Se l'entrate che tengono forastieri in Regno con l'industrie e
ritratto di mercanzie siano causa della penuria della moneta.
Lasciando da parte di discorrere se la provisione, che dice, della
bassezza del cambio apporti beneficio alli mercanti o non, per non
essere del mio intento, né se a questo fine si dovesse fare
pragmatica, vengo a trattare sopra la quarta ragione in contrario che
egli dice, cioè che l'entrate, che tengono forastieri in Regno con il
ritratto delle mercanzie che vi portano, siano causa che si estraano
le robbe dal Regno senza venirvi denari, poiché, con l'entrate e
ritratto di mercanzie, possono estraere le robbe non loro bisognando
far venire da fuora denari, mentre l'hanno in Regno. Quale ragione è
stato forzato confessare esser vera, non possendosi negare una veritá
tanto certa, essendo proprio di quella far forza ancora a petti
invitti. Essendo dunque forzato questo accettare, per salvar la sua
opinione nega posser causare tanto effetto, e si fa il conto a suo
modo, come si dice volgarmente, senza l'oste, dicendo che li
forastieri solamente in Regno possedeno d'entrate docati
seicentomilia, e che altretanto sia il ritratto delle mercanzie. Del
che essendosi trattato a pieno nella prima parte, quando si è
contraposta la cittá di Venezia con Napoli, declarando le ragioni
perch'è l'una povera e l'altra ricca d'oro e d'argento, non occorre
replicarlo, essendo benissimo provato che l'entrate di forastieri con
l'industrie che vi fanno, unite con il ritratto di mercanzie, superano
non poco l'introito di denari che si potriano avere dall'estrazione
della robba. Lo che ha confessato piú a basso, quando tratta perché li
forastieri non convertono le terze in capitale come prima; e dice:
«perché non vi resta piú che vendere, avendosi detti forastieri
sorbito il sangue di tutti particolari di Regno, in tanto che a niuno
resta piú vita né robba per obligarla»; affermando esser ciò tanto
vero. Or, se questo è tanto vero, come tanta caligine? ingannarsi che
non importi eccetto ducati seicentomilia, mentre comprende tutta la
robba, o una parte, ancorché fusse la terza o la quarta parte, e
aggiungendovi la estrazione? Solo dico maravigliarmi come,
conosciutosi questa veritá chiara, dopo abbia possuto entrare uno aperto
errore nell'intelletto, che li forastieri con quello che possedono,
ritraeno da mercanzie e da industrie, non arrivi piú che a un milione e
ducentomilia docati, avendo confessato le cose predette delle entrate
sole, che, facendosi il conto all'ingrosso, ascende a molto piú che
importa tutta la summa delle robbe che si estraano per fuora Regno. Sí
che non occorre altrimenti né occorreva disputare se l'altezza del
cambio era la causa della penuria, mentre la causa vera e necessaria, si
può dire, che non fa venire denari per l'estrazione, è la predetta, cioè
l'entrate, industrie e ritratto di mercanzie di forastieri. Qual veritá,
ancorché chiara e conosciuta, non si è appresa dall'intelletto con
quella certezza ferma che si dovea, per parerli il remedio tanto
difficile, che pare contenga dell'impossibile: perciò si è fuggita e si
è andato cercando altra, dove il remedio li è parso non tanto difficile,
ma facile e possibile, essendo il proprio della volontá e intelletto
rifiutare il discorso di cose impossibili e semplicemente odiose.
Si bene si è detto che, quando non vi fusse stata detta causa, non
possea essere l'altezza del cambio causa di penuria e la bassezza
d'abbondanza, e si bene da quella veritá fusse manifesta quest'altra
per gli effetti che si scorgano, mi ha parso piú che necessario
portare l'una e l'altra e tante altre ragioni addotte che si avria
possuto far di meno. E per tal rispetto voglio ancora discorrere sopra
il particolare che dice di Sicilia, che lo porta per corroborazione
della sua opinione: che, non raccogliendosi in quel regno la quarta
parte della seta che si raccoglie nel regno di Napoli, con tutto ciò
le galere di Genoa, ogn'anno, di agosto, che vanno in Palermo e in
Messina, portano cascette di reali per quelle, e in Regno, che se ne
fa tanta, non portano un carlino; e assegna la causa che le piazze di
Palermo e Messina sono povere, e per quelle non si trova a cambiare
somma grossa per la fiera di Piacenza, e con altre non tengono
corrispondenza. Se ciò era vero, fece male non consigliare che si
proibesse il cambio in tutto, poiché in questo modo era sicuro venire
li denari di contanti, e non per il modo di bassarlo, ancorché fosse
vero il guadagno del portare in contanti. Poiché né sempre, né a tutti
luochi, né in ogni tempo torna espediente portar contanti, possendo
portarli per cambio, ancorché si perdesse in cambiarli; ma, essendo
tolto il cambio, di necessitá bisognava portar li denari in contanti.
E tanto piú si dovea fare, quanto egli di sopra ha detto che le cittá
d'Italia non possono spesarsi della robba del Regno, ché con quella
vivono; e l'esperienza predetta del regno di Sicilia lo dovea
certificare di questo e non farlo dubitare che si saria perduto il
commercio per il mancamento del cambio, come non si è perduto in detto
regno. Oltre che, di questa perdita non si deveria tener conto, quando
fusse, mentre è causa d'un tanto utile, facendo venire denari, come
esso dice, e questo commercio di gran danno, non lasciandone venire e
cavandone quelli che vi sono, e cosí impoverendo il Regno in tutto,
che maggior danno di questo non si patria fare; e, proibendosi, si
remediava che non uscissero e che per forza venissero. Né, se fusse
vero che per la povertá de le piazze di Messina e Palermo venissero in
contanti le monete per la seta, non ritrovando a cambiarli, si avria
lasciato da diversi mercanti, e forastieri e cittadini, e dagl'istessi
genoesi, che vengono per la seta, introdur case di ragioni in dette
cittá, per possere cambiare ogni gran somma per ogni rispetto.