Dell'oro ed argento, e delle antiche e moderne proporzioni di valuta
fra loro.
Per quanto siansi trovate cento invenzioni di far monete ed abbiano in
piú regni il corso varie cose sotto questo nome, il che
abbondantemente abbiamo dimostrato nel capitolo primo, nulladimeno la
piú universale materia di esse in tutto il mondo è l'oro e l'argento.
È nondimeno quistione assai problematica se la valuta di questi due
metalli sia sempre la proporzione della quantitá che se ne trova nel
mondo; cioè a dire, se l'essere stimato l'oro, per esempio,
quattordici volte piú dell'argento sia segno che nel mondo si trova
maggior quantitá effettiva d'argento che d'oro in commercio, o pure se
la stima, che facciamo maggiore dell'oro, in altre sue condizioni o
prerogative sia fondata. E, per vero dire, noi non siamo sempre soliti
prezzar le cose per la sola raritá, quando con questa non sian
congiunte altre condizioni che ce le rendono comendabili; e certamente
nelle gioie o ne' metalli almeno due ragioni troviamo per apprezzarle:
una si è quella stima che facciamo di loro per la bellezza o per altre
loro condizioni che ci dilettano e ci sono utili; l'altra è la poca
quantitá o molta che se ne trova in ordine al bisogno o disiderio
nostro.
Io non vedo per l'Italia nostra, né fuori di essa nelle province
confinanti, tanta copia di rubini quanta a' tempi d'oggi se ne vede di
diamanti; e pure val piú il diamante del rubino, data paritá di
grandezza, nettezza e lavoro. Dunque non è la sola raritá che fa
valere il diamante. Lo stesso può essere dell'oro. In oggi corre tal
prezzo di questo metallo per l'Italia, che comunemente una marca d'oro
si paga con marche quattordici, once 6 di argento in circa; ed io non
per tanto m'arrischio giá a proferire questa conseguenza: dunque è
segno che per ogni marche 14-2/4 d'argento in Italia, se ne trova una
sola d'oro in circa. Né oserei affermare che, qualora si trovasse nel
mondo egual quantitá dell'uno e dell'altro metallo, dovessero valere
anco del pari; e, se vi fosse tanto piú d'oro che d'argento quanto
oggidí v'è piú argento che oro, dovesse l'argento valere il prezzo che
in oggi vale l'oro, e l'oro non valesse se non quanto val oggi
l'argento. Lodasi l'oro per la finezza maggiore, cui mediante il fuoco
non scema, e per longhezza di tempo non irruginisce, per lo colore
simigliante, dice Plinio, a quello delle stelle; benché io creda per
questa parte, con Plinio, che sarebbe non men lodato il bianco, se
all'oro toccava d'esser bianco, e non all'argento, siccome lodiamo il
bianco de' diamanti, non perché piú vaghi siano de' rubini o smeraldi,
ma perché sono piú rari e piú stimati. Per altro si loda eziandio
l'oro per lo peso, ch'è il maggiore, in paritá di mole, che abbia
alcun altro composto; nonostante che Plinio stesso, solito a scrivere
le cose conforme le udiva dire senza informarsi o fare esperienza di
nulla, asserisca che sia piú grave dell'oro il piombo. E pure consta
chiaramente (mi sia lecito far questa breve digressione) che d'una
mole di piombo, una d'argento vivo ed una d'oro, che siano eguali in
grandezza, la piú leggiera è il piombo, e pesano, secondo Baccone[23],
l'oro 100, l'argento vivo 75, il piombo 60, ma, secondo Marin
Ghetaldo[24], l'oro 100, l'argento vivo 71. 3, ed il piombo 60-10/19.
Lascio qui di portar alcune mie esperienze sopra di ciò, che io stimo
bene piú esatte. Ma le pubblicherò in altro luogo piú proprio:
bastandomi che qui resti chiaro quanto s'è ingannato Plinio, dicendo
che l'oro «_nec pondere aut facilitate materiae praelatum est caeteris
metallis, cum cedat per utrumque plumbo_». Onde io per me non so come,
nel paragonarlo all'argento, si possa altro vantaggio ragionevolmente
assegnar all'oro fuori dell'esenzione dalla rugine, a cui soggiace
l'argento anco piú puro, vedendosi molte medaglie antiche d'argento
che ne hanno sentito il dente; il che in quelle d'oro non s'osserva.
Ma, se pure queste prerogative hanno dato all'oro qualche vantaggio
sopra l'argento, non perciò resta che anche l'abbondanza dell'uno,
rispetto all'altro, non abbia molto contribuito; perché in fatti,
dovunque è piú abbondante, ivi si vede che gli è anco meno prezzato e
per meno quantitá d'argento si baratta.
So d'aver letto una volta (ma non mi sovviene dove, e, per diligenza
fattane, non lo trovo piú) che in uno de' regni mediterranei
dell'Africa è sí grande la copia dell'oro e la scarsezza dell'argento,
che l'argento val piú dell'oro.
Messer Marco Polo[25] nelle sue relazioni dice che nel regno di
Coraian nell'Indie, a' suoi giorni, si davano otto saggi d'argento per
uno d'oro perfetto; e nel Corazan, provincia ch'ora appartiene al
Mogol e che di molte miniere è abbondante, davano per una sola d'oro
sei d'argento; anzi ne' regni di Mian con cinque d'argento s'aveva una
d'oro: onde nasceva che venivano di lontani paesi mercanti con argento
da barattare in oro, per lo guadagno che vi facevano portandolo al
loro paese. In Bengala nell'Indie orientali[26] l'oro vale un sesto
piú che in Malaga, perché in Bengala v'ha piú abbondanza d'oro da'
regni piú interiori dell'India suoi vicini, che d'argento; e a' giorni
nostri vediamo per tutto andarsi mutando la valuta dell'oro a
proporzione dell'argento, conforme dall'Indie e da altre parti viene
apportato piú dell'uno che dell'altro proporzionatamente. Il che mi fa
stupire come Bodino, scrittore intelligente e sottile, si sia
impegnato a sostenere che per duemila anni avanti di lui, ed al suo
tempo ancora, fosse quasi sempre ed universalmente la proporzione
dell'oro all'argento nel valore come da dodici ad uno. Erodoto
veramente scrive che ne' suoi giorni si davano tredici d'argento per
una d'oro; e Wilebrordo Snellio nel suo libretto _De re nummaria_
raccoglie da piú autori che, quando i romani batterono la prima volta
monete d'oro, le ragguagliarono a dieci per uno, mettendo in arbitrio
degli etòli stessi il pagare in oro o in argento il tributo, purché
per ogni libbra d'oro si valutassero dieci libbre d'argento.
Lo stesso fu a' tempi di Strabone e prima a' tempi di Menandro poeta.
A' tempi di Plinio Secondo, che il Budeo nel terzo libro _De asse_ ne
ricava, correva l'analogia dell'oro all'argento come di quindici ad
uno, imperocché uno «scrupolo» d'oro valeva 20 sesterzi, e però una
dramma o denario ne valeva 60; ed all'incontro una dramma d'argento in
pari peso valeva 4 sesterzi: e però l'oro all'argento in pari peso
valeva quindici volte piú. Ma sotto Arcadia ed Onorio imperadori
vediamo che, per legge da loro emanata e registrata nel _Codice_,
libro X, titolo ultimo, fu ragguagliata la libbra d'argento per 5
soldi d'oro. «_Iubemus_--dice quella legge,--_ut pro argenti summa,
quam quis thesauris nostris fuerit illaturus, inferendi auri accipiat
facultatem, ita ut pro singulis libris argenti quinque solidos
inferat_». E perché la libbra pesava 72 soldi per la legge 5,
_Codice_, titolo _De susceptoribus_ del libro X, chiaro consta che 5
soldi d'oro valevano 72 d'argento, che è lo stesso che uno d'oro per
14-2/5 d'argento, ed è quasi la proporzione moderna. Plinio però la
trovava del suo tempo come 12 ad uno. E dell'anno 1512 narra lo
Snellio suddetto che fosse ella nuovamente di 12 ad uno; ma a suo
tempo, che fu 100 anni dopo, la trovò egli come 40 a 3, o sia come
13-1/4 ad uno. E pure nel corso di quel secolo fa di mestieri ch'ella
fosse nuovamente diminuita, mentre nell'ordinazione di Ferdinando
primo imperadore, fatta l'anno 1559 nella dieta d'Augusta sopra tutte
le monete dell'imperio e loro bontá e valuta, cosí d'oro come
d'argento, io trovo che li ducati d'oro, detti ongari, di bontá di
carati 23-1/3, e di peso a 67 ducati la marca di Colonia, valevano in
Allemagna carantani 104 l'uno, che sono carantani 6988 la marca
d'ongari; e perciò una marca d'oro fino di 24 carati valeva carantani
7167. Nella medesima ordinazione è costituito il prezzo all'argento
fino di 12 once fiorini 10-1/5, che sono carantani 612; onde l'oro
valeva piú dell'argento 11 volte e 72/100; il che, sebbene
s'approssima al prezzo che voleva stabilire il Bodino di 12 d'argento
per una d'oro, pure mostra che dal 1512 in qua ella era anzi scemata.
Che se Giulio Polluce calcola che in Grecia, a tempo che quelle
repubbliche fiorivano, un'oncia d'oro valeva una libbra d'argento; ciò
non ostante, dalla grande varietá che in diversi tempi s'è veduto in
questa proporzione, non può negarsi mal fondata la massima, non solo
del Bodino, che, come dissi, ha preteso essere stata quasi sempre per
2000 anni avanti lui quella di 12 ad uno, e dover in avvenire
conservarsi tale, ma di Gasparo Scaruffi ancora, che nel suo
_Alitinonfo_ pretese d'insegnar il modo di mantener per tutto la
moneta agli stessi prezzi per sempre. Ma supponeva che nel mondo non
v'avesse difficoltá a questo 12 d'argento per uno d'oro per sempre, e
non osservava che, se dall'Indie o dall'altre miniere cominciasse a
venir molta piú copia d'oro che prima e molta minor copia d'argento,
comincerebbe a barattarsi l'argento coll'oro a nuova proporzione,
riducendosi ad 11, a 10 ed anche meno per uno; essendo che non istá in
podestá de' principi il regolar sí fattamente le volontá dei sudditi
in questa materia, che non siano trasgredite le sue leggi subito
fatte, ogni volta che queste esorbitano fuori delle naturali
proporzioni. Provi un principe a voler che si barattino per due scudi
soli le doppie, e vedrá se, fuor di quei pochi che non avranno altro
con che comprar il pane, gli altri non le asconderanno subito; e se
chi averá bisogno di doppie non le ne anderá a comprar di nascosto
anche per tre, che suol essere il loro prezzo corrente, da chi le
averá. Non è dunque vero che fosse per lo passato, né che sia sempre
per essere in avvenire, la stessa proporzione di 12 ad uno fra l'oro e
l'argento, essendo molto lontani da quello, quasi sempre, che voleva
il Bodino, gli esempi addotti e l'odierna esperienza, che in 100 anni
da meno di 12 ella è passata quasi a 15 per uno. Certamente in oggi la
proporzione piú comune è di 14-4/5 o pure 3/4 per uno, come si
mostrerá piú avanti; né altro ha prodotto quest'alterazione se non la
quantitá dell'argento venuto dall'America, che l'ha finora versato in
Europa in tanta copia dalle inesauste miniere del Potosí e d'altri
luoghi, che di continuo si vanno sviscerando, in proporzione delle
quali, benché molto oro ancora di quelle parti ne sia venuto, egli è
però assai meno di quello averebbe dovuto per mantenersi nella
proporzione di 12 per uno. Anzi, se lo stesso Bodino avesse osservata
la proporzione che da' suoi detti risulta, quando riferisce, come
dicemmo sopra, che dall'America fino al suo tempo erano ormai venuti
100 milioni d'oro e piú di 200 milioni d'argento, averebbe trovato la
proporzione assai maggiore di 12 ad uno, essendo che uno scudo d'oro
non è che l'ottavo d'un'oncia, o sia d'una pezza da otto, onde 100
milioni d'oro sono 1.200.000 once; ed uno scudo d'argento coronato di
quei tempi, che oggi «filippo» o «pezza da otto» si chiama, è
prossimamente un'oncia, onde 200 milioni sono per lo meno altrettante
once; e per conseguenza era venuto almeno 16 volte piú argento che
oro. Che se, ciò nonostante, non per anche valeva piú di 12 ad uno,
forse ciò fu perché gran parte di quell'argento a principio s'impiegò,
fuori di moneta, in vasi ed utensigli de' grandi. Poteva però accadere
che a poco a poco restarebbe piú vile l'argento in proporzione
dell'oro; il che pare succedesse anche nella Giudea al tempo di
Salomone, quando le flotte, che quel re per lo Mar Rosso mandava ogni
tre anni all'Indie d'Ophir e di Tarsis, avevano portata incredibile
copia d'oro e d'argento, che racconta il sacro testo che «_tanta erat
abundantia argenti in Ierusalem quanta et lapidum_»; e poco sopra
disse che «_non erat nec alicuius pretii putabatur argentum in diebus
Salomonis, quia classis regis per mare cum classe hiram semel per tres
annos ibat in Tarsis, deferens inde aurum et argentum et dentes
elephantorum et simias_»[27].
Ora, se non fosse ormai lecito, com'è, di passare per favole certe
storie di Plinio, che hanno il sembiante di racconti di vecchiarelle,
io mi riderei bene da senno della sconsigliata risoluzione di Tiberio,
a cui dice questo autore che essendo stato portato un vaso di vetro di
cosí fatta natura, che non meno del rame e dell'oro potevasi tirare a
martello, onde, caduto in terra senza rompersi, il buon maestro a
vista dell'imperadore con un martellino ne racconciò l'ammaccatura
della percossa; timoroso il monarca che, pubblicata l'invenzione, non
scemasse di pregio l'oro, ne fece tantosto morire ingiustamente
l'autore. Se il vetro ordinario e non trattabile a martello era vile
rispetto all'oro, vi sarebbe egli per avventura chi mi sapesse dire il
perché? Certo che, s'egli è bene men duro e meno lucido alquanto del
diamante, nulladimeno il potersene far vasi da bere e prevalersene per
tanti altri usi nobili è una prerogativa ben degna di contrapporsi a
quella del diamante. Ma fossero pure in tanta copia nel mondo i
diamanti come ci è il vetro, e li vedressimo piú vili assai del vetro;
attesoché, data la paritá dell'abbondanza, piú stimabile sarebbe
quello di essi che di maggior uso fosse, e s'imputarebbe a vizio ed
imperfezione del diamante la sua immensa durezza. Dunque la raritá è
quella circostanza, che rende piú e meno preziose le cose, che per
altre condizioni sono da desiderarsi. E, se cosí è, perché dunque
privare il mondo di una sí comoda invenzione del vetro trattabile a
martello, con che potevano valersi di vasi tanto piú mondi che non
sono i metalli, quanto che trasparenti e lucidi, senza timore che per
ogni leggiera percossa andassero irremediabilmente in pezzi? perché
rimunerarne sí ingratamente l'inventore colla morte? Che! manco al
mondo forse quell'erba, di cui si fanno le ceneri dette «di soda», per
fare il vetro, se, oltre la Spagna e le rive dell'Asia e l'Africa
bagnate dal Mediterraneo, anche l'Italia in piú luoghi le produce?
mancano forse i sassi ne' fiumi, che a compirne la misura si
richiedono? E se v'ha copia sí grande di tali ingredienti, che ragione
v'era egli di temere che l'oro perdesse il prezzo?
Consta dunque chiaro che, quantunque qualch'altra prerogativa dell'oro
sopra l'argento può aver parte nella sua estimazione a paragone di
quello, la principalissima cagione però della proporzione, con che si
valutano, dalla maggior o minor copia dipende.
[A' giorni nostri in Italia la piazza di Genova, che, per esser la
scala della maggior copia degli ori ed argenti che vengono dalla
Spagna o dall'Indie, con ragione si deve considerare come norma delle
altre, fabbrica le sue doppie di peso danari 6 grani 2-2/3 a bontá di
danari 21 grani 18, e le spende lire 23.12 sua moneta; onde ott'once,
o sia una marca di tal oro vale lire 741-258/550, e la marca d'oro
fino vale lire 818-1378/7975: ed all'incontro ella fabbrica i suoi
scudi, detti «genovine», di peso danari 35 in bontá di danari 11 grani
12, e le spende per lire 9.10 sua moneta; onde una marca di genovine
vale lire 52-4/35, e la marca d'argento fino vale lire 54-306/805,
onde vi vogliono marche 15-1377/30305 di argento fino per far la
valuta d'una marca d'oro.
Milano, ch'è l'altra piazza, che ha gran copia d'oro e d'argento che
viene dalla Spagna e dall'Indie, batte la sua doppia in bontá di
danari 21 grani 21 e peso di danari 5 grani 10, e la spende lire 25.5;
onde una marca di tali doppie tiene once 8, e vale lire 895-1/65, ma
una marca d'oro fino vale lire 981-10917/11375 moneta di Milano.
All'incontro batte il filippo d'argento in bontá d'once 11 danari 10 e
peso di danari 22 grani 18, e lo spende lire 7.10, onde una marca di
tali filippi vale lire 63-27/91, e contiene d'argento fino once 7
danari 14 grani 16. Ma una marca d'argento fino vale lire
66-6618/12467: dunque vi vogliono in Milano marche d'argento
14-18512/24375 per far la valuta di una marca d'oro[28].]
Di quella di Napoli non fo il calcolo al presente, perché a questi
tempi sono in cosí grandi disordini le monete in quel regno, che non
ponno dar regola ad altri, e la cercano tuttavia con ansietá per loro.