Io ho voluto che tutta Roma ti venerasse qual Dea largitrice
di assoluzione ai pentiti mortali. Chè io subisco il pentimento
d’involontaria colpa. Ma Cetego desideravo felice, lo giuro ai Numi;
e però sollecitavo il fratel tuo a farti sua consorte; e Cetego io
supplicai perchè deponesse le ire e non volesse provocare irreparabili
sventure. S’io lo percossi non fu che per fuggir morte. Perdona adunque
e adempi al rito e fa glorioso il mio capo non dell’alloro che tengo
dalla fortuna, ma del tocco soave delle tue mani che me lo impongono.
Le alte parole, lo sguardo di Cesare radiante per l’intimo gaudio,
il sovrumano aspetto di lui, il grido concorde scoppiato allora da
tutto il Circo: _Perdona, o Servilia_ — commossero la fanciulla, che,
inchinandosi, depose la corona sul capo di Cesare, il quale, quasi
sfiorando in quel punto il volto di Servilia, sommessamente le susurrò:
— Io ti amo, o Servilia, e da tempo, e di un amore che non può essere
compreso che da intelletto divino. E fu Venere mia gran madre ad
apparirmi in sogno per rivelarmi i decreti del fato, il quale noi vuol
congiunti in vita e in morte.
La fanciulla sentì e tremò e non rispose. Mai non avrebbe creduto che
Cesare potesse pensare a lei a quel modo; e l’orgoglio le s’interpose
tra il passato e il futuro.
Cesare ridiscese la scalea, risalì il cocchio.
Servilia circondata dalle Vestali si assise in un seggio dorato,
e innanzi a lei, salutandola Antistite della festa, passarono
inchinandosi i consoli e l’Edile e le dame romane e le fanciulle.
Lo squillo di più trombe diè allora il segno che il popolo romano dovea
sgombrare il circo.
Il sole era caduto, e il popolo, uscendo dagli atrj e dai meniani,
suonante come onda di fiume, si recò al monte Pincio, in vetta al quale
era l’ara di Vulcano, e colà dovevasi continuare e chiudere la sacra
festività fino _ad mediam noctem_.
Il vincitore del circo doveva comparirvi.
L’Antistite della festa, sempre accompagnata dalle Vestali, doveva
recarsi ad assidersi colà in un bosco d’allori, in seggio d’onore.
Calò la notte; sorse la luna. Cesare ascese il Pincio, e recatosi
innanzi a Servilia, come voleva il rito, le porse la mano. Ella
discese, e accanto a Cesare, passeggiò in mezzo al popolo romano i
viali del Pincio. La processione delle Vestali lor teneva dietro a
pochi passi.
L’alto onore a cui Servilia fu assunta in quel dì pel volere di Cesare,
le parole di lui inaspettate, conflagranti, avevano messo uno strano
tumulto nel sangue già ardente della quindicenne fanciulla. Ell’era
in quell’età, ed aveva tale tempra da farle amare l’amore prima
dell’oggetto che doveva riscaldarlo; e ciò per la voluttuosa e vaga
albedine di aspirazioni e di desiderj mille.
Sebbene l’austero Cetego avesse potuto non parere adatto all’indole di
lei; pure, essendole comparso innanzi per il primo quando l’adolescenza
si svolgeva nella giovinezza, tosto essa gli si era affezionata con
ardore. Se a quella fanciulla fosse stato interdetto di veder mai
sembianza d’uomo, il sangue tuttavia le avrebbe riscaldata la fantasia
così da comunicarle la potenza creatrice, e farle idoleggiare nella
vuota solitudine qualche larva ideale. Se Cesare non le fosse comparso
innanzi così presto, così inatteso, e non le si fosse dichiarato
in quel modo, ben avrebbe perdurato più a lungo nell’amoreggiare,
interprete il dolore, coll’ombra dell’estinto Cetego; ma sarebbe
pur sempre venuto il dì che quella, eclissata da un corpo vivo, non
sarebbe più stata evocata. Chiaro dunque è come nel breve tempo che
era trascorso dal crepuscolo alla _prima nox intempesta_, onnipotente
l’avesse già dominata il nuovo amore, sebbene prima avesse potuto
detestar Cesare.
L’onda del popolo romano si apriva all’apparir di lei; gli sguardi
si fermavano avidi su quella meravigliosa beltà. Ebe l’aveva
soprannominata Cesare quand’ella brillò nelle aule di Sempronia — e
parea veramente la Ebe dell’Olimpo d’Omero; chè l’onda voluminosa
delle chiome sembrava oro, ma quando l’artefice nel riforbirlo,
gli comunica quel colore particolare che par vermiglio insieme e
nero, e che i Latini chiamavano feniceo; però il colore della pelle,
nella fronte, nel collo, nel seno, nelle braccia, rendeva il candore
trasparente dell’alabastro, che tramutavasi in roseo pallido nelle
gote; brillando il cinabro schietto sulle labbra ognora semichiuse, per
la struttura del naso e nari strettissime, più forse che la perfezione
lo comportasse; e nel volto quel che appariva di più insigne era la
linea soavissima che girava le parti esterne dell’occhio; occhio di
colore azzurro-profondo, e ch’ella girava lento ma luminoso e raggiante
come l’aria di Roma; quell’aria singolare che Cicerone ebbe a chiamare
_lux_, sebbene avesse navigato il mare Argolico, e visitata la chiara
Zacinto. Di finissimo bisso avea la veste, che secondava con indulgenti
pieghe le coscendici dense: quella cadeva prolissa fino ai legami
della _solea_, che lasciava veder nudo il candido piede. La zona tenea
d’argento, e la cingeva sì adatta e breve che pel contrasto del fianco
ricolmo concitava il sangue dei Quiriti ammiratori. Nude mostrava le
braccia fin oltre la spalla; e il bisso aprivasi alla regione delle
acsille che le caste _alipile_ avevan detonse.
Cesare passeggiò qualche tempo senza dir parola, assorto nella
contemplazione di sì attraente beltà; e così, standole assai presso,
e sentendo una fragranza speciale che Servilia effondeva dalla pelle,
fragranza come di citiso fiorito, trovò che potè essere veritiero
Aristossene, quando lasciò scritto che Alessandro Magno spirava dalla
pelle soavissimo odore; e si apponesse Teofrasto quando asserì che ciò
derivava dalla fervida temperatura del corpo di lui e dalla concozione
che il calore fa degli umori, onde gli aromi nascono là dove più arde
la terra. Un tale fenomeno che il caldo giugno potè far palese, più che
mai rese acuto in Cesare il desiderio amoroso di Servilia; onde così le
parlò allora:
— Ambrosia tu spiri dalle divine membra, o Ebe, più cara di quella che
sorride a Giove.
Servilia alzò gli occhi in viso a Cesare.
— Pronuncia una parola, ei proseguì allora; fa che non sia stato invano
quanto ti dissi allora che mi hai posto questo alloro sul capo.
— Tu sai, Cesare, la condizione dell’animo mio; che penseresti di
Servilia tu, se potesse dimenticar Cetego così?
— Non io ti dirò di dimenticarlo; la memoria di Cetego sia sacra in
perpetuo. Pur gli estinti non risorgono; e i doni più che divini onde
Venere ti colmò, non debbono struggersi in inutile pianto.
— Non mi tentare, o Cesare; io pavento l’ombra minacciosa di Cetego.
— Ma se Cetego non avesse vinto il tuo cuore, ma se per altri tu non
avessi mai sentito, nè oggi sentissi amore, le mie parole sarebbero
cadute sì inutilmente dal mio labbro, e sarebbero rimaste là sui gradi
del circo, quasi doni spregiati, e non voluti raccogliere?
— Io le raccolsi quando pronunciai il tuo perdono. Però non t’odio io
più.... le tue parole mi hanno conquisa; e la virtù della tua mente
e l’aitanza sovrumana del tuo corpo, e Venere che brilla in cielo or
mi comanda di venerarti. Ma non tentarmi; ancora te ne scongiuro, o
Cesare.
E così parlando continuarono il giro pei viali del Pincio, e
ritornarono all’ara di Vulcano, dove le Vestali, disposte in circolo,
raccolsero nel proprio seno Servilia.
Cesare piegò allora un ginocchio innanzi a lei, che doveva spruzzarlo
d’acqua lustrale, come voleva il rito; poi si alzò dicendole sommesso:
— Oggi mi hai imposto il glorioso alloro, e asperso di sacra onda; ma
domani verrò a chiederti una fronda di mirto.
Presso al circolo delle Vestali, in mezzo alle quali Servilia si
assise, seguendo con lungo sguardo Cesare, che di ricambio saettò
lei di uno sguardo profondo, breviloquente, efficace ancor più dei
Commentarj che scrisse poi, stavano in crocchio alcuni dei più illustri
personaggi di Roma. E Cesare, partendo, s’incontrò in esso. Quel gruppo
glorioso nel quale Cesare diè di fronte era costituito nullameno che
di Catone fratello e tutore e custode della Servilia-Ebe, di cui ella
era indegna ed egli di lei; tanto che non parean i portati di un talamo
istesso, e forse non lo eran davvero; tanto la virtù romana, pur nel
fitto della più rigida apparenza, si dilettava ad insultar cielo e
terra, e obbedendo all’onnipotente natura più che alle leggi che la
vendetta senile aveva redatte, mescolava pupille cerulee e pupille nere
e colori olivigni e pafici candori sotto un medesimo tetto.
E Lucullo, il glorioso, l’opulento, l’elegante, il dotto, il già
inclito per virile beltà, ma in quel punto già scendente pel decimo
lustro, e però non più caro alle flore primaverili, parlava a Catone
della Servilia sua e gli gridava alto; chè il dio Vulcano gli aveva
concesso in quella notte di tuffare le bramose labbra nei dolii colmi
di lieo. Gli gridava alto queste parole:
— Solo oggimai io sono; stancata ho la gloria; ed ella ha tediato
me; io feci scorrer sangue a torrenti, in onta a Platone divino che
aborriva il sangue e malediva a chi lo versava. Ricco son io così,
che i re da me debellati mai non arrivarono a tanto. Non ho figli
presso di me; e sono estinte o ripudiate le mie molte mogli; riviver
dunque io voglio e rinnovare una gioventù artificiale, inaffiando
il cuore di sangue riscaldato dalla bellezza e dalla adolescenza non
anco sospettata di prepostere colpe. Concedimi dunque, o Catone, la
divina sorella tua in consorte. Felicissima io la farò, e tanto più
quanto meno io sono giovane; chè l’esperienza lunghissima mi scaltrì a
non essere marito importuno e, trascorsa che sia la dodicesima parte
del primo anno nuziale, a concedere, vedendo e non vedendo, qualche
spiraglio alle future aspirazioni muliebri; poichè a profonda pietà
mi commovono le donne dannate all’assidua contemplazione di un sempre
egual marito. Ma io saprò involarmi a tempo; e Servilia sarà proclamata
felicissima tra le romane donne, se tu, o Catone, me la concedi in
isposa.
— Se in te, rispose Catone, parla il volere dell’intelletto e il
consiglio del cuore più che lo stimolo transitorio dell’agitante
falerno, mia sorella, della quale io sono tutore, sarà tua consorte.
Cesare udì e fremette; chè ben conosceva Catone, il quale le sue forti
virtù offendeva coll’avarizia, e bramava di levarsi dell’importuna
tutela di Servilia; Cesare per di più temeva che la fanciulla potesse
pendere incerta tra lui giovane sprofondato nell’abisso dei debiti,
e il ricchissimo e già tanto glorioso Lucullo, ancora bello di volto
e di membra pur nella protratta virilità; e che quando Anacreonte
lo inspirava, pareva che dal bigio autunno retrocedesse a rinnovare
gli aurei giorni dell’estate. Fremette ma dissimulò; e disse parole
gioconde a Lucullo e confortò Catone. È inutile proseguire il discorso,
ma essi avranno parte ad un avvenimento che sta fra i più famosi
che segnalarono l’ultimo centenario della romana repubblica; vogliam
dire la congiura di Catilina, che ci siamo proposti di rappresentare
e discutere più che superficialmente; e sebbene molti fatti della
giovinezza di Cesare, degni di ritrattazione, sieno avvenuti prima
della congiura stessa, pur ci conviene, in onta all’ordine cronologico,
darle la preferenza; perchè assai cose anteriori rimarrebbero
incomprensibili senza la luce delle successive; e ci pare inoltre che i
pensamenti di Cesare, le sue aspirazioni e la profonda sua acutezza, e
lo sfoggio delle più attraenti e luminose qualità adoperate all’intento
del più profondo e longanime egoismo, tutti si rischiarino e prendano
rilievo attraverso a quell’uragano, dall’esito del quale dovevano
dipendere le future sorti dello Stato romano.
XII.
SALLUSTIO E LA CATILINARIA.
Se il monumentale Sallustio avesse fatto il debito suo, le nostre
pagine sarebbero oziosissime; ma già lo si disse: Sallustio fece
un’opera mirabile per l’arte, insufficiente per la storia; spesso
indegna di fede per il suo carattere di libello partigiano, e in taluni
passi, in onta alla sua brevità, offrente incertezze e contraddizioni
e assurdità tali che possono ravvisarsi dalla critica più volgare. Le
orazioni ch’ei fa recitare a Cesare, a Catone, ad altri, sono lavori
d’arte oratoria, non mai di politica e storica sapienza; non v’è mai
l’utile grandezza, per esempio, delle concioni di Tito Livio, nelle
quali, pur sfoggiandosi tutto il lusso accessorio dell’eloquenza,
si riassumono nulla meno che interi sistemi d’ordine pubblico, di
riforme legali, di amministrazione, di relazioni internazionali.
Quelle concioni erano inventate da Livio; ma, inventando, indovinava
e spiegava e ricreava i momenti storici e i personaggi. Lo stesso
Shakespeare nelle orazioni di Bruto e di Antonio par che conosca Roma
più di Sallustio. Nè il solo Sallustio ci costringe a non star contenti
al suo detto, sebbene sia il più manchevole ed infido di tutti; ma dopo
avere interrogati tanti altri storici per controllarlo e completarlo,
ci converrà stare in guardia anche di essi, facendo uso di quella
chiave universale e perpetua dell’indagine storica, che è fatta di
raffronti e di logica. Quante favole e asserzioni riferite in buona
fede dal sommo Livio caddero di tratto, appena quella chiave dischiuse
dei segreti non avvertiti e non sospettati prima! Così non potè più
esser Lucrezia la cagione della caduta dei Tarquinii, nè la simulata
pazzia di Bruto primo, ma l’autorità regia raccomandata alla morte
degli Ottimati; ma la fortezza del Campidoglio, che fu per Roma antica
quel che furono le fortificazioni per Parigi moderna.
Medesimamente, per toccare di un ordine di cose già da noi trattato
nella descrizione del Circo Massimo e dei giochi romani e dei più
illustri giovani gareggianti, non potemmo tener fede a quelle parole
di Cornelio Nipote: _Magnis in laudibus tota fuit Græcia victorem
Olimpiæ citari.... quæ apud nos ab honestate remota ponuntur_. I
circhi antichi di Roma erano costruiti sulle forme dei circhi della
Grecia, precisamente come l’Olimpico; e allora l’architettura rivelava
completamente l’uso dell’edificio nel tutto, nelle parti, nello scopo.
Nel tempo poi che decorse dalla morte di Silla a Cesare, l’imitazione
greca, nelle scienze, nell’oratoria, nelle arti, nel costume, erasi
in Roma fatta delirio, specialmente per impulso di questo giovine re
della moda; per lui vi fu un impetuoso riflusso di democrazia che,
trionfando Silla, era stata respinta momentaneamente da un violento
regresso dell’intera legislazione romana. I filosofi greci, scacciati
dai Sillani, come propalatori di idee sociali, ritornarono in folla nei
primi tempi di Cesare, perchè in un sistema di rivoluzione più elementi
disparati si connettono fra loro. Così la democrazia greca ajutò forse
la ricomparsa dei trofei di Mario. Così anche i giuochi ellenici,
imitati con più caldo impeto, dovevano, per la parte che loro spettava,
ajutare la nuova alluvione che Cesare meditava; tanto più che egli
primeggiava in quei giuochi, e non trascurava occasioni ad attrarre gli
sguardi e l’ammirazione del popolo romano e dei militi innamorati della
prestanza fisica. Se non che Cornelio Nipote scrisse nei primi anni
d’Augusto, quando forse per qualche legge di lui, che pose gran cura
nel riformare i pubblici spettacoli, sarà stato conteso ai patrizii
di fare di sè mostra nei circhi, e nei teatri pubblici, e la nuova
costumanza confuse colle anteriori.
Queste cose noi ridiciamo ai lettori, perchè lungo questo lavoro si
preparino ad assistere a un quadro storico il quale vorrebb’essere
arte innanzi tutto, ma anche indagine e discussione; e dove l’autore
si propone emanciparsi da quella antica legge che comandava di non
offendere le credenze invalse per trovare più facile l’applauso; ed
introdurre l’arte, pur sempre conservandole il poetico suo scopo,
nel campo della critica storica, a cui il lettore deve mescersi per
giudicare poi se l’autore abbia avuto torto o ragione. Secondo il
primo esempio datoci da un ingegno tanto grande quanto originale e
rivoluzionario, non sarebbero più degni d’essere trattati quei soggetti
dove non ci fossero a sommovere questioni intorno a qualche personaggio
od avvenimento o costume caratteristico; nè il poeta dovrebbe mai
più occuparsi d’intrattenere il pubblico, quando non abbisogni di
rettificare sentenze che il pubblico ha accettate senza esame.
Ed or si prosegua.
Erano corsi quasi due anni dagli ultimi fatti che abbiamo raccontato;
il concetto della vasta congiura non aveva ancor potuto tradursi
in atto. Le difficoltà erano immense; alcuni ostacoli parevano
insormontabili. Il segreto però era rimasto profondissimo tra Catilina,
Sempronia, Cetego, lo zio del giovane estinto, Quinto Curio, Fulvia e
Pisone, che già avevan avuto parte in quella prima congiura denominata
del _cinque febbrajo_, perchè siccome esso era stato il giorno della
prima fondazione di Roma, così doveva anche essere l’anniversario di
quella e l’inaugurazione di una Roma nuova. Sempronia, che in tutto
teneva dell’indole di Catilina, e quasi il superava nel delirio
dell’ambizione, per accaparrarsi i complici e tenerseli fedeli, in
quegli anni s’era immersa nei debiti fin sopra il capo, onde nè colle
proprie ricchezze, nè con quelle dello zio Cetego che fu dissanguato,
non poteva più ajutar Catilina. Pare che questi, permettendolo
Sempronia stessa, si fosse accostato ad una Oristilla, dama romana
sterminatamente ricca; e colle arti sue inesplicabili, le si fosse
aggavignato al cuore, e però fosse riuscito nell’intento di farla
dichiarare garante degli impegni di lui in faccia agli innumerevoli
creditori.
Sallustio raccontò essersi allora tenuto per certo che Catilina abbia
ucciso il proprio figlio per far piacere ad Oristilla; ma di ciò non è
a tener conto.
Ardendo sempre più Catilina di compir l’impresa; e avendo più volte
tentato Cesare, che gli pareva il più opportuno ad agitar Roma;
essendosi quegli ognora scansato, risolse di aprirsegli ancora, onde si
recò con pochissimi fidi alla casa di lui nella Suburra.
— Quantunque di tanto sii tu più giovane di noi, disse Catilina
a Cesare, pure ancora siam qui venuti per consiglio e per ajuto.
L’impresa che tu sai pare matura. Vieni dunque or tu a comunicarle
l’ultima spinta.
Pare che Cesare non volesse compromettersi in quella, prima di non
avere approfondito il terreno ed esplorato il cielo d’ogni intorno;
onde:
— Quello che già ti dissi, ora ti ripeto. Soltanto, come mi sono
obbligato, oggi mi obbligo a tenere il segreto. Io non voglio aver
parte in cosa che mi sembra uscire dal probabile e quasi dal possibile.
— Eppure tutta Roma è con me; e la sua parte più giovane e più generosa
promette di corrispondere alle beneficenze ond’io la colmai.
— Promettere è agevole; ma le beneficenze già usufruttate, allorchè
viene il momento estremo di contraccambiarle, tosto si convertono in
ingratitudine. Altro ci vuole; e ben io proporrei cosa utilissima, se
fossi nella tua toga e volessi tentare una simile impresa.
— Parla.
— Ritorna colla memoria a tanti anni addietro della repubblica romana.
— A quando?
— Al tempo in cui Roma, estendendosi sempre più, si trovò aver quasi
tutto da amministrare negli Stati esteri. Allora si cominciò a dare
il primo crollo all’aristocrazia di famiglia. La democrazia non ha
più formidabile nemico che in questa aristocrazia casalinga, che,
se ha avuto un crollo, pur è ancor tanto onnipotente. Molti secoli
trascorsero prima che al padre fosse conteso di appropriarsi anche ciò
che acquistavano i figli; però questi, cittadini nel foro, schiavi
in casa, dovevano combattere e guadagnare persino la preda bellica
per lasciarla ai padri che potevano diseredarli. Ci fu un momento che
questi giovani generosi si sentirono attiepiditi considerando una sì
grande ingiustizia. — Che si fece allora? si riconobbero i _peculii_,
ossia fu stabilito il diritto di proprietà su tutto quello che i figli
acquistavano in guerra. Il _peculio castrense_ fece così ribollire più
guerriero il sangue nei petti dei giovani romani. Ma, lo ripeto, la
potestà patria non fu tocca che in un lato dal _peculio castrense_ —
e oggi essa è ancora prepotenza più che potestà. Queste cose io non le
dico perchè l’utile mio proprio mi faccia parlare. Mio padre è morto;
nessuna potestà pesa dunque su di me; chè io vivo del mio diritto.
Dunque è un’ingiustizia assoluta che mi fa forza. Ma è anche contro una
tale ingiustizia che fremono tutti i giovani romani i quali hanno il
padre vivo.
«Ora chi si mettesse alla testa di così fortunosa impresa, qual è
questa tua, dovrebbe in alcune conventicole notturne, dove questi
giovani, invitati con arte, verrebbero ad adunarsi in folla; dovrebbe
giurar loro, sull’ara, con tutta la solennità di un giuramento sacro,
accresciuto da cerimonie eccezionali e tali che potessero percuotere la
loro fremente imaginazione; che sarà abolito per sempre il diritto di
vita e di morte che hanno i padri; che più non debbano essere preteriti
i figli nei testamenti, che quand’anche _per valide_ ragioni potessero
venir diseredati, questo non si possa fare che _nominativamente_. E v’è
altro a prometter prima. Venga abrogata quella iniqua legge di Silla
la quale tiene anche oggi i figli dei proscritti incapaci dei pubblici
diritti. Costoro brulicano a migliaja di migliaja, e s’affretterebbero
da tutta Italia a far grosse le legioni di colui che sentisse aver
tanto di forza da ricostituire su novelle fondamenta la repubblica
nostra, e sulla vasta base del diritto sociale ripiantare la grandezza
romana che l’aristocrazia, ristretta sì ma tenace e profonda, minaccia
dalle radici.
«Queste cose io proclamerei, se credessi opportuno oggi di tentare
un’impresa pericolosissima qual è quella di cui mi hai parlato e mi
parli. Ma io dissi quel che dissi, solo a sfoggio di parole, come se
Apollonio Rodio volesse farmi argomentare su d’un tema qualunque. Però
come io tenni e tengo e terrò il segreto, anche tu lo terrai; e se i
miei pensieri ti fossero per giovare, falli tuoi, che io non ne voglio
sapere. E ancora ti sconsiglio dal tentare una sì audace impresa.»
Catilina non ripetè parola, e insiem cogli altri lasciò Cesare, il
quale nel salutarlo lo guardò con profonda significazione, e parea
volesse dirgli: Avevi a venir solo, e ti avrei parlato in diverso modo.
E Catilina, trovatosi libero coi colleghi: Or mi accorgo, disse, che
fu pessimo consiglio l’essere ritornati da costui. Ma basteremo noi
a tutto, e non parlò più. Sibbene fece tesoro delle parole di Cesare;
o per dir più giusto, gli parve di comprendere quanto colui fosse per
fare.
Veramente, leggendo l’orazione che poscia ei tenne ai congiurati,
orazione evidentemente inventata da Sallustio, non avremmo il diritto
di dir questo; ma come si può egli credere a quell’orazione; come si
può comprendere l’acutezza di Catilina se fossero veri quei due passi
della concione dove le parole contraddicono ai fatti e alle asserzioni
stesse di Crispo:
«Anzi che una misera, obbrobriosa vita (è Sallustio che sfoggia arte
oratoria per bocca di Catilina), e fatta omai dell’altrui superbia
ludibrio, senza onore si perda, non è egli meglio da vittoriosi morire?
Ma gli uomini attesto e gli Dei, ch’ella sta in noi la vittoria, non in
costoro fra le diuturne loro ricchezze invecchiati, avviliti....
«Qual uomo di virile animo soffrirà che ricchezze a costoro
sopravanzino da fabbricar nei mari ed i monti appianare, mentre il
necessario perfino a noi manca? Due e più palagi a costoro; a noi un
tugurio neppure.»
Ma basti di Sallustio, al quale domanderemmo, se rivivesse, come abbia
potuto, in quel breve riassunto della congiura Catilinaria far dire
in un luogo tali parole a Catilina, e in un altro narrare in che modo
colui abbia potuto adunarsi intorno a sè tanti giovinetti; col donare
cioè a chi cavalli, a chi statue, a chi danaro. Quei giovani, a sì
strane parole, avrebbero prorotto in tali risa da far dileguare ogni
disegno di congiura, e da farne andare scornato lo stesso Catilina.