Che cosa sia moneta, e delle materie con che si fabbrica, e di quanta
importanza ne sia l'uso all'umana societá.
L'umana industria, ch'è figlia primogenita dell'intelletto e di quella
necessitá che n'impose natura, quando del tutto ignudi e disarmati ci
espose al mondo, ha di poi progenerate tante, e sí maravigliose
invenzioni moltiplicate in ogni secolo, che ne ha non solo ristorato,
ma riempito pur troppo di delizie e di mille nuovi generi di disidèri
e compiacenze la stessa nostra mente. Fra tutti i suoi trovati però
finora prodotti a comodo universale, io inclinerei facilmente a
concedere il primo luogo alla moneta; imperocché l'oro e l'argento,
che per natura sono tanto piú deboli del ferro, che, se non restassero
inutili metalli, per lo meno a pochi usi necessari destinar si
potrebbero, col mezzo di questa invenzione sono divenuti il piú
necessario instrumento dell'umana societá, ed hanno acquistata sí gran
forza e virtú, che ponno dar moto a rivolger sossopra tutta
l'universitá de' beni mondani. E fossero pur eglino usati soltanto
giusta le leggi dell'onesto e del giusto! come non vorrei che Boezio
si lamentasse, dicendo:
_Heu! quis primus fuit ille
auri, qui pondera tecti
gemmasque latere volentes
pretiosa pericula fodit?_
E non sentiressimo le invettive, che tanti altri fan contro i metalli,
che pure per natura e per l'uso primiero della moneta sono cosí
innocenti, che non ha sdegnato il Salvatore stesso di valersene tra
noi e di constituire fra' suoi apostoli il tesoriere. Potrei qui
facilmente diffondermi, tessendo lunghi encomi a questa saggia e
comodissima invenzione e numerando a lungo gli emolumenti, che ne ha
tratto l'umano genere, cosí nelle scienze e nell'arti, l'augumento
delle quali tutto pende dalla comunicazione de' popoli anche lontani,
come nelle comoditá stesse, che meno disastrosa la vita ci rendono,
che dal commercio di tutta ormai la terra insieme hanno l'origine. Ma
non voglio entrare in questo pelago, mentre, per render informato
chicchessia dell'utilitá di questa invenzione, basta far sí ch'egli si
figuri nella sua mente di vederne privo di nuovo il mondo, e consideri
gl'incomodi che ne nascerebbono, se dovessimo ciascuno di noi andar
cercando a chi avanzasse ciò che a noi manca, e per mezzo di puro
baratto aggiustare il contratto con altre cose nostre, di cui quegli
abbisognassero.
Qual metallo fosse la prima volta coniato, non è pur facile a
determinare. L'erudito Davanzati diede veramente il primato al rame,
mentre dice in una sua _Lezione sopra le monete_ queste parole: «Fu
adoperato il rame dall'antichitá e da tutte le genti fu assonto a cosí
alto uffizio per legge accordata»; onde vuole che fossero di rame le
piú antiche monete, e che poscia incominciasse a spendersi l'oro e
l'argento in pezzi rotti, che necessariamente furono dipoi pesati,
indi segnati ed in moneta battuti. Ed io so bene che cosí fu in Roma,
ove consta chiaro che prima d'ogn'altro metallo fu battuto il rame da
Servio Tullo, improntandosi una pecora, e che molto dipoi fu coniato
l'argento, ed in fine anche l'oro; onde, se prima de' romani non si
fosse veduta moneta, sarei con questo autore. Ma egli medesimo aveva
pur veduto nel sacro _Genesi_[1] che Abramo, il quale «_erat dives
valde in possessione auri et argenti_», comprò da Effrone il campo per
sepellire la moglie, pagandone per prezzo «_quadrigentos siclos
argenti probatae monetae publicae_», dice la Volgata, o pure
«_currentis inter mercatores_», secondo l'ebraico testo. Allo stesso
Abramo furono numerate mille monete d'argento da Abimelech, oltre
molte pecore ed armenti[2]. Giuseppe fu venduto venti monete d'argento
da' suoi fratelli a' madianiti mercanti. Onde siamo bensí certi che in
quei tempi usava il mondo, almeno nelle parti orientali, la moneta
d'oro e d'argento; ma, quanto al rame, io non so se il Davanzati ne
possa aver trovato l'uso in moneta, piú antico di questo, presso
qualunque autore, onde dir si possa assolutamente dalle genti essere
stato il rame prima degli altri metalli in moneta ridotto. Vero è che
Wilebrordo Snellio, _De re nummaria_, fa dubbio in quell'«_appendit
monetam_», quasi che non fosse argento coniato ed il siclo non fosse a
quei tempi una moneta intiera da sé, ma un peso particolare; onde il
dire «_appendit monetam quadrigentos siclos_» sia come se dicessimo:
«egli pesò quattrocento once d'argento». E la veritá si è che il siclo
non era solo nome di una specie di moneta, ma anche d'un peso
particolare; come in Grecia la dramma era nome e del peso, che era
l'ottavo d'un'oncia, e della moneta, onde altre monete di due e di
quattro dramme «didrachme» e «tetradrachme» si chiamavano; e fra noi
l'oncia è nome non solo d'un peso, ch'è la duodecima parte della
libbra, ma d'una longhezza, ch'è la duodecima d'un piede. Ma né meno
per questo dire dello Snellio mi partirei dall'opinione che il siclo
fosse effettiva moneta coniata con qualche segno della pubblica
autoritá, mentre la chiama il sagro testo «moneta pubblica approvata»
o pure «argento corrente fra' mercanti». Anche in Venezia si spendono
le doble ed altri ori «a marco», che vuol dire «a peso»: dicendosi,
per esempio, «doble numero 200 a marco 197-1/2», conforme si trova col
peso, che siano difettive dal giusto; ma non perciò resta che le doble
non siano monete pubbliche ed approvate e correnti fra' mercanti.
Checché ne sia però, egli è certa cosa che di piú antica moneta non è
stata fatta menzione da scrittore alcuno, perché ne' tempi prima
d'Abramo non abbiamo, fuor delle tavole, alcun'altra notizia, per
quanto ne parla il sacro testo. Onde resta evidente che tutti coloro,
che hanno voluto direi chi fossero i primi inventori che misero in uso
la moneta, si fondano su deboli congetture, e che molto piú sicura
congettura di tutte si è il dire che non lo sappiamo; lasciando che
Plinio[3] dica che il primo, che trovasse l'uso di vendere e comprare,
fosse Basso; e che Strabone racconti che in Egina si battessero le
prime monete, Erodoto in Lidia, Lucano in Tessaglia, altri in Nasso,
altri in Attica. Tutte vanitá, perché, trattane l'ebraica dalle altre
nazioni, pur troppo scarse sono delle piú antiche storie le notizie a
noi derivate, mentre, fuori delle greche, non senza sospetto di
mendacitá, e delle latine, alquanto piú certe, degli altri popoli è
vano il ricercare i fatti de' loro primi secoli; anzi nella Grecia
stessa io ritrovo molto difficile rinvenirne il vero. Dicono che Teseo
re d'Atene (viveva questi ne' tempi stessi che regnava Fauno nel
Lazio, Laomedonte in Troia ed i giudici in Israele) batté moneta e ví
fece scolpire un toro[4], siasi per memoria del minotauro da lui
superato, o perché volesse i suoi cittadini eccitare anche con questo
segno alla coltura de' campi; ma nondimeno molti anni dopo, se non
mentisce un poeta, abbiamo da Omero che Glauco fece un baratto
dell'armi sue d'oro, che valevano cento buoi, con quelle di Diomede,
ch'eran di ferro e ne valean nove; onde pare che in quei paesi
usassero parlar de' buoi a contratto, come ora si fa delle monete,
dicendo che un'armatura valeva cento buoi e un'altra nove. Cosí ne'
primi tempi di Roma[5] le condanne imposte dalle leggi a certi delitti
constavano di pecore. L'una e l'altra, per mia fé, moneta molto grossa
e di peso: se però non è equivoco nell'uno e nell'altro luogo; e quel
nome di «buoi» in Omero non è piú tosto il nome delle monete istesse
di Teseo, che de' buoi portavano l'impronta, come la pecora nelle
romane effigiata dicessimo: onde le leggi imponessero la pena di tante
pecore, volendo dire di tante monete coll'impronto della pecora; come
oggidí si dicono «cavallotti» certe monete lombarde coll'impronto d'un
cavallo, e con piú nobile uso sentiamo chiamar «luigi», «filippi»,
«carlini», «giuli», «paoli», «mocenighi», ecc., varie monete dal nome
de' loro principi: costume che fu pur anco de' greci e degli asiatici,
che «filippi» e «dari», dal nome di Filippo di Macedonia e di Dario re
di Persia alcune monete nominarono. Ma, dopo Teseo erano bensí corsi
piú secoli, quando Licurgo proibí ogni altra moneta agli spartani,
fuorché di ferro ben pesante, acciò, con l'incomodo di contrattare,
mancassero i disideri e fosse posto freno al lusso. Che se di
Temistocle, che fu quattrocento anni dopo Licurgo, mi narra
Plutarco[6] che persuadesse gli ateniesi a condannare all'infamia
Artenio Zelite co' suoi discendenti per aver portato di Media in
Grecia l'uso dell'oro: io non penso giá che ciò voglia dire che allora
fosse la prima volta introdotto l'uso delle monete in Grecia, perché
ripugnarebbono gli altri attestati dell'autore medesimo; ma bensí che,
dopo essere stato l'oro lungo tempo prima bandito; l'avesse costui di
nuovo, contro le leggi della patria, proccurato d'introdurre. Cosí,
avendo Lisandro rimandato a Sparta Filippo, uomo per altro grande
nella patria e benemerito, con molti sacchetti d'oro sigillati,
guadagnati nell'espedizione di Tracia, il cattivello, tocco
d'avarizia, sdrusciti nel fondo i sacchetti, ne levò d'ognuno non poca
parte, e ricusciti gli consegnò agli efori; che trovato in bocca di
ciascuno il numero scritto, non corrispondente alla somma numerata, ne
fu egli scoperto e costretto a fuggirsene. Ma dall'aversi un tanto
uomo lasciato corrompere dall'oro e a sí indegna azione trasportare
furono cosí stomacati gli efori, che vollero rinnovare la legge
antica, con che ogn'altra moneta, fuorché di ferro, restò bandita. Ed
ecco quanto della primiera introduzione delle monete in Grecia ho
potuto rintracciare.
Ma in Roma non incontra dubbio alcuno l'istorica veritá che prima di
Servio Tullo non furono battute monete, e che egli fu il primo a
batterle coll'impronto di una pecora; mentre alla testimonianza di
Livio, Plinio, Plutarco ed altri non è chi abbia in ciò contradetto,
che io sappia. Ma prima di Servio Tullo si valevano pure ne' contratti
di certi pezzi di metallo, non segnati ma dati a peso; onde quel re
non fece altro che coniarli, per ovviare alle fraudi con la pubblica
autoritá. Trasse ella dunque dalla pecora il primiero nome di
«_pecunia_» appresso i latini, che da' greci fu detta «_nomisma_» da
«_nomos_»[7], che «legge», o «pubblica determinazione» vuol dire, onde
hanno poi anco i latini fatto «_nummus_»; e fu detto anco «peculio»
l'avere di ciascuno, cosí in moneta come in altre cose valutabili, con
tanto maggior ragione, quanto di que' tempi in poco altro consistevano
le ricchezze de' romani che in gregge e mandre. Né battuto fu
l'argento[8] prima d'avere superato in guerra e disfatto Pirro, re
degli epiroti, l'anno 485 dall'edificazione di Roma e sessantadue anni
dopo che fu battuto l'oro.
Non sono però queste tre sole le materie, che hanno usato ed ancor
oggidí usano in qualche parte del mondo per moneta; conciosiacché e di
ferro e di stagno, e d'altre materie fuori anche de' metalli, s'ha
valso e vale tuttora a questo fine l'industria umana. Nella
grand'isola di Sumatra, che stimano molti (e credo con ragione) sia
l'antica Taprobana di Tolommeo, si batte anco a' secoli nostri oro,
argento e stagno, e di quelle di stagno ne vanno 25 al ducato d'oro.
Ne' tempi antichi la Gran Brettagna (per testimonio di Cesare ne' suoi
_Commentari_[9]) soleva valersi di moneta di ferro, fatta in forma di
anelletti di certo peso, forse per comoditá d'infilargli; siccome a'
nostri tempi anche i cinesi fanno certe monete dette «_picis_», forate
in mezzo, per comodo pure d'infilarle e portarle al collo e in ispalla
su' bastoni, in vista d'ognuno, non senza vanitá. Dionigi tiranno di
Siracusa e li romani stessi ne hanno fatte di piombo e di stagno,
benché dipoi proibite per legge[10].
Marco Polo[11] vuole che nel Cataio a suo tempo si usasse moneta di
porcellana, ed in Cambaia foglie di gelso, o sia moro bianco: ma io ho
gran paura che le porcellane, ch'ei dice, non siano vasi di terra che
nella Cina ed altri regni d'Asia si fanno, ma quelle conchiglie
picciole e bianche, che in Italia «porcellette» sogliono chiamarsi,
delle quali per altri riscontri siamo certi esser grand'uso in piú
luoghi d'Asia in luogo di moneta; siccome le foglie de' gelsi, ch'egli
dice, non posso capire come siano tali effettive, ma bensí viglietti
di carta fatta dalla scorza di gelsi, come egli stesso narra altrove,
che, sottoscritti dal re o ministri, hanno valore di monete, come piú
basso diremo. Cosí racconta lo stesso che li tartari del regno di
Tebet usano per moneta coralli. In Etiopia usano alcuni popoli il
sale, benché cambiano cosa per cosa nelle loro fiere. Nell'isola di
San Tommaso vicino all'Africa sotto l'equinoziale hanno grande spaccio
le conchiglie, che sopra dicessimo chiamarsi «porcellette», e da'
portughesi «_buzios_»[12], perché piú addentro nell'Etiopia corrono
per monete, e particolarmente nel regno di Tombuto, ove racconta Lione
Africano[13] che s'apprezzano tali conchiglie 400 al ducato; e sei
ducati e due terzi fanno un'oncia d'oro a peso di Roma. È certo che
nel paese degli azavaghi, di cui parla messer Alvise da Mosto nobile
veneto[14], ed in altri regni dell'Africa usano per moneta minuta
queste lumachette. Anzi nell'Asia per tutto il regno e costa di Malaga
e di Bengala nel Pegú, e per molti altri regni circonvicini hanno gran
corso simili conchiglie per moneta, e si pigliano nell'isole di
Borneo, Bantam, Maldive ed altre; ma sono di sí poca valuta in que'
paesi, che una gallina si vende quattrocento di tali lumachette. Anzi
è da notare che da queste dell'Asia a quelle d'Africa v'è questa
differenza: che l'africane sono tutte bianche, e quelle d'Asia hanno
una linea gialla per mezzo, né altro che quelle si accettano.
Nel regno di Senegal racconta il predetto messer Alvise da Mosto che
non usavano alcuna sorte di moneta quei mori, ma barattavano cosa per
cosa. Niccolò Conti veneto, in una sua relazione appresso il
Ramusio[15], vuole che in certe parti dell'Indie si usino in luogo di
moneta certe carte sopra le quali è scritto il nome del re, che sono
forse le stesse che narra Marco Polo, come sopra dicemmo; ed aggiunge
che queste nel Cataio ogn'anno si riportano alla zecca per farle
rinnovare, con pagar due per cento, e le vecchie si gettano subito sul
fuoco. E nella Nuova Spagna in America usavano per moneta i semi di
cacao, che è l'ingrediente principale del cioccolate, bevanda che,
dagli spagnuoli portata da quei paesi, si è fatta ne' giorni nostri
comune anche all'Italia; e dice Diego Godoi, in una sua relazione, che
valeva a suo tempo come un mezzo marchetto da noi ogni grano: che mi
pare gran prezzo, trattandosi di moneta che seminata moltiplica.
Comunque siasi però, egli è certissimo che li metalli piú comunemente
usati nel mondo sono l'oro, l'argento e il rame; anzi in quei regni,
ove usano semi e conchiglie, non hanno luogo queste se non come moneta
minuta del paese, costumandosi per altro in quasi tutti quei luoghi la
moneta d'oro e d'argento.
Veduto dunque quali siano le materie che appresso varie nazioni hanno
la prerogativa d'esser usate per moneta, parmi conveniente passare
alla definizione della moneta stessa. E sebbene il nome «moneta», che
nacque nella lingua latina a «_monendo_», quasi l'effigie sua
ammonisca del valore e stima sua, onde pare che non possa dirsi moneta
se non è coniata; io mi valerò nulla di meno di questo nome piú
genericamente, comprendendo ciascuna cosa che allo stesso uffizio sia
stata o sia destinata e in uso posta. E parmi che dir si possa che
«moneta» è qualunque metallo o altra cosa, che, coniata o in altro
modo autenticata dalla pubblica autoritá, serve di prezzo e misura
delle cose contrattabili per facilitá di commercio. Io mi sono
alquanto scostato in questa diffinizione da quella del Davanzati, che
non ha voluto per moneta se non quella che d'oro o d'argento o di rame
sia fatta, comeché le altre manchino di quella universalitá d'essere
per tutto accettate, che alla essenzialitá della moneta è necessaria.
Ma, se questo attendere si dovesse, perché non escludere anche quella
di rame, la quale certamente fuor degli Stati dov'è battuta non suol
valere? Perché negarne il nome a quella cosa, che fa lo stesso offizio
e serve in tutto e per tutto a quegli usi, a' quali sono destinate le
altre che di tal nome si pregiano? Io per me pongo la essenza della
moneta o la sua ragion formale (come dicono) nell'essere a tale
offizio destinata ed autorizzata dal principe, sicché almeno ne'
luoghi, ov'egli comanda, ella corra e, come tale, serva di prezzo e
misura del valore delle cose contrattabili: imperocché chi mai
saprebbe negare il nome di «moneta» a quella di stagno che si batte in
Sumatra; tanto piú che, oltre i popoli di quella grand'isola, anche
gli ollandesi, gl'inglesi e portoghesi, che trafficano in quelle
parti, la ricevono e spendono? Anzi, chi mai vorrá contrastare questa
prerogativa a quei _buzios_ o conchigliette marine, che dissi aver
corso come tali non solo in piú regni dell'Africa interiore, co' quali
non hanno che raro o poco commercio gli europei, ma ne' grandissimi
reami di Bengala, Pegú, Siam, Malaga e in tanti altri, che non sono sí
poca parte del mondo ed hanno grandissimo commercio cogli europei? E
saprei ben volentieri qual nome vorrebbe dare il Davanzati alle monete
di cuoio, di carta o d'altre materie sigillate, che tanti principi
hanno, in piú occasioni di strettezze di soldo, battute per pagare i
soldati, con promessa di barattarle a suo tempo in migliori; se,
frattanto ch'esse ebber corso, nulla loro mancò di ciò che ad esser
vera moneta si richiedeva, merceché per autoritá e comando del
principe niuno le ricusava per prezzo di qualunque cosa si
contrattasse? Io veramente non trovo che ad alcun altro di tale
ripiego rissovvenisse e lo ponesse in esecuzione, prima del
famosissimo Domenico Michiel, doge della serenissima veneta
repubblica. Il quale nel 1122, assediando la cittá di Tiro in Soria,
mancatogli soldo per pagare e sue milizie, scrivono battesse monete di
cuoio, con le quali soddisfece loro de' stipendi, con promessa di
restituire moneta buona in luogo di quella, subito che di Venezia
fosse giunto soccorso, il che puntualmente fu eseguito; ed egli in tal
modo salvò l'esercito, vinse i nemici, espugnò la cittá e promosse la
grandezza e la gloria della patria, alla quale ritornò trionfante:
onde a memoria del fatto egli e i suoi posteri aggiunsero i bisanti, o
sia monete, all'antica impresa di loro nobilissima prosapia,
caricandone le sbarre azzurre e d'argento, che prima portavano.
Federigo secondo imperadore ne imitò poscia l'esempio, del 1241, in
Lombardia, battendo monete pure di cuoio, sigillate in mezzo con un
chiodetto d'argento. Ed in molti assedi piú insigni, fra' quali in
quello di Vienna, da Solimano assalita l'anno 1529, fu praticato lo
stesso ripiego, sebben con monete tutte d'argento. Onde con ragione
quest'autoritá del principe si può dire la vera ed unica forma che dá
l'essere alla moneta, siasi qualunque la materia che deve riceverla.
Fu sino da' suoi principi la moneta in istima di cosa sacra al mondo;
e gli erari pubblici, non meno che le zecche, custoditi o ne' tempii
piú venerati, o per lo meno ebbero per sé venerazione, avendo tutte le
nazioni riserbato unicamente all'autoritá de' loro principi o senati
la facoltá di battere monete; se alcune cose n'eccettuiamo, che in
luogo di moneta inferiore hanno servito, come i _buzios_ ed i semi di
cacao che sopra dicemmo, quali pure, se non l'impronto, almeno il
valore al certo dalla pubblica approvazione ricevevano. Né ho trovato
che in alcun luogo sia stato mai lecito, o sia tuttora a' privati, di
fabbricarsi la moneta, fuorché in Moscovia, ove narra Sigismondo baron
d'Herbesteim che fu in quei regni ambasciadore per l'imperadore, che
in quello Stato era lecito ad ogni orefice convertir in moneta
l'argento che gli vien dato, facendosi pagare la sua sola fattura;
abbenché ciò non possa egli fare se non con il solito impronto del re
e fabbricandole col solito peso e bontá che le leggi del principe
comandano: altrimenti ne paga con la vita gli errori. Ciò seguí
allorquando que' popoli erano meno colti, né abitassero fra loro altre
nazioni europee, alle quali è tanto difficile impedire il fabbricarne
di false; perché, nello stato presente, ben presto s'avvederebbono i
moscoviti quanto importi che il principe abbia la sua zecca di buone e
severe leggi munita e da ottimi e fedeli ministri governata.
Li romani, benché a principi tributari ed a cittá confederate
variamente permettessero di battere le loro monete, nondimeno nel
dominio immediato, anzi in Italia tutta, una sola zecca avevano; e
questa nel tempio di Giunone in Roma, come cosa sacra, sotto il
governo di tre senatori principalissimi custodivano, i quali
«triumviri monetali» si chiamavano. Quel gran re di Taprobana, a cui
per fortuna di mare fu trasportato un liberto, cioè Annio Procamo,
finanziere de' dazi del Mar Rosso, a tempo di Claudio imperadore, da'
racconti di questo uomo, che gli narrò la grandezza dell'impero
romano, non prese motivo di maraviglia, se non quando vide ed esaminò
le monete romane, e le trovò tutte d'una bontá e peso, benché
d'impronti diversi, e per conseguenza fatti da piú d'un principe o
magistrato; dal che argomentando la giustizia di sí grandi monarchi,
mosso però da disiderio d'averne amicizia, mandò a Roma quella solenne
ambasciata, che Plinio diffusamente racconta al capitolo 22 del sesto
libro. Carlo magno in tutto il suo imperio una sola zecca volle, e
questa costituí nel suo proprio palazzo: tanto importante stimava il
ben custodire le leggi e gli ordini delle sue monete, sulle quali la
fede pubblica di tutto l'umano commercio s'appoggia. Anche i turchi
modernamente, sebbene per molte cittá e in molti regni battono monete
d'argento, cioè a dire aspri e pacasi, che sono le loro monete minute,
nondimeno non hanno zecca per battere oro, fuorché una sola nel Cairo,
ove battono li scheriffi o siano sultanini, qualche poco inferiori di
bontá al zecchino di Venezia, ma per lo piú eguali o anche migliori
degli ongari d'Allemagna. Ed invero, se molte zecche avessero,
interverrebbe loro anche ne' scheriffi ciò che accade negli aspri:
che, battuti in piú luoghi, sono falsificati o ridotti a lega
peggiore, non essendo facile convincer qual bassá gli abbia battuti,
mentre sono tutti collo stesso impronto; laddove a quello del Cairo,
per essere solo a batter oro, toccherebbe render conto, se si
trovassero sultanini di non intiera bontá.
Insomma sono cosí importanti al ben pubblico queste cautele, e cosí
grandi i pregiudizi che da' disordini delle monete risultano, che i
romani, che a molte prove ne avevano sperimentati i danni, non solo
fabbricarono un tempio alla dea Moneta, nume che finsero tutelare del
pubblico commercio, ma gradirono talmente la riforma che fece Mario
Gratidiano (uno de' triumviri delle monete, il quale instituí
l'officina de' saggiatori e propose molte leggi salutifere a questa
materia, particolarmente con lo stabilire il valore a' vittoriati,
moneta romana allora molto in uso), che il popolo, non contento di
avergli dirizzato statue per quasi tutte le vie, gli accendeva davanti
le torce di cera e gli ardeva incenso come ad un dio: onde ebbe a dir
Cicerone: «_Neminem unquam multitudini propter id unum fuisse
cariorem_»; onde non è maraviglia se tante monete si trovano iscritte
col nome di «SACRA MONETA AUGG.»[16].
Ma a che cercare dagli antichi fatti e costumi gli argomenti a
persuader l'importanza e la stima che delle monete deve farsi, e
quanta pubblica attenzione siasi sempre avuta ad impedire e correggere
i disordini di quella? Mentre in tutta quest'opera ne traspariranno
cosí evidenti le ragioni, che non potrá non restarne persuaso chiunque
vorrá durare la fatica di leggerla.