CAPITOLO IX

Se la provisione o pragmatica predetta di bassare il cambio possea

essere impedita da altri prencipi d'Italia.

Il rimedio, che dá al defetto che dice esser stato nella pragmatica

del conte d'Olivares, è che la pragmatica debba non solo ordinare

limitando il prezzo del cambio che si fa in Regno, ma proibire che non

si paghino o esigano le lettere che vengano da fuora se non al prezzo

assegnato, acciò faccia regolare tutte l'altre piazze d'Italia nel

cambiare con questo Regno. E risponde alla ragione in contrario:--che

l'altre piazze d'Italia non siano soggette al Regno,--che la

pragmatica non proibirá l'altre piazze, ma dirrá che gli uomini di

Regno non paghino il cambiato per l'altre piazze, e cosí si avrá il

medesimo per indiretto. Questo remedio non giovava cosa alcuna, quando

gli altri prencipi o piazze d'Italia avessero voluto non fare

osservare detto ordine, opure loro avesse parso che fusse stato causa

d'impoverire li loro Stati de contanti; poiché di necessitá seguia

l'uno quando era vero l'altro, nascendo dall'abbondanza del Regno il

mancamento delli contanti d'altre parti.

E, per tacere diversi modi che gli altri prencipi posseano far

riuscire vana detta provisione, e li particolari con non pagar lettere

di cambio, come egli dice, col medesimo modo lo posseano fare. Poiché

chi l'impedea che non facessero il medesimo ordine nelli Stati loro,

stabilendo il prezzo conforme era il cambio alto senza innovare cosa

alcuna, ordinando che non si pagassero né esigessero lettere da fuora

eccetto al prezzo tassato? E, perché dovea osservarsi la pragmatica di

Regno contra lo prezzo corrente e che da volontá commune non era

stabilito, e gli altri, che erano conforme al corrente e a la volontá

commune, non doveano osservarsi? Opure la medesima potestá che tiene

il re ne' suoi sudditi non tengono l'altri prencipi con li loro? Né a

questa veritá osta quel suo pensiero, che l'altre piazze d'Italia

tengano bisogno di contrattare con la piazza di Napoli per il molto

giovamento che ne sentono; ché questo avria proceduto a rispetto delli

particolari e piazze, e non a rispetto delli prencipi, alli quali poco

dovea importare questo commodo particolare, stante il danno universale

del Stato, e senza il danno. E, oltre di questo, meno milita detta

ragione a rispetto di particolari e piazze, poiché, essendo vero che

tengono bisogno contrattare con il Regno, in tanto ne tengono bisogno,

in quanto loro torna commodo e utile; ma, ritornando loro incommodo e

danno, cessa il bisogno, come saria stato se fusse stato vero che la

pragmatica dovea producere gli effetti predetti. E questo bisogno, che

dice tenere di contrattare l'altre piazze con il Regno, a me pare il

contrario: mentre vuole che, tanto per le robbe che hanno di bisogno

dal Regno quanto per quelle che ha bisogno il Regno da loro, siano

necessitate dette cittá aver commercio con il Regno; mentre può stare

ancora il contrario, e per l'una e l'altra causa il Regno abbia

necessitá del commercio delle cittá d'Italia, e con piú ragione,

poiché il Regno tiene assai piú bisogno che le cittá d'Italia piglino

le sue mercanzie che esso pigli le loro, per il defetto del secondo

accidente commune della qualitá delle genti. Poiché, essendo privo

degli accidenti communi, come si è detto, né essendovi altro accidente

che li possa dare oro e argento che la superabbondanzia delle robbe,

ed essendo le genti tanto neghittose che non solo non le portano fuora

la loro provincia, ma meno nell'istessa, sequitaria che, non venendo

le genti della detta provincia, e perciò non facendosi detta

estrazione, restaria affatto privo d'ogni speranza di denari: lo che

non succede per le robbe delle quali ha esso bisogno dell'altre cittá

d'Italia, poiché per la diligenza delle genti si smalteriano in altri

luochi; tanto piú quanto le robbe dell'altre cittá sono piú smaltibili

per ogni paese lontano, per consistere in artefíci e per conservarsi

lungo tempo, come si è provato nella prima parte. Oltre che, fuor

delle sete, niuna cittá, eccetto Venezia, tiene bisogno o vive con

cosa alcuna di Regno, e quella per maggior commoditá e non per

necessitá; e la seta la maggior parte va in Genoa e Fiorenza, e in

Roma e in Piacenza, che sono le due piazze principali del cambio, poca

e nulla ve ne va. E le robbe degli artefíci che dice smaltirsi

principalmente in Regno, questo, unito con la negligenza delle genti

del paese, constituisce in necessitá quasi semplice che il Regno abbia

bisogno di dette cittá.

E, se è vero quanto egli dice, che questa bassezza faccia venire tutti

li denari e che non avriano possuto far di meno le cittá d'Italia di

non contrattar con Napoli, non lo dovea scoprire; poiché le cittá

predette doveano lasciare di cambiare, ancorché avessero quelli danni

che dice, per evitare il maggiore di impoverirsi afatto cambiando: con

infinite altre ragioni, quali tralascio, mentre l'esperienza l'ha

dimostrato. E dalle ragioni dette di sopra, e con altre che senza

molto faticarsi ciascuno potrá discorrere per le conclusioni

verificate, si possono deducere le risposte vere e all'altre sue

ragioni e consequenze.

Economisti del cinque e seicento · 第 107 / 180 题