Della proporzione giusta fra l'oro e l'argento, tanto d'antichi quanto
di moderni.
È quasi l'opinione commune de' prencipi o de chi tien pensiero del
governo de' loro Stati che, dandosi la proporzione giusta fra l'oro e
l'argento, possa esser causa detta proporzione dell'abbondanza di
detti metalli in quel regno; e all'incontro, eccedendosi o in piú o in
meno in detta proporzione, che sia causa di far impoverire il regno o
dell'uno o dell'altro di detti metalli opure di tutti doi: e perciò si
è andato investigando quale fusse questa giusta proporzione e quale
gli avessero dato gli antichi e quale li moderni. E, per accennare
alcuna cosa in breve della proporzione degli antichi, per quanto si
lege in Platone, nel suo tempo correa la proporzione duodecima, e ne'
tempi nostri poco differisce, ché in alcuni luochi piú e in alcuni
meno si ritrova. Né bisogna discorrere, in ritrovar la giustizia o
veritá esatta di detta proporzione, per rispetto della natura o
qualitá di detti metalli, ché saria cercarla invano e dove non si può
ritrovare; e mi par che si siano ingannati in questo pensiero, poiché
questa proporzione è proporzione di prezzo, il quale sta sotto la
potestá dell'uso, come dice la legge «_Praetia rerum_» ne' _Digesti_
nel titolo _Alla legge falcidia_. Sí che, stando in potere dell'uso,
il prencipe, che vuol constituire questa proporzione forse nova
dell'uso proprio antico e dar principio a un uso nuovo, deve
considerare l'uso de' luochi convicini o lontani, co' quali il suo
regno tiene o possa tenere commercio, e della abbondanza della moneta
dell'uno e l'altro, insieme con il trafico che tra loro si tiene; e da
queste e altre circostanzie conoscere in che modo torna conto al suo
regno mutar la proporzione in piú o in meno dell'uso antico, con
conformarsi o difformarsi dall'uso di detti luochi secondo li parrá
espediente, e da simili considerazioni constituire il prezzo tra l'oro
e l'argento che potria causare alcuno utile al regno.