In ultimo comparvero Sempronia e Drusilla in costume di Niso ed Eurialo

venuti a gareggiare in mezzo ai giuochi del campo dì Enea; e danzarono

accompagnandosi coi _crotali_ che dall’antico Ilio eran passati in

eredità alla gente latina. Fremettero a quel ballo audace (primo

annuncio di decadenza) i giovani romani, e acuti ardori li investirono

allo spettacolo di quei popliti fatali e di quelle pafiche gambe,

tradite agli sguardi dalle lievi e brevi tuniche che si alzavano troppo

spesso. Ma più di tutti fremette Catilina di forsennata fiamma; e

fremette il sedicenne Cetego maledicendo alla beltà materna.

E sangue, scellerato sangue, apprestò quella danza.

V.

L’IRA DI CETEGO.

Come cessò quella danza fatale, cui susseguì un urlo d’applausi

baccanti; e intanto che si disponevano a novi balli, novi attraenti

côri di alfesibee e alfesibei, Giulio Cesare fermò Catilina.

— E perchè, gli disse, ti aggiri irrequieto e terribile, così che

sembri un tigre bramoso?

— Tengo l’averno qui — quegli rispose, premendosi il cuore col pugno

serrato.

— Ma e la gloria della donna tua non ti lusinga invece? non ti accomuna

agli Dei?

— Sì, tutto che vuoi.... se non vivesse quell’irto cignale di fanciullo

che tu vedi or là... in fondo...

— È il figlio di lei. — Impara dunque a sopportarlo.

— Lo tentai; mi feci acuta violenza; ma colui non sopporta me... nè la

madre... e un dì fu sì feroce e codardo che la percosse in volto. Però

ei deve andar sotterra, e presto.

— Ami tu Aurelia davvero?

Catilina guatò Cesare con lampeggiante pupilla, e:

— Tu me lo chiedi?... Roma, l’Italia, il mondo, tutto che sta in cielo

e in terra, manderei in isfacelo io... per questa donna, a me, oltre

ogni umano pensiero, dilettissima. E così dicendo, strinse della

propria con sì tenace stretta la mano di Cesare, che questi ne diè

segno doglioso in un fuggitivo aggrottare del ciglio.

— Senti, Sergio, disse allora Cesare... Io mi propongo di renderti

amico e ligio il giovane Tullo, se concedi che in questa istess’ora io

gli parli. — Vedi ch’ei sta in profondo abboccamento colla giovanissima

Servilia, sorella a Catone; terrestre Ebe che lui infiamma d’amore,

come Roma vocifera. Non v’ha macigno che, tocco in sì rovente bragia, a

placito nostro tosto non si squagli.

— Hai seco parlato altre volte?

— No.

— Dunque vedo che non lo conosci, se credi ammansarlo. Però, se ci

riesci, ti ringrazierò ammirando.

E Cesare, lasciato Catilina, scansando con leggiadria i danzanti côri,

s’accostò ai due giovani. Ei non aveva mai parlato nè con l’uno nè con

l’altra; inoltre, è quasi ingiunzione di legge, l’aliare disattenti e

inconsapevoli e ciechi intorno a due che sieno infervorati in amoroso

colloquio. Ma Cesare invece infranse la legge di colpo, e si fermò

innanzi ad essi, e li guardò fisso; ma con sì benigna movenza di

pupilla, che nè a Servilia nè a Cetego venne in mente di chiamarlo

importuno; — e Cesare, inclinatosi tra l’una e l’altra testa:

— Cari colloquj io interrompo, soggiunse, ma contemplandovi invidioso

da lungi, sentii la necessità di gratularmi con te, o giovinetto

Cetego, che tanto premio ti meritasti; e con te, fanciulla, che Ebe a

me sembri: Ebe dalle chiome fragranti di nettare e ambrosia, fidente in

costui, il quale mi sembra una promessa di Marte.

Sorrise a Cesare Servilia d’ineffabile sorriso, pur tacendo, l’animo

grato le brillò nella pupilla: e Cetego li fissò pure, ma di uno

sguardo involontariamente fiero; chè natura gli aveva per tal modo

modellato il fortissimo ciglio, che mal poteva atteggiarsi a dolci

movenze: e codesta fierezza, che pareva dovesse renderlo inamabile alle

donne, era quella appunto che le traeva a sè, dominandole, e sovente

anche involontarie.

— Belle parole tu ne dici, o Cesare, esclamò poi... ma se son belle

pronunciate da te, ben migliori sarebbero, e a me più profittevoli, se

venissero dalla scellerata mia madre, e dall’inflessibile fratello di

costei.

— Nè tua madre è scellerata, nè inflessibile è Catone. Però, se lo

concedi, vorrei per poco trattenermi teco.

Dopo queste parole, Servilia essendo stata invitata a nove danze,

Cetego s’alzò, e:

— Sono con te, soggiunse; ma già ti avviso che tu alimenti impossibili

speranze. Non c’è altro che il ferro, nè altra dea che Nemesi a cui mi

affidi.

Cesare precedette, recandosi sopra un terrazzo del giardino pensile.

Cetego il seguiva; ma il giovinetto Clodio gli si attraversò allora

dicendogli:

— Che vuol Cesare da te?

— Lo saprai.

— Bada che i miei servi son pronti.

— A che i servi? Basto io solo in ogni modo.

— No, Cetego. Colui ha sempre seguaci numerosi di notte. Provvedi a te.

— Ora attendi. Tosto ritorno.

Il palazzo di Sempronia sorgeva sovra un dei più alti declivi del monte

Palatino. Dal terrazzo ove Cesare erasi recato, vedevasi gran parte

della sottoposta Roma, quella segnatamente che da porta Romanula si

estendeva fino alle stazioni dei municipj. Nereggiavano sull’azzurro

cielo in gigantesche proporzioni la basilica Porcia e la Opima e la

Fulvia Emilia; illuminate dalla luna, potevansi contar le colonne del

tempio degli Dei Penati e di quello di Castore e Polluce e della curia

Ostilia. Cesare, a guisa di chi vagheggia un latifondo cui sospira

di possedere, osservò, prima di parlare a Cetego, quella maestà

romana accresciuta dalla notte e dal cielo profondo e dai confini

indeterminati pel giuoco delle tenebre in contrasto colle varie ed

ampie macchie bianche della luce lunare. — E questa posò sulle figure

di Cesare e di Cetego, tagliando il viso di quest’ultimo, di maniera

che la parte inferiore era in ombra, spiccando netta la superiore,

la quale pareva uscire, come di soppiatto e sospettosa, da una selva

densissima di capegli a larghe anella, che, al par di quelli che si

vedono nel busto di Lucio Vero, aveano la loro radice a mezza fronte,

e insieme coi sopraccigli congiungentisi fitti all’inizio della linea

nasale, davano un aspetto terribilmente fantastico a quella testa

giovanile, cui Cesare artista ed esploratore di caratteri guardò a

lungo; e in guardarla, parea pensasse: Or vedo che le mie saran parole

al vento.

— Dimmi, o Cetego, entrò primo a parlar Giulio Cesare, hai tu fiducia

in me?

— Più di quella ch’io ho in altri, perchè tu sei il più giovane di

quanti hanno già qualche fama in Roma.

— E non per altra ragione?

— Sì, anche pel tuo ingegno, come assicura il greco Armodio; e perchè

sei il primo nel cogliere il bersaglio col pilo; e perchè sei il solo

che freni il cavallo pancia a terra tenendo le braccia intrecciate

dietro le terga.

— E non per altro?

— Altro non so di te... Ma della giovinezza in fuori... nessuna tua

virtù mi aggiunge fiducia... perchè quelle che ti ho accennate, se

saranno utili a te, temo possan riuscire dannosissime agli altri.

— Sebbene tu mi dica ingiuria, pure mi congratulo teco che in sì

giovane età parli, se non con senno verace, certo con tutte le

apparenze e le scaltrezze di un senno che par fatto d’esperienza.

— Chi rimane orfano ancor fanciullo, impara assai prima degli altri a

vivere e a giudicare degli uomini. Io poi non ebbi che affanni e dolori

atroci nella casa mia... Mio padre morì trentenne... e ancor ne ignoro

il come.

Qui Cetego stette muto un istante, poi ripigliò:

— Sventuratissimo colui che nacque da madre bellissima, la quale,

giovane tuttora, vede crescersi innanzi, quasi assiduo rimbrotto, un

figliuolo di tale apparenza ed aitanza e forza, che minaccia di farla

parer vecchia innanzi tempo.

— Ami tu la madre tua?

— No.

— E perchè?

— Per corrispondere all’odio suo...

— E come puoi credere ch’ella t’odii?...

— Insultando alla propria fama, ella insulta alla mia... però mi odia...

— In che modo insulta alla propria fama?... Il suo nome echeggia

dovunque in suon di lode...

— E di che lode mi parli tu?... mal t’infingi, o Cesare... e concedi

troppa importanza al fatto che nella vita mi precorri di sette anni. Ma

pensa che la mente mia è forte e scaltrita, come è virilmente muscoloso

codesto mio braccio gladiatorio. Guarda, o Cesare — e squassò al chiaro

di luna il suo braccio dritto, di sì poderosa apparenza, che se allora

vi fosse stato il dinamometro, esso ne avrebbe di tratto oltrepassato

la misura.

— Se la densità delle braccia fosse espressione d’intelletto.....

Ercole sarebbe Apollo..... Ajace avrebbe cantato Ilio invece di

Omero.... Burro, il gladiatore, tuonerebbe dai rostri come Tullio.....

— Degli altri io non so... Ben di me so questo... che mi sento uscito

d’adolescenza, e, precorrendo natura un buon tratto, or mi trovo

compiuto sì di fuori che di dentro e nel corpo e nell’animo al par di

chicchessia... E guai a chi s’attentasse insultarmi.

— Lode a te, o Cetego; ch’egli mi sembra sii stato battuto all’incude,

dove già stridette il ferro di Mario. Or se tu sarai quel che or

sembri, Roma dovrà gloriarsi del nome tuo.

Queste cose diceva Cesare; ma nell’intimo provò in quel punto per

Cetego la stessa inesplicabile avversione che Silla aveva sentita

per lui; ma Silla aveva palesato quel che Cesare dissimulò con arte

profondamente lusinghiera, intanto che a Cetego porgeva la mano, la

quale non fu respinta, ma nemmeno accolta dall’arcigno fanciullo che

tosto soggiunse:

— Non posso stringere la mano che stringe quella di Catilina. — Anche

di ciò mi loderai, o Cesare?

— Ammiro la tua sincerità selvaggia, non l’errore del tuo giudizio...

— Io detesto Catilina, assassino e fratricida. E tu, Cesare, ti

contamini della sua velenosa dimestichezza.

— Tu non lo conosci; nè conosci i fatti che detesti. — Ti do tempo

sette anni a darmi ragione.

— Nè sette, nè settanta. Odio quell’uomo, e l’odio mio è fatto

disprezzo. Però da questo punto, guaj se egli s’attenta di riporre

il piede nella casa degli avi miei. Sulla soglia di quella io farò di

lui quel ch’ei fece di Gratidiano in riva al Tevere. Lo giuro ai numi

dell’Averno; ad essi consacro il suo capo scellerato.

— Ma dimmi, o Cetego, hai tu il diritto di vietare alla madre tua di

venir sposa a quell’uomo che più le piace?

— Ne ho la volontà, se non ne ho il diritto; se poi tu parli di

Catilina, anche il diritto è con me.

— E credi che Aurelia tua madre debba obbedire a te, quasi a padrone?

— Non a me padrone, ma più che a padrone, al tiranno _onore_. E in

forza di questo io comando nella casa dei Cetegi.

— E Servilia? Non pensi a Servilia?

— È a lei che penso, e se Catone mi è avverso, non è già perchè io sia

Cetego, ma perchè sono il figlio dell’amante di Catilina.

— E se io parlassi, e se Catone non opponesse più l’inesorabile sua

parola ai desideri tuoi... e se la divina Servilia diventasse tua

moglie.... allora, pago di te stesso, non ti placheresti con tua madre,

col suo marito futuro?...

— Marito futuro? Ma chi è, ma chi ha ad essere costui?

— Non andare in escandescenze, o giovinetto; e giacchè ti credi già

degno della toga virile, fa che a me non sembri di soverchio la tua

pretesta. Or su, dêssi far senno e provvedere al tuo avvenire, pel

quale già temo.

— Altri piuttosto dee tremar per il proprio.

— Tu sarai padrone nella casa tua. Io farò in modo che l’intero asse

paterno venga tosto nelle tue mani; nè altri ti debba più governare.

Questo ottenendo, come puoi tu pretendere che altri debba essere tuo

schiavo?

— Non m’importa nè d’asse paterno, nè di libertà, nè di padronanza,

nè d’altro; quel che ho detto, ripeto, e quel che voglio, esser deve.

Intanto, io ti prego, o Cesare, di riferire a Catilina, che se questa

notte pensasse mai di toccar la soglia della casa dove io sto.... là si

fermerebbe cadavere, nel proprio sangue immerso.....

— Ti credetti acciajo da Mario... Or non mi sembri che zanna da tigre.

Però ti rinselva, e fa la tua strage se ti riesce. E Cesare, senz’altre

parole e senza saluto, lasciò Cetego sul terrazzo.

Le danze proseguivano. Cesare attraversò le sale, venne a Catilina, e:

— Nulla c’è a fare.

— Ben te lo dissi.

— Or devi star sull’avviso, o Sergio. Colui ha propositi di sangue, se

tu non rinunci a Drusilla, se non rinunci a metter piede nella casa dei

Cetegi.

— Quando così si vuole, quasi urlò Catilina allora, domani ella sarà

mia sposa... e stanotte dormirò nella casa dei Cetegi. E lui, lui

stesso padrone ultimo dell’antico palagio, getterò dalla torre che

guarda Tevere; e lunge lo scaglierò, come Pirro fece d’Astianatte, ed

Ercole di Lica. Lo giuro ai numi.

— Lascia i numi lassù, e a te provvedi. Ma le aule si vuotano, chè

l’ora del _conticinium_ è presta. Che pensi di fare or tu? Attendere il

_diluculum_, o uscir tosto?

— Uscir tosto, e in modo che Cetego se n’accorga. Spesso lo vidi in

colloquio con Clodio, il quale mi guatava bieco. Vo’ vedere se avran

l’audacia di seguirmi.

— Attenditi il peggio, o Sergio.

— Ho braccia strenue e daga sotto la toga, com’è mio costume di portar

sempre; e una siepe di giovani indebitati che strappai sovente alle

ugne dell’usurajo.

— Ed io verrò teco.

— No, piuttosto veglia in disparte, e governa le fila non osservato.

— Sia. Ma or vedo là Catone. Voglio parlargli; e mi par che stia

levando dal seggio la sorella Servilia. Colui affetta di non tener

cocchio, a pompa d’austerità e ad imitazione dell’arcavolo; — così il

piè leggiadro di lei dee inzaccherarsi, per la stranezza fraterna, nel

fango tiberino. — Ma ciò mi dà il pretesto di farmi loro compagno lungo

la via, sì che Cetego ne sia disciolto. Vo’ sentire quel che di costui

pensa Catone. È affar di breve ora. Dalla casa di Catone, ritornando,

terrò la via più dritta e più breve... Tu, se ti rechi al palagio

d’Aurelia o al tuo, fa di fermarti in veduta della via Sacra.

E Cesare lasciò Catilina, e volando a Catone, che già pareva partirsi

con Servilia, e prevenendo Cetego che veloce le si accostava:

— Or esco teco, o Catone, se me lo concedi, che di grave affare ho a

intrattenerti. E prima ti supplico ad attender qui un istante, che del

breve indugio mi darà venia Servilia tua; Servilia, raggio del cielo.

Catone non disse nè sì, nè no. Ammiccò del viso alla sorella, quasi a

dire: che tedio!... pur si dee aspettare.

E Cesare cercò allora di Sempronia, che erasi ritratta con Aurelia, la

quale tutta affannosa, le stava parlando.

— O Aurelia, Cesare le disse; vengo per ammonirti di non ti staccar mai

per questa notte dal fianco di Sempronia.

— E che altro avvenne? Oh parla. Io tremo ancora dei feroci propositi

di Sergio. E Cetego mi fulminava or ora con sanguigna pupilla. O

Dei!... — e Aurelia cadde in ginocchio, e aggiunse palma a palma, e

protese lo sguardo in alto e pronunciò preghiere.

— Circondati di calma, o Aurelia, esclamò Cesare, e in me ti affida. Ed

or salvete, o donne.

Così le lasciò, venne a Catone e del braccio sostenendo Servilia tra la

folla che si accalcava agli esiti del palagio, passò innanzi a Cetego

fermatosi per salutar Servilia, la quale gli rivolse un lungo sguardo,

da cui parevano uscir parole chiarissime di rimprovero amaro e di

cocente desiderio.

VI.

AURELIA E CATILINA.

Cesare accompagnava Servilia, sorreggendola del braccio, con eleganza

molle che non pareva promettere il futuro mangiator d’erbe condite in

olio guasto. Eppure la futura cortesìa resa alla agreste cordialità

degli abitanti del cisalpino villaggio, aveva un nesso con quella

eleganza comandata dall’eccezionale istante e dalle braccia olimpiche

della attraente Servilia. Accanto al giovane Cesare, col Cesare già

tenuto in Roma nelle sfere dove la dea Voluptas avvolgeva la gioventù

delle sue rosee nubi, veniva Catone, chiuso in sè, severo, col capo

basso, tutto ad angoli e a cateti, come il teorema di Pitagora. E a lui

disse Cesare:

— Catone, mi son proposto di commuovere la tua sapienza che ha tre

lustri più della mia e accenna alla natura del diamante, la quale

taglia e non si lascia mai tagliare.

— Parla, o Giulio.

— Puoi tu permettere, o Catone, che in codesta già tanto infelice

e contaminatissima Roma, debba avvenire una scena turpe di sangue,

essendone provocatori e volendone essere autori uomini della classe più

insigne, e pur essi insigni di qualche virtù?

— Non so nè a chi accenni, nè a che; però parla più chiaro.

— Chiaro io ti parlerò, e così che me ne farai rimprovero. Concedi

adunque, e tosto, che Cetego impalmi Servilia.

Catone lo guardò senza rispondere. Servilia accennava a Cesare di non

proseguire.

— Tu avresti dovuto parlarmi di questo fuor della vista e dell’udito

di costei; pur ti ringrazio d’aver fallito alla più volgare prudenza,

perchè di tal modo parlerò una volta sola invece di due.

— Fu dunque alta prudenza la mia e profonda cognizione dell’indole

di Catone se omisi i riguardi che ai mezzi uomini si concedono.

E Servilia, se è tua sorella, deve essere di tal tempra da non

isgomentarsi di cosa nessuna, e avere il diritto di sapere ciò che la

riguarda.

— E lo sappia.

— Perchè dunque tu, suo tutore saviissimo, le contendi la sua felicità

suprema?

— E in che fai tu consistere la felicità?

— Nel conseguimento dei propri desiderii.

— Va bene. Ma qual tempo tu concedi ai desiderii, perchè debbano

considerarsi atti di ragione e di salute, e non già di esaltazione e di

febbre?

— Non occorre il tempo per giudicar della ragionevolezza del desiderio.

Cetego, giovane ricco e patrizio, ama Servilia adolescente, beltà

meravigliosa, sorella di Catone. Se qui non trovi la ragione compagna

dell’affetto, dove la cerchi tu?

— La cerco nella durabilità del contento. Ma Cetego sarà figliastro

dell’aborrito Catilina, onde tu già vedi quanti guai futuri. Ma anche

senza di questo, Cetego è tal tempra che riesce insopportabile a me,

che voi tutti, pel mio rigore, chiamate insoffribile. E costei, questa

fanciulla, questa bizzarra creatura, per la _forma decòra_ impasto

d’Ebe, come espressero le tue parole, ma pur anco impasto di Nemesi e

di Lubenzia, come io ne so, mal verrebbe opportuna a colui che tiene

la cervice di porfido e il cuor più duro della cervice, e aspira già al

dominio e ad essere inesorabile con tutto e con tutti, pur non varcando

i tre lustri che di un anno solo. Però se Giove lo fulminasse, lo

giuro a te, o Cesare, io farei ecatombi a Giove. Se Cetego vivrà, tutti

saremo schiavi... tutti, e tu pure, o Cesare giovinetto, che io non amo

per la stessa causa onde aborro colui... Ma tu hai i capelli di seta e

la pelle lucente, quasi argilla di Cipro, onde lusingandomi che Venere

possa assassinar Marte, ancor ti sopporto. Tu non potrai mai negare la

sincerità del mio labbro.

— Ti ringrazio, o Catone, che tu mi stimi oltre il valore. Ma di ciò

sarà giudice il tempo. Ora, solo mi preme che tu veda la sincerità onde

mi faccio intermediario fra te e Cetego. Io desidero stornar delitti,

e tu vuoi alimentarli; però non so bene qual più valga del tuo senno

maturo o del mio che gl’inconsapevoli potrebber credere acerbo.

— Qual senno tu abbi non so; ben so che di raggiante intelletto ti fe’

dono l’arcavola tua. — Ma verrà giorno che mi giudicherai; e questa

Servilia, al cospetto della quale, pel grande amore appunto ch’io

ho per lei, ora sembro crudele, mi chiamerà pietosissimo invece e

salvatore suo. Non so se Cetego vivrà, perchè i violenti trovan sempre

morte innanzi tempo, ma s’egli mai avesse a vivere vita completa,

avventurati coloro che si saranno involati al suo dominio. Ricordati,

o Giulio, di queste mie parole.... e salve. La mia dimora mi attende,

e il _diluculo_ è presto. Catone il censore, la gloria della casa

nostra, nacque là in quel cadente palagio, dove io nacqui e costei e

il fratello mio, che pure io amo di profondo amore, e pei quali, dopo

questa mia cara Roma, che sarà eterna, tutto io darei. Inflessibile

mi credete, e lo sono, e comprendo gli affanni di questa giovinetta

amante non scaltrita; ma a chi più costi la mia inflessibilità, tu

lo considera, o Cesare, guardando le mie lagrime, che a dispetto mi

prorompono dagli occhi. E guardami tu, o Servilia, e perdona alla mia

crudeltà, perchè è fatta d’amore. Salve, Cesare.

Catone andò innanzi; Servilia, salutando, guardò Cesare con lunghissimo

sguardo, e in esso v’era l’amore per Cetego, amore che parea presentire

la morte; e v’era, nel tempo stesso, il primo vaghissimo afflato di

un affetto novo, che, per arcani processi, spuntava allora allora

dall’inconsapevole cuore.

Cesare, rimasto solo, nel silenzio della notte, rimeditando la figura

tutta di Servilia, quasi pittore che volesse colorire un ritratto senza

guardar altro e non fidandosi che dell’abilità della mano interprete

della tenace memoria, dimenticossi della moglie pur giovine e bella,

in quei giorni primaverili ridottasi a Tivoli per usufruire aure più

salubri: se ne dimenticò e pensò a Servilia, e considerando quella

grazia soave e quella greca gentilezza di forme, e quella pelle pastosa

e fragrante quasi fosse migliaccio e mandorla insieme; e quell’occhio

ineffabile dove il lampo dell’intelletto parea asperso di voluttà,

sentì gli assalti d’una voluttà eccedente, la quale essendo per la

prima volta _cesarea_, toccava un ideale non comprensibile se non

da chi alla natura di un poeta concitato al sublime confederasse le

effervescenze di faunina protervia; la quale appunto si rivelava nel

labbro tumido del giovinetto Giulio. Assorto in tali pensieri, progredì

la via.

Il palagio di Catone, poco oltre il simulacro di Venere Claucina e le

taberne argentarie, prospettava la _via Sacra_ tra il foro Pescatorio e

il tempio di Giano superiore.

Cesare, sostato un istante, sentì un lontano suono di voci e grida.

Accelerò il passo. Ei non aveva daga, chè quando non militava avea

per costume di non portar mai armi. Venne a’ primi limiti della via

Sacra. Protese l’orecchio, sentì suon di ferri, e apponendosi al vero,

accorse. Or che cosa era avvenuto?

Catilina, prima di lasciar la casa di Sempronia, erasi recato presso

di lei, per levare Aurelia e accompagnarla, in cocchio, al palagio

dei Cetegi — chè Cesare non gli aveva detto nulla di quanto avea

raccomandato ad Aurelia stessa.

— Le aule si vanno vuotando, e tu rimani, Aurelia? così le disse

Catilina con una blandizie d’accento, che parea venire da tutt’altro

apparato di voce.

— E che?... Cesare mi pregò di non staccarmi dal peplo di Sempronia.

— Ringrazio Cesare del pietoso consiglio, e più dell’averlo taciuto a

me, chè ben sapeva l’avrei respinto. Ma la moglie di Sergio Catilina

non deve involarsi a pericolo nessuno. Pensa, Aurelia, che io testè

giurai a Cesare che domani innanzi all’ara noi saremmo consacrati

marito e moglie. Or quel che io giurai a Cesare puoi tu giurarlo a me?

Aurelia taceva...

— Puoi tu giurarlo a me? ripeteva Sergio quasi ruggendo.

— Giuralo, disse ad Aurelia la virago Sempronia.

Aurelia si scosse e:

— Non è bisogno che nè tu, nè questi mi sollecitiate. Quel che già

dissi, esser deve. Quest’uomo fortissimo sarà il marito mio. — Lo

giuro ai numi — e già lo è, senza che un’ara splenda d’inutile fiamma.

Prendi, o Sergio, e stringi la mia nella tua mano; basti quest’atto per

attestare a tutti ch’è indissolubile il nodo.

A tali parole il volto di Catilina raggiò d’insolita luce, baciò in

fronte Aurelia, baciò sulle gote Sempronia.

— Ed ora si vada alle tue case, soggiunse ad Aurelia, ed io verrò teco.

Cetego morente ti lasciò, finchè tu vivi, l’utile dominio di essa. —

Ti assidi adunque padrona là donde vorrebbe scacciarti lo scellerato

figliuolo.

E il figliuolo, non scellerato, ma caparbio, avendo visto uscir Cesare,

e indarno aspettando la madre e non sapendo imaginare dove Catilina si

fosse recato, si partì dal palagio di Sempronia insieme con Clodio.

Partì stretto al braccio del veramente scellerato suo amico, d’indole

felina; e d’uno in altro passo, seguito dalla canaglia romana che

l’amico assoldava, sen venne all’avito palagio. Toccò la soglia Cetego

e chiese all’_ostiario_, che era un negro dell’Abissinia e già parlava

la lingua del Lazio:

— È rientrata la madre mia?

— No.

— E nessun altro?

— No.

— Più non comprendo, o Clodio, allor soggiunse all’amico, il quale

ascoltava tacendo e irrequieto che già non ci fosse cagione da menar le

mani.

«Ebbene, entriamo noi, Clodio; e questa tua plebe passi insieme; ella

sarà inaffiata di falerno.

Clodio, fatto un segno ai seguaci che a un suo cenno si trattennero

in un lungo e cupo androne, varcò il limitare con Cetego, il quale

rivoltosi all’ostiario moro:

— Bada che nessun altro deve metter piede stanotte in questa mia

casa....

— Pensa che tua madre non è ancora entrata, rispose il moro.

La giovinezza di Giulio Cesare, Volume 1 (of 2) · 第 3 / 9 段