Del remedio di far correre la moneta forastiera o crescere la valuta.
Del secondo remedio di bassare il cambio, si sia o no sufficiente per
fare abbondare il Regno d'oro e d'argento, si è diffusamente trattato
nella seconda parte, né occorre trattare in che modo potesse giovare
all'accidente del trafico, perché tocca principalmente al beneficio
privato, stante la disposizione del Regno come si è detto, a rispetto
del quale non è necessario fare altra provisione fuor di quella che si
fa dalli stessi particolari. Si doveria solamente discorrere del
terzo, cioè se fare correre la moneta forastiera per moneta, valutando
la fattura della zecca opure crescendoli il prezzo, sia rimedio
espediente per fare abbondare la moneta in Regno; poiché per tale
effetto si fe' la pragmatica che corressero li scudi d'argento di
Genoa per moneta, apprezzandoli per carlini tredici e mezzo. E in
questo fu seguito il parere del detto De Santis, il quale, dopo aver
resoluta la duodecima difficultá contra la pragmatica del cambio,
passa a discorrere che sia stato errore aver fatto pragmatica
ordinando che il giulio papale e fiorentino, quali prima in Regno
correano per grana diece e mezzo, non corressero piú di grana diece,
che da quello bassare il prezzo fûrno levate dal Regno tutte le monete
predette; e adduce l'essempio di Marco Antonio Colonna in Sicilia, il
quale, per fare venire denari in detto regno, che ne era povero,
accrebbe il prezzo al ducato napolitano cinque per cento, e fu causa
che la moneta del Regno andasse all'isola predetta; e consulta che si
facesse il medesimo, e, per non mostrare che vi sia tanta penuria di
denari in Regno che bisogni crescer la moneta forastiera, che non si
facesse banno, ma si ordinasse alli banchi che gli recevessero per il
prezzo cresciuto. Sí che fu il remedio dal detto accennato esequito
alcuni anni dopo con banno publico, mentre il remedio di bassare il
cambio non giovò a cosa alcuna, e il Regno d'ogn'ora andò impoverendo,
giaché, dovendo generare un tanto bene, non bisognava andarlo
palleando. Nella prima apparenza par che il remedio sia singulare e
vero, tanto per la ragione del guadagno quanto per l'esperienza che
allega di Sicilia e dell'istesso Regno. Al che dico che questa
apparenza ed esperienza contengono quella veritá che contenevano
quelle di bassare il cambio, poiché far correre la moneta forastiera
per moneta e crescerli il prezzo non può essere causa alcuna di far
abbondare il Regno di moneta, ma d'impoverirlo e di far danno alle
ragioni reali e a particolari. E, se bene paresse il contrario, che
con effetto vi venessero alcuni denari per alcun tempo, quanto piú ve
ne verranno, tanto piú saran causa di maggiormente e piú presto
impoverire il Regno. E queste sono quelle provisioni alle quali
bisogna bene avvertire, conoscendo gli effetti che possono causare, e
risguardar dentro; e non quietarsi nella prima apparenza, e dopo
ritrovarsi ingannato nel fine e avere operato tutto il contrario di
quel che si desiderava.
E che sia una falsa apparenza il crescer la moneta forastiera per fare
abbondare il Regno, o permettere che corra per moneta valutando la
manifattura di zecca, anzi che operi il contrario e faccia danno alle
ragioni del prencipe, e possa essere occasione o, per dir meglio,
causa di danno de' sudditi e, in consequenza, universale, e
disconvenga per ogni ragione, sará chiaro facilmente.
E prima, per far conoscere l'apparenza esser falsa, se bene venessero
per alcun tempo o in alcuna quantitá, alla fine deveno essere causa di
fare impoverire, domando:--Questi denari forastieri che verranno in
Regno (perché si è fatto banno che corrano, e sono apprezzati piú di
quel che vagliano in ogni luoco, acciò per il guadagno vengano in qua
e non in altra parte) per qual fine vi si portano? che cosa si fará di
questi denari in Regno, che in ogni modo, si ben si apprezzassero che
guadagnasse diece e venti per cento, bisogna intendere che fa di
questi denari in Regno?--Se mi si dirá che ne comprará robba per
estraerla fuora, questo non causa abbondanza, ma penuria; che, come
prima bisognava venire tanto piú moneta per aver la robba, al
presente, con venirne tanto manco, estrae la medesima quantitá. Se si
dice che non compra robba, ma li negoziará in mercanzia o comprará
entrate o altre robbe stabili in Regno, è questo tanto peggio, che
tanto piú lo fa impoverire: perché, come prima li bisognava far venire
maggior quantitá per negoziare, al presente li bisogna far venire
minore e ha l'istesso; e cosí succede nelle compre dell'entrate o
robbe stabili. E queste cose sono quelle che l'han fatto impoverire il
Regno, e che nulla gli giovi la quantitá delle robbe che vi nascono
superabondanti e si estraeno fuora, e mai non vengono li denari, come
si è detto diffusamente di sopra: ché la causa vera che non vengano li
denari per l'estrazione della robba sono l'entrate che han forastieri
in Regno e l'industrie che vi fanno, sí che quanto piú si daria
occasione di negoziare con piú vantaggio e utile a forastieri in Regno
e che possano comprare entrate e robbe, tanto piú crescerá la penuria
della moneta per l'estrazione della robba. E in Regno non vi è altra
speranza.
E se si dicesse:--Se questo fusse vero, segueria consequenza che li
prencipi dovriano togliere l'occasione di far negoziare forastieri ne'
Stati loro, il contrario del quale parrá che abbia detto nella prima
parte, avendo posto per uno degli accidenti communi, che può fare
abbondare li regni d'oro e argento, il trafico, e che in Venezia sia
questo accidente benissimo e sia una delle cause dell'abbondanza,
quale trafico sia causa della quantitá de' negozi; dunque questo, che
si è detto di sopra, contradice a quello:--rispondo che, considerato
bene e inteso quel che ho detto nella prima parte, non solo non
contradice a questo che dico, ma conferma il medesimo; mentre intanto
ho detto che il trafico grande sia causa de l'abbondanza, in quanto
nel luoco dove è, e a rispetto delle robbe d'altri paesi per altri
paesi, e cosí de' negozi, e non per esso solo, che fa il contrario
effetto; e nel medesimo loco si è provato il trafico in Regno non
posser essere se non a rispetto di se medesimo: quale è causa di
penuria e non d'abbondanza, avendo rispetto a esso; e, dove è causa
d'abbondanza, è a rispetto d'altri luochi, come in Venezia. E, oltre
della detta ragione, per la quale si vede che è causa d'impoverire e
non di far abbondare il Regno di moneta il crescer il valor della
moneta forastiera, se ne adduce un'altra maggiore: perché, con questo
crescimento di moneta forastiera, con guadagno grandissimo si estraerá
la moneta propria, e, portandola nel luoco de la forastiera, farne di
quella per ritornarla in Regno con il vantaggio, e, sempre ritornando
quella cavata dall'istesso Regno, estraerne maggior quantitá; e cosí
continuare sempre crescendo, e con poca quantitá estraerne tutta
quella che vi è.
Deroga alla ragione del prencipe, poiché, dovendo andare tutta la
moneta forastiera in zecca, acciò si fonda e converta in moneta
propria, e da questo abbia la ragione e beneficio di zecca correndo
per moneta, lo viene a perdere; e, permettendo che corra la moneta
forastiera, il prencipe, che non tiene miniere d'oro e d'argento nel
suo Stato, deve dismettere la zecca. Può causare danno a' suoi sudditi
universale con occasione di possere essere defraudati, o con malizia o
senza, dal prencipe forastiero; come, per esempio, mentre corre nel
paese dell'altro prencipe la sua moneta, il prencipe della moneta, o
con malizia o senza, bassa la lega. Senza dubbio, ritrovandosi
introdutta la valuta, non dico piú di quel che valeva, ma ancora il
giusto, correrá la moneta di lega piú bassa per quella prima; sí che
con ogni facilitá si può causare danno di migliara e centinara di
migliara de ducati a' sudditi e al Regno in universale. E per questa
ragione sola con ogni giustizia non deve correre nelli regni d'altri
prencipi, ma portarsi in zecca e pagarla secondo il prezzo che si paga
l'argento. Lascio di dire quanto disconvenga che nel Stato d'un
prencipe grande corra la moneta forastiera. Sí che si è provato che
non per una sola strada, quale bastaria, ma per ogni altra strada che
si trafica, questa moneta cresciuta genera penuria e non abbondanza; e
cosí si vede, nelli Stati di tutti prencipi che intendeno, la moneta
forastiera apprezzarsi sempre meno e non piú.