Cetego che già mi era addosso per squarciarmi il petto, oggi io sarei
qui al suo posto. E bene sarebbe stato; chè io dispero di eguagliare
così santa virtù; ma l’amor della vita è irresistibile nei mortali,
onde mi difesi e lui percossi. E non ero nemmeno armato. Ed or datemi
venia, o Romani, s’io parlai di me; datemi venia e considerate che lo
feci per mostrarvi ch’io non era indegno di pronunciare il compianto
sul sacro suo capo. Ma ogni sua lode stia tutta in queste mie
esortazioni che ora rivolgo alla eletta schiera dei giovinetti suoi
colleghi che, ammirando e ringraziando, qui vedo, e che insieme con lui
dalle labbra inspirate di Antioco Scalonita beveste la divina sapienza
di Socrate. E Socrate era il Nume del vostro giovinetto collega, e
morendo lo nominò. Vogliate dunque, o giovani, imitare l’estinto amico
vostro. Senza virtù, ei disse morendo, non si può aspirare ad amar la
patria. Con queste parole sacre ei si fece l’elogio da sè stesso. Fate
dunque che riviva Cetego in tutti voi, o giovinetti, speranza della
patria. Fategli onore imitandolo. E la luminosa ombra sua, là nei
beati Elisi, esulterà sapendo che lasciò di sè così forte amore e così
profonda traccia nella sua Roma che tanto idolatrò. —
Cesare discese. L’ammirazione della folla compunta era al colmo.
Il convoglio mosse verso il campo di Marte, dove facevasi la sepoltura
dei patrizii; i cadaveri della plebe aveano le loro fosse nel campo
Esquilino. Il rogo era colà apprestato; chè dopo Silla e negli ultimi
cento anni della repubblica, l’inumazione era stata abolita pei ricchi.
Il rogo era costrutto di legno di tasso, di pino e di frassino, ed
era coperto di rami di cipresso. Il corpo fu unto di nuovo, e dopo
che Clodio ebbe alzate le palpebre e dischiusi gli occhi all’estinto
e messogli tra i labbri l’obolo onde pagar Caronte, il cadavere fu
messo sulla catasta che incendiata lo vestì di fiamme altissime, le
quali lo trasmutarono in cenere e in aride ossa, che, lavate poi con
latte e vino, furono deposte dentro un’urna funeraria. Gli _ustori_
la consegnarono a Clodio e a tre giovinetti dell’età di Cetego che
dovevano deporla nel mausoleo di famiglia, sorgente lungi da Roma in
riva al mare, presso Ponte Gatera. Le tombe dei ricchi venivan quasi
tutte erette in riva al mare.
Adempiuto a tal rito, il sacrificatore immerse un ramo d’ulivo
nell’acqua lustrale, ne asperse gli astanti ad intento di
purificazione; finalmente la prefica _princeps: — Ilicet,_ pronunciò
ad alta voce, e significava _ire licet_; e un lungo e suonante _vale_
pronunciarono in risposta più migliaja d’astanti che tosto partirono;
e Clodio e i tre giovinetti, saliti in cocchio ed abbraccianti l’urna
viaggiarono per Ponte Gatera.
Tre giorni appresso nel vetusto palazzo di Cesare, che pur sorgeva sul
Palatino e dove dimorava la moglie sua, fu dato il convito funerario; e
nove giorni più tardi, nel palazzo di Lucullo, il quale era parente dei
Cetegi ed era tornato in Roma due giorni prima, fu data, per compire il
rito, la grande cena, così detta la _Novendiale_. La cena fu apprestata
in Apolline, ch’era la più suntuosa delle aule di Lucullo. — Quando
i convitati entrarono, i cori espressero un lugubre canto greco, il
celeberrimo canto che già Alessandro aveva fatto comporre da Alchemene
citaredo e musico per i funerali di Efestione. Tutti i convitati erano
avvolti in un manto nero e stettero in piedi ad ascoltare un compianto
che Lucullo disse in greco, perchè era presente il filosofo Antioco
Scalonita che non conosceva la lingua del Lazio. Allorchè Lucullo
si tacque, una fanciulla tutta velata a bruno ed a cui due altre
fanciulle, pure in gramaglia, tenean sollevato il peplo, girò intorno
intorno porgendo a ciascuno quel medesimo vaso di pietra murrina
che, già deposto presso il cadavere di Cetego, avea contenuto acqua
lustrale; e in quel momento era colmo invece di falerno consacrato
all’ara di Bacco, e sorseggiato prima dalle rituali labbra delle
vergini vestali. Quei vasi di pietra murrina eran stati portati per la
prima volta in Roma da Pompeo, e li avea consacrati a Giove Capitolino.
Un sol vaso di quella pietra, volendolo la gara ambiziosa dei ricchi
sfondati, costava ingenti somme. Quello che allora girava intorno, era
costato ottanta talenti, quasi mezzo milione di lire italiane; e in
seguito costarono ancora di più. Nerone ne acquistò uno per un milione
e mezzo. Il delirio degli acquirenti era generato dall’ignoranza della
materia onde constava quella pietra, varia di colori, ma più di rosso
e di bianco e di un terzo colore senza nome, ma fiammeggiante e che,
lumeggiando gli altri, produceva le tinte dell’arcobaleno. Que’ vasi
venivano tratti dall’Oriente e segnatamente dalla Parzia. (_Oriens
murrhina mittit; maxime Parthici regni_).
Adempiuto a codesta cerimonia, tutti i convivi svestirono la gramaglia
e comparvero in candida toga. Lucullo disse altre parole, e si
assisero. Non erano più di dodici, perchè i Romani, eccettuate le
grandi solennità pubbliche dove i convitati non si contavano, non
amavan di varcare quel numero; e quando non potevano esser dodici,
avevano gran cura di trovarsi nel triclinio in numero dispari, di
tre, di sette, di nove. Lucullo, il padrone, collocossi, come voleva
l’infrangibile costume, sul letto a dritta in capo del desco. Il letto
più onorevole essendo quel di mezzo, vi fu messo a sedere il retore
Diodato, settantenne, e ciò per omaggio alla sua gran fama, alle sue
virtù, alla sua grave età, ed anche per gli obblighi impreteribili
dell’ospitalità; vi sedettero Antioco Scalonita, Filone platonico,
e Apollonio rodio, venuto a visitar Roma e dove, venerato da tutti,
dimorava da più mesi. Essi furono invitati da Lucullo a quella
_novendiale_ per essere stati maestri al giovane Cetego. Crasso sedette
all’estremità a sinistra insieme con Cicerone e Sallustio. Catone si
assise con Cesare, al quale, essendo il più giovane, fu dato l’ultimo
posto che era quello dell’estremità a destra.
L’ebano, il cedro, l’avorio, l’oro e l’argento erano le materie
ond’erano contesti e fregiati i triclinj. I cuscini, aspri di gemme,
rosseggiavan di porpora a ricami d’oro. Sui tripodi ardevan fiamme
diffondenti aromatici odori. E gli uomini assisi a quel triclinio
rappresentavano compiutamente la condizione degli ultimi cento anni
della repubblica romana, dai quali doveva scaturire tutta quanta la
posterità. L’esule sapienza greca, venuta a diffondere in Roma un
tal grado di coltura, che attraversando gl’intelletti di Cesare e di
Cicerone e di Sallustio, doveva preparare poi il secol d’oro della
letteratura latina. Lucullo, stracco di guerre e di vittorie, obeso
di ricchezze, reduce dalle spedizioni in Oriente, profondente già il
lusso asiatico che doveva corroder Roma e prepararne la decadenza ed
apprestare le brache muliebri dell’imberbe Eliogabalo. Catone l’estremo
raggio del passato; Cesare la torbida luce del futuro; Pompeo, il
trionfo della mediocrità inghirlandata; Cicerone la sapienza onnigena
che, circuendo le questioni da tutti i lati, si arresta ognora nel
dubbio scientifico e pratico; e s’accosta senza fiducia a tutti i
partiti, e non sa a che appigliarsi, e fa ridere di pietà l’ignoranza
imperterrita che va dritta come saetta al suo scopo, e s’accampa nelle
sedi del genio. Il convivio fu protratto a notte alta. Levate le mense,
Lucullo pronunciò un altro discorso nel greco idioma. Il falerno
intanto girava in copia, talchè i greci filosofi parean trasmutati
in ebriosi Anacreonti; e Cicerone parlava greco, saettando d’obliqui
strali intinti d’amabile piacevolezza il Magno Pompeo, che, appena
intendendo greco e non sapendolo parlare, faceva umilissima figura in
quel simposio, sebbene imperatore laureato; Cesare solo non beveva;
eppur s’era assiso accanto al rigido Catone già tutto arrubinato
di falerno bevuto a larghe canne. Catone, virtuoso in tutto, solo
in ciò eccedeva; Cesare, corrotto, e fallace, e vizioso, e ognora
mascherato, quando il voleva, d’iridescenti virtù, in questo solo era
irrimproverabile. Ma l’uno doveva morire per la repubblica e non avea
timore che i suoi desiderii trapelassero dal sincero lieo; l’altro
invece aveva a preparar l’impero, e la tranquilla e cauta linfa doveva
mascherare i suoi disegni.
Intanto che i funerei convivi di Lucullo, giocondissimi di falerno
più che addolorati per la morte di Cetego, uscivano dall’alto
palagio del più ricco allora e più prodigo dei Romani, del prode e
grande al pari dei più insigni, del capostipite dei sibariti futuri;
e riducevansi alle loro dimore; voci d’ire e d’affanno morale, e
imprecazioni furiali, e gemiti e pianti e preghiere udivansi nelle aule
dell’eminente Sempronia.
Catilina era uscito dal suo covo di belva e dalle ombre della pineta
che facea tetre le sponde di quel tratto del mare Interno; e saputo che
Aurelia dimorava presso Sempronia, inaspettato entrò nelle stanze di
questa, e inaspettato stette innanzi alla donna che ancora ei voleva,
la quale fremette e si alzò alla vista di lui.
— Dunque mi neghi tu, le disse, a quell’atto, Catilina.
— Non io ti nego, no, ma la sventura.
— E tanto amore, e tanto dolore, e tanto sangue sarà stato invano?
— Non fu invano il sangue, pur troppo. Esso ci ha divisi per sempre.
— Osi tu dirlo a me?
— L’ombra di Cetego lo comanda.
— E questo è l’amor tuo?... tu dunque m’ingannavi. Non è amore se non
quello che, ardendo indomabile, calca disprezzando tutte le cose umane
e divine, se queste gli si oppongono.
— Abbi pietà di me, Catilina; pensa a Roma; pensa alle pubbliche
maledizioni, se le nostre mani congiunte avessero a contaminare le are.
Catilina guatò a lungo Aurelia con occhi ardenti che non poterono
essere sopportati nè da quelli di lei nè da quelli di Sempronia, la
quale era presente, e, a qualche distanza, ritta e immobile e colle
ciglia aggrottate, quasi simulacro d’inesorabil diva, guardava e
fremeva, e insieme pur temeva e non osava parlare.
Catilina facea sgomento. Tacque assai tempo, tenendo fissi gli occhi
a terra, e di tanto in tanto facendo atti che accennavano l’orrenda
interna battaglia; poi a un tratto:
— Ebbene, proruppe, sieno dunque placati gli Dei del cielo, e
gl’inferni Dei, e i Romani tutti che tanto aborro, e le ombre del tuo
sposo primo e del tuo figlio unico, ma tu sii sacrificata a tutti. Sì,
tu morirai per mia mano qui, oggi, adesso — ed io mescerò, intermedio
questo mio ferro benefico, il solo benefico meco e pietoso, mescerò il
tuo sangue col mio, e morirò accanto a te.... e diede in uno scoppio di
pianto ineffabile, che sgorgando su quel terribile volto, faceva senso
più che se fosse stato sangue; e fu il primo e l’ultimo che versassero
gli occhi di Catilina. E pianse Aurelia... e pianse Sempronia...
chè Catilina in quel punto era sincero, ed estremo com’era in tutto,
l’amore che nutriva per Aurelia era tale che nessun umano concetto
arriverebbe a significarlo.
Aurelia, tutta in lagrime, si gettò allora ai piedi di Catilina, e:
— Abbi pace, gli disse. Tu mi hai vinta. Io sarò tua per sempre. Solo
concedimi otto giorni di abluzioni lustrali, ond’io possa placare i
numi. Io lascio Roma; nell’avita mia villa mi reco lungo il mare —
tu la conosci. Là saremo sposi, e tosto darem le vele ai venti; — e
Roma ci dimentichi e il mondo. Se tanto, come vedo, tu mi ami, a che
grandezza, a che potenza vuoi aspirar tu? A tutte cose l’amore sorvola
indomato. Tu lo hai detto.
Di tratto a Catilina tramutossi il volto: un raggio di gioia guizzò
negli occhi suoi, e:
— Ben lo sapevo. Non potevi tu essere mendace meco. Ora io ti lascio,
o donna. Solo io voglio assaporare questi momenti di gioja suprema,
che nemmeno gli dei possono aver maggiore; nè Giove, l’onnipotente
re del cielo. Addio, Aurelia; fra otto giorni ci rivedremo al mare.
Addio, Sempronia. Grandi, immortali cose noi dovevamo intraprendere. Ma
Aurelia mi fa disprezzatore d’ogni grandezza e d’ogni potenza divina ed
umana. Addio — e partì.
E Sergio Catilina uscì; e lentissimo, assaporando un orgoglioso gaudio,
per le profferte ultime di Aurelia e le ginocchia di lei piegate, vagò
lunga ora per le vie di Roma; e poscia risalì alle proprie case, donde,
fatti aggiogare al carro due ardenti poledri, ritornò a Nettuno, che
non molto distava dalle ville d’Aurelia; ritornò alla fittissima sua
pineta bruna; e nel centro di quella fe’ consacrare un’ara a Venere,
che tutta precinse di mirti e imbalsamò di fiori e al sommo vi depose
un vaso di marmo pario, nel quale, apertasi col proprio ferro una vena,
fece piovere molta onda di sangue, e fu sangue votivo — e per otto
giorni colà stette, leggendo e rileggendo, nelle ore diurne, la fedeltà
di Penelope nel greco d’Omero, e in Esiodo l’estremo sacrificio della
moglie entusiasta di Capaneo; e dormendo le notti abbandonato alla nuda
terra.
Aurelia lasciò Roma; condusse con sè la casa tutta, le ancelle,
gli schiavi, e rifiutò di essere accompagnata da Sempronia che le
si profferse. Venne alla sua villa in riva al mare. Si purificò; e
per otto dì, sparso il capo di cenere, stette innanzi all’effigie
dell’estinto marito e alla toga insanguinata del figlio. Ella amava
Catilina d’un amore inesplicabile; ma forse più per essere stata
attratta nel vortice violento del forsennato amore di lui, e per lo
sgomento ond’erane oppressa, che per elezione spontanea del cuore.
Perdurando nella purificazione e nel pianto penitente, pur era di
continuo esagitata da pensieri in assidua lotta tra loro. Le notti
aveva insonni; e se appena appena per la stanchezza del corpo, le si
chiudevano le palpebre, svegliavasi di colpo esterrefatta; e vedeva
l’ombra del marito e la più feroce ombra del figlio; e gemeva e
gettavasi in ginocchio e protendeva le braccia orando, non sapeva a
quali numi.
Ella considerava come, per Catilina, fosse disprezzata e insultata
da tutte le dame romane, invidiosissime della sua beltà, in confronto
della quale reggeva la sola di Sempronia; sapeva come la maggior parte
di quelle dame fossero assiepate d’amanti non amati e non temuti, a’
quali, nel fuggitivo delirio, concedevano ogni favore; ma la minore
avvenenza e il non esser insigni in arte nessuna, com’ella era, le
circuiva di opportuna e complice oscurità, la quale facevale beate e
trionfanti, pur tra il lezzo dei peccati che ad esse dovevan comandare
il rimorso e il pubblico vitupero a Roma. E misurava tutta la propria
sventura, e si disperava e tremava in aspettando Catilina. E sorse
l’ottavo giorno. Certissimamente ei sarebbe venuto. Inorridì Aurelia
a quel pensiero, e, stata immobile davanti all’effigie del marito e
baciata e ribaciata la toga di Cetego, e guardato a lungo il cielo,
quasi avesse voluto penetrare i regni superni a interrogar gli Dei; a
un tratto, fermato un proposito, chiamò e fece chiamare le ancelle e i
servi e gli schiavi quanti eran là a sè d’intorno; e:
— Preparatevi a partir tutti per Roma in sull’istante. Io rimango qui
sola.
Alcune ancelle le si fecero intorno, come sospettando una sventura, e:
— E perchè ne rimandi così, o padrona benefica?
— Non vi rimando. Sol vi prego di precedermi — lasciatemi sola qui. Ve
lo impongo; e lo disse in modo che nessuno più si oppose, e al liberto
che sopraintendeva alle domestiche faccende:
— Fa che si apra la porta massima del palagio, e stia aperta; e si
aprano le altre porte; e tutte rimangano spalancate insieme a quelle
che conducono a questa mia stanza. Che non intervenga inciampo; e
nessun uomo, nessuna donna non odasi più sotto a questo tetto; e il più
profondo silenzio lo circondi, prima che la clessidra segni passato il
_diluculo._
E tutti partirono e il silenzio circondò l’alto palagio, e soltanto
udivansi le onde del mare flagellar le rive. Passarono le ore della
_mane ad meridiem_; e da lunge a confondersi col mugghio marino s’udì
un rumor cupo di ruote, e di lì a poco il fischio d’un flagello equino
e uno scalpito affrettato di cavalli. Era Catilina che da Nettuno
veniva rapidissimo ed esultante, governando egli stesso le briglie.
E fu innanzi all’alta porta, che trovò spalancata e senza ostiarii.
Non ci pensò. Svoltò allora e girò nell’interno recinto e balzò dal
cocchio, lasciando le redini all’auriga. Fatti alcuni passi e non
vedendo comparir nessuno (chè di solito, come ognora vedevasi nei
palagi dei ricchi patrizii, una folla di servi ingombrava gli atrii
interni), stette sopra di sè un istante, e percorrendo gli atrii e le
stanze terrene anteriori e non scorgendo anima nata, si sentì tutto
cosparso di un sudore gelato; e penetrò nelle stanze più interne, e di
porta in porta venne a quella di Aurelia.
Ella giaceva sul proprio letto, immersa in un lago di sangue. Vedevasi
a terra una daga. Aurelia era avvolta nel peplo: nella sinistra teneva
la toga di Cetego; nella destra un papiro che parea stringere colle
dita irrigidite.
Catilina levò il papiro, lo scorse, e queste parole vi lesse: — _Morii
per placare le ombre del mio marito Cetego e di Cetego mio figlio. Vivi
e purga la tua fama._
Catilina mandò un gemito che non può essere narrato.
In quel punto anch’esso poteva comandare la pietà.
IX.
SEMPRONIA E CATILINA.
Sempronia aveva lasciato Roma alcuni giorni dopo Aurelia, e recossi,
correndo il tepido maggio, alla sontuosa sua villa, sorgente tra
Nettuno e Ponte Gatera, tre _miliarie_ da quella d’Aurelia. Allorchè
questa lasciò Roma sì d’improvviso, mostrando nell’aspetto un affanno
che parea provocare il turbamento mentale, e stette invincibile nel
respingere le profferte di Sempronia di accompagnarla, essa temette il
peggio, senza tuttavia osare di attraversare con violenza i desiderii
di Aurelia, che nella profondità del suo dolore diceva di voler vivere
in solitudine. Ma la molta casa di Drusilla ripartendo per Roma, così
avendo comandato la padrona, e le ancelle e i servi e il maggiordomo,
sospettando fosse per succedere qualche sventura, credettero opportuno
prender la via che da Ponte Gatera passava innanzi alla casa di
Sempronia, per avvisare qualche servo di lei onde a corso sforzato si
recasse a Roma a darle avviso di tutto, non potendo essi altrettanto
per la lentezza delle cavalcature. E così fecero; e avendovi trovato
Sempronia stessa, la misero in tale apprensione, ch’ella partì senza
por tempo in mezzo, e a velocissimo corso venne a Ponte Gatera troppo
tardi, ma pure non inutilmente.
Sapendo che il palagio doveva esser vuoto, non provò, anche per il
diverso affetto che nutriva per Aurelia, quell’orrido sgomento onde
Catilina era stato colpito; pure attraversò gli atrii tremebonda; con
respiro affannato mise il piede nella stanza d’Aurelia; vide, guardò,
mandò un gemito, s’accostò al letto insanguinato, toccò la fronte ad
Aurelia, chiamò ad alta voce Catilina, che, in ginocchio accanto al
letto, stringeva nella propria una mano della estinta, sulla quale
teneva impresso il labbro; onde, perdurando la immobilità di lui e il
profondo silenzio, pareva che il bacio estremo della disperazione si
fosse come pietrificato su di essa.
Sempronia lo chiamò ancora; ed ei si scosse, e alzò la testa, e guardò
colei attonito e a lungo. Pareva non la ravvisasse. E Sempronia scôrse
allora il papiro, e, non opponendosi Catilina, lo lesse, e:
— Scuotiti, o Sergio: te lo dice una donna che pure è sopraffatta dal
dolore.
E ciò dicendo, si gettò a sedere, e pareva non potesse più proseguire;
pur si fece forza, e accostatasi a Catilina:
— Sorgi, le ripetè. Parla. Ho bisogno di sentire una voce che risponda
alla mia. Sventurato sei tu; sventuratissimo. Io ti comprendo appieno.
Ma sorgi in ogni modo; e, vivendo per la gloria, glorifica la donna
tua, che morendo (già tutto indovino senza saperlo) si divise in due,
dandosi in olocausto al figlio, e legando a te il più sviscerato amore
espresso da queste parole immortali. Però avventuroso ancora io ti
reputo, o Sergio, pur nelle più acute fitte del tuo non comparabile
dolore.
Catilina si alzò, e senza parlare, ma con uno sguardo pieno di
significazione, strinse la mano di Sempronia.
— Vivrò, soggiunse poi: Aurelia me lo comanda. Sarei sacrilego se non
la obbedissi con religione. Purgherò la mia fama, sebbene io sia stato
più sventurato che colpevole.
— E quest’alta donna che per amor tuo compì il grande atto romano, sia
l’assidua inspiratrice di ogni tua opera futura. Però, giura qui sul
suo sacro capo, che salverai Roma, strappandola alle mani che ora la
stanno sbranando.
— Sì Aurelia, ripetè allora gemendo Catilina e torcendo il capo
perchè gli ripugnava che Sempronia vedesse il suo pianto; lo giuro sul
tuo capo. Consacro la mia vita a Roma; e s’io l’addurrò a grandezza
e potenza imperitura! e se gli Dei concederanno che io ne diventi
l’arbitro, ajutatori miei quanti Romani aspirano al grande intento, a
te dedicherò un tempio, e sarà il tempio della _Diva Aurelia_; e le
donne romane andranno in quel recinto a ricevere da te consigli di
fortissima virtù.
— E i numi ti saranno propizj, soggiungeva Sempronia; molti si
accostarono a noi in questi giorni, me esortatrice; ed altre donne
insigni che irresistibilmente inducono i giovani più nobili e generosi
all’alta impresa; e a me attrassi Fulvia, e per lei Quinto Curio, al
quale se falliscono intelletto e cuore, bene soccorre la sterminata
opulenza onde faremo uso, se la fortuna comanderà di venire al ferro
e alla strage; e mandai lettera a Cetego lo zio, perchè tosto ritorni
a Roma, che sdegnato lasciò; ora che, ereditando tutte le ricchezze
dei Cetegi, accumulate per tre secoli, con esse farà paga l’ira sua
e completerà il suo senno e renderà invincibile il braccio e te farà
grande e immortale, o Catilina. Tu che fosti capace di così indomabile
amore, immense cose farai — ed io assegnerò a fortuna il perpetuare
Aurelia tua, infiammandoti ognora delle sue estreme parole.
Catilina guardò Sempronia a lungo, chinò il capo e tacque.
Le trame della famosa congiura, i ricordi della quale dovevano stancare
più di venti secoli, erano state gettate da tempo, anzi un tentativo
era già stato fatto ma interno, per cui quella congiura ebbe due
fasi. Catilina, profondissimo scrutatore di menti e di cuori, avendo
penetrato l’ambizione di Sempronia, la quale, non che uscire affatto
dall’indole muliebre, e per il genere e per la forza espansiva, sarebbe
stata eccedente ed eccezionale anche in un uomo forte, credette bene di
metterla a parte de’ proprj disegni, sembrandogli che le attrattive di
quella donna fossero per riuscire onnipotenti sugli animi dei più caldi
fra i giovani romani, e così fu.
E Catilina raccomandò a Sempronia di star chiusa con Sallustio, sebbene
lo prediligesse. Ma dessa, se lo prediligeva, non lo amava; perchè
l’ambizione di lui versava in tutt’altra sfera della sua, e non le
pareva di quella tempra fortissima ch’ella, quantunque donna, presumeva
d’avere. Onde, se l’arte li avvicinava, il campo dell’azione li
divideva; e avrebbe voluto che Sallustio fosse Catilina, e spesso ebbe
a dire ad Aurelia, come fosse degna d’invidia e dovesse riputarsi la
più fascinante fra le donne, se avea saputo domare colui che uomo era
e leone, e talora pareva assumere le forme e gli attributi di un dio
terribile.
Codeste eccezionali doti di Catilina avevano percosso l’eccezionale
Sempronia, e allorchè poi lo vide mandar gemiti e versar lagrime e
a tutti rivelare i segni di un amore senza esempio, sentì vivissimo
il desiderio che a lei, stanca oramai di adorazioni sempre eguali,
e che nell’assidua moltiplicità si scancellavano a vicenda, toccasse
finalmente in sorte un uomo di quella tempra. Però, varcando i limiti
di quella prudenza che deriva dall’orgoglio femminile, potè proferire,
pure in presenza della salma d’Aurelia, quelle parole che a Catilina
comandarono un pensieroso silenzio. Ma Sempronia, adunati servi e
schiavi e donne libere e vergini e sacerdoti e sagrificatori e ustori e
préfiche gementi, fece apprestare all’amica Aurelia onori funebri degni
di asiatica regina; e quando le fiamme del rogo estremo innalzarono
altissime le loro lingue luminose, i naviganti del Mare Interno,
calando allora la notte, credettero, guardando da lungi, fosse luce di
faro.
Catilina partì con Sempronia; e nella villa di lei si raddensarono,
lungi da Roma, più e più le trame della congiura. E vi furono adunanze
quotidiane. Cesare vi fu chiamato, e parve lasciarsi attrarre. Ma ora
si ha vederlo altrove.
X.
I GIUOCHI DEL CIRCO MASSIMO.
Alle calende di giugno, ricorrendo la festività del dio Vulcano, si
apprestavano, come di consueto, pomposi giuochi e gare di corse, a
cavallo, colle bighe, a piedi. Que’ giuochi si facevano nell’antico
Circo Massimo, e vi accorreva tutta Roma e gente extra-urbana e di
tutta Italia.