dipendevano dalla giurisdizione privata. V’erano gli ergastoli urbani
e i suburbani o campestri. I primi stavano nei vasti sotterranei dei
palagi patrizj; gli altri presso le ville e nelle campagne. Gli schiavi
e i servi colpevoli venivan chiusi nei suburbani; e durante il giorno,
trascinando le catene, e sotto l’assidua minaccia della verga del servo
custode, lavoravano i campi. I non colpevoli empivano i sotterranei
dei palagi romani. Attendevano a lavori diversi: le donne a tesser
lini, a cucire saj, a listar clamidi e toghe, ad apprestar pepli;
gli uomini a lavorar calcei e solee, a tingere del colore del pesce
triglia, che latinamente chiamavasi _mullus_, il mulleolo lunato ed
il cucirvi sull’estremo il C, significante il numero centenario dei
Romani: a preparare i calcei puri o _peroni_ per la folla dei servi e
degli schiavi. Era interdetto ogni sorta di lavoro che desse fragore
e potesse turbare i tripudj dei lucidi triclinj ove sdrajavansi i
padroni, o i profondi silenzj delle camere cubiculari.
La giovane Gordiene era stata chiusa dal padre di Marco Sceva nel
sotterraneo appunto del suo ampio palagio.
In quel vasto antro dove s’affollavano uomini e donne a centinaja,
gemeva Gordiene e malediceva al padre di Marco e supplicava gli Dei
perchè mandassero il giovane valoroso in suo soccorso. Ma colà invece
discendeva il padre a vederla, a parlarle, a tentarla, a minacciarla; e
sovente se la faceva condurre nelle segrete stanze, dove colla violenza
avrebbe soddisfatto alle brame procaci, se essa la prima volta levando
da una guaina d’oro che teneva nell’aureo cinto una breve lama ricurva
non avesse così parlato:
— Questa, disse al vecchio Publio, è intinta di veleno d’aspide; tu
mi puoi trafiggere a morte; ma tu cadrai senza vita prima di me, come
fossi colto dal fulmine, se appena di un punto ti sfioro la pelle.
Re Mitridate, maestro in preparar veleni, diede un tal dono a me ed a
Stratonica divina, perchè fosse custodia alla beltà nostra, e sgomento
alla violenza dei tentatori. —
Il giorno in cui Marco Sceva fu alla casa di Cesare, Gordiene era stata
insidiata dal padre di lui, ed ella, come sempre, avealo respinto e
atterrito col funesto splendore dell’avvelenata lama.
Però il padre di Marco, temendo e considerando che la via della
violenza gli era interdetta, ricorse alle blandizie, alle promesse,
giurò alla fanciulla l’avrebbe rimessa in libertà e resala degna
d’essere invidiata dalle più nobili dame romane; ma Gordiene era
incrollabile; e alzando la voce e facendo vibrare in suon minaccioso
e beffardo il suo greco accento: — Antepongo, esclamava, di essere
schiava del figlio tuo, che libera con te e per te. —
Marco, quando venne al Palatino per recarsi al palagio di Catilina,
ritorse il passo e tornò al palagio paterno.
FINE DEL PRIMO VOLUME.
INDICE DEL PRIMO VOLUME.
PRELUDIO _Pag._ 7
I. Il trionfo di Pompeo e l’adolescente Cesare » 17
II. Laja pittrice e il ritratto di Cesare » 33
III. Cesare, Sallustio e Catilina » 55
IV. Attica accademia di musica e poesia nel
palazzo dell’eminente Sempronia » 75
V. L’ira di Cetego » 101
VI. Aurelia e Catilina » 121
VII. La morte di Cetego » 137
VIII. Morte d’Aurelia » 157
IX. Sempronia e Catilina » 187
X. I giuochi del Circo Massimo » 197
XI. Incoronazione di Cesare nel Circo Massimo » 223
XII. Sallustio e la Catilinaria » 243
XIII. La patria potestà » 261
XIV. Marco Sceva » 277
XV. Gli ergastoli presso gli antichi Romani » 293
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.