Delli espedienti proposti come crescere la moneta propria o bassarla
di peso o di lega.
Tutti doi questi espedienti dice il detto De Santis nel suo _Discorso_
siano stati proposti da altri, e tutti li reproba; ma si diffonde piú
in reprobare il primo che il secondo, quale reproba per ragione di
disconvenienza, stante la grandezza di Sua Maestá e che si levarebbe
il commercio al Regno. In quanto alla prima ragione si potria
concedere in alcun modo, ma la seconda non è vera, come si è visto
nelle cittá e Stati dove è corsa e corre la moneta di lega bassa, che
non per questo si è tolto il commercio, né vi è ragione che si debba
togliere; ma vi sono altre ragioni potentissime, di quali si deve
tenere conto piú che di queste. La prima è che contradice alla
giustizia, quale vuole che la moneta apporti l'utilitá non nella
forma, ma nella materia, come dice la legge prima nelli _Digesti_ nel
titolo _De contrahenda emptione_: sí che la materia non apportaria
l'utilitá in quella, ma la forma, contra la disposizione della legge
predetta. Secondo, daria occasione di far delitti contra il principale
oggetto della giustizia, poiché saria occasione a fabricarsi moneta
falsa piú facilmente. Terzo, daria danno grande a' sudditi, oltre di
quello che si è detto; ché, portandosi fuora, non si spenderia neanco
per quello che vi fusse d'argento, e il simile interverrebbe al
prencipe, se gli occorresse servirsene per fuora del suo regno, perché
non se ne potria servire; e ultimamente contiene e causa maggiormente
in sé tutti gl'inconvenienti, che causa il crescere la moneta o
bassarla di peso.
E, se mi si dicesse che gli altri prencipi dell'Italia l'han fatto e
fanno, come Venezia, Genoa e altri signori di Lombardia e di Toscana,
e non ha generato alcuna delle cose predette, e che questo è causa di
non fare estraere la moneta propria per fuora, lo che si cerca:
rispondo che non è vero che da prencipe d'Italia si sia fatto mai
tutta la moneta di lega bassa o maggior parte, ma solo una parte della
moneta picciola e in poca quantitá, conforme li Stati loro, per
commoditá di spendere e cambiare le monete grosse; ma le monete grosse
e in quantitá, che serveno per trafichi e negozi e per servirsene per
fuora, sempre sono state e sono non solo di lega eguale a questa di
Napoli, ma assai megliore, che vi è differenza circa la terza parte
tra lega e lega, fuorché quella di Roma, che è di pochissima
differenza peggio. E chi se ne vuol chiarire, può far fare la prova
d'ogni moneta grossa d'Italia, o sia Venezia, o Milano, o Fiorenza, o
Genoa, o Parma, o Mantua, o altre, con quella di Regno, ché ritrovará
tutta essere migliore di quella di Regno, come ho detto. E, con tutto
ciò che Venezia ha dismesso di far la moneta picciola di lega bassa,
come son le lire e li marcelli e altre simili, non per ciò vitupero
che per le monete picciole, e in quella quantitá che sono bastanti per
cambiare conforme la grandezza del Stato del prencipe, si facessero,
non dico di lega bassa, ma di rame scietta, nella quale solamente la
forma e non la materia apportasse d'utile, perché questo resultaria in
beneficio d'alcuna considerazione del prencipe e non genereria alcuno
delli predetti inconvenienti, e in ogni caso saria facilissima la
provisione che non li generasse, e cosí ancora che non causasse che
altri la facesse: quale provisione taccio, per non trattarsi di questa
materia. Come all'incontro dico che non è espediente al prencipe o al
regno far fare tanta quantitá di moneta piccola, che corra
ordinariamente, anzi sia la maggior, per non dir sola, che corra in
negozi, e, oltre l'incommoditá grande, è facilissima a tagliarsi e
falsificarsi: ché, se a far quella move alcuno utile, per essere manco
di peso a rispetto delle grosse, manco mal saria fare meno di peso una
qualitá sola de le grosse, e avere tutto l'utile Sua Maestá e non
partirlo con mercanti e artefici di zecca. Sopra lo che non dico
altro, per non essere del mio proposito.
In quanto al crescere il prezzo alla moneta propria o bassare il peso,
dico che, quando si devesse fare per alcuno espediente, bassare il
peso è piú a proposito, né è vera alcuna delle ragioni apportate dal
detto per la reprobazione.
E, incomminciando dalla prima che dice, che, bassandosi il peso,
rovineria il mondo, perché si disordinaria tutta l'Europa, giaché
tutta ha al detto argento stabilito un medesimo prezzo sotto diverse
qualitá di moneta; questa ragione non è di considerazione alcuna.
Prima, ché, se detto bassare di peso causasse un tanto beneficio di
fare abbondare il Regno d'argento, poco si dovria curare dello
disordine delli Stati altrui. E in questo si contradice a rispetto di
aver lodato la provisione di Marco Antonio Colonna, che, per fare
abbondare Sicilia di monete, crebbe la valuta del ducato napolitano
cinque per cento; quale provisione, secondo lui, causò che li danari
di Regno andassero in Sicilia, e non si curò del disordine o danno
d'altro regno, e pure era del medesimo patrone: del che si è ragionato
di sopra.
Secondo, non so donde procederia questo disordine di tutta Europa da
questo bassare di peso, perché le monete di Regno si può dire che in
nisciuna parte d'Italia siano pratticabili fuorché in Roma e Sicilia,
dove se ne ritrova alcuna puoca: in altre cittá d'Italia non ve ne è
alcuna quantitá, che, se ve ne ritrovasse un migliaro o che ve ne
andasse, saria il piú. E, per farli conoscere questo suo pensiero
essere falso, si dice che la ragione per la quale fonda il disordine è
falsa. Poiché dice essere la causa che tutta l'Europa ha stabilito un
medesimo prezzo all'argento, e questo non è vero; e, se fusse vero con
gli altri paesi, non è vero con il Regno, essendo difforme il prezzo
dell'argento statuito in Regno da quello, non dico delle parti lontane
della medesima Europa, ma delle vicine, come è dell'Italia medesima,
essendo piú valutado l'oro e l'argento in Regno di qualsivoglia parte
d'Italia, come si è detto nella prima parte. E per li pertinaci si
porta l'esperienza doppia per prova che la moneta di tutta l'Italia
vaglia meno nelli Stati propri che in Regno, e all'incontro le monete
di Regno vagliono assai piú in Regno che in altri luochi d'Italia,
perdendo quasi diece per cento pertutto, e quelle d'Italia avanzando
poco meno in Regno: che, portando moneta di Regno o in Roma o in
Venezia o Fiorenza, non averá la ragione di grana diece per carlino,
ma al piú nove; e all'incontro, portando la moneta di Venezia,
Fiorenza, Milano e altri Stati, il scudo d'argento, che pertutto vale
lire sette, che sono carlini diece e mezzo, in Napoli si vende undeci
e undeci e mezzo al presente; sí che non vi è l'equalitá del prezzo, e
pure non genera disordine alcuno.
La seconda: che generaria grosso danno al re, per le grosse entrate
che vi tiene, questo succederia quando il re estraesse l'entrate fuora
Regno; ma, mentre non l'estrae, anzi ve ne remette piú volte argento,
come può generare danno, mentre ha sempre il medesimo, restando in
Regno la moneta? E che il remedio non sia sufficiente, perché l'altre
cittá d'Italia aguagliariano al peso di queste le loro monete, si
risponde che, quando il remedio giovasse, non per la detta ragione si
deve lasciare di fare.
Prima, perché questa medesima ragione ostava al suo remedio di
sbassare il cambio, e pur consultò che si sbassasse.
Secondo, perché è incerto quel che ha da seguire, e non si deve
lasciare il certo per l'incerto, principalmente quando quello incerto,
seguendo, non può apportare altro danno, come saria nel caso presente,
che, dato che l'altre cittá sbassassero, non vi saria altro pericolo
che di stare come stava.
Terzo: la veritá, quale è una in sé, nell'opinione e intelletto delli
uomini è diversa, ché alcuno intelletto conoscerá la bugia per veritá
e la veritá per bugia, e di questa qualitá abbonda infinitamente il
numero, a proporzione di quelli che conoscano la veritá per veritá e
la bugia per bugia. Come, in questo particolare istesso della moneta,
potrei addurre essempio chiaro d'alcuna cittá d'Italia, che si governa
d'altro modo che l'altre cittá con molto suo utile: nientedimeno dagli
altri Stati non è conosciuto e non la imitano. Quale si tace, perché
non è bene publicare cose manifeste, mentre l'autoritá e forza
dell'ignoranza (della quale, se piace a Idio, si trattará nel libro
_Della forza dell'ignoranza_) le tiene per secrete e occulte, atteso
la medesima autoritá operaría che nulla giovasse il palesarlo, con
apportar danno all'autore. Perciò, ritornando al mio proposito, dico
che non vi è certezza che questo si dovesse esseguire non
conoscendosi.
Quarto: ancorché si conoscesse, non séguita che, giovando questo
remedio al Regno, giovasse all'altre cittá d'Italia, per le diverse
condizioni dell'uno e dell'altro; come si vede che alcune medicine a
alcuni giovano, e ad alcuni le medesime nuoceno, e ad alcuni altre
cose sono nutrimento, che universalmente ad altri son veneno. E, acciò
non si pensi che si parli in aria con similitudini lontane,
s'applicherá nell'istesso particolare: che, essendo espediente al
Regno, potria seguire che non fusse espediente agli altri, ma danno,
il sbassar la moneta di peso; come con effetto saria, e la ragione
recerca, per le diverse condizioni del Regno con l'altre cittá,
principalmente per il defetto dell'accidente del trafico, il quale,
come si è detto, nel Regno è a rispetto di se medesimo e non d'altre
parti, essendo il contrario all'altre cittá d'Italia, nelle quali vi è
l'accidente del trafico a rispetto d'altri luochi. E sopra si è detto
che semplicemente l'estrazione della moneta è espediente alli Stati, e
dove è piú trafico tanto piú è espediente, e perciò è libera
l'estrazione in detti luochi; e dove l'estrazione è libera e vi è il
detto accidente del trafico, non torna il conto sbassare il peso alla
moneta, perché viene con effetto a proibire l'estrazione, quale
proibizione, come si è provato, genera danno, nuocendo all'accidente
del trafico, lo che non segue in Regno, nel quale, come si è detto,
non vi è l'accidente predetto, e, per li disordini nati, l'estrazione,
che giova all'altre parti d'Italia, al Regno nuoce: donde per questa
ragione è chiaro che, giovando il remedio di sbassar la moneta, non
ostaria alcuna delle predette ragioni.
Ma, dovendosi determinare se questo remedio è espediente, bisogna
discorrere d'altra maniera. E prima, che beneficio genera
universalmente al Regno. Secondo, che disordine può causare
effettivamente. Terzo, se si può dare remedio a' detti disordini.
In quanto al primo, se si vuol dire che questo facesse abbondare il
Regno di moneta con farvene venire, si ha da vedere se si sbassa il
peso della moneta propria e si lascia come stava il prezzo della
forastiera, e cosí si viene a sbassare il prezzo di quella a rispetto
della propria: questo non può generare che venga moneta piú di quella
che vi veneva, perché, vi perde, e, se non vi perde, non vi guadagna.
Se si dice che si cresce alla forastiera conforme si sbassa la
propria: e questo non altera cosa alcuna a rispetto della moneta
forastiera, ma la lascia come stava e non può operare nuovo accidente;
e tanto piú, quanto sopra si è provato che crescere il prezzo alla
forastiera non produce l'effetto dell'abbondanza, anzi della penuria,
ancoraché venga il denaro in Regno per qualsivoglia rispetto. Sí che
il remedio non è espediente per questo effetto.
Se si dice, come il predetto asserisce, che non lascia andare la
moneta fuora Regno: questo non è remedio per fare abbondare, ma per
conservare; e questo bastaria alli Stati che sono ricchi e abbondanti,
che hanno donde ne vengano, e non a quelli che sono poveri e
bisognosi. Né meno questo remedio per conservare quelli pochi che sono
in Regno saria sufficiente, perché saria sufficiente quando
l'estrazione si facesse a rispetto del guadagno, ché in tal caso il
sbassare di peso saria a proposito, perché non la faria uscire (si
bene questo non uscire genera danno e non utile). Ma in Regno non vi è
questo, come si è detto, e l'estrazione in Regno si faria a altro
rispetto che per il guadagno; né vi è parte in Italia che, portandosi,
non si perda, e il principale timore dell'estrazione, che genera danno
necessariamente, è per l'entrate e industrie di forastieri, che per
tale rispetto la proibizione si è approbata in Regno, essendo
reprobata generalmente; e, facendosi l'estrazione per tal rispetto,
poco giova il sbassare di peso, perché ognuno si contenta perdere
meglio diece per cento che tutti li cento, né il remedio del cambio
giovaria: lo che non discorro per non dilatarmi fuora di proposito. E
in questo si è visto l'esperienza se è vero che si estraa mentre pur
vi si perde, e gli anni passati fu piú chiaro, mentre fu penuria di
fromento, che, non ostante, come si è detto, la moneta sia piú cara,
con tutto ciò li patroni del grano la saglîrno a diece per cento per
ritrovarla e portarnela, perché si era permessa l'estrazione in tal
caso; e a questo rispetto può operare piú la proibizione che il
sbassare. È dunque chiaro il bassare non posser produrre abbondanza se
non con alcune condizioni, o, per dir meglio, giovare e concorrere con
altre provisioni; e poco o nulla d'effetto fará per conservarla a
rispetto della causa predetta sola, ma sí bene con l'altre potria
essere di molto beneficio al prencipe senza danno del Regno, facendosi
alcune provisioni necessarie. Né mi si dica che, essendo sbassato il
peso, li mercanti portaranno argento o la moneta forastiera per far
della propria sbassata: ché questa ragione si contiene nelle
considerazioni dette di sopra, e faria piú presto impoverire che
abbondare, non essendo in Regno l'accidente del trafico, eccetto a
rispetto di se medesimo; e si è concluso la moneta, che viene a
rispetto del trafico di se medesimo, se è cresciuta, generare penuria
e non abbondanza, e, essendovi li disordini predetti, che li potria
aumentare. E non occorre trattarne di nuovo e piú di quel che si è
detto, per non replicare il medesimo. Sí che si concluda non essere
espediente di sbassar la moneta propria di peso o crescere di valuta
per gli effetti predetti, se non correno altre provisioni.
Ma, perché si potria dire che, se bene non genererá li benefici
predetti, mentre non genera disordine, che si potria provare questo
remedio per la ragione detta di sopra, perciò si ha da vedere che
disordini importanti generaria.
Il disordine principale, che potria causare il sbassare il peso alla
moneta propria, saria l'alterazione del prezzo delle robbe, tanto di
quelle che sono in Regno quanto di quelle che vengono da fuora in
Regno; poiché, apprezzandosi ogni cosa per la moneta, alterato il
prezzo o peso di quella (che è il medesimo), in consequenzia viene ad
alterare il prezzo della robba.
Il secondo disordine è quello, che si è detto, di causare la bassezza
della lega, che non apportaria utilitá nella materia, ma nella forma,
e contradiria alla giustizia, dandoli maggior prezzo del giusto; e
questo causaria l'altro disordine, che si disse, dell'istessa lega
bassa, che portaria danno a' sudditi e al prencipe in tempo che se ne
volesse servire per fuora Regno.
E questi sono quelli disordini che potria causare, delli quali alcuni
si possono reparare con provisioni, e alcuni, stante l'ordine del
Regno, poco o nulla farian di danno al Regno. E si discorreria il
modo, quando questo sbassar di peso potesse causare abbondanzia di
moneta; ma, causando solo conservazione a rispetto della perdita che
vi saria estraendola in alcuna parte, intanto bisogna trattar di
questo remedio in tempo che si è dato modo di fare abbondare il Regno
di monete; e poi, volendosi servire di detto remedio per conservarla
con utile del prencipe, si ritrovaria modo che repararia ad alcuno
delli detti inconvenienti, e gli altri si faria conoscere non fare
danno al Regno.