoti lidi[19]: mercecché
le sue acque, non meno delle merci, hanno fra loro perpetua
comunicazione in tutto l'universo, onde sono necessitate dal proprio
peso a livellarsi in pari distanza dal centro, a cui tendono. Che se
in alcun luogo sia un mare cosí dagli altri disgiunto, come il Caspio
in Asia o il mare di Parime nella Guaiana in America, se giá non hanno
per sotterranei meati il loro commercio con gli altri mari, come io mi
do facilmente a credere, non avranno nemmeno necessitá di livellarsi
con essi: come non l'hanno le mercanzie di quei paesi che dal
commercio universale vivono segregati; quali appunto credo siano molti
tartari dell'Asia ed i popoli piú mediterranei dell'Armenia e
dell'Africa, a' quali certo nulla risulta l'abbondanza d'oro o di
commoditá che in altri paesi si trovi, mentre con quelli non hanno
colleganza né pur mediata col traffico. Che se a quelli ancora un
giorno s'aprisse la strada a' nostri commerci, come s'è fatto col
Messico, Brasile e Perú e tanti altri da due secoli in qua,
vederessimo bensí per qualche tempo fluttuanti li prezzi delle cose;
ma finalmente, passando a noi il di piú che avessero essi di comoditá
che a noi mancassero, ed a loro delle nostre il medesimo, si farebbe
nuovo livello e nuovo prezzo alle cose, proporzionato nuovamente non
alle cose solo contrattabili che erano prima in commercio, ma a quelle
ed all'altre aggiuntesi insieme.
Di qui è nato che le grandissime somme d'oro e d'argento, che sono
dall'Indie venute in Ispagna da Carlo quinto, anzi dal regno di
Ferdinando ed Isabella in qua, e lo spaccio grande, che hanno avuto
fra quelle nazioni molto tempo ed hanno ancora in parte le merci
d'Europa, ha fatto che le cose tutte d'Europa sono divenute tanto piú
rare di prima, e che molto tempo hanno fluttuato nella varietá i
prezzi; ed ora sono livellati in modo, che non riesce piú
d'arricchirsi in sí poco tempo a chi va a mercantare nell'Indie, come
prima succedeva. Giovanni Bodino scriveva del 1568, in un suo trattato
_Delle monete_, che a quel tempo erano giá comparsi dall'Indie in
Ispagna sopra 500 milioni d'oro e 200 milioni d'argento, e che ogni
anno la flotta ordinaria compariva ricca di 18 e piú milioni; li
quali, spargendosi per tutta l'Europa, per lo bisogno che hanno gli
spagnoli delle comoditá degli altri paesi (troppo sterile essendo in
alcune parti la Spagna, troppo sossiegata la nazione, che sdegna non
meno il lavoro dell'arti che la mercatura), hanno fatto che non solo
nella Spagna stessa, ma per tutta quasi l'Europa, ove si va spendendo
il loro oro ed argento, sono cresciute di prezzo non meno le terre che
i frutti d'esse e l'opere stesse manuali, mercecché tutte insieme
s'uguagliano sempre in valore a tutta insieme la moneta che in
commercio va correndo: onde ora, che tanto piú d'oro abbonda la
cristianitá che prima non era, piú del medesimo ne tocca a ciascuna
cosa per suo prezzo e valore.
Ricavò in quegli anni il medesimo Bodino da' libri dell'entrate regie,
che piú aveva reso la Francia al suo re in 53 anni, dal 1515 al 1568,
che non aveva fatto in 200 anni avanti; e notò che giá in 50 anni
erano cresciuti sí fattamente i prezzi de' campi, che tre volte
tant'oro in peso si pagavano di quel che 50 anni prima si compravano;
anzi aggiunge che ormai la contea di Avignone rendeva il doppio
d'entrata annua di quanto fu giá venduta in capitale, e che il simile,
o poco meno, facevano tutti gli altri Stati. Onde non è maraviglia se
si contano a' nostri tempi l'entrate regie di Francia a tanti milioni,
che a' tempi di san Luigi erano cosí scarse, che, rimasto quel santo
principe prigioniero di Saladino soldano d'Egitto, ebbe a lasciar
pegno a quel barbaro l'ostia consacrata, che il santo re seco portava,
per ritornar in Francia a sollecitare in persona l'ammasso di 200 mila
bisanti d'oro, ch'era tassato il suo riscatto: eppure 200 mila bisanti
non erano che 500 mila lire di tornesi, secondo il calcolo che ne fa
il padre di Sonville, riferito dal Bodino nel suo giá mentovato
trattatello _Delle monete_.
Lo stesso narra Plutarco che succedesse a' tempi di Paolo Emilio in
Roma, ove, appena ebbe egli portato dalla Macedonia soggiogata e da'
tesori di Perseo suo re le copiose ricchezze adunate prima in quel
regno, che i prezzi de' campi, e per conseguenza dell'altre cose,
ascenderono al triplo di prima. Ed a' tempi d'Augusto narra Svetonio
che egli portò da Epiro sí gran copia d'argento ed oro, che i campi
crebbero di prezzo e l'usure scemarono.
Il che a' nostri giorni proviamo in Italia, ove in particolare la
nazione genovese, gli anni passati, non trovando in che impiegare i
molti contanti che aveva, li dava in altri paesi a due o tre per
cento: onde molte religioni ed altre persone ne hanno tolto a censo
perpetuo, e hanno con essi estinti i censi, che avevano con altri a 5,
6, 7 per cento, riducendoli a 2 e 3. Sebbene non è tanto di ciò
cagione l'accrescimento d'oro e d'argento in Italia quanto la mancanza
del traffico, che, scemando ogni di piú, fa che i mercanti restano col
soldo inutile in mano.