CAPITOLO III

Del remedio di far correre la moneta forastiera o crescere la valuta.

Del secondo remedio di bassare il cambio, si sia o no sufficiente per

fare abbondare il Regno d'oro e d'argento, si è diffusamente trattato

nella seconda parte, né occorre trattare in che modo potesse giovare

all'accidente del trafico, perché tocca principalmente al beneficio

privato, stante la disposizione del Regno come si è detto, a rispetto

del quale non è necessario fare altra provisione fuor di quella che si

fa dalli stessi particolari. Si doveria solamente discorrere del

terzo, cioè se fare correre la moneta forastiera per moneta, valutando

la fattura della zecca opure crescendoli il prezzo, sia rimedio

espediente per fare abbondare la moneta in Regno; poiché per tale

effetto si fe' la pragmatica che corressero li scudi d'argento di

Genoa per moneta, apprezzandoli per carlini tredici e mezzo. E in

questo fu seguito il parere del detto De Santis, il quale, dopo aver

resoluta la duodecima difficultá contra la pragmatica del cambio,

passa a discorrere che sia stato errore aver fatto pragmatica

ordinando che il giulio papale e fiorentino, quali prima in Regno

correano per grana diece e mezzo, non corressero piú di grana diece,

che da quello bassare il prezzo fûrno levate dal Regno tutte le monete

predette; e adduce l'essempio di Marco Antonio Colonna in Sicilia, il

quale, per fare venire denari in detto regno, che ne era povero,

accrebbe il prezzo al ducato napolitano cinque per cento, e fu causa

che la moneta del Regno andasse all'isola predetta; e consulta che si

facesse il medesimo, e, per non mostrare che vi sia tanta penuria di

denari in Regno che bisogni crescer la moneta forastiera, che non si

facesse banno, ma si ordinasse alli banchi che gli recevessero per il

prezzo cresciuto. Sí che fu il remedio dal detto accennato esequito

alcuni anni dopo con banno publico, mentre il remedio di bassare il

cambio non giovò a cosa alcuna, e il Regno d'ogn'ora andò impoverendo,

giaché, dovendo generare un tanto bene, non bisognava andarlo

palleando. Nella prima apparenza par che il remedio sia singulare e

vero, tanto per la ragione del guadagno quanto per l'esperienza che

allega di Sicilia e dell'istesso Regno. Al che dico che questa

apparenza ed esperienza contengono quella veritá che contenevano

quelle di bassare il cambio, poiché far correre la moneta forastiera

per moneta e crescerli il prezzo non può essere causa alcuna di far

abbondare il Regno di moneta, ma d'impoverirlo e di far danno alle

ragioni reali e a particolari. E, se bene paresse il contrario, che

con effetto vi venessero alcuni denari per alcun tempo, quanto piú ve

ne verranno, tanto piú saran causa di maggiormente e piú presto

impoverire il Regno. E queste sono quelle provisioni alle quali

bisogna bene avvertire, conoscendo gli effetti che possono causare, e

risguardar dentro; e non quietarsi nella prima apparenza, e dopo

ritrovarsi ingannato nel fine e avere operato tutto il contrario di

quel che si desiderava.

E che sia una falsa apparenza il crescer la moneta forastiera per fare

abbondare il Regno, o permettere che corra per moneta valutando la

manifattura di zecca, anzi che operi il contrario e faccia danno alle

ragioni del prencipe, e possa essere occasione o, per dir meglio,

causa di danno de' sudditi e, in consequenza, universale, e

disconvenga per ogni ragione, sará chiaro facilmente.

E prima, per far conoscere l'apparenza esser falsa, se bene venessero

per alcun tempo o in alcuna quantitá, alla fine deveno essere causa di

fare impoverire, domando:--Questi denari forastieri che verranno in

Regno (perché si è fatto banno che corrano, e sono apprezzati piú di

quel che vagliano in ogni luoco, acciò per il guadagno vengano in qua

e non in altra parte) per qual fine vi si portano? che cosa si fará di

questi denari in Regno, che in ogni modo, si ben si apprezzassero che

guadagnasse diece e venti per cento, bisogna intendere che fa di

questi denari in Regno?--Se mi si dirá che ne comprará robba per

estraerla fuora, questo non causa abbondanza, ma penuria; che, come

prima bisognava venire tanto piú moneta per aver la robba, al

presente, con venirne tanto manco, estrae la medesima quantitá. Se si

dice che non compra robba, ma li negoziará in mercanzia o comprará

entrate o altre robbe stabili in Regno, è questo tanto peggio, che

tanto piú lo fa impoverire: perché, come prima li bisognava far venire

maggior quantitá per negoziare, al presente li bisogna far venire

minore e ha l'istesso; e cosí succede nelle compre dell'entrate o

robbe stabili. E queste cose sono quelle che l'han fatto impoverire il

Regno, e che nulla gli giovi la quantitá delle robbe che vi nascono

superabondanti e si estraeno fuora, e mai non vengono li denari, come

si è detto diffusamente di sopra: ché la causa vera che non vengano li

denari per l'estrazione della robba sono l'entrate che han forastieri

in Regno e l'industrie che vi fanno, sí che quanto piú si daria

occasione di negoziare con piú vantaggio e utile a forastieri in Regno

e che possano comprare entrate e robbe, tanto piú crescerá la penuria

della moneta per l'estrazione della robba. E in Regno non vi è altra

speranza.

E se si dicesse:--Se questo fusse vero, segueria consequenza che li

prencipi dovriano togliere l'occasione di far negoziare forastieri ne'

Stati loro, il contrario del quale parrá che abbia detto nella prima

parte, avendo posto per uno degli accidenti communi, che può fare

abbondare li regni d'oro e argento, il trafico, e che in Venezia sia

questo accidente benissimo e sia una delle cause dell'abbondanza,

quale trafico sia causa della quantitá de' negozi; dunque questo, che

si è detto di sopra, contradice a quello:--rispondo che, considerato

bene e inteso quel che ho detto nella prima parte, non solo non

contradice a questo che dico, ma conferma il medesimo; mentre intanto

ho detto che il trafico grande sia causa de l'abbondanza, in quanto

nel luoco dove è, e a rispetto delle robbe d'altri paesi per altri

paesi, e cosí de' negozi, e non per esso solo, che fa il contrario

effetto; e nel medesimo loco si è provato il trafico in Regno non

posser essere se non a rispetto di se medesimo: quale è causa di

penuria e non d'abbondanza, avendo rispetto a esso; e, dove è causa

d'abbondanza, è a rispetto d'altri luochi, come in Venezia. E, oltre

della detta ragione, per la quale si vede che è causa d'impoverire e

non di far abbondare il Regno di moneta il crescer il valor della

moneta forastiera, se ne adduce un'altra maggiore: perché, con questo

crescimento di moneta forastiera, con guadagno grandissimo si estraerá

la moneta propria, e, portandola nel luoco de la forastiera, farne di

quella per ritornarla in Regno con il vantaggio, e, sempre ritornando

quella cavata dall'istesso Regno, estraerne maggior quantitá; e cosí

continuare sempre crescendo, e con poca quantitá estraerne tutta

quella che vi è.

Deroga alla ragione del prencipe, poiché, dovendo andare tutta la

moneta forastiera in zecca, acciò si fonda e converta in moneta

propria, e da questo abbia la ragione e beneficio di zecca correndo

per moneta, lo viene a perdere; e, permettendo che corra la moneta

forastiera, il prencipe, che non tiene miniere d'oro e d'argento nel

suo Stato, deve dismettere la zecca. Può causare danno a' suoi sudditi

universale con occasione di possere essere defraudati, o con malizia o

senza, dal prencipe forastiero; come, per esempio, mentre corre nel

paese dell'altro prencipe la sua moneta, il prencipe della moneta, o

con malizia o senza, bassa la lega. Senza dubbio, ritrovandosi

introdutta la valuta, non dico piú di quel che valeva, ma ancora il

giusto, correrá la moneta di lega piú bassa per quella prima; sí che

con ogni facilitá si può causare danno di migliara e centinara di

migliara de ducati a' sudditi e al Regno in universale. E per questa

ragione sola con ogni giustizia non deve correre nelli regni d'altri

prencipi, ma portarsi in zecca e pagarla secondo il prezzo che si paga

l'argento. Lascio di dire quanto disconvenga che nel Stato d'un

prencipe grande corra la moneta forastiera. Sí che si è provato che

non per una sola strada, quale bastaria, ma per ogni altra strada che

si trafica, questa moneta cresciuta genera penuria e non abbondanza; e

cosí si vede, nelli Stati di tutti prencipi che intendeno, la moneta

forastiera apprezzarsi sempre meno e non piú.

Economisti del cinque e seicento · 第 117 / 180 题