La Vedra, le Vedrazze, il borgo di Cittadella, il vicolo del

LA GIOVINEZZA

DI

GIULIO CESARE

SCENE ROMANE

DI

GIUSEPPE ROVANI

VOLUME I

MILANO

LEGROS FELICE EDITORE

Via S. Sofia, 29

M DCCC LXXIII

Diritti di traduzione e di riproduzione riservati all’Editore.

Tutti i diritti di proprietà letteraria riservati all’Editore

a norma della Legge 25 giugno 1865, N. 2337

Tip. già D. Salvi e C., Via Larga, 19.

ALLA GENTILE SIGNORA

C. S. M. V.

CHE CONFORTÒ L’AUTORE

DUBITANTE

NEL COMPIMENTO DI QUEST’OPERA

PRELUDIO

Alquanti anni addietro, parlando di letteratura, e di teatro, e di

pittura, e della difficoltà di trovare argomenti degni e facilmente

inspiratori, ci siam lamentati dell’odio, onde sul nostro suolo

italo-greco si volle dar di martello a tutto ciò che sapeva di

greco e di romano. In architettura tutto dovea essere gotico, arabo,

longobardo; in pittura guai a vedere una clamide, un calzare, un pilo;

in musica, se fu sopportato l’elmo di Ezio, fu perchè Attila aveva

incendiato gli edificj antichi; e intanto i giovani pittori versavano

nella disperazione di trovare un soggetto che non fosse stato stancato

dalla scuola romantica; le Piccarde, e le Imelde, e le Pie, e le

Parisine, e i dogi di Venezia, e le Violanti, e le Margarite, e i

Torquati avevano bastantemente attediati i frequentatori delle sale di

Brera; e intanto noi pensavamo che il dipinto più famoso e più mirabile

e più attestatore di vero genio che mai siasi visto in Europa era stato

_l’Ultimo giorno di Pompei_ di Bruloff; che in Francia, Coutur vinse

tutti i quadri del Luxembourg, colla sua _Orgia romana_; che l’illustre

Hayez a vent’anni inspirandosi nel _Laocoonte_ di Virgilio, aveva

dato una grande promessa di mantenere la gloria delle arti italiane;

e altrove il celebre Klenz, inspirandosi in Grecia e in Italia, aveva

costrutti edifici mirabilissimi; e nelle faccende dell’arte drammatica,

Parigi respirò, quando Ponsard dall’asma di Hugo e Dumas ricondusse il

pubblico nel grande ambiente di Roma antica; e risalendo due secoli

addietro, il dio Shakespeare che aveva fatto parere angusti persino

Sofocle ed Eschilo, e fu il gran padre della poesia moderna, aveva date

le massime prove del suo genio indovinatore, mettendo in iscena la Roma

di Cesare e di Bruto colla potenza di un architetto archeologo che,

completando i ruderi, rifaccia una città.

Queste cose noi pensavamo, ma i pittori, mentre a parole ci

davan ragione, in fatto tornavano ai consueti amori; ma i giovani

drammaturghi crollavan la testa se lor dicevamo: «tornate indietro se

volete andare innanzi.» E la cagione della avversione loro stava in

ciò, che vedevano il mondo antico nei libri di scuola e nella storia

convenzionale di Rollin e nei quadri convenzionalissimi di David e

Camuccini. Non consideravano che il mondo antico diventava un nuovo

mondo per l’ispirazione dell’arte, se si sapesse davvero interpretar

Tito Livio, se si facessero quadri, drammi e romanzi col pennello

ricreatore, per esempio, di Gibbon.

Più volte anche noi fummo tentati di dettare qualche libro

d’invenzione, ricercando inspirazioni intatte in temi vetusti.

Ma la certezza di cadere ci tratteneva sempre, in considerazione

dell’inveterato pregiudizio del pubblico leggente. Non essendo

imperatori e nemmeno principi di Monaco, non potevamo, oltre alle

altre ragioni, aver l’autorità di far rivoltare tutta la folla verso

quella parte da cui era fuggita. Ma la vita di Giulio Cesare scritta

da un sovrano è stata così potente da far volger le teste di tutti gli

Europei a quel lontano orizzonte.

Nell’esame che noi abbiam fatto di quell’opera, abbiam dimostrato,

per ciò che riguarda il concetto, di essere avversissimi al modo

sistematico onde l’ex Sua Maestà ci mise innanzi la figura di Cesare.

Napoleone pretese di spogliare il suo eroe di tutte le basse scorie

dei minori viventi, di innalzarlo ad improbabile ideale di virtù, di

grandezza, di perfezione.

Troppi storici, egli dice, trovano più facile d’abbassare gli uomini

di genio, che d’innalzarsi, per una generosa inspirazione, alla loro

altezza, penetrandone i vasti disegni.

Ma il coronato scrittore, il quale comincia l’opera sua con quella

nobile sentenza, «che la verità storica non deve essere meno

sacra della religione» — la offese di tratto con questo sistema di

esagerazione. Giulio Cesare fu un uomo stragrande; ma pretendere di

purificarlo dei vizj che erano una fatale condizione dei tempi in

cui nacque; ma negare che egli abbia fatto uso di mezzi perversi per

raggiungere i suoi intenti; è dire ciò che la storia ricisamente

rifiuta. Come si spiega la sua costante amicizia col dissoluto

Sallustio? come quel perpetuo altalenare d’amicizia e di inimicizia con

Pompeo, con Cicerone, con Catone? che segreti nasconde la sua deferenza

per Catilina?

Se si dovesse dire quel che risulta dal vero storico e dall’analisi

investigatrice dei più profondi pensatori, la figura di Giulio Cesare

è una prodigiosa meraviglia considerata come un fenomeno umano, ma in

un senso diverso da quello onde lo considera Napoleone; vogliamo dire

che Cesare, tra le più grandi figure dell’umanita, si distingue per

aver compenetrato in sè solo le qualità più disparate e più opposte, e

tali, che pare un prodigio che un uomo solo, pur conservandosi nel più

mirabile equilibrio, abbia saputo assumerle tutte. Dell’umano poliedro,

Giulio Cesare mise in mostra tutte quante le faccie; è forse il solo in

tutta la storia che presenti questo carattere straordinario. Diremo di

più, il suo intelletto era così forte e la sua ragione così geometrica

e rigorosa, che usufruttava a grandi intenti persino le debolezze e le

aberrazioni del sentimento e del senso. Perchè dunque togliere al genio

di Giulio Cesare una delle più singolari condizioni del suo carattere?

Carattere che, sebbene con meno profonda impronta, si riscontra

in altri veri grandi genj, sia nel campo dell’arte come in quello

dell’azione. Il genio è un’arpa a mille corde; ciascuna alla sua volta

manda il suo suono; la luce dell’umanità si decompone nell’anima del

genio in raggi molteplici, ed esso li rimanda e li restituisce al mondo

trasformati o in un’opera dell’arte o in un sistema di rivoluzione.

Giulio Cesare avendo passato la sua gioventù in mezzo ai vizj,

vagheggino, bellimbusto elegante fino all’effeminatezza, fino a

temere di turbare l’acconcia disposizione delle non spesse chiome,

soffregandosi il capo con un dito solo, stando all’espressione di

Cicerone; seducente a tutte le donne e amante riamato, aveva conosciuto

il cuore umano e tutte le classi della società nei loro più intimi

penetrali; indebitato fino agli occhi, aveva dovuto aggirarsi fra i

turpi usurai di piazza, e colà scontrarsi e col veterano accattone

e coi falliti e colle ombre, e approfondire altre terribili piaghe.

Colla bacchettoneria di _Catone_ non avrebbe mai potuto pescare si

profondamente in quel torbido mare della feccia di Romolo.

Ecco perchè non conveniva spogliare Giulio Cesare di quegli errori e di

quelle colpe che lo abbassarono fino a livello de’ più bassi mortali;

ecco perchè conveniva dir tutta la verità anche ad onta che l’eroe

dovesse sembrare talvolta uno scellerato. Inoltre l’ex Imperatore,

per le sue ragioni, scrisse una storia dove si racconta e si discute,

non si drammatizza. Esso poi non tenne conto di quelle intime cagioni

che, apparentemente piccole, sono spesso i fattori dei più grandi

avvenimenti.

Nel suo libro, perchè non è libro d’arte, ma di scienza storica, le

figure non han rilievo, tra la moltitudine di esse non v’è prospettiva

aerea; di più, Roma non si vede che in piazza e, per così dire,

nelle ortografie degli edifizj. Ciò adunque che noi ci proponiamo

è di vederne gli spaccati, di penetrar nelle case, di considerare

il più grande dei Romani nei più minuti particolari della sua

vita, limitandoci per ora alla sua gioventù, perchè è la parte più

drammatica, perchè ci dà il modo di conoscere in tutta la loro varietà

i costumi romani, e perchè ci offre ovvie le occasioni di ritentare

alquanti problemi storici che lo scettrato scrittore sciolse alla sua

maniera e troppo da sovrano.

I.

IL TRIONFO DI POMPEO E L’ADOLESCENTE CESARE.

Correvano le none di maggio dell’anno di Roma 672, corrispondenti al

giorno 7 di maggio dell’anno 82 avanti Gesù Cristo. Era il giorno

statuito per il trionfo di Pompeo reduce dall’Africa, dove in soli

quaranta giorni aveva debellato e ucciso Domizio, fatto macello di

ventisette mila uomini, soggiogata la Libia, portata la strage persin

tra i leoni e gli elefanti, e regolate le faccende dei re ostili ai

Romani: per le quali cose era stato acclamato imperatore dai soldati,

pur essendo egli di soli 24 anni. Senza parlare dei dotti che avranno

letto gli annali di Fenestrelle e i commentarj Sillani e le vite

di Oppio e le monografie di Teofane, di Mitilene e di Posidonio,

chiunque ha scorso Plutarco saprà come quel trionfo gli era in prima

stato negato da Silla, perchè la legge portava che nessuno potesse

trionfare se non fosse già console o pretore. Ma Pompeo che faceva

l’umile allorchè tutti lo esaltavano, e saliva in orgoglio se altri gli

contrariasse, avendo avuto la millanteria di dire nell’adunanza istessa

ove trovavasi il dittatore, _che gli uomini adorano il sole che nasce a

preferenza del sole che tramonta_, con quell’insolita audacia percosse

talmente colui, che pur sembrava un dio assai più che un re, e un dio

crudele, da farlo prorompere in quelle parole:

— _Ebbene trionfi, trionfi, trionfi_.

Ma Silla prima aveva avuta l’imprudenza di dare l’appellativo di

_Magno_ al giovine Pompeo, forse perchè nell’assiduo altalenare

dell’umor suo, tormentandolo i pidocchi meno del consueto in quel

punto, e sperando di guarirne, erasi sentito trasportare alla bontà ed

all’entusiasmo.

Così dunque venne decretato il trionfo.

Nella prima parte della mattina, che i Romani chiamavano _diluculum_,

il campo Marzio era tutto occupato dalle soldatesche reduci

dall’Africa. Il campo Marzio, il quale era situato in modo da invadere

parte dell’area dove dopo Cesare fu il circo agonale ed oggi v’è la

piazza Navona, era come il _dietro le scene_, dove apprestavasi tutto

ciò che, nell’ora che chiamavasi _mane ad meridiem_, doveva passare in

processione lungo la via trionfale sotto gli occhi del popolo romano.

Alla quadriga in cui doveva sedere il Magno Pompeo erano già aggiogati

quattro elefanti, chè così egli aveva voluto, disdegnando i cavalli;

ma gli apprestatori del trionfo e della sua parte decorativa essendosi

accorti che que’ quattro enormi bestioni non potevano passare per

l’arco posticcio stato eretto all’uscita del campo Marzio, mandarono

tosto due centurioni veterani alla casa di Pompeo per avvisarlo

dell’inconveniente.

Il giovane ventiquattrenne stava nel suo cubicolo; sul letto, poco

più alto del pavimento, coperto d’una gran pelle d’un libico leone

che egli stesso aveva ucciso, era apprestato l’abito trionfale,

fatto di porpora, il quale veniva chiamato toga picta, ovvero tunica

palmata; v’era pure una corona d’alloro, e un ramo d’alloro. Traducendo

quell’intima scena romana nel più umile volgare moderno, quella stanza

del magno eroe pareva il camerino d’un tenore serio celeberrimo,

che ripetendo sotto voce la grande aria di sortita, presenta già gli

applausi strepitosi del pubblico in delirio.

Balbo il centurione fu introdotto nel cubicolo.

— Che cosa ti conduce qui? gli chiese Pompeo.

— Vengo per avvisarti, o imperatore, che gli elefanti non si possono

aggiogare.

— Che? Perchè? gridò Pompeo uscendo dalla maestosa tranquillità che era

il suo carattere esterno abituale.

— L’arco di campo Marzio è troppo angusto.

— E si atterri.

— Bisognerebbe atterrare tutti gli archi posticci fatti innalzare in

questi giorni lungo la via trionfale dall’architetto Poliarte.

— Mandami dunque qui questo Greco poltrone, ch’io lo farò flagellare

come una bestia da soma.

E Pompeo batteva i piedi al pari di una donna capricciosa che, un’ora

prima di recarsi al ballo, s’accorga che la sarta non le preparò la

veste secondo il suo gusto.

— Imperatore, interruppe allora il centurione....

— Che vuoi?

— Ricordati che i tuoi soldati ti han chiamato _Magno_ sul campo di

battaglia.

— E dunque?

— Tu non devi adirarti per così poco. Se ce lo comandi, noi centurioni

tireremo il tuo carro. Crediam bene di valere quattro elefanti. Se ciò

ti appaga, smetti lo sdegno, o Pompeo Magno imperatore.

Queste parole il centurione le pronunziò senza che la sua faccia si

atteggiasse punto al senso affettuoso ch’esprimevano. Era una di quelle

facce romane della prima razza, ampia, quadrata, magra, a risalti, di

quelle fatte apposta per la scultura monumentale che modella le teste

per esser vedute da lontano; di quelle facce che non piangono e non

ridono mai e dissimulano sotto l’apparenza di un orgoglio indomabile

perfino la tenerezza, perfino l’idolatria. E quel veterano infatti che

più volte aveva palleggiato Pompeo fanciullo, quando aveva fatte le

prime armi sotto a Strabone padre di lui, lo amava svisceratamente,

ma per timore ch’ei se ne accorgesse, solea fargli le più generose

profferte quasi sempre con faccia bieca.

Pompeo sapeva questo, e tranquillatosi di tratto, gli stese la mano,

che il centurione strinse come da pari a pari — e:

— Va, gli disse, appresta i quattro cavalli bianchi, e non se ne parli

più.

Il centurione partì. Pompeo, abbigliato che fu, uscì dal cubicolo,

venne al portico, dove la lettiga l’attendeva, e si fece trasportare

così al campo Marzio.

Colà giunto, appena mise piedi in terra e apparve la maestosa sua

figura, ornata di porpora, cinto il capo dell’alloro aurato, proruppe

un urlo giojoso di voci romane, e ben era, per ripetere Omero,

_Di nove mila un urlo o dieci mila:_

e tra quell’applauso spiccavano le parole:

Salve, imperator, salve, salve, salve.

Jo triumphe. Jo triumphe. Jo.

La quadriga stava nel mezzo del campo Marzio; i quattro cavalli

bianchi erano aggiogati. Pompeo salì. Tutti i soldati si adunarono in

cerchio presso al carro; intorno al circolo tutto fitto e lucido d’armi

girava un altro cerchio di facce popolane. Pompeo tenne un discorso ai

proprj soldati; in prima parlando a tutti insieme, ne esaltò il valore

rammentando le vittorie ottenute; dopo lodò ciascuno in particolare.

In seguito venne la distribuzione dei premj. I quattro centurioni

più veterani presentarono a Pompeo i donativi, ch’eran per lo più

cose militari, corone d’oro e d’argento; ed esso, leggendo il nome

di coloro che ne dovevano essere insigniti, nomi che venivan scritti

sui donativi stessi, chiamò i distinti a riceverli ad uno ad uno.

Compiuta questa cerimonia, discese a fare il sagrificio; e del sangue

del vitello sgozzato ne empì una tazza per versarlo sul carro d’oro,

in modo che tutto apparisse chiazzato di macchie sanguigne. Finalmente

Pompeo risalì sul cocchio e la processione si mosse, e nello stesso

carro, dietro alle spalle istesse del trionfante, stava il carnefice,

come voleva il costume, il quale sosteneva sopra alla corona d’alloro

ond’era redimito il glorioso capo, un’altra pesante corona d’oro

massiccio; ed il carnefice gridava spesso ad alta voce:

Respice post te hominem — memento te;

volendo con ciò ricordare al trionfatore l’incertezza dell’umana

fortuna.

Nel sito in cui Pompeo sedeva eravi un idoletto contro l’invidia,

e dal carro pendeva una sferza ed un campanello, che eran i segni

dei condannati a morte, per avvertirlo che dal colmo della gloria

poteva precipitare nell’estremo delle umane miserie. La quadriga

trionfale era preceduta da molti carri pieni di spoglie ed armi

nemiche, da trombettieri e suonatori d’istrumenti diversi; dopo di

essi conducevansi i buoi destinati al sacrificio, ornati di corone e

di bende, e colle corna dorate. Appresso spiegavansi i trofei della

Libia e la completa armatura dell’ucciso Domizio. Gran numero di

capitani dell’esercito di Domizio, seguivano il trionfo con catene

leggiere al collo, alle braccia, alle ginocchia. Davanti a costoro

precedevano saltando due giullari, che con gesti buffoni eccitavano

al riso gli spettatori, facendosi beffe dei prigionieri incatenati;

e un terzo giullare, che chiamavasi _Manduco_, moveva la bocca in

modo come se stesse mangiando i vinti. Senatori, soldati, cittadini

liberati, ambasciatori, centurioni, chiudevano la processione, la quale

percorreva la via trionfale per più di due miglia; i cittadini accorsi

erano per la maggior parte vestiti di bianco; i templi accanto ai quali

il trionfatore passava, erano aperti, e da essi uscivano profumi ed

incensi; il medesimo avveniva dei palazzi e delle case private che

rispondevano su quella via tutta coperta d’erbe odorose e di fiori.

La folla aspettante il carro trionfale, come lo vedeva giungere,

prorompeva nel solito grido: _Jo triumphe — Jo triumphe_. Allorchè il

trionfante Pompeo giunse al Campidoglio, discese nello spazio che era

tra il tempio della Fortuna e l’arco di Scipione. Il tempio di Giove

Capitolino allora non era ancora edificato; ma in sua vece sorgeva

una semplice ara. Nel momento che i prigionieri passando innanzi al

vincitore venivano condotti nel carcere Mamertino, Pompeo si prostrò

davanti all’ara, e in mezzo al silenzio che subito e profondo si mise

fra tanta moltitudine, pronunciò con voce sonora questa preghiera:

«A te, Giove Ottimo Massimo, a te Giunone regina, a voi tutti, o Numi,

di questa arce abitatori e custodi, lieto rendo grazie perchè avete

voluto che la repubblica romana venisse difesa ed ampliata dalle mie

armi. Così vi scongiuro a conservarla, ed a proteggerla in ogni tempo,

come ora fate.»

Finita questa preghiera, i vittimarj a’ piedi dell’ara uccisero venti

giovenchi, mentre Pompeo deponeva sull’ara stessa le spoglie più

preziose della vittoria.

Non è possibile immaginare spettacolo più grande, più maraviglioso,

più pittoresco di quello che offriva in quel momento il Campidoglio

colle sue adjacenze. Il fantasioso Martin che ritrasse con sì potente

matita il festino di Baldassare, appena basterebbe per dare una idea di

quella scena straordinaria, anche per la giacitura dei templi e degli

archi e delle vie e dei clivj, e de’ cento gradi della rupe tarpea, e

della gradinata che metteva all’arce capitolina; edificj e spazj che

per la varietà delle altezze si mostravano tutti allo sguardo gremiti

di popolo infinito. Al formicolìo dei cittadini e della plebe faceva

contrasto l’apparenza delle splendide lettighe dove sedevano le nobili

romane e alcuni dei più illustri patrizj; e fra tutti riluceva al

sole il carro tutto d’oro ed aspro di gemme, dove stava assiso Lucio

Cornelio Silla, il padrone di Roma.

Quantunque avesse cinquantasei anni e cominciasse già ad essere corroso

da quel morbo pediculare che poi lo trasse a morte, visto da lungi,

mostrava ancor bionda la chioma inanellata e spessa e prolissa, il solo

dono di cui la natura lo fece insigne, e in gioventù potè farlo parere

perfino avvenente. Ma ne’ suoi occhi grandi ed azzurri balenava una

luce sinistra, piena di terribilità, che teneva in isgomento i soggetti

e provocava in tutti un senso di disgusto indicibile, e tanto più che

al color fulvo-chiaro delle chiome e alla tinta cerulea degli occhi

faceva stranissimo contrasto il colore bruno della pelle chiazzata qua

e là di macchie bianche, onde, allorchè fu in Atene, un Greco mordace

avea chiesto chi mai fosse quel _moro infarinato_.

Ma intanto che sagrificavasi, tutte le teste a un tratto si volsero al

culmine del colle Capitolino. Colà con maraviglia di tutti era salito

un uomo a cavallo, per guardare la scena sottoposta; e subito per le

bocche di tutti corse il nome di Giulio Cesare. Perdonato da Silla per

intervento delle vergini Vestali, esso era in quei dì tornato a Roma

con intenzione di ripartirne tosto, affine di prendere commiato dalla

consorte e consolarla della morte d’una sua sorella, che era avvenuta

in quei giorni appunto. Sebbene quel grado di consanguineità non fosse

tale da obbligarlo a vestir la toga del corruccio, pure cercando esso

tutte le vie per rendersi singolare e fermar la pubblica attenzione

in ogni modo, apparve colà tutto bruno come la morte, e inforcando

un cavallo tutto nero come la pece. Pompeo trionfava e tutta Roma era

piena di Pompeo, pure in quel punto il diciottenne Giulio trovò il modo

di distaccare da colui gli sguardi del popolo romano e farli rivolger

tutti sopra di sè. Lucio Silla, seguendo il movimento di tutte le teste

che gli ondeggiavano d’intorno, dirizzò anch’egli colà la sua truce

pupilla, e vedendo l’abborrito fanciullo, ne torse indispettito la

faccia.

II.

LAJA PITTRICE E IL RITRATTO DI CESARE.

La ragione per cui sulla sommità del clivo Capitolino, intanto che

Pompeo trionfava, era comparso improvvisamente Giulio Cesare, non era

stata indovinata da nessun Romano; neppur da Pompeo, troppo saturo

d’orgoglio, per sospettare in altri intenzioni rivali. Ma l’osservatore

Lucio Cornelio Silla, che nella toga mal cinta del giovinetto parente

di Mario aveva letto il futuro, tosto, allorchè volse la testa iraconda

a quell’inattesa apparizione, ne intravide l’intento e ne parlò poi

sdegnosissimamente con Lucullo banchettando seco lo stesso dì.

Cesare il seppe, e giacchè, anche senza questo nuovo sdegno, non

riposava tranquillo sul perdono strappato all’onnipotente dittatore

dalle preghiere e dalle lagrime delle Vestali, pensò, come tutti sanno,

di lasciar Roma, e andò a militare in Asia sotto Marco Termo pretore,

intrattenendosi in Bitinia presso Nicomede; poi militò in Cilicia sotto

Servilio Isaurico, e non ritornò in Roma se non quando fu certissimo

che le piattole vendicatrici avevano consegnato all’Averno il suo

mortale nemico.

Appena ritornato, il suo primo pensiero fu di abbandonare il palazzo

avito che teneva sul Palatino e di farsi architettare nella Suburra

una piccola casa grecamente elegante, che in breve gli costrusse il

suo amico Ermodoro di Salamina, il celebre autore del tempio di Giove

presso il portico di Metello. Non v’è atto della prima gioventù di

Cesare, anche il più minuto e a primo tratto insignificante, che non

meriti di essere intimamente esplorato. Tutto per lui aveva una ragione

di essere; perfino le inezie tenevano in germe un remoto intento. Il

Palatino era il quartiere dove sorgevano i palazzi del più vetusto

patriziato romano (i nobiloni dei quattro quarti d’allora). Esso,

come dice Ampère, era a Roma quel che il sobborgo St. Germain è a

Parigi. Era la nostra Porta Nuova, il Borgo Nuovo, la via de’ Bigli,

la via Monforte; quel che si vuole insomma. Sulla linea parallela

del Palatino, al di là della basilica Opima e della via Sacra e del

tempio degli Dei Penati, correva la via del Foro alle Carine, dove

abitava la gente nuova, i cavalieri, gli uomini di toga e di borsa, i

causidici, i banchieri, i ricchissimi aggiotatori della pubblica fame.

Cesare abbandonando il quartiere della gente vetusta, non si degnò di

traslocare in quello della gente nuova, ma trasportò la sua dimora dove

s’affollavano a miriadi le casupole, le botteghe e le officine della

porca plebe, dove rintronavan martelli e incudini e stridevan seghe,

dove vagolavan meretrici e vespertini adulteri, dove stava persino

l’abbominata dimora del carnefice di Roma.

La Vedra, le Vedrazze, il borgo di Cittadella, il vicolo del Sambuco in

Milano potrebbero dare, sebbene con maggior decoro, una qualche imagine

della Suburra, la quale si stendeva sul monte Celio appena fuor della

mura (extra mœnia). E Giulio Cesare venne ad abitar qui precisamente.

Or non si pressente già colui che preferiva di esser primo in un

villaggio che secondo in Roma? La casa di Cesare, veduta da lunge

aveva l’apparenza di un tempietto greco: sarebbesi detta la dimora

di un nume, e ciò anche per l’eccessivo contrasto colle catapecchie

che in lungo e in largo le sorgevano d’intorno. Correvan le none di

maggio dell’anno di Roma 674 — ovverosia il cinque maggio. Era l’ora

quinta del giorno (_hora quinta diei; — mane ad meridiem_). Intorno

alla casa e sotto il portichetto a colonne joniche stavan clienti,

ombre; vi eran soldati dalle profonde cicatrici, dalle braccia monche,

dalle troncate gambe, dalle chiuse e bendate occhiaje, probabilmente i

derelitti veterani di Mario; — e fra tutti, per le insolite vesti, si

distinguevano i lerci ebrei, i vampiri usuraj che attendevano al varco

il già tanto indebitato pronipote della Venere dea. — Ma si entrino

i penetrali, a visitarvi il divo Giulio; e come l’Apollo sagittario

ei ci si presenta infatti nudo come la celebre statua greca, bianco

e diafano come il marmo pario, posante come quel dio. Egli stava in

quel punto facendosi ritrattare dalla più valente pittrice di quel

tempo, da quella celeberrima Laja di Mileto, che dipinse per la prima

volta sè stessa nelle proporzioni del naturale adoperando gli specchi

di cristallo grandi come il corpo umano: i quali specchi insieme coi

vitrei musaici, erano stati introdotti in Roma dalla Grecia fin dai

primi tempi di Silla (_Specula totis paria corporibus_). La giovine

Laja, severa come una Minerva, inaccessibile a qualunque senso che non

fosse il più profondo amore dell’arte, sedeva innanzi a quella statua

viva disegnandone i contorni su di un’ampia tavola.

Presenti a quella seduta artistica c’era il vecchio Sopolis, il

maestro di Laja, il più distinto ritrattista di Roma, prima che quella

fiorisse, e che amava la sua allieva più di sè stesso e della quale,

anzichè avere invidia, si gloriava. Medesimamente stava presso a Cesare

il suo vecchio famulo Taltibio, che idolatrava il padrone avendolo

portato fra le braccia infante. Cesare non credendo che Laja venisse

in compagnia di Sopolis, per un tratto di squisita delicatezza volle

presente il vecchio famulo, onde stornare sospetti e non scemare

d’un punto l’innocente severità dell’arte. Taluno potrebbe dire: e

perchè allora farsi ritrattare in quel costume così eccessivamente

scoperto? Cesare non lo deve aver fatto a caso. Sapeva di aver forme

bellissime e desiderava che ciò si sapesse in Roma e fosse testificato

dall’inappellabile giudizio degli artisti.

— Una dote di più, pensava egli, è un’arma di più. Cinquantamila

giovani dame romane ben possono, ad un bisogno e secondo i loro mezzi,

confederarsi a cinquantamila strenui soldati; e in ogni modo aiutarmi

nei privati convegni sollecitando a mio pro amanti, parenti e mariti.

La figura di Cesare, alta, elegante, asciutta come quella di tutti i

giovani, offriva all’occhio le proporzioni del discobolo greco. Vista

un po’ da lunge pareva aver braccia e gambe non fortissime; ma queste

vedute dappresso e misurate, oltrepassavano la grossezza comune;

grossezza che veniva dissimulata dall’egregia proporzione appunto.

Alcuni autori antichi e moderni ebbero a far le meraviglie confrontando

la gracilità alle fatiche incomportabili e straordinarie ch’egli solo

potè sostenere. Ma fisicamente, non si fa se non quel che si può fare:

e per quanto la virtù dell’animo, o a dir meglio, l’ispirazione, il

soffio, il dio prepotente della volontà possa far prodigi, se non c’è

la potenza dei muscoli, le fatiche non si possono protrarre a lungo.

Alessandro, Cesare e Bonaparte ebbero tutti e tre forme apparentemente

arrotondate; ebbero pelle candidissima e quasi muliebre; ma nessuno

più di loro seppe resistere alle fatiche del campo. La forza veniva

celata dall’epidermide; come l’ambizione sterminata e la profonda

scelleraggine dall’amabile astuzia e dall’ingannevole volto.

Tuttavia, in quelle membra egregie di Cesare, c’era un lieve difetto.

Verso le regioni dei lombi, la spina dorsale, quella che Napoleone

al cospetto della scoperta di Volta, disse essere la pila della vita

animale, appariva lievissimamente deviata; deviazione che l’anatomico

riscontrò pur nel cadavere imbalsamato di Napoleone allorchè da

Sant’Elena venne trasportato in Francia. Strana somiglianza che,

sebbene in diverso modo, pur si riscontra nell’apollineo collo di

Alessandro il Grande, di alcun poco inclinato da un lato. Si direbbe

che il _ganglio massimo_, che è la testa, abbia voluto in questi

tre uomini che rappresentano la più sterminata potenza delle facoltà

mentali, dare indizio della sua eccezionale pesantezza gravitando sulle

altre parti del corpo. E un altro difetto che non appariva ancora nel

ventenne Cesare, ma doveva rivelarsi precocemente, era la calvizie.

Non si può sapere da che questa sia derivata in lui, e come derivi in

altri. Ma la testa di Cesare offriva un fenomeno strano; mettendo la

mano al disopra di essa, anche alla distanza di un palmo, si sentivano

gli effetti come di una forte irradiazione di calore e sovente una

lieve onda di fumo vaporoso ne lambiva la superficie, quasi che una

fiamma riscaldasse internamente le cavità del cranio.

La pittrice Laja non conosceva questi fenomeni, e non poteva prevedere

la calvizie futura nella chioma corvina acconciamente inanellata

dell’elegante patrizio; ed era tutta intenta invece, nella sfiducia

che in quel punto l’aveva assalita, a cercar di ritrattare la luce

degli occhi di Cesare (_nigri et vegeti_) che abbagliavano dominando,

e parevano parlare pur nel silenzio del labbro, il quale era roseo e

tumido a significazione di voluttà, e dava di tanto in tanto un tremito

lieve come se la parola gli scorresse sopra ed ei volesse trattenerla.

Pareva il labbro di lord Byron, questo Cesare non riuscito, come

Champagny ebbe già a definirlo.

La seduta durò quasi due ore.

A un certo punto Giulio Cesare con morbido accento:

— Sarai stanca, o Laja, disse, proseguiremo domani. Non voglio che

la tua mano s’affatichi più del conveniente. Tuttavia fammi certo, o

Laja, del quando, impiegando due ore al giorno, il mio ritratto sarà

compiuto.

— Oggi siamo alle none di maggio. A quelle di giugno il popolo romano

vedrà l’effigie tua sotto al portico di Metello. In quel giorno

farai in modo, o Giulio, di essere assente da Roma e farai correr

la voce che ciò possa essere per qualche grande impresa, a meno che

tu non t’incarichi di compirla davvero. Affinchè il ritratto sia

convenientemente apprezzato e metta in entusiasmo il tuo popolo,

conviene ch’ei senta il desiderio dell’originale lontano.

— Quel che possa avvenire tra un mese non lo so; ma certo sarà appagato

il tuo desiderio.

Laja si alzò e uscì col vecchio Sopolis, attraversando un lungo androne

affollato di cittadini romani.

Cesare infilò la toga che Taltibio gli porse e, guardandosi in uno di

quegli specchi grandi fino alla proporzione dell’uomo, che gli eran

venuti da Atene, se la cinse larghissima, studiando con gran cura un

partito di pieghe che pareva riuscito a caso e per gli effetti della

noncuranza. Voleva ei forse velare con quella, in apparenza, fortuita

combinazione di linee, di occhi e di borzacchini l’incorreggibile

deviazione della spina dorsale? Di Cesare in fuori, nemmeno Giove

Ottimo Massimo poteva saperlo.

Quando ei si fu bene acconciato, entrò nell’androne girando lo sguardo

intorno, sorridendo a quanti eran là congregati, stringendo la mano a

tutti.

— La dea Murcia vi ajuti, disse poi. Essa vi faccia parer comodo

l’avere aspettato e l’aspettare qualche poco ancora. I miei poveri

veterani mi attendono sotto il portico.

Uscì infatti. Alla sua comparsa que’ miserabili soldati claudicanti e

guerci e ciechi fecero circolo intorno a Cesare, ed egli stringendo la

mano a tutti, diede una dramma a ciascuno. Tutti i giorni essi venivan

là per ricevere quel sussidio e talvolta erano in numero di venti, di

trenta, di cinquanta.

Quand’essi furon partiti, Cesare ammiccò a tre giudei che gli si erano

avvicinati.

— È presta ogni cosa? domandò loro.

— Siam qui da due ore. Tutto è pronto.

— Entrate meco pel corritojo segreto.

Silenzioso procedette innanzi. Silenziosi lo seguirono i tre giudei.

Cesare entrò nella biblioteca, sedette, e chiese severo:

— Quanto avete portato?

— Quello che ci hai imposto. Sessanta talenti.

— Di che qualità?

— Di tutte. Non si può sempre tenerne in serbo una qualità sola. Ne

abbiamo di _attici_, di _eginetici_ e di _babilonesi_.

Il talento _eginetico_ aveva il valore massimo, ossia equivaleva

a ottomila franchi circa; il _babilonese_ a settemila, a seimila

l’_attico_; onde, per adequato, quei tre sucidissimi giudei avevan

portato a Cesare più di quattrocento mila franchi, una somma ben

ragguardevole; ma pel giovinetto mal cinto assomigliavano a un getto

d’acqua profluente sulle sabbie del deserto.

Uno dei giudei come ebbe deposto sovra una tavola di porfido egiziaco i

sessanta talenti, trasse di sotto al sajo un rotolo, lo spiegò dinanzi

a Cesare, porgendogli lo stilo che pur trasse di sotto il sajo:

— Segna or qui, domine, gli disse; per le calende di novembre

restituirai talenti cento.

— Che? esclamò Cesare, alzandosi iracondo. Quaranta talenti per mesi

cinque?

Il giudeo non rispose, e voltosi ai due ebrei che lo seguivano:

— Riprendete quell’argento, disse loro. Dolabella lo aspetta. Quaranta

talenti di premio son già pattuiti con lui.

Cesare smise l’ira di tratto e si diede a ridere, e battendo sulla

spalla del giudeo:

— Ringrazia il tuo dio, soggiunse poi, come io ringrazio Mercurio se

non t’ho ammazzato qui senza far parola, perchè sei un ladro simpatico.

Ma chi credi tu che io mi sia? furfante. Se Dolabella ti promise

quaranta talenti, il discendente di Venere te ne darà cinquanta, e

tosto scrisse nel rotolo le cifre volute e ci mise il C. Julius Cæsar.

Usciti che furono i tre giudei, Cesare recossi di nuovo nell’androne.

— Siam qui da due ore, o Cesare, e ci conviene recarci tosto

all’esperimento mattutino.

— Salve, o Cocceio; salve, Plauzio.

Eran quelli due celebri istrioni di Roma. Il primo rappresentava la

maschera di _Macco_ — qualche cosa tra il Pulcinella e l’Arlecchino

— ed era di tanta valentìa segnatamente nell’introdurre versi

improvvisati tra quelli di Plauto e di Terenzio, che tutta Roma

accorreva per sentirlo. Non c’è nulla di assolutamente nuovo e di

solitario sotto al cielo, e quel Cocceio forse era il grande arcavolo

del celeberrimo Sacchi di Venezia. L’altro era Plauzio e rappresentava

quella maschera che si chiamava _Papposilene_, dall’aspetto di un

satiro velloso.

— Ho con me l’_Eunuco_ di Terenzio, soggiungeva Cocceio, qui e qua

intercalato da certi miei versi, pe’ quali mi sembra che tutta Roma

riderà a crepapelle di Pompeo, di Cicerone, di Catone, di Lucullo

e dell’indorato Crasso. Vorrei, o Cesare, che tu mi aiutassi ad

aggiustarne la misura; a trovare ed aggiustar dardi per ferire chi ha

ad esser ferito, e dare così il tono alla gran voce del popolo romano.

— Va prima all’esperimento, poi torna da me all’ora seconda di notte.

Vale, o Cocceio; Plauzio, vale — e stringendo la mano all’uno e

all’altro li licenziava, intanto che rivoltosi ai clienti:

— Porgetemi le vostre querele, disse loro, e a rivederci domani al

pomeriggio sotto i portici del tribunale — _ai gradi aurelj_. — Ed

entrò in un’altra stanza.

— Salve, o Sallustio.

— Salve, Cesare. Questa volta ho empiti due rotoli. Coprii di ridicolo

l’affettato Ortensio; ho messo in evidenza tutti i difetti di Cicerone

e berteggiata la pingue eloquenza del pizzicagnolo Crasso.... Or mi

preme che tu legga la critica del modo onde Pompeo condusse la guerra

spartacia. Mi proposi mostrare che ben più che alla virtù propria, ei

deve tutto all’aiuto della cieca fortuna.

Ma chi era codesto Sallustio?

Nulla meno che il famosissimo Crispo Sallustio, l’autore della Guerra

Giugurtina e della Catilinaria, l’autore tradotto e ritradotto per

tanti secoli da miliardi di studenti.

Allora giovane ancora faceva quel che oggi si direbbe il _giornalista_,

e redigeva coll’aiuto d’altri, e segnatamente di Cesare, il

_Commentarium rerum urbanarum_; il _Moniteur_ d’allora; perchè Roma fu

la prima ad avere una gazzetta; e chi ne crede Venezia introduttrice

per la prima volta nel secolo decimosettimo s’inganna.

— Ci vorrebbe qualche cenno profondo e terribile intorno alle imprese

di Lucullo.

— Non posso parlare di lui. Egli mette a mia disposizione trecento

liberti per moltiplicare le copie del _Commentario_. Tu vedi. Ciascun

liberto me ne dà cinque copie al giorno. Uscendo tutte le settimane nel

dì sacro a Mercurio, ne circolano diecimila e cinquecento copie.

— E a una dramma per copia; che, a parlarti liberissimamente, è troppo

caro prezzo.

— Col tempo lo ridurremo. Per ora lascia andare. Mi gode raccogliere

quarantadue mila dramme al mese, salve le spese che non varcano dramme

due mila. Ciò che significa la rendita di quattrocent’ottanta mila

dramme ogni anno. Val quanto essere in una delle più ricche provincie

dell’Asia proconsole e senza essere ladri come Verre.

— Dunque Lucullo è il più gran condottiero che mai sia esistito?

— Sì, finchè mi presta i suoi trecento liberti. Nessuno saprebbe

aiutarmi così. Nè tu pure — quattrocent’ottanta mila dramme mi

lusingano la fantasia. (E una dramma valeva 97 centesimi di franco).

A questo punto il famulo Taltibio annunciò:

— Sergio Catilina.

E il bieco e livido Catilina spuntò sulla soglia.

— Venga, esclamò Cesare.

Ed or sentiremo come il mondo antico venne in quel dì palleggiato

dall’interloquio di questi tre _anticristi_. E le donne che si annoiano

di politica s’affidino per la presenza di Catilina. Per costui

assisteranno a sì terribili scene, che sovente ne avranno irte le

chiome.

III.

CESARE, SALLUSTIO E CATILINA.

Si fece il ritratto di Cesare, ne’ suoi più minuti particolari, dei

quali alcuni riescirono peregrini e stranissimi perfino a qualche

studioso; così, prima d’entrare nel fitto dell’azione, si vuol fare

il medesimo anche colla colossale e strenua figura di Lucio Sergio

Catilina, intorno al quale venti secoli di storia non seppero mai dire

compiutamente il vero manifesto, nè esercitare l’intuizione intorno

al vero nascosto. La lettera morta dei narratori antichi, allorchè

questi non sieno investigatori filosofi, e non abbiano l’immaginazione

ricreatrice, non basta perchè altri s’acqueti su di essa, e possa

farsi una idea precisa di quello che racconta. Il libello famosissimo

di Sallustio è un lavoro di egregie forme e d’uomo che in vecchiaja

si ricompiace d’arte, ma più fatto per insegnare a scrivere, che per

comunicare altrui la potenza di far rivivere tutto intero un periodo

della storia, ripresentandolo alla posterità col rilievo e la completa

planimetria di una città distrutta, fatta ricomparire col lavoro degli

scavi. Esso narra alla ricisa, e le sue pagine sono troppo fuggitive

per poter abbracciare tutta l’ampiezza del prolungato cataclisma del

tempo in cui visse. Quel libretto va dunque interpretato coll’ajuto

d’altri lavori, va compulsato ostinatamente, va costretto, quasi

diremo, colla tortura a confessare tutto quello che espressamente forse

vi si tacque.

Quando Catilina si presentò sulla soglia della camera di Cesare, e,

invitato, si assise, e, ancora invitato, stette ascoltando quel che

Sallustio con voce sonora leggeva a Cesare intorno alle guerre di

Pompeo, poteva avere trentacinque anni, ma ne dimostrava di più. Era di

statura, come suol dirsi, vantaggiosa, ma non alta; dalle maniche della

toga apparivan le braccia nude, affatto ossee, percorse da cordoni

grossi e da vene gonfie. Si vedeva che quelle braccia e quelle mani

avrebbero lasciato il segno dove fosser posate, press’a poco come,

vedendo la zampa poderosa del tigre, si crede tosto al naturalista il

quale assicura che quella può colla subita percossa rompere le reni al

cavallo assalito. La faccia aveva di forme ampie, stupendo l’ogivale,

ma il bianco dell’occhio era injettato di vene sanguigne, la fronte

attraversata da una grossa vena, le guance livide ed esagitate, sulle

quali appariva quel che potrebbe dirsi una battaglia di muscoli.

Pure, allorchè, a certe espressioni di Sallustio con cui investiva di

ridicolo Pompeo, egli sorrise, a un tratto parve che quella battaglia

sostasse, che un raggio di sole illuminasse quel mare in procella;

parve che quell’aspetto così tremendo e stravolto, potesse quasi

riaversi e rinfrescarsi e balzar fuori bellissimo, se un desiderio

appagato, se una fortuna raggiunta fosse venuta in suo soccorso; chè la

bocca, aperta al riso, si rivelava di eleganti forme antiche, con una

fila di denti, forti sì e grossi, ma bianchissimi.

Nella prima gioventù, allettato forse dalle lodi del rodio maestro

Apollodoro, che gli disse congratularsi seco dell’aver avuto da natura

il dono spontaneo dell’eloquenza, si diede insieme con Lucullo ad

approfondirsi nelle lettere greche e nella filosofia, e come chi in

ogni cosa si lascia portare agli estremi, affannavasi a poter riuscir

primo in quelle discipline; ma la forza del corpo avendolo fatto

attissimo alle fatiche del campo, a talchè divenne lo stupore de’

giovani e dei veterani, i quali dicevano non poter egli venir superato

facilmente da altri combattendo corpo a corpo, tutto per molto tempo

si diede alle cose di guerra, e con tale insistenza febbrile, che dagli

albori a vespero si maneggiava continuamente in quelle.

Ma, per decreto della fortuna, tale e tanto apparato di insigni

attitudini fuori affatto dell’ordine comune, dovevano, per l’esagerato

contrapposto di altre, e per un fatto specialissimo, condannare la sua

fama ad attraversare due mila anni perpetuamente avvolta di orrore. La

uccisione del patrizio Gratidiano è nota a tutti: quello fu il fatto

onde la figura di Catilina per la prima volta compare sulla soglia

della storia.

Sappiamo da Sallustio e da Cicerone e da Tito Livio, com’egli nato da

famiglia patrizia e ricchissima, nella prima gioventù, portato dalla

sua natura non paga che di esagerazione, si fosse dato allo spendere ed

al lussureggiare fuor d’ogni misura; apprendiamo altresì com’egli fosse

prodigo non per sè solo, ma con tutti, anche coi ricchissimi, e che il

donare altrui cavalli, armi dorate, opere d’arte, quando s’accorgeva

che queste venivano appetite, era per lui un’abitudine. Questo non è

indizio d’animo iniquo; ma tale abitudine, se giova altrui, è funesta

a chi la tiene; epperò venuto in rovina quasi totale, sapendo per aver

militato più volte, di essere attissimo anche alla condotta di una

guerra, desiderò ardentemente di essere spedito proconsole in qualche

provincia; ma per ciò gli occorrevan danari, onde placare i debitori, i

quali come vespe gli ronzavano intorno all’avito palazzo, e per nessun

conto non lo avrebbero mai lasciato partire senz’essere pagati. —

Ora quel Gratidiano era un suo amico, di sfondata ricchezza, il quale

volendo impiegare il molto oro lasciatogli dal padre stato più volte

proconsole rapacissimo, ambiva di acquistare i latifondi dei ricchi

venuti in basse acque, e li angariava usureggiando. Catilina si rivolse

dunque a colui per cedergli le terre e le ville che gli erano rimaste;

ma quegli negò assolutamente di fare il suo desiderio.

Onde Catilina, non potendo indovinarne il perchè, e parendogli

un’indegnità, e sospettando che la cagione fosse d’impedire a

lui di salvarsi dal naufragio dei debiti, e di rifarsi ricco e

coprirsi di gloria militando, montò in tale furore, che lo percosse

fierissimamente. Nè vi fu per allora altro. Ma quel rifiuto spietato

fece tale effetto sull’animo di Catilina, che l’odio non ne uscì mai

più; onde andava pensando al modo di vendicarsi.

E vennero le proscrizioni di Silla, di questo salassatore sistematico

del mondo romano. Per livellarlo e togliere le sporgenze e far

galleggiare un partito solo, colui aveva pensato di allagarlo di

sangue, come altri, in altri tempi, essendo aboliti dalla gentilezza

dei costumi i mezzi feroci, pur trovarono il modo di assassinar

l’Italia unificandola con mezzi violenti, assurdi, funesti, scalzando

autonomie, schiaffeggiando tradizioni gloriose, condannando, quasi

coscritti, a perpetue tappe i funzionarj della nazione per tramescolare

le genti; alternando la pubblica alla privata miseria; creando cariche

inutili per assicurare i traballanti puntelli del governo, nominando a

migliaja inutili impiegati nuovi, e licenziando utili impiegati vecchi,

colla paga e l’obbligo di non far nulla, per trasmutarli così in piante

parassite, in sanguisughe innocenti, ma sempre dannosissime all’erario,

epperò affogandoci tutti non nel sangue, ma nell’abisso senza fondo

d’un debito pubblico inaudito...

Chi sia stato più rovinoso all’Italia di quel vetusto Silla a sangue,

e degli odierni Silla a secco, potrà giudicarlo la più veggente

posterità.

Ma si torni a Sergio Catilina e a Gratidiano.

In uno di quei giorni orridi di Roma, al confronto dei quali è poca

cosa perfino _il tempo del terrore_ passato sulla Francia esterrefatta,

e ne’ quali guai a chi era ricco e del partito antisillano (chè

tutti avevano il diritto di ucciderlo, e troppo spesso la ricchezza

faceva che si confondessero espressamente partiti e partigiani),

Sergio Catilina vide da lunge passeggiante lungo Tevere Gratidiano,

sicurissimo di sè perchè era patrizio, perchè era sillano. Quella vista

gli fece di tratto balenar in mente un’orribile idea. L’odio non gli

si era mai spento in petto; ma in quel punto divampò con un ardore che

non può avere espressione. Accelerò il passo, onde presto raggiunse il

lento Gratidiano, e a pochi palmi che fu da lui, giacchè gli veniva da

tergo, Fermati, gli gridò, Gratidiano usurajo; e lo agguantò di colpo,

e lo atterrò, e della daga due e tre e dieci volte il trafisse e ne

fece colle mani stesse uno scialacquo di sangue; e così orribilmente

sfigurato se lo prese tra le braccia, e portatolo di peso alla curia

dove Silla stava dando ragione dall’alto di una gradinata, assiso in

una sedia d’oro:

— Prenditi, o padrone di Roma, questo verro scannato; da me scannato.

Esso possedeva dieci milioni di dramme, e tanto dell’agro romano quanto

misurano cento pietre miliarie. Io lo dono a te, o padrone di Roma.

E, così detto, partì senza aggiunger altro, lasciando esterrefatto

perfino Silla.

Un tale delitto è orrendo, e per nessun conto scusabile nemmeno da

un iniquo, quantunque vi si riveli qualche ragion mitigante. Se quel

Gratidiano, pur non danneggiando sè stesso, anzi lucrando, avesse

ajutato Catilina, questo, chi sa? puro di macchie, avrebbe attraversato

la storia e sarebbe giunto fino a noi forse come il più gran capitano

dell’antichità dopo Alessandro e Cesare. Ma queste non sono che

congetture, e il delitto sta e il modo atrocissimo di esso; a tal

che, pur tra quei costumi efferati dell’antica Roma, quando, divenuto

Silla dittatore, per alcun tempo un’apparente calma si sovrappose

al non spento Vesuvio e celò i sintomi di più tremende eruzioni, la

figura del giovane Catilina passeggiante per Roma faceva ribrezzo ai

timidi riguardanti. E perfino dal fratello venne aborrito e scansato;

e, fatalmente, venuti a parole, mentre armeggiavano nel campo Marzio,

e dalle parole ai fatti, Lucio Sergio uccise il fratello. La storia

registrò che gli tolse la vita per raccogliere tutt’intera l’eredità

paterna — e qui la congettura è davvero men forte della storia.

Se non che, tornato ricchissimo per la morte appunto del fratello,

di nuovo si diede a profondere oro, ed ingraziarsi, colla capziosa

eloquenza e coi vischiosi allettamenti dei doni desiderati, i

giovinetti patrizj, che banchettavan felici con colui che pure aveva

ucciso un patrizio morto in fama d’onesto e un fratello vissuto siccome

intemerato.

Ma a questo era trovata la scusa, e sovente, perfin la lode; la qual

cosa ci dà a pensare.

E più che mai si diede ad ingraziarsi la plebe; e i veterani, senza

riguardo che fossero piuttosto di Silla che di Mario; e i miserabili

avanzi della proscrizione sillana, ovverosia i figliuoli poverissimi

dei doviziosi padri stati legalmente assassinati, vaganti per Roma come

larve a questuare l’indispensabile obolo.

La giovinezza di Giulio Cesare, Volume 1 (of 2) · 第 1 / 9 段