ed Aventino. Costrutto con legno in principio, fu al tempo dei Scipioni
rifatto con marmi e pietre e mura laterizie. Appellavasi _Massimo_ per
la sua ampiezza. Plinio lasciò scritto ch’era lungo circa duemila e
duecento piedi, largo intorno a mille. Secondo Dionigi d’Alicarnasso,
poteva contenere 150 mila persone ai tempi di Tarquinio; secondo
Plinio, 260 mila al tempo dei Scipioni; secondo Aurelio Vittore,
al tempo di Cesare, la sua grandezza era tale da contenere 300 mila
persone. Quel circo era più lungo che largo, la parte anteriore a linea
retta, la posteriore a linea curva. Era cinto da portici di sessanta
arcate.
Sotto que’ portici aprivansi botteghe per la vendita di commestibili,
ed anche di mercanzie (_tabernæ mercatorum_); sovra que’ portici erano
sedili di pietra a scalea. V’eran le carceri a vôlta pei cavalli e
i carri e le bighe; tra i portici e il vacuo scorreva l’_Euripo_, il
quale era un canale largo e profondo. Le mete eran di legno dorato;
nel mezzo sorgeva un alto obelisco dedicato al Sole (_obeliscus Solis_)
quasi albero di nave; presso al quale sorgeva il suo tempio, e intorno
i simulacri delle dee Pollenza e Cerere e Libera e Murcia e Venere.
Fino al tempo di Cesare non si davano che spettacoli romanamente
ma grettamente popolari, ma la distinzione e l’eleganza greca dei
giuochi olimpici non cominciò che con Cesare. Le gare non v’eran
sostenute che dai giovani patrizj di Roma. Non fu che sotto Costanzo
che nel Circo Massimo si diedero combattimenti di gladiatori; e sotto
Claudiano caccie di leoni e di tigri. Se il Colosseo, che a noi posteri
impiccioliti, sembra la costruzione più gigantesca e poderosa e insigne
di magistero architettonico che vanti l’antichità, non conteneva che
80 mila spettatori; se la moderna Arena milanese, che in altezza è la
sesta parte del Colosseo, ma in area è il doppio, pur non potrebbe
contenere che 40 mila spettatori pigiatissimi, l’immaginazione si
smarrisce pensando ai 300 mila spettatori che potevano sedere nel Circo
Massimo, e quasi è tentata a credere mendace Aurelio Vittore, se questo
non fosse rinfrancato dall’autorità di Dionigi d’Alicarnasso e di
Plinio.
Ventiquattro erano i giovani patrizj che intervenivano a dar spettacolo
di sè correndo a piedi, a cavallo, sui carri, nelle bighe. Nessuno
doveva aver varcato il quinto lustro. Venivano scelti fra quanti si
presentavano agli esperimenti, i quali duravano otto giorni prima della
festa. Nè solo in quegli esperimenti davasi il _diritto di corsa_ alla
prevalente valentìa personale, ma sì anche alla bellezza fisica. A pari
valore il più bello era prescelto. Presiedeva a tale giudizio l’Edile
di Roma; e i giudici non dovevan essere romani, ma d’altre parti
d’Italia, e meglio della Grecia; ed eran pittori e scultori tra i più
celebrati. Que’ giovani dovevano aver tutti militato in due campagne
almeno; e se avevano guadagnato la corona civica o la murale o qualche
altra onoranza di guerra, poteva bastare anche una campagna sola. Era
dunque per tali cagioni desideratissima quella maniera di spettacoli
in Roma. Le dame romane poi e le nubili fanciulle aspiranti ad amori
e a sponsali, e le vergini vestali istesse, sollecitate da irrequieti
ardori del sangue, trovavano acutissimo il diletto nel sedere colà
spettatrici. Per tutti poi era pieno del più alto interesse il vedere
in quei giovani eletti le speranze più insigni della patria, destinati
forse a diventar conquistatori ed eroi.
Nell’ora che appellavasi _sol_, e correva tra l’inclinazione del
meriggio e la _suprema tempestas_, il popolo entrò per dodici arcate
che stavan presso alle _tabernæ mercatorum_, dove i più comperavan pane
e commestibili, e frutta e aranci e cedri a soddisfare l’aspettato
desío del cibo e l’inevitabile sete. Gli ordini più distinti dei
cittadini, gli uomini di toga e di spada, colle mogli, coi figli,
entravano per la porta di quattro alte edicole, che si chiamavano
_Mœniana_, i capi saldi del circo, sormontati da quadrighe di bronzo.
I due consoli, il sommo pontefice, i sacerdoti, il capo degli auguri,
l’Edile, le Vestali entravano per la porta massima dei grandiosi atrj
che costituivano la facciata del circo, e si chiamavano _Oppida_. Qui
sorgeva il palco dei giudici presso alla meta. Quale spettacolo fosse
già per sè solo la vista di circa 300 mila persone tutte addensate in
un luogo, la fantasia se lo figuri. Suonava d’ogni intorno quell’ampio
ricinto della gran voce del popolo, spezzata in molteplici parlari:
e pareva il Tevere quando, muggendo, s’affretta alla foce. Al fine
squillarono le trombe, al cenno dell’Edile cessò il rumore delle
voci, e il vasto silenzio significava che tutte le pupille erano
rivolte alle Carceri, donde dovevano uscire nelle bighe i ventiquattro
giovani eletti per fare il primo giro così detto d’introduzione. E le
ventiquattro bighe uscirono, ed eruppe un applauso che squarciò l’aria,
e le bighe in tre file di otto per ciascuna procedettero lentissime, e
quasi radendo le balaustre dei podj, perchè gli incliti aurighi fosser
veduti più dappresso dagli spettatori.
Nella prima fila bello e poderoso appariva il giovinetto Isaurico
Servilio, trionfatore della Cilicia. A lui la Parca appena
Il decimo ed ottavo anno filava.
e già aveva pugnato su tre campi di battaglia; infelicissimo tuttavia
per non avere ancora meritato corone. Presso lui procedeva Clodio —
Clodio Apollo, — com’era soprannominato in Roma dalle dame e dalle
fanciulle, e perchè aveva fulva la morbidissima chioma che gli scorreva
sul collo, ad onta del più rigido costume romano, e bianco-rosea
aveva la pelle; e nell’arco del sopracciglio e in quello del labbro e
del mento fidiaco recava invero le sembianze dell’Apollo greco. Viso
di fanciulla era quello e pareva esprimere indole soave e gentili
costumi. Ma Nerone invece e Caligola ed Eliogabalo insieme ei sarebbe
riuscito, se, nato duecento anni dopo, gli fosse toccato in sorte
l’impero romano. Nato negli ultimi tempi della repubblica, si dilettò
ad empir Roma di stragi, e a far delle leggi ludibrio, e a gettare
insidie perpetue a quelli che invidiava ed odiava. Pur le fanciulle
inconsapevoli lo guardavano ammirate; e Pompea, l’adolescente figliuola
di Pompeo, arse d’incompreso ardore quand’egli la saettò d’uno sguardo
lungo — amoroso.
Nel mezzo della prima fila, non a caso concedendo ai cavalli le
briglie in modo che di tutta la testa sopravanzassero gli altri, per
cui, facendo della propria biga un cuneo, pareva primo e duce agli
altri, procedeva il superbo Scipione, il pronipote dell’Africano;
faccia rigorosamente romana, severa come lo stile dorico, straniera al
sorriso, non ammorbidita mai da uno sguardo benigno; teneva capelli
fitti e brevi, e barba intera, invadente i zigomatici. Non amava
nessuno, se si eccettui Catone; non era amato da nessuno. Presso al
quinto lustro, avea già combattuto in quattro battaglie con valore
incredibile; ma l’intelletto non era pari al suo braccio, nè alla
costanza del volere. Aspirava al primato, credendo che il sangue degli
avi lo dovesse costituire in eccezionale privilegio. Ma quasi che
l’arte volesse sfoggiare la virtù dei contrasti, accanto a lui veniva
Tullo Fideno, più noto in Roma pel soprannome di _Favonio_. Caro alle
Grazie, soffuso il volto di una tinta di beatitudine perpetua che
gli derivava dalla sanissima epa e dalla bontà del cuore, sollevava
sempre, al suo comparire, un giocondo rumore fra i cori delle fanciulle
danzanti in mezzo agli allori e gli oliveti del Pincio, e quel rumore
pareva fremito di foglie agitate dall’aura primaverile; ed egli era
invero balsamico come quell’aura, e come quell’aura veloce e lieve
nelle gare delle corse pedestri. Onde un dì l’epigrammatico Cicerone lo
appellò _Favonio_, nome che per l’uso si sovrappose poscia al vetusto
della casa Fidena.
Nella seconda fila veniva il figliuolo di Dolabella, che, seguito il
padre in Asia, imitatore così del valore come della rapacità paterna,
era tornato a Roma ricco di talenti argentei e di gemme preziose e
di statue d’oro rapite ai templi delle divinità straniere; e presso
Dolabella veniva Cajo Popilio, già nemicissimo di Cesare per la
competenza nel tribunato dei soldati. E Cesare era l’ultimo della terza
fila, e non a caso s’era locato ultimo; e presso lui stavan Cassio e
Casca. Il fato aveva così ravvicinato que’ tre giovani, apprestando
alla storia l’inesauribile tema.
Le tuniche di quei ventiquattro giovani, facendo combinazione con delle
fasce trasversali e con un nastro serico onde ciascuno chiudeva il
volume dei capegli, li facevano distinguere anche da lontano, essendo
state infisse alle colonne che dividevano i 24 compartimenti del
circo altrettante tavole, che a grandi caratteri mostravano i nomi dei
gareggianti.
Così, per modo d’esempio, Scipione vestiva la tunica porporina,
colla fascia e nastro bianco; Favonio appariva ceruleo tutto; Giulio
Cesare portava la tunica alba, attraversata da una fascia azzurra, e
sul nastro che si fermava alla sommità del fronte, luceva una stella
contesta con zaffiri dell’Eritreo, e gli luceva in fronte a significar
Venere progenitrice e l’alta origine divina.
Compiuto il giro del circo, fra i continui battimani e i sonori
_salvete_ del virile pubblico, le ventiquattro bighe rientrarono nelle
Carceri; e dopo qualche tempo, allo squillo delle trombe circensi, i
ventiquattro uscirono tutti, chiamati ad uno ad uno, secondo portava
la scelta della sorte; chè l’ultimo dei ventiquattro, ossia colui che
era il più lontano dall’_Euripo_, si trovava nella condizione peggiore.
Primo venne chiamato Scipione; Giulio Cesare fu il quarto; Favonio
riuscì terz’ultimo. La prima gara era quella della corsa a piedi, come
quella in cui dovevano i gareggianti adoperare tutte le forze proprie.
E in quel giorno il desiderio e l’attenzione e l’aspettazione e
l’interesse erano più vivi che mai, per la ragione che sapevasi che, di
tutti, senza confronto, i più veloci corridori erano Favonio e Cesare;
e che tra loro non erasi mai potuto, in molte altre gare d’esperimento,
sentenziare con certezza quale dei due fosse il più veloce. Bene la
maggior parte parea propendere per Favonio, ma Cesare l’avea pur vinto
molte volte, e allorchè Favonio lo potè sorpassare, tosto correva
per Roma la voce che Cesare, il ricercato amante, avea lasciate le
forze sul non suo talamo; e si pronunciavano i nomi delle afrodisiache
spossatrici.
I soldati, i forti, gli uomini, anche le dame, stavano tutte per
Cesare; ma le fanciulle ingenue, che, pur guardandolo con deferenza,
eran sovente sgominate dal lampo del suo sguardo, il quale spesso
rivelava l’interna battaglia del pensiero che, dimentico e di voluttà
e d’amori e tediato dello spettacolo della beltà, inseguiva coll’ansia
dell’ambizione il potere ed il dominio; le fanciulle dunque stavan
tutte per Favonio, e tremarono per lui, quando al suono della tromba i
ventiquattro si slanciarono al corso. A Cesare era toccato il numero
due presso il podio; a Favonio il quattordicesimo. Cesare apparve
dunque subito il primo al primissimo slancio. Da ventiquattr’ore non
avea fatto un passo; aveva dormito profondo la notte; s’era nudrito
sobriamente tra il mattino e il pomeriggio, ed erasi immerso in un
bagno tepido, soffregandosi il corpo con manipoli di foglie di menta
decotte; chè credevasi allora potessero comunicar robustezza. Tutto il
primo giro fu primo e quasi tutto il secondo; ma al finire di questo,
Favonio gli fu presso, poi lo sorpassò, e al principiar del terzo
gli stette pari e tornò secondo, forse per aver dato il piede in una
scheggia di sasso o d’altro, e Cesare gli era innanzi d’una decina di
palmi romani. Gli gridò allora Favonio: — Deh, Cesare, lascia a me il
premio. — S’io rimango secondo, perdo la fanciulla mia, che mi vuol
primo o mi nega. — Io sento la morte nella tua vittoria.
Cesare udì, pensò più che mai il passo, e i dieci palmi diventaron
venti o ventiquattro. Se non che, quando fu lontano dalla meta la stesa
di due braccia, fermossi a un tratto, e disse a Favonio: — Va avanti e
sii il primo.
Tutto il Circo assurse a quella fermata non attesa di Cesare; e il
silenzio dominò quelle trecento mila bocche; e discese l’Edile e
discesero i giudici dal seggio, e interrogaron Cesare e Favonio.
— E che avvenne, o Giulio?
— Nulla avvenne, ma il premio dev’esser dato a lui, come il più veloce.
Guardate che il suo destro piè fa sangue. Qualche sasso avverso
lo ferì; però non accetto i profitti dall’altrui disgrazia. Egli
meritamente è il primo.
Per tutto il circo correva una domanda sola; ma qualche tempo dopo,
dal seggio dei consoli e dell’Edile e dei giudici, volò la risposta
per tutto il circo; e l’entusiasmo fu immenso; e — Viva Giulio Cesare!
si gridava da tutte le parti. Ma i giudici stettero dubbiosi nel
pronunciare la sentenza. Gli uni dicevano non essere nella consuetudine
il tener conto delle sventure; però doversi il premio a Cesare; altri
dicevano che il primo giunto alla meta era stato Favonio; e parimenti
non essere nella consuetudine di tener conto delle cagioni, ma del
fatto ultimo e compiuto. Però, fatto arbitro l’Edile, questi decretò
doversi dare il primo premio a Favonio, e un premio straordinario o
di eccezione a Cesare. I consoli confermarono il giudizio dell’Edile.
Quando Favonio ricevette il premio, che fu un caduceo d’oro, Cesare
lo baciò in fronte, e alla sua volta ei ricevette dall’Edile un anello
prezioso che quegli si trasse dal dito; e così i due premiati rifacendo
il giro del circo, avvolti nell’onda assordante dei più frenetici
applausi, ritornarono alle Carceri.
Scorso un quarto d’ora, squillarono le trombe e uscirono dodici bighe.
Perchè lo spazio interposto tra l’Euripo e il Podio fosse sufficiente
al corso delle bighe, se per caso avessero a venir tutte di fronte, i
gareggianti si dividevano in due schiere di dodici ciascuna. Fatti tre
giri la prima, usciva la seconda, che faceva altrettanti giri. Il primo
e il secondo delle due schiere, ossia i quattro prevalenti rimasti
soli, correvan poscia gli ultimi tre giri, e quegli solo che primo
toccava la meta toccava il premio.
Questa corsa non pareva presentare interesse veruno, e la ragione era
chiara. Nelle corse d’esperimento s’era conosciuto che Cesare aveva
asserito il vero, allorchè disse di possedere i due poledri più veloci
che allora fossero in Roma, e gl’increduli non avevano più trovato
inverosimile che, fatti venire appositamente dai presepi dell’Arabia
Felice, gli fossero costati dodici talenti (circa ottantaquattro mila
lire italiane). Era dunque una gara di ricchezza e di prodigalità più
che di valentía, e già se ne poteva indovinare l’esito. Primi nelle
due corse di preparazione erano stati Cesare e Scipione; nella seconda
Dolabella e Favonio, i quali ricomparvero poi nella corsa _decretoria_.
Quale guidatore di cavalli Cesare era insigne, senza dubbio il primo;
onde nella prima corsa aveva lasciato indietro di un giro e mezzo gli
altri. Ma anche a Scipione intervenne lo stesso; e i suoi cavalli erano
nati in Roma, da una famosa coppia andalusina che Sertorio, durando la
guerra ispanica, aveva mandato in dono al padre di lui.
Scipione adunque, Cesare, Dolabella e Favonio usciron dalle Carceri e
si fermarono rigorosamente a quella riga nera trasversale che concedeva
a colui che trovavasi nel posto men vantaggioso qualche palmo più
innanzi degli altri. Suonò la tromba; al terzo squillo si slanciarono
al corso. Era profondissimo il silenzio, tanto l’attenzione generale
era concentrata. Sì Cesare che Scipione rattenevano i cavalli a quanta
forza avevan nelle braccia; di maniera che Dolabella e Favonio furono
di qualche palmo innanzi a loro nel primo giro; al secondo Scipione
tenne men tese le redini e volò innanzi a Cesare d’un mezzo giro
buonamente. Ma Cesare, a questo punto, rallentò le redini, e i suoi
cavalli che rilucevano all’ultimo sole pel serico pelo dorato che
pareva murrina cangiante, si precipitarono furiosi al corso; e parevano
acque di torrente rovinanti improvvise pei levati incastri. Passarono
il mezzo giro, un istante furon presso alla biga di Scipione, la
sorpassarono a volo, e una ruota sola della biga cesarea toccava terra.
Trovossi un giro intero innanzi a tutti, venne alla meta, la sorpassò;
e dovette cedere ai cavalli, che, sfrenati a quel modo e indarno
trattenuti, ripercorsero un altro giro intero. L’entusiasmo fu al
colmo. Tutta Roma là raddensata ululava frenetica. Applaudiva l’Edile,
applaudivano i consoli.
Il premio fu un elmo e uno scudo di preziosa materia e di più prezioso
lavoro; Cesare fece il consueto giro del vincitore, glorioso della
velocità incomparabile de’ suoi cavalli; e rientrò per prepararsi
all’ultima gara. Quest’era la più aspettata dal pubblico, la più
difficile e la più pericolosa pei contendenti! Essi dovevano correre
il pallio su cavalli che non conoscevano, cavalli della razza romana
allevati a spese dell’erario; poledri ardenti, già domati a sopportare
il cavaliere, ma bisognosi ancora di lungo ammaestramento; e però assai
pericolosi e pei vizii che ancor tenevano; e perchè, non sapendo i
cavalieri circensi l’indole particolare di ciascuno, e il grado della
forza e della velocità, più ancora che alla propria valentía, la quale
doveva essere insigne, bisognava che si raccomandassero alla fortuna.
Nelle corse d’esperimento quei cavalli, scelti a sorte, erano già
stati adoperati; ma dovendosi ancor sorteggiare nella gara circense,
le difficoltà e i pericoli rimanevano gli stessi. I ventiquattro
cavalli furon tratti fuori. Ciascuno portava un numero sulla fronte.
I contendenti vennero chiamati dall’Edile per ordine d’alfabeto.
Un fanciullo estraeva i numeri, e al cavaliere veniva consegnato
il cavallo che la sorte aveagli decretato. Adempiuto a questo, i
ventiquattro contendenti salirono in groppa. Volate, impennate, scarti,
salti, agitamenti di testa, fremiti, sbuffi furono le prime difficoltà
a superare.
Ma alfine potè incominciare la corsa.
Il premio, come sempre, era dato al primo che toccava la meta; ma con
questa particolarità in tal gara, che tutto era permesso per giungervi;
qualunque astuzia, qualunque inganno. Bastava toccarla primo. Nè è a
dire quanto il pubblico romano si appassionasse a tale spettacolo.
Spinti i cavalli alla corsa, slanciatone uno, e fu quello toccato a
Scipione, successe la gara naturale fra i poledri stessi. Ma allora
avvennero accidenti molteplici che lasciavano ognora in ansia gli
spettatori. Favonio, appena giunto a mezzo del primo giro, dovette
acconciarsi a retrocedere col cavallo che lo riportò di sbalzo nelle
Carceri. Il cavallo di Scipione, che fu primo in tutto il primo
giro, quando fu percosso dal flagello di Dolabella che veniva presso
Scipione, questo fu di colpo sbalzato di groppa, e venne così a far due
o tre capivoltate a terra avvolto ne’ globi della polvere olimpica.
Cesare, il primo dei cavalcatori di Roma, come tutti gli storici
suoi contemporanei e i posteri narran concordi, e in conseguenza
invidiato e temuto nelle gare, stava apprensivo e in guardia e
oculatissimo; però approfittando della sventura di Scipione, sospinse
il cavallo fino a sorpassar tutti gli altri. Ma venendogli d’accosto
Clodio, che gli sferzò improvviso il cavallo, imitando Dolabella, fu
portato a impennate nel mezzo del campo, e sarebbe stato rovesciato
nell’_Euripo_, s’ei non fosse sbalzato a terra e lasciato il cavallo
in balìa di sè; ma fu vendicato da Lutazio, che fece rotolare nella
polvere l’imprecante Clodio. Cesare, fremendo, chiuso in sè, stava
attento alla corsa; chè usciti che furono i più viziosi poledri, parea
procedesse regolarmente. A lui mordeva di trovarsi fra quei cinque o
sei ch’eran caduti a terra. Guardava dunque attentissimo ogni cosa, e
pensava se gli potesse venir fatto qualche tentativo straordinario; e a
un certo punto, Cassio apparve primo, e di tanto sopravanzò gli altri,
che oramai non rimaneva più dubbio sul vincitore.
Cesare il vide venir precipitoso. Stette in sull’ale allora, e quando
Cassio fu vicinissimo, ei misurò il tempo, spiccò un salto, e in men
che non si dice, fu in groppa, strappò il freno di mano a Cassio che
rovesciò nella polvere; e Cesare procedette innanzi fra gli applausi
del Circo frenetico d’entusiasmo pel colpo inatteso, e toccò primo la
meta.
Ma che nodo inestricabile di eventi si generò da questo fatto! e che
odio si preparò Cesare; e come forse gli idi di marzo si collegarono
a quella prima offesa toccata al pallido Cassio; e d’altra parte, che
nuovi e strani e perigliosi amori femminei si apprestarono a Cesare per
quella triplice vittoria!
XI.
INCORONAZIONE DI CESARE NEL CIRCO MASSIMO.
Una delle ragioni, anzi la sola veramente forte ragione per la quale
Cesare aveva desiderato di ottenere la triplice vittoria (e quando
dovette scavalcare pel traditore flagello di Clodio, aveva affrontato
alla sua volta, la più ardua difficoltà degli esercizii equestri,
saltando in groppa al cavallo già vincitore di Cassio e rovesciando
l’amico nella polvere circense), fu la specialità del diritto che
a lui concedeva quella triplice vittoria appunto. Il caso che un
_concorrente_ riuscisse ad ottenere tutti i premi delle gare erasi,
in tanti anni, verificato sì rare volte, che lo si reputava quasi
improbabile, e in ogni modo tanto eccezionale da costituire in un
diritto eccezionale anche il vincitore. Questi adunque oltre il premio
comune della corsa, riceveva dall’Edile una corona d’alloro; ma la
specialità del diritto consisteva in questo, ch’egli, fra le fanciulle
patrizie che sedevano al Pulvinare, poteva scegliere quella che doveva
incoronarlo. Saliva perciò in aureo cocchio e, accompagnato a piedi
da tutti i competitori, sedendogli accanto il sacerdote di Vulcano che
gli portava la corona, faceva il giro di tutto il circo, poi, fermatosi
innanzi al Pulvinare, nominava ad alta voce quella che doveva porgli
la corona sul capo. E Cesare salì in cocchio e compì il giro, e quando
stette innanzi al Pulvinare nominò Servilia.
Era quello un onore grandemente ambito dalle fanciulle romane. E in
quel dì molte vi aspirarono tremando ansiose quando Cesare fu per
pronunciare l’inclito nome. E grande fu la meraviglia in tutti quando
sentirono prescelta Servilia; e dolorosa e dispettosa la sorpresa in
lei, che detestava Cesare, pensando che per esso, quantunque si fosse
scolpato nell’orazione funebre per Cetego, questo non aveva potuto
sopportare il ferro di Catilina. Alzò gli occhi al cielo; ma dovette
assurgere, quando le vergini vestali, dal loro posto distinto, come
voleva la cerimonia, le si fecero accanto per accompagnarla sull’alto
ripiano della scalea che dal Pulvinare metteva nel circo. Cesare,
sebbene fosse già per la seconda volta marito, marito di Cornelia e da
essa idolatrato fino al delirio; e la soave e infelice sposa sentisse
già nella salute affranta gli effetti di un amore sconfinato e non
corrisposto; pure ei non seppe o non volle dal dolore e dal rimorso
che talora lo investiva, accettare i consigli che lo dissuadevano dal
pensare ad altre donne e più che mai alla divina Servilia. Ma di colei
si accese fin d’allora che seppe come ella ardeva per Cetego: che gli
parea di non aver mai veduto forma di donna più perfetta, più elegante
e più attraente di quella: onde avvezzo a superare tutte le difficoltà
e ad appagare ogni aspirazione propria, aveva come giurato a sè stesso,
di tentar tutto che appena fosse nel possibile, perchè colei gli si
piegasse amorosa, dominata e vinta e irresistibilmente conquisa. Cesare
conosceva sè stesso, e in altre consimili vittorie erasi accorto di
possedere il fascino del crotalo che sulla propria lingua trisulca
sforza filomela a sollecitare il volo, pur nell’istante ch’essa geme
l’ultimo singulto.
E Cesare ascese la scalea, e fermossi sul penultimo grado, e il
sacerdote consegnò la corona a Servilia, che la prese tremando: