probabili che in quel periodo storico, le quali devono aver provocato
il fenomeno fino ad ora inesplicabile, che tanti giovani appartenenti
alle più cospicue famiglie di Roma abbian seguito al campo con sì
ardente alacrità, il tanto aborrito Catilina, e colà sian caduti quasi
tutti da eroi.
Le cause generalissime assegnate da Sallustio, e che toccando fenomeni
di tutti i tempi non rivelano per nulla il caratteristico assetto di
Roma al tempo della giovinezza di Cesare, non bastano a spiegare quel
fatto singolare.
XIII.
LA PATRIA POTESTÀ.
Per tornare alla questione toccata da Cesare, la patria potestà
tanto nel fatto arbitrariamente eseguito, che nel diritto meditato
con intenzione di sapienza e di umanità, sia che questo proceda
spontaneamente dal naturale, o si fissi con arte nel civile, è
argomento vetustissimo. Attraversò tutte le civiltà, sempre di volta
in volta modificandosi, sempre accennando all’intento del meglio, ma
senza mai risolversi in una sentenza postrema, che appaghi tutte le
coscienze, tutti i pensamenti dei savii e faccia scomparire tutti i
dubbii. Anche oggidì presenta i caratteri di un problema di cui la
soluzione attenda il futuro e minacci di rimaner perpetua.
Dalle leggi delle dodici tavole nelle quali appare che la
collaborazione di Ermodoro, esule dalla Grecia democratica, indarno
valse a placare l’aristocratica e spietata scienza dei giuristi
romani, alla odierna legge italiana, i giureconsulti intorno a molti
e pericolosi problemi appaiono ognora in disaccordo. Quelli tra loro
che innanzi ad altro interrogarono il diritto naturale e, inspirati
da una filosofia fatta troppo credula dal sentimento e dall’amore,
trovarono nel sangue paterno tutte le guarentigie alla possibile
felicità dei figli, mostrarono di non conoscere tutta la terribilità
del cuore umano, della quale i fenomeni vedonsi sovente anche in
coloro che adempiono ai doveri di cittadini intemerati, che passano
ilari al cospetto del codice, inutile per essi, che persino meritarono
ed ottennero premii dal pubblico riconoscente. Chi dalla natura e
dalla condizione e dal diritto tiene un potere, facilissimamente, sia
nella sfera della pubblica azione che in quella della vita privata
e domestica, è tentato di trasmodare alla tirannia. Quei sapienti
innamorati sentenziarono essere eccezione il padre che non ama i figli;
ma non pensarono che nell’amore stesso che si manifesta in loro al
cospetto o della beltà delle figlie o dell’ingegno dei figli, è deposto
il più delle volte un germe occulto di egoismo, il quale esploderà
tantosto che a quella beltà tenti accostarsi alcun mortale non ricco;
o quell’ingegno, tratto irresistibilmente a coltivare la non doviziosa
arte, diserti il foro, o il nosocomio, o il trabucco. Quante fanciulle
cui la beltà fu dono sventuratissimo, vennero costrette dal buon padre
a concedere la mano ad uomini odiati, de’ quali la ricchezza e la
condizione privilegiata rendevano amabilissimi a lui solo, e vennero
dannate a infelicità perpetua, e di cosa in cosa, persino a cercare
nel peccato un lenimento all’affanno. Chi sa quante volte dietro al
sacerdote benedicente l’infausto nodo, la sposa desiderante e piena la
fantasia di formose apparenze, vide sorgere lento lo spettro voluttuoso
dell’adulterio, iridiscente come le ali di Lucifero, e irridere al
rito, quasi aspettando un avvenire vicino.
Il furore di dominio spesso dissimulato dalle più benigne apparenze, la
gelosia inesorabile nell’amministrazione e nel godimento dei possessi,
mantennero sovente i figliuoli quasi poveri nella casa del ricchissimo
e fastoso genitore.
Lo spettacolo di uomini non ancora _viri_ a quaranta, a cinquant’anni,
tenuti in continua ed umiliante soggezione del padre; e a tale età
ritraenti uno scarso sussidio non proporzionato alla casalinga dovizia,
è caso frequentissimo e volgare.
Quel pensatore sommo che fu Leopardi, al quale forse i giustissimi
sdegni erano di soverchio esacerbati e incruditi dalla maledetta
condizione del suo corpo e della salute, la quale gli fece veder la
vita attraverso a un prisma di troppo tetra luce, ebbe a dire che
nessun uomo ci addita la storia, il quale sia stato operatore di grandi
e gloriose cose, vivente il padre.
Alessandro, Cesare, Napoleone, egli diceva, sfolgorarono indipendenti
da ogni predominio paterno. La sentenza dell’inclemente filosofo
parrebbe varcare il confine del giusto; ma anche nell’esagerazione,
quasi in procella, s’agita pur sempre e appare il vero.
Se non che Leopardi viveva in tempi e in un paese dove alla patria
potestà la legge concedeva diritti ancora eccessivi. Nelle Romagne e
in Toscana il padre avea diritto all’usufrutto dei beni peculiari del
figlio fintantochè questi non avesse raggiunta l’età d’anni trenta;
il che significava che un uomo a quell’età già matura era ancora
fanciullo; e sì manifesto errore volevasi mantenere dai giureconsulti
di quelle regioni quando avversavano i redattori del nostro Codice
odierno. Leopardi imprecava alla caparbietà senile dei giuristi i
quali, scelti fra gli assai provetti, e portando nella redazione di
codesta parte del codice, quel dispregio che in un certo ordine di cose
i vecchi hanno per i giovani, congiurarono a rendere in essi inutili
quelle facoltà d’azione che dai venti ai trent’anni negli uomini di
mente sana sono potentissime. La storia ci apprende che Leopardi aveva
ragione.
Alessandro a vent’anni aveva già sottomesse la Cilicia e la Pamfilia e
tagliato il nodo gordiano; a trenta era compiuta per lui ogni possibile
conquista. A Pompeo ventiquattrenne era stato concesso l’onore del
trionfo; Annibale appena ventenne imperava e teneva in temuto dominio
l’esercito cartaginese sebbene fatto d’uomini di molteplici razze e di
varie nazioni.
Che se balziamo ai tempi moderni, Gastone sotto le mura di Ravenna
moriva di spingarda a ventitrè anni ed era già da tempo governatore
della Lombardia e generalissimo delle truppe francesi; Bonaparte poco
oltre il quinto lustro aveva già vinte dodici battaglie, annientati
cinque eserciti, disarmato il re Sardo, atterrito Ferdinando di Napoli,
umiliato Pio VI, rovesciate due repubbliche, e a trent’anni già console
onnipotente di Francia preparavasi all’universale Impero. Pitt e Fox
a ventiquattro anni erano già antagonisti, e se il primo sì giovane
governava sapientissimo la _positiva_ Inghilterra; Fox già tuonava nel
Parlamento con quell’eloquenza invadente e invitta che dal suo tempo
e dalla sua patria, per trovargli un riscontro, ci fa risalire alla
Grecia e a Demostene. Che se dal campo agitato dell’azione digrediamo
alle sgombre sfere del pensiero; Leibniz a 17 anni insegnava calcolo
sublime a Gottinga; Pascal ventenne inventava la macchina aritmetica;
Gœthe, compiuto appena il quarto lustro, aveva già scosse le menti
ed agitati i cuori di tutta Europa e introdotta ovunque la moda del
suicidio; Beccaria, Filangieri, Romagnosi, tutti assai prima del
trentesim’anno, avevano compiute le opere per le quali sono immortali.
Ma bastino le citazioni, chè a proseguirle si colmerebbe un volume.
Codesta digressione relativa alla patria potestà considerata
generalissimamente nei codici moderni, potrà forse parere inutile;
pur ne giova a tener conto del progresso del pensiero da Roma antica a
noi; perchè, se ancor sorvivono molti elementi che sono in contrasto
colla natura, colla ragione e colla giustizia assoluta; tuttavia,
al confronto di tutti i codici dell’evo moderno e del medio, la
legislazione romana rispetto alla _patria potestà_, appare veramente
abnorme e monstruosa e incredibile.
Incredibile tanto più se si considera che Roma è la patria antichissima
della scienza del diritto; che questa le comunica un carattere suo
proprio, essenzialmente storico; che essa fu ed è la madre di tutte le
legislazioni del mondo civile; che vive ancora ed è ancora la massima
parte di tutti i codici d’Europa.
La quarta legge delle dodici tavole spettante alla patria potestà è la
ferocia belvina convertita in scienza e consolidata nel diritto civile.
I figli in Roma erano cittadini, in faccia agli altri uomini persone,
al cospetto del padre schiavi e cose; nè mai diventavano maggiorenni.
Il legislatore dei Romani, scrive Dionigi d’Alicarnasso, diede al
padre ogni potestà sui figli, per tutto il tempo della loro vita;
tiene il diritto di sostenerli in carcere, di sferzarli a morte, di
venderli. Anche console e proconsole o duce d’eserciti e trionfatore,
il figlio era pur sempre sottomesso alla monstruosa potestà del padre.
Della spietata aristocrazia domestica non v’ha esempio in nessun’altra
legislazione, nemmeno nelle più truci consuetudini delle barbare genti.
Giustiniano, sebbene al suo tempo la patria potestà fosse ridotta a
misura più mite, diceva con dolore: — Non vi sono uomini al mondo, che
abbiano tanta potestà sui figli come noi. — _Liberis jus vitæ_, così è
fermato nelle dodici tavole, _necis venundandique potestas patri esto_;
e soltanto in un momento di luce, che per quei cupi legislatori potè
parere serena, fu statuito che: _Si pater filium ter venundavit, filius
a patre liber esto_. Eppure Cicerone, il primo dell’antichità che offra
i caratteri dell’uomo e del pensatore moderno, il solo che in Roma non
renda il fenomeno dell’irremovibilità latina, il solo che dal tormento
del dubbio scientifico sia tratto a interrogare la ragione pura, lodava
le dodici tavole; e chiamava incondito e ridicolo ogni diritto civile
fuorchè il romano. Ma Cicerone era patrizio; e l’ordine privilegiato al
quale apparteneva facea velo al giudizio anche di quel sommo.
Nè si creda che l’atroce legge rimanesse lettera non esercitata;
Bruto, Cassio, Fulvio, Fabio Eburno, Scauro furono tutti sacrati a
morte dai padri furiali. Lo storico Paolo, vissuto a Roma, testimoniò
che la risorsa ordinaria dei padri versanti in angustie pecuniarie
era di vendere i figli. Dopo tali enormezze legali, può sembrar mite
il diritto che avevano i padri sui beni dei figli, derivassero loro
o per eredità della madre e dei parenti, o per guadagni da essi fatti
in particolare, o per le ricche prede che portavano dalle terre dove
avevano militato.
Al tempo di Cesare una serie numerosissima di leggi le quali,
promulgate in trecento e più anni, portavano il nome di chi le aveva
proposte e fatte accettare in Senato, in molta parte modificarono e
attenuarono quelle delle dodici tavole; e per quanto riguardava la
patria potestà, lasciando sopravvivere la tirannia aristocratica del
padre nei diritti di fustigare, di uccidere, di vendere i figli, fu
statuito ch’ei non potesse avere più alcun diritto su quello che essi
avevano acquistato in guerra.
A provocare, come già udimmo da Cesare, l’ardore guerresco dei
giovani, avvisatamente i giuristi avevano resa loro incresciosa la vita
domestica; chè il militare in terre lontano dove il valore procurava
gloria e ricchezze li sollecitava al campo.
Gli acquisti fatti dai figli in guerra furon denominati _Peculio
castrense_. Pur se la legge vigeva, non sempre veniva osservata; chè
tutti gli altri diritti lasciati ai padri, troppo spesso rendevano
irrito quel solo stato concesso ai figli.
Bastava una minaccia del padre avaro e tiranno, perchè i figli si
lasciassero rapire tutto quello di che la legge li costituiva in
assoluta proprietà. Non tutti i padri erano efferati, molti erano
giusti, alcuni miti e clementi. Ma se un’indole perversa governava la
volontà paterna, il figlio poteva bensì ricorrere al pretore e farsi
patrocinare dal più eloquente oratore; ma la sentenza favorevole al
figlio veniva poi ad infrangersi contro all’inesorabile petto del
padre, il quale colla morte poteva togliere al figlio la proprietà che
il pretore gli aveva dato colla legge.
Ed ora in un fatto romano famigliare vedremo la riprova di queste
asserzioni storiche.
XIV.
MARCO SCEVA.
Dalla casa degli Sceva che sorgeva sul colle Palatino, alle none di
luglio dell’anno 690 _ab urbe condita_, usciva un giovane di strenue
forme. Sebbene clamidato mostrava nudissime le braccia fino al sommo.
Il volto, la trasparenza della pelle, l’occhio lucente che mandava un
raggio ingenuo, ad onta ch’ei paresse turbatissimo, rivelavano che quel
giovane appena poteva aver varcato di due o tre anni il quarto lustro.
L’interno soliloquio di un animo affannato appariva nei movimenti
concitati di tutte le membra, e più nelle braccia, nelle quali
guizzavano i muscoli come se, provocato a vendetta, ei percuotesse
fieramente qualcuno.
Quel giovane era Marco Sceva figlio di Publio; quello Sceva che
cento anni dopo, già fu detto, gli endecasillabi di Lucano dovevano
consacrare all’immortalità. Certamente men grande di Cesare, meno di
Pompeo, men fortunato dell’uno e dell’altro, fu tuttavia ancor più
valoroso di quei due valorosissimi, e come quelli non sono stati,
intemerato e santo e intatto dalla gloria tentatrice. Il poeta dei
tempi di Nerone, entusiasta d’ammirazione, lo tramandò ai posteri
perchè questi, nella immane corruttela romana, vedessero un eroe
completo senza innesto di colpa.
Ma provoca una strana meraviglia il fatto che quel giovane di natura
sì generosa, sì forte, sì intera, procedesse da un padre che persino
la Roma inquinata di allora dispregiava ed abborriva, quantunque fosse
uomo senatorio e consolare e fosse ricchissimo e avesse militato con
Silla, con Sertorio e con Lucullo non senza riputazione di valoroso.
Il Cenci di Roma moderna può dar qualche imagine della natura di quel
Cenci antico, odiatore di figli, tentatore di figliuole.
Marco Sceva, disceso dal Palatino, d’una in altra via, s’incamminò
alla sacra, e da quella piegando al foro e radendo le taberne,
accelerò il passo al fornice fabiano, e così, venuto alla Suburra,
si fermò innanzi alla casa-tempio, come l’appellavano i Romani, del
divo Cesare. Nominossi all’ostiario, il quale rivolto ad altri servi,
lor disse riferissero a Cesare che Marco Sceva desiderava parlargli.
Fu introdotto. Cesare sedeva nella Biblioteca, elegante, azzimato,
profumato, quasi stesse in mezzo ad un circolo di giovani dame. Si alzò
all’apparire di Sceva in sulla soglia, gli mosse incontro con abbandono
cortesissimo, lo salutò, gli prese la mano, e:
— La tua mano è piombo, o Marco; tu puoi tentare a certame l’immortale
amante di Dejanira. Ma quali cure ti mandarono a me?
— Orribili cure.
Come sappiamo erano quelli i giorni, in cui, come in onda bollente,
si sommoveano e riscaldavansi i progetti, le trame, i disegni di
Catilina e degli altri congiurati. I giorni in cui nella casa di
Precia, famosissima cortigiana di Roma, quella all’influenza della
quale ricorse lo stesso Lucullo per ottenere il governo della Cilicia,
adunavansi i giovani del più alto patriziato romano, eccitati ognora
dal febbrile Catilina. I giorni in cui le altre cortigiane, la
Chiledone mantenuta da Verre, e la Flora pagata da Pompeo, e la Lesbia
e la Lice e la Cloe indorate dall’indebitato Antonio, console con
Cicerone, andavano rinfiammando gli assidui loro visitatori all’impresa
di rovesciar la Repubblica; e Sempronia faceva altrettanto; e la
nobilissima e perversa Fulvia teneva da Quinto Curio, cieco d’amore,
tutti i segreti della congiura; e accoglieva Lentulo, amatore sostituto
e non riamato, e lo sollecitava e lo faceva ardere d’ira, e gli
sosteneva il coraggio, sebbene avversa a quelle mene, in segreto, e
traditrice, poi in palese.
Cesare, sapendo tutto questo, credette, al primo, che Marco Sceva fosse
venuto a lui per interrogarlo intorno a quell’impresa — ma Sceva:
— Orribili cure, proseguì, accelerarono i miei passi alla tua dimora.
— Ma quali cure?
— I tormenti di Dite son refrigerio in paragone di quelli a cui
soggiacio nella mia casa maledetta dagli Dei immortali.
— Narra. Affannato di troppo mi sembri tu. Io, tranquillo, forse ti
potrò giovare di consiglio. Qualche cosa già so.
— Tu sai, divino Giulio, ch’io militai sotto Pompeo contro Mitridate.
— Non v’è romano che non lo sappia. Non v’è romano che non conosca
le prove di valore mirabilissime che hai date. La corona di quercia
e la murale e la lorica che il gran Pompeo ti ha donato, ne sono i
testimoni.
— E sia; ma la onesta e lecita contentezza che mi verrebbe da tali
premj e dagli applausi che, pur nel più fitto e nei più fieri pericoli
della mischia mi vennero sovente dai miei commilitoni, tutto scompare
e si trasmuta quasi in uno scherno crudele della fortuna, se penso alla
mia condizione di mortale disperatamente infelice. Quando fu debellato
il re, e Pompeo non potendo andare nell’Ircania e al Caspio per la
moltitudine dei serpenti velenosi, si ritirò nell’Armenia piccola, a
lui furono condotte tutte le schiave del voluttuoso Mitridate. Pompeo
non le accolse, ma pensò invece di rimandarle ai loro genitori, essendo
per la maggior parte figliuole di capitani e di primati; e comandò
questo; ma Demetrio, il liberto e maggiordomo suo, il Demetrio ladrone
come tu sai, e già ricco sfondato, del quale tu conosci la natura
stranissima e prepotente, che è più padrone del padrone, onde si fa
lecito di rimproverarlo spesso e aspramente, e Pompeo ne ride e lascia
dire e fare, perchè è innamorato del liberto, Demetrio adunque, vedendo
passare come in processione la lunga schiera delle più sfolgoranti
beltà dell’Asia, apertosi a me che gli stava presso in quel momento:
— Bene fu inspirato Silla dagli Dei, quando disse Pompeo esser Pompeo
Magno, ma asino Magno io lo proclamo adesso, e se egli rifiuta questi
doni del sommo cielo, doni di pregio inestimabile, io me ne terrò due
o tre; chè di tante bellissime ci sono sempre quelle che avanzan le
altre; e verrà tempo, lo giuro per gli Dei, che invoglieranno anche
Pompeo. Prendendomi allora per mano, scegline pur tu un pajo che
ti faran bene. Te ne faccio un dono. Pompeo non oserà parlare. Tu
sai, Cesare, che Demetrio quasi più famoso del padrone ama ed odia
pazzamente sempre; quando ama protegge e darebbe il sangue per il suo
protetto; quando odia perseguita senza posa, e a tale che seppe rendere
odiosissimi al troppo credulo Pompeo persino alcuni dei suoi più cari
amici. A me toccò in sorte di essere assai ben veduto da lui, onde,
rapacissimo qual è, e nel punto stesso anche assai generoso, chè tanta
ricchezza addensata in pochi anni, gli dà una gioconda e benefica
ebbrezza al capo, mi ricolmò spesso di doni. Di quella schiera di beltà
celesti tornanti alle case, ei ne trattenne sei.
Pareva fosser più paghe le fanciulle che rimanevano, delle altre
avviate alle case paterne, case non regali e certo silenziose dei
tripudj onde Mitridate rallegrava i ginecei. Ancora invitato da
Demetrio a trascieglier le donne mie, ne vidi una di sì attraente
bellezza ch’io ne fui preso di colpo e mi appagai di lei sola. Essa
parlava greco, e comunicava alla naturale soavità delle vocali onde
l’idioma d’Omero è sì musicale, un suono particolare che le rendeva
ancor più soavi. Richiestala se non le sarebbe dispiaciuto viver meco,
chinò il capo arrossendo; quel rossore valse per mille parole, onde in
me l’amore di cui era già sorto il germe a un tratto si fe’ gigante e
ardentissimo. Condottala alla mia tenda, mi recai poscia con Demetrio,
che ciò volle, a visitare il castello tenuto in custodia da Stratonica
e dove erano riposte immense ricchezze. Pompeo il giorno prima non
prese che quei tesori che gli pareva sarebbero stati d’ornamento ai
templi e di maggior pompa al trionfo. Però saputosi questo da Demetrio,
volle veder meco Stratonica a cui Pompeo avea lasciato ogni cosa; e
le ingiunse in suon di minaccia, ch’egli si voleva prendere quel che
Pompeo aveva rifiutato.
Demetrio parlò così deliberato e fiero, che Stratonica in prima non
fe’ motto; poi, dopo qualche silenzio: ecco, prendete, gli disse.
E Demetrio in vasi d’oro e in monili e in gemme, si pigliò le cose
che più gli piacquero, e caricatone un carro e il proprio cocchio,
mi volle condurre alla mia tenda dove, pregandomi a ricevere qualche
segno dell’amor suo, depose alcuni di quei vasi d’oro e mi diede assai
gemme; ma non volendo io per nessun conto accettare, salì in furore
che pareva sincerissimo e minacciommi dell’odio suo. — Io desidero
la vostra benevolenza, gli risposi, ma questa ben mi era sufficiente
anche senza tali ricchezze. Si rasserenò Demetrio e parea felice
d’avermi arricchito. Riposando la guerra, con queste ricchezze e con
quella fanciulla più che divina, tornai a Roma, dove credevo che le
due corone riportate e la lorica argentea a me donata da Pompeo mi
avrebber fatto meno odioso al padre. Ma gl’infernali Dei parvero tenere
in feroce dominio la casa mia ben più di prima. Il padre, coprendomi
di contumelie e chiamandomi ladro più di Verre, pur si tenne tutto
quanto io gli veniva mostrando, e quando adocchiò quella mia fanciulla,
tremai veggendo come nel suo occhio lupigno balenasse un raggio fatale
acceso dagli estri di Venere. Da quel giorno è un perpetuo litigio; da
quel giorno le grida onde il padre copre le mie parole, sebbene calme,
tremende, sembrano aver converso in un antro ferino la vetusta e nobile
casa degli Sceva.
— Ma perchè conducesti colei sotto al tetto paterno? ma non avevi amici
in Roma dove celarla?
— Ebbi fiducia, ti dico, nelle corone avute e nel dono di Pompeo;
sperai che per questo il padre sarebbe venuto a più miti consigli;
pensai che già egli scende per l’undecimo lustro, e gli umori acri e
guasti del sangue onde spesso ei si corruccia e geme, vanno per lui
accelerando il lavoro delle Parche. Ma egli tentò Gordiene mia che lo
respinse, fierissima; però la fece chiudere nell’ergastolo dove in
oscena mescolanza gli schiavi tumultuano in perpetue liti; maschi,
femmine, fanciulli. Bensì atterrai la porta dell’ergastolo e uno
schiavo che colsi presso alla fanciulla da lui accarezzata, di tal
colpo lo colsi che cadde rovescio e più non sorse. Ma accorse il padre
avvisato dai perfidissimi servi e colà fecela rinchiudere. Un litigio
orrido avvenne tra me e lui. Ei minacciò, io minacciai; ed ora tremo
di me stesso, tremo di lui, chè io sento, o Cesare, la tentazione del
parricidio.
— Bada, Marco, di non ripetere mai più queste parole scellerate. Pensa
che nell’otre chiuso e gettato al mare, ospiti il gallo, il gatto,
il serpe e il pavio non fan buon giuoco. Tralascio l’infamia. Tu sei
devoto agli Dei immortali di Roma; il tuo sangue dee scorrere per lei
sola e per la gloria che t’irradierà fin nei beati Elisi. Te consiglio
intanto a ripetere a Catilina tutto che mi hai detto; egli pensa a far
distruggere la legge che dà ai padri tanta possanza sui figli.
— Lo so; già m’affiatai più volte con Catilina..... Oh la fortuna
sorridesse davvero all’audacia....
— Comprendo a che accenni; pure io reputo intempestiva l’impresa
di Catilina; nè sarò mai per approvarla. Tuttavia, ripeto, versa
in Catilina tutto intero il tuo affanno; da questo nuove, inattese,
grandissime cose nasceranno.
Cesare si alzò, e stringendo fortemente la mano a Marco Sceva: —
Ascolta il mio consiglio, ripetè. Va tosto a Catilina.
Sceva partì.
Cesare voleva la congiura, voleva che la Repubblica qual era allora
andasse sossopra; voleva che tutti gli ordini si tramescolassero e
si confondessero in un’alluvione rinnovatrice. Però consigliava e
sconsigliava, diceva e non diceva, faceva di fuga passare innanzi
allo sguardo altrui, i più audaci e risolutivi disegni. Ma operava di
queto e cauto, perchè vedeva l’impresa pericolosa e incertissima — e,
rimettendosi a sedere:
— Codesto giovane forte, ardente, infelicissimo, già glorioso,
infiammerà tutta la gioventù romana a inaudite imprese, e gli Dei
immortali provvederanno.
XV.
GLI ERGASTOLI PRESSO GLI ANTICHI ROMANI.