A questo momento trovavasi la vita di Lucio Sergio Catilina, quando

recossi a Cesare. Allorchè Sallustio Crispo stava leggendo a Cesare un

rotolo del suo _Commentarium rerum urbanarum_, la milesia Laja avrebbe

dovuto cogliere quel punto per ritrarlo. Nato essenzialmente scrittore

e ardente di fiamma intellettuale, si animava di un impeto insueto

allorchè declamava o leggeva qualche cosa di proprio o d’altrui. Allora

la sua faccia, bruttissima quand’era nella calma dello spirito o nella

concentrazione del pensiero, assumeva qualche cosa che, mentre era

refrattaria all’arte, pur riusciva ad appartenervi, soggiogandola,

quasi per conquista del più forte. I ritrattisti possono destare

entusiasmi strani, riproducendo di tali faccie, anche senza far gran

fatica; chè i punti salienti e le stravaganze e la vivacissima movenza

dan già il dipinto bell’e fatto. Sallustio aveva i capelli rossi

(rufi) copiosissimi, inanellati, scendenti fin quasi ai sopraccigli,

_rufi_ del pari e densi e grossi e arcuati — parevano due sanguisughe

sovrapposte agli occhi per placarne il lampo infiammato — e gli occhi

aveva non grandi, ma di quel glauco venereo che accusa il moto del

cervello traducentesi a un tratto in conflagrazione sensuale. La voce

avea sonora, profonda come quella del leone. Tre figure più dissimili,

e nel tempo stesso più attraenti e caratteristiche di quelle di Cesare,

Catilina e Sallustio, non era possibile trovare nemmeno allora, nemmeno

a Roma. Era il vitreo prisma triedro riflettente tutti i raggi del

mondo romano.

Nato di padre plebeo, ma non poverissimo, potè questi avviarlo allo

studio delle lettere greche; e l’oratore Apollodoro si meravigliò di

lui giovinetto, com’erasi meravigliato di Catilina; anzi nel ginnasio,

volle contrapporlo a quest’ultimo per suscitarne un’emulazione feconda;

e ciò che è strano, Catilina che voleva primeggiare in tutto, non sentì

mai invidia di Sallustio, forse per la propria notevole superiorità,

di cui Sallustio ebbe invidia: la quale ricomparve poi, a chi ben la

cerca, nel famoso libello. Sallustio era, in confronto di Catilina,

quel che Cicerone era in confronto di Cesare; il soggiogatore delle

Gallie e l’eroe fulminato di Perugia certo che avrebbero superati

ambidue, se non avessero avuto altro per il capo.

Ma Sallustio si addentrò più e più negli studj, e con tale ardore,

che sapeva a memoria i brani più insigni di Sofocle, e i passi d’oro

di Tucidide e Senofonte e le oda di Pindaro e i canti afrodisiaci

d’Anacreonte e alcune delle parti mirabilissime dell’artista Platone

assai più che filosofo. Declamava di maniera che anche lo zotico

centurione, indurito nell’armi, si faceva attento alla sua voce e

concentravasi in sè e dimenticava i castri e le guerre invocate. Le

più illustri dame romane gareggiavano per averlo nelle proprie dimore;

e più di tutte la _eminente_ Sempronia, famosissima allora, talchè è

famosa anche oggi; quella Sempronia dotta in greco e in latino, prima

nell’arte del canto e del ballo, bellissima fra tutte le belle donne

tiberine, ma ambiziosa ed aspirante a potenza ed a glorie virili;

il Catilina del suo sesso, in una parola; talchè ebbe poi seco a

confederarsi.

Ingraziatosi il così detto bel mondo dell’antica Roma, invitato,

adulato, pregato dalle donne romane a intrattenere le loro adunanze

perchè era anche eloquentissimo e audace nella disputa, onde, anche

per la voce sonora, spesso metteva altri a tacere; si sentì portato

all’eleganza, e, venduti gli augusti poderi aviti, tutto si diede al

lusso ed agli amoreggiamenti, e, credendosi avvenente, si condusse come

se lo fosse, e raccolse i premj dovuti alla sua fiducia. Usufruttando

la fama di giovine dottissimo, credette opportuno di continuare

quel _Commentario_ romano che non sappiamo da chi sia stato iniziato

primamente in Roma.

Divenuto ricco, accrebbe le eleganze e sdrucciolò alle dissolutezze,

pur tra la toga azzimatissima e i compri e non compri baci innestando

il greco di Tucidide e le armonie d’Omero.

A guardar certe apparenze e lasciando inesplorato il profondo

dell’animo, parrebbe di scorgere qualche somiglianza tra Sallustio e

Foscolo. L’eminente Sempronia, nelle pieghe del cui peplo il Romano

inciampò, parrebbe somigliare a quella lombarda inclita patrizia,

dotta in molti idiomi, bella come Venere, dalla cui rete afrodisiaca si

lasciò prendere l’Italo-Greco moderno.

Ma, a non trarre altrui in inganno, giova il dir tosto che la generosa

figura di Foscolo nè deve nè può entrare nell’accennato confronto.

Solo, certe somiglianze personali e talune abitudini della vita

privata e l’eccellenza nell’arte e la fama non moritura di ambidue, ci

suggerirono questo fuggitivo raffronto.

Ma Sallustio nacque povero e morì ricchissimo e di ricchezze

derivategli dalle genti espilate; laddove Foscolo nacque agiato e morì

in esilio e poverissimo, senza ottenere un frutto delle sue opere,

indarno celebrato.

Sallustio fu il satellite perpetuo di Giulio, lo seguì, lo adulò,

lo incensò quasi nume. Foscolo invece stette solo in piedi in mezzo

all’universo prostrato davanti al Cesare moderno. — È questa una

solenne grandezza che lo redime di tutti i suoi peccati.

Ma si ritorni al Cesare antico.

IV.

ATTICA ACCADEMIA DI MUSICA E POESIA NEL PALAZZO DELL’EMINENTE SEMPRONIA.

Nelle aule del palagio di Sempronia, eretto sull’aristocratico

Palatino, per l’ora della _primæ noctis intempestæ ad mediam noctem_

era stata invitata la classe più alta, più elegante di Roma, onde

assistere ad una _attica accademia_ di musica, di canto e di danza.

L’_eminente_ Sempronia prediligeva tutto ciò che richiamava la Grecia,

nell’idioma della quale ell’era insigne.

Gemeva Roma divisa in più partiti, la miseria affannava crudelmente

le derelitte plebi, gli odj imperversavano tra gli uomini nuovi e la

classe senatoria, e fervevano odj e inimicizie implacabili pur tra

senatori e senatori, tra patrizj e patrizj, tra console e console: era

una guerra di tutti contro tutti; guerra che perdurava per l’arbitrio

dei prepotenti che tutto avevano invaso, per la maestà delle leggi

strascinata nel fango, per la dea Giustizia esule dal suo tempio,

e fatta oggetto di scherno, ridotta qual era a larva di minaccia

senz’ajuto di pene inesorabili. Eppure su questo fondo procelloso,

su questa immensa negra acqua acherontea non mancavano le apparenze

di un perpetuo gaudio, di una ricchezza babilonese inesauribile, e i

circensi costavano tesori; ed Emilio Scauro spendeva duemila talenti

per l’erezione di un teatro temporario, ornato di trecentosessanta

colonne e di tremila statue; e le tuniche, e i pepli, e i flammei, e

le vesti femminee accusavano l’oro profuso, per le perle e per le gemme

dell’Indo, e i coralli e le cocciniglie dell’Eritreo.

È a un tale spettacolo che assisteremo nelle aule della _eminente_

Sempronia.

Nell’ora seconda della notte esse cominciarono ad affollarsi.

L’aula _magna_ mostrava nel pavimento un mosaico di Eraclito, scolaro

di Sosos, rappresentante le danze efesie; nella vôlta, era assiso un

Apollo citaredo tra le nove Muse, dipinto del greco Marco Plauzio Ceta.

Sei giri di sedie dorate stavano disposte a gradi e in emiciclo —

nel mezzo era quel che diremmo l’orchestra, per chi doveva suonare,

cantare, declamare; a questa si accedeva per una porta, attraverso la

quale, quand’era dischiusa, vedevasi una lunga fuga di sale, tutte

quante illuminate. Una reggia d’oggidì appena potrebbe venire al

confronto di quelle magnificenze d’allora. E venne l’ora che l’emiciclo

fu tutto gremito di viri togati e di pretestati giovinetti e di matrone

e di fanciulle. Brillavano di gemme le _zone_ ond’esse avean cinti i

fianchi; alcune portavan la _vitta_ o il _reticolo_, foggia adoperata

a far pompa della stessa prolissità delle chiome, sotto colore di

nasconderle:

_Vitta coercebat positos sine lege capillos;_

altre avean coperto il petto del capizio, e dei suoi nodi s’eran

strette a dismisura per comparire più gracili e più aggiustate di vita:

_Demissis humeris, cincto pectore, ut graciles fient._

Gli uomini di toga e di spada, allora già famosi in Roma, comparvero

ultimi, il che, o per vanità o per altro, fu sempre fatto dagli

antichi e dai moderni, e si adagiarono su certi stalli di greca

fattura addossati alle pareti laterali dell’aula. Comparvero Pompeo e

Lucullo; comparve Pomponio Attico; elegante la toga di un partito di

pieghe che sembrava preparato da Fidia, si mostrò Ortensio, l’oratore

numeroso ed a cadenze musicali, e nel quale più che il genio impetuoso

dell’eloquenza valevano i lenocinj dell’arte la più ricercata, e nelle

vesti appunto ne mostrava riprodotto lo stile; ed entrò Marco Tullio

Cicerone, a cui tutti volsero gli sguardi. E in vero, che malgrado

il vario frastuono dell’aula magna, e l’impaziente aspettazione degli

intervenuti, e i discordamenti accordati de’ suonatori già comparsi in

orchestra, soffianti nelle trombe argive ed egizie, e ne’ flauti frigj,

e pizzicanti cetre e formingie e testudis e magadis e anacreontici

bárbiton, siam costretti a fermarci più di quel che comporterebbe

il momento innanzi a questa grande tanto quanto eccezionale figura

dell’antichità.

Esso aveva la fronte amplissima e sì sporgente alle regioni del

sopracciglio, che gli occhi parean protetti da una tettoja; e quelli

avea profondi e di smorta luce e accusanti miopia, chè solea stringerli

ogni qualvolta mettea attenzione nel guardar qualche cosa. Pure da

quella cavità profonda e da quella semispenta luce, usciva di tant’in

tanto un baleno specialissimo di arguzia gioconda e amabilmente

ironica, che pareva rivelasse un perpetuo e filosofico sorriso

dell’intelletto.

Il _quam ridiculum consulem habemus_ onde Catone ebbe a definire poscia

in pieno Senato il carattere di Cicerone, manifestossi in quella stessa

notte, appena ei si mise a sedere tra Pompeo e Lucullo, chè, girato

lo sguardo intorno, tosto, parlando sottovoce con loro, liberò il

volo a tali celie e scherzi ed epigrammi, che Lucullo rideva ad ogni

sua parola, e Pompeo, che non avrebbe voluto compromettere la dignità

imperatoria con risa scomposte, s’affannava a comprimerle, onde, per

la legge appunto della compressione, più violento che mai e plebeo gli

scoppiò un cachinno, che fece volgere su di lui tutte le pupille delle

dame romane.

Di lì a poco entrò Clodio, il giovinetto Clodio tanto bellimbusto,

azzimato e amante riamato delle tiberine beltà, quanto facinoroso

e accattabrighe sanguinario. Nessuno, nemmeno il più esperto

investigatore d’indoli umane, avrebbe potuto indovinare quel che

stava sotto a quelle formose apparenze; e come le chiome di femminile

mollezza e il volto imberbe di etrusca perfezione potessero dissimulare

un carattere sì feroce e protervo, e un cuore fatto d’agata, assai

più che di ferro. Soltanto la qualità della sua voce poteva renderlo

sospetto: chè quella non era nè maschile nè femminile, e mandava

de’ suoni misti come se fosse ancora in quella età critica in cui

l’adolescenza si svolge alla gioventù; e anche l’occhio, sebbene di

linee fidiache, mandava tratto tratto un guizzo di luce sinistra e

serpentina, che tosto si spegneva, quasi che una pellicola simile a

quella dell’avoltoio discendesse a coprirne la pupilla.

E in compagnia di Sallustio apparve Catilina. Il primo si recò

nell’orchestra. Catilina, torbido e accigliato e manifestamente

convulso, se ne stette in piedi, chè tutti gli stalli erano occupati.

Entrato quasi di celato alcuni minuti prima, aveva gettato l’occhio

lungo i gradi dell’emiciclo dell’aula magna per vedere se vi stesse

già seduta la sua Aurelia Drusilla, non la Dorestilla di cui parla

Sallustio, e che era già stata abbandonata da Catilina; — ma Aurelia

non vi era. Chi gli stava presso s’accorse che, messosi l’indice

tra’ denti, se lo compresse. Irrequietissimo uscì di nuovo, percorse

tutte le sale, discese alla soglia del palazzo. In quel punto per sua

fortuna, Aurelia balzava a terra dall’aureo cocchio, preceduta da due

servi e accompagnata dall’ateniese Armodio, suo commentatore quotidiano

di Omero ed Esiodo e d’Aristofane e dei tre tragedi. Catilina,

tramutatosi in viso di tratto e mandando luce dagli occhi e sorridendo,

le si mise d’accosto; ma, a un tratto:

— Tu, di recente, hai versato lagrime, le disse.

— Sì, rispose Aurelia, e ognora ne verserò finchè Tullo non sia mandato

a militare in qualche remota provincia.

— E che dunque avvenne?

— Quel che un tempo ogni dì, prima che venisse a morte l’infesto

Cetego; e il figlio è peggiore del padre, ed è mio figlio. Nessuna

madre al mondo fu mai tanto bistrattata come da costui. Però tu ne sai

la cagione, o Sergio.

Catilina si rifece cupo; seguìto dall’ateniese Armodio accompagnò

Aurelia presso Sempronia, la quale in solitario recesso stavasi

provando al canto accompagnata dal citaredo Psosias. E tosto Sempronia

si recò nell’aula magna, insieme con Aurelia, che pure doveva aver

seggio nell’orchestra, come la più insigne, in quel tempo, suonatrice

di _simikion_, specie di lira da quaranta corde accordate all’ottava a

due a due.

Appena Sempronia e Drusilla si mostrarono in orchestra, proruppe un

lungo applauso, al quale successe il più profondo silenzio; e comparve

allora Giulio Cesare; un prolungato bisbiglio femminile turbò il

silenzio alla comparsa di lui, che non a caso venne ultimo.

Anche nel secol nostro fu notato che gli uomini i quali furono o

vollero diventare illustri, sempre, quasi sovrani, comparvero ultimi ai

ritrovi e ai banchetti e alle feste cui erano invitati. È il desiderio

ognor vigile che li affanna di staccare sul fondo della buja folla come

individualità raggianti. Alle mense della veneziana Teotochi, lord

Byron, questo Cesare non riuscito, fece sempre attendere per più di

mezz’ora i commensali mormoranti d’impazienza.

Giulio Cesare, non vedendo stalli vuoti, si collocò, stando in piedi,

presso a Catilina. Sallustio era entrato in orchestra, e del suo _vale_

sonoro diretto a Sempronia e Drusilla echeggiò tutta l’aula magna.

E proprio dirimpetto a Catilina, tra il vano d’una porta d’ingresso

e lo stallo dov’era assiso il maestoso Pompeo assai più che Magno,

venne a piantarsi un giovinetto in pretesta, dalla faccia fierissima ed

arrotante gli occhi come bissonte provocato, e li fissava su Catilina

sfacciatamente.

Figlio del defunto Cetego e di Drusilla Aurelia, matrona di appena

trentatrè anni, e insigne di non superabile beltà, talchè pareva

non varcasse il quinto lustro, egli odiava Catilina, quantunque il

proprio zio fosse amicissimo di colui, di un odio che anelava di

tradursi in atti di sangue — l’odiava per il disdoro che la madre

propria si fosse invaghita di uno scellerato sanguinario, e più forse

perchè, doviziosissima qual ella era, veniva a metter tutto nelle mani

dilapidatrici di colui che, per forza, voleva diventargli marito.

Tra il figliuolo e la madre i dissidj e le rampogne e le ingiurie

duravano assidue da tempo, e un dì ei si lasciò trarre a percuotere il

bellissimo volto materno, ond’essa, apertasi con Sergio, questi giurò

di mettere in brani quell’adolescente furioso.

Ma eran già aperti sui leggii i rotoli della musica, i cui segni

stavano a quelli d’oggidì, ossia alle note di Guittone d’Arezzo, come

i numeri latini agli arabici. La musica romana, che era pur sempre la

greca, constava nientemeno che di 845 segni, così per le voci come per

gli strumenti, e venivan rappresentati dalle lettere dell’alfabeto,

naturali, rovesciate, inclinate, accentate, dimezzate.

L’accademia doveva aver principio da una sinfonia composta dal citaredo

Psosias, d’Atene, il quale, chi mai lo penserebbe? ad onta che l’idioma

della vocale sua patria, tutto soave di eufonie, e già musica per sè

solo, avesse dovuto di preferenza innamorarlo della melopea, pure, al

pari del più _irto_ contrappuntista tedesco, s’affannava di comparir

dottissimo nella _ritmopea_; la quale da tutti i musici greci era

stimata più importante degli stessi pensieri e delle stesse idee. Era

già l’arte della decadenza ellenica, per la quale vennero nel massimo

dispregio i canti semplicemente sublimi che avean messo il tumulto nei

cuori dei contemporanei di Sofocle. Nulla v’è di nuovo sotto al cielo,

e la grandezza dell’arte che sta nel semplice, essendo sempre dono di

pochissimi, tosto dall’impotente mediocrità viene disprezzata, perchè

gli uomini in ogni sfera e dell’azione e del pensiero e delle sue

diverse discipline ostentano di tenere in nessun conto quel che sono

impotenti a raggiungere.

E per verità, che quella sinfonia, sebbene perfettissimamente eseguita,

non piacque troppo all’uditorio, e dispiacque a Cesare intendentissimo

dell’antica musica greca; a tal che non si tenne in silenzio, e: —

_Bene, optime_, gridò a Psosias colla sua voce armoniosamente sonora, —

tu sei profondo al pari d’Archimede; — ma quegli coi numeri di Pitagora

e coi segni d’Euclide aperse nuovi cicli agli umani intenti. — Tu

invece, a chi servi tu? l’arte non deve servire che all’arte — officio

della musica è di esprimere alla sua maniera i pensieri e gli affetti.

Tutti i tuoi greci poeti furono sommi perchè fecondarono di idee e

scossero di efficaci commozioni chi li leggeva e li ascoltava. Ma tu e

i tuoi Greci moderni riduceste la musica ad un vuoto e sterile rumore.

Tuttavia, sei dotto, o Psosias — e ammiro le tue fatiche; bensì mi

lagno teco, perchè, percuotendomi l’orecchio, mi opprimesti il cuore,

vietandogli che battesse più alacre. Ed ora salvaci tu da tanto gelo,

o eminente Sempronia, col tuo canto divino; e tu pure, o Aurelia, dalle

dita vocali. —

Allora assurse la _eminente_ Sempronia. Ella fu la prima forse tra le

donne tiberine ad ottenere in dono dai concittadini quel predicato

di _eminente_. Questo le fu concesso e a significato delle doti

eccezionali della _decòra forma_, e delle virtù dell’intelletto,

e delle tre Grazie che pareano averla tenuta in custodia fin dalla

culla; ed anche perchè, a sollievo di chi non voleva toccar l’accusa

d’adulazione, essendo nata a Tivoli, derivava dai luoghi _eminenti_

della campagna romana e da’ suoi dolci colli. Anche oggidì si chiamano

_eminenti_ a Roma le donne cresciute sugli alti suoi poggi. Sempronia,

che i devoti amanti chiaman _diva_, avea questo di specialissimo, che

rendeva completamente il tipo antico e perpetuo della donna romana;

quella tremenda austera beltà che già tenne Clelia attraversante

il Tebro sotto i dardi nemici, e nel tempo istesso nell’arco del

sopracciglio e nel suo frequente aggrottarsi qualcosa che richiamava

la erinnica Tullia trasvolante sul cocchio parricida. Il volto di

Sempronia, precisamente come si osserva anche oggidì nelle più belle

Tiberine, era il trionfo della legge dei contrasti, la legge massima

dell’arte; severa e chiusa in sè, pareva una divinità sdegnata

che fulminasse i mortali. Ma se appena il sopracciglio si alzava e

tremolava il raggio della pupilla e il sorriso rivelava il tesoro dei

denti eburnei, tosto pareva dischiudersi un luminoso olimpo; a tal che

quel repentino trasmutamento aveva, quasi diremmo, tutti i caratteri

d’una solennità.

Non aveva che ventisei anni, e com’era il trionfo della bellezza era

anche il trionfo del peccato:

E il peccato era in lei fatto natura.

Orfana di padre e di madre e ricchissima, sebbene fosse liberale di

soccorsi ai miseri, la sola virtù morale che avesse, non isdegnò i

lautissimi doni de’ suoi amanti, presentantisi talvolta in processione,

e paghi, sebbene fossero consoli e proconsoli e sacerdoti di Giove

e d’Apollo e duci dei cavalieri, di ottenere una minima quota dei

suoi sguardi, che dall’alto faceva cadere su di essi quasi fossero

pioggia d’oro. Era tempra di Semiramide colei, dall’ampia mente fatta

al dominio, e dal cuore non mai commosso proclive alla tirannia. Pure

avea una strana deferenza per Sallustio Crispo, deferenza, non amore,

perch’egli sovente doveva pure acconciarsi ad essere spettatore di

erotiche accademie.

Ma se lo storico sembrò ai posteri fatto di diamante, l’uomo ai

contemporanei apparve duttile come verga di sanguinella.

Annunciata da un preludio suonato da Drusilla sul _trigono_, ella cantò

un canzoncino di Anacreonte.

In quel canto, perchè le regole trovate dall’arte non sono che una

riproduzione della natura, v’era quasi tutto ciò che si ammirò nella

musica posteriore. Ella sfoggiò scale ascendenti, ossia l’_Agoge_,

e dalle basse balzando di tratto alle note alte con felicissimi

ardimenti, si fece ammirare in quella che chiamavasi _Ploke_, e

il limpido zampillo della voce prolungava sulle note tenute con

inalterabile eguaglianza, per virtù della _Jone_.

Dopo di lei Drusilla, accompagnata dal flauto frigio, suonò un concerto

sul _simikion_; e Psosias toccò la cetra, in cui era inarrivabile,

provocando le lodi di Cesare, che esagerò per compensarlo del rabbuffo

onde prima lo aveva investito, e del quale erasi pentito, perchè troppo

gli premeva di non inimicarsi nessuno.

Ci fu un quarto d’ora di riposo.

Catone, il rigido Catone, che aveva passeggiato nelle altre aule,

involandosi dispettoso alle blandizie della musica ch’ei soleva

chiamare _effeminatrice d’eroi_, comparve sulla soglia perchè

seppe che Sallustio Crispo, l’incomparabile declamatore, stava

per esporre il terzo canto dell’Iliade. Comparve, prese una sedia,

s’accostò all’orchestra, e, incrociate le braccia, stette ascoltando

attentissimamente.

Sallustio, annunciato che quel canto della Iliade era una traduzione di

esametri latini di ignoto scrittore, cominciò la recitazione. Più che

le donne stettero attenti gli uomini di spada.

Agli esperti, a Cicerone in ispecial modo, parvero stupendi e di nuova

eleganza quei primi esametri; e mirabilissimo quel passo onde Ettore

investe Alessandro di contumelie:

E non la cetra

Ti gioverìa, nè quelle ciocche e il viso,

Nè Venere e i suoi doni, ove la polve

Ti contamini in campo. Oh se i Troiani

Fosser men sofferenti, io ti vedrei

Vestito di una grandine di pietre

E pagato oggimai d’ogni lor lutto.

Gli esametri latini recavan forse davvero questa perfettissima

concinnità dei versi Foscolani.

Onde l’artista Cicerone non seppe trattenersi, e gridò:

— Non v’è poeta antico del Lazio; non Ennio, non Nevio, non altri, che

abbian scritto di tali carmi. Però se tu sei il felice traduttore, o

Crispo Sallustio, giacchè so che tieni altissimo ingegno, dillo, ch’io

ti bacerò sulla fronte.

— Non io, rispose Sallustio, ma è Giulio Cesare astante, che ora mi

fulmina degli occhi perchè ho tradito il suo segreto. Ei me li diede a

leggere, facendomi giurare che a nessuno al mondo li avrei mai dati a

vedere. Ma se a rompere un tal giuramento ho bene operato, lo dica il

tuo senno, o Marco Tullio; e Cesare mi perdoni.

E Cicerone attraversò tutta l’aula, si fermò innanzi a Cesare, e,

alzatosi, lo baciò in fronte, esclamando:

— A grandissime cose sei nato, o Giulio, io te lo annuncio..... e

sempre ti circondi Venere de’ suoi raggi, Venere la tua grand’ava

celeste. —

Proruppe un lungo applauso, e le fanciulle tenevan gli occhi intenti

sul giovinetto Giulio; che, stringendo la mano a Tullio, chinò il capo

girando lo sguardo intorno a ringraziar l’uditorio, ma con tale maestà,

che sembrava prenunciasse l’agitar della testa del Giove futuro.

E l’accademia vocale, istrumentale e poetica si sciolse, e dai gradi

dell’emiciclo discesero matrone e fanciulle; e tutte precorse da famule

eleganti, che dovevano apprestare altri seggi, passarono nell’aula

delle danze.

L’ora era tarda, l’_inclinatio mediæ noctis_ era già sopravvenuta.

Si cominciarono le danze, delle quali era conduttrice l’instancabile

Sempronia. Si produssero balli egizj, incessi etruschi, danze argive.

La decadenza di quest’arte non era ancora avvenuta; toccava infamarla

all’osceno Nerone. Ma allora, tuttavia, segnatamente nella danza

argiva, le movenze, gli atteggiamenti, i passi, il girare e l’inclinare

delle teste, la flessione delle braccia, il piegar delle dita, tutto

si proponeva l’intento di suggerire alle arti plastiche giri di linee

elegantissimi e scelti contorni e lievi protervie dissimulate da casti

sguardi.

La giovinezza di Giulio Cesare, Volume 1 (of 2) · 第 2 / 9 段