Scienze matematiche e naturali.
La matematica creata da Neuton e Leibniz, penetrò anche in Italia,
quantunque sembrasse leso patriotismo l’abbandonare il metodo, col
quale i nostri vecchi erano venuti famosi. Il padre Guido Grandi
cremonese, buon idraulico, matematico del granduca, ammirato da quei
due sommi, dimostrò geometricamente i teoremi ugeniani sulla logistica
e la logaritmica, e immaginò certe curve correlative per isciogliere
difficili problemi senza il calcolo differenziale. Il conte Giulio
Fagnani, canonico di Sinigaglia, tolse pel primo a considerare le
differenziali non riducibili alla quadratura delle sezioni coniche, e
sta ancora fra i migliori, se non fra i più conosciuti analitici.
A lui Luigi Lagrangia (1736-1813), nato e educato in Torino,
esponeva in lettera una serie da esso inventata per le differenziali
e integrali di qualunque ordine. Aveva diciott’anni, ed è la sola
opera che scrivesse in italiano. A diciannove rispose all’invito di
Eulero, che invano cercava un metodo di calcolo, indipendente da
qualunque considerazione geometrica; e al teorema di esso intorno
ad una nuova proprietà del movimento dei corpi isolati seppe dare
una generalità, applicabile a tutti i problemi di meccanica. Eulero
proclamò la scoperta del giovane, ponendole il nome di _Metodo delle
variazioni_. Ammirato allora da tutta Europa, Lagrangia continua ad
avventurarsi nelle sublimità matematiche; decide controversie fra
Leibniz, Bernoulli, Eulero, D’Alembert, Neuton, del quale repudia
la teoria delle onde sonore. Direttore all’accademia di Berlino
per ventun anno[290], sa cansarsi dalle chiassose dispute e dalla
brigosa servilità; e franco e semplice, «filosofo senza strepito» come
Federico II il chiamava, costringe l’invidia a rispettarlo, se non
vuole onorarlo[291]. Morto quel re, alle Corti di Torino, Firenze,
Napoli che il chiedeano, preferì Parigi, ove pubblicò la _Meccanica
analitica_, che egli vivrà accanto ai _Principj_ di Neuton e alle
opere d’Eulero. Traversò immune la rivoluzione, poi riordinò la scuola
normale e la politecnica. Restituitosi alla geometria di cui era parso
disamorarsi, stese la _Teorica delle funzioni analitiche_, ove, sempre
intento a generalizzare i principj, arrivò alla metafisica delle
funzioni primitive e derivate, tutto riducendo ad un’investigazione
algebrica elementare, rimovendo dall’analisi ogni idea d’infinitesimi,
di flussioni, di limiti, e dall’apparato delle soluzioni le complicate
costruzioni che nocevano all’eleganza e all’uniformità. E appunto per
l’eleganza di forme che associava alla generalità di metodo e all’unità
di concetti, fu detto il Racine de’ matematici; e il suo stile rimase
classico nell’analisi.
Colle verità dinamiche dato fondamento all’analisi delle forze, le
applicò al sistema del mondo; e stabilì i canoni da cui inferire la
invariabilità delle distanze medie dei pianeti. Assicurati i metodi
d’approssimazione, potè dare una teoria matematica delle ineguaglianze
dei satelliti di giove, fin allora conosciute solo empiricamente;
variò i modi di calcolare le perturbazioni delle comete, e i movimenti
dei nodi e delle inclinazioni delle orbite planetarie. Riconosciuto
che il variare dell’eccentricità di giove dee alterare il movimento
de’ satelliti, l’applicò alla librazione della luna, complesso di
fenomeni singolari scoperti da Cassini, e che egli ricondusse al peso
universale, mostrando qual modificazione produssero nella luna le
attrazioni della terra nell’atto di solidificarsi, e perchè essa volga
si può dire sempre la medesima faccia a noi; determinò la vera teorica
dell’equazione secolare di quel satellite, prodotta dal cambiarsi
dell’eccentricità dell’orbita della terra in grazia de’ pianeti
maggiori. Trovò poi tal equazione secolare non darsi nè in giove, nè in
saturno; e infine introdusse nella meccanica celeste la funzione detta
perturbatrice, per cui l’analisi relativa a un numero qualunque dei
corpi resta semplice, come ne fosse considerato un solo.
Giammai l’analisi matematica non avea raggiunto verità così
profondamente avviluppate nelle azioni complesse d’una moltitudine
di forze; giammai coll’applicazione di regole inflessibili non si
era comprovata la legge di gravitazione che mantiene l’ordine nella
varietà; nè così assicurata l’inalterabilità del sistema solare,
dove le orbite oscillano attorno ad una posizione media, con corsi
e ricorsi, di cui fino ai secoli più remoti le osservazioni dovranno
verificare la stabilità.
Con lealtà e limpidezza espone le scoperte precedenti alle sue.
Semplice di carattere, poco sensibile di cuore, dalla conversazione e
dalla musica facilmente distraevasi per andar alla ricerca di qualche
problema. Una sera arrivò al teatro che non anco erano accesi i lumi; e
la moglie in broncio dimandando — Or che faremo?» egli rispose: — Che!
non si può pensare qui come altrove?» Amò il conversare colle donne e
meglio colle più giovani; le baruffe letterarie evitava; spesso usava
formole dubitative, ma qualora fosse certo, asseverava, e — Quando lo
dico io, è segno che sta così».
Creato l’Istituto di Francia, il primo nome iscrittovi fu questo
italiano. Quando i Francesi repubblicani occuparono Torino, al
commissario D’Eymar ordinava Talleyrand si presentasse al nonagenario
padre di Lagrangia «per felicitarlo d’un figlio che il Piemonte è
glorioso d’aver prodotto e la Francia d’aver adottato». Il padre
pianse, rammentò che da trentadue anni non lo vedeva, e soggiunse:
— Sì, mio figlio è grande al cospetto degli uomini; possa essere
altrettanto in faccia a Dio».
Lorenzo Mascheroni, riducendo al solo compasso tutte le questioni della
geometria elementare, presentò un complesso di proposizioni interamente
nuovo, dove sono specialmente notevoli quelle che si riferiscono alla
divisione del circolo[292]: lodano pure le sue ricerche sull’equilibrio
delle volte, e più le poche _adnotationes_ ad Eulero, ove gittò
alcune verità, che più tardi si conobbero originali e feconde. La
_Trigonometria piana e sferica_ del veronese Antonio Cagnoli fu
adottata nelle scuole; le sue _Notizie astronomiche_ ridussero a comune
intelligenza la cognizione del cielo. Della pregevole _Storia delle
matematiche_ del Montucla, le mancanze, gli svarj sul conto dell’Italia
furon ripartiti da Pietro Cossali veronese nella _Storia dell’origine e
progressi dell’algebra_, faticosa per rozzo stile e divagamenti.
Possiamo contare fra i nostri il raguseo Boscowich (1711-87), adoprato
a misurar archi del meridiano in Lombardia e Romagna; discordò dal
Leibniz sulle forze vive, sostenendo possano ridursi alle leggi
ordinarie del moto: volea spiegare l’aberrazione bradlejana col
supporre particelle della luce i moti diurno ed annuo: in modo
diverso dal Gregory sciolse il problema dell’equatore d’un pianeta,
determinato per mezzo di tre osservazioni d’una macchia: e fece altre
applicazioni che gli sarebbero più valutate se meno avesse presunto,
e non si fosse perduto in sogni, come quello sulla natura dei corpi,
cui pretese applicare anche alle operazioni dell’anima. È notevole
che ancora ripudia la teorica di Copernico, siccome disapprovata
dall’Inquisizione, e non necessaria a dar ragione de’ fenomeni celesti.
Più che d’insigni matematici, l’Italia può gloriarsi di buone
applicazioni. Coll’opera della _Natura dei fiumi_ il bolognese Domenico
Guglielmini migliorò la pratica dell’idrometria, e fu cerco per
regolar fiumi e decidere controversie. Leonardo Ximenes (1716-86),
gesuita siciliano, propose buoni spedienti ad ovviare le dispute pel
traripamento dei fiumi, a prosciugare le paludi Pontine e il lago di
Biéntina, a regolar i fiumi del Bolognese e il Brenta e gli acquedotti
genovesi. In Toscana soprattutto lavorò a sanare la valle di Chiusi
e la maremma senese; gittò sovra precipizj il ponte di Sestajona,
mirabile quanto qualsiasi opera romana; e fece una _Nuova raccolta
degli autori che trattano del moto delle acque_. Intanto attendeva
pure ad osservazioni astronomiche e meteoriche; de’ suoi stipendj
alzò a Firenze l’osservatorio di San Giovannino con biblioteca e
molti stromenti, dove sono famosi il quadrante murale e il gnomone
di Paolo Toscanelli; e in testamento fondò due cattedre d’astronomia
e idraulica, destinate a’ padri delle Scuole Pie finchè non fossero
ripristinati i Gesuiti.
Anche il conte Jacopo Riccati veneto applicò le molte cognizioni
matematiche ai fiumi del suo paese e alla laguna, e in gara di
studj con Bernoulli, Leibniz, Vallisnieri, diè un _Saggio intorno al
sistema dell’universo_. Tra’ suoi figli, tutti studiosi, distingueremo
Giordano, valente in architettura, in matematica, in musica. Il Lorgna
fece importanti lavori intorno all’Adige; nelle piene del 1774[293]
offrì spontaneo i suoi servigi alla Serenissima, e studiò in complesso
il sistema idraulico del Veneto; donde cominciarono lunghe discussioni
sul sistemare il Brenta e il Bachiglione, lavorandovi Frisi, Ximenes,
Stratico.
Uno de’ primi a vantar il vantaggio e l’esattezza del calcolo
infinitesimale fu il bresciano Bernardino Zendrini (1679-1717), e
contro il padre Ceva mostrò come s’agevolassero coll’analisi alcuni
problemi proposti; esaminò l’inflettersi d’un raggio, traverso ad
un mezzo di densità variabile; contro Parent difese il moto degli
animali di Borelli; scrisse la _Scienza delle acque correnti_, e
s’affaticò intorno al difficile problema di trovar nei fiumi la linea
di corrosione, e l’applicò al Reno, la cui sistemazione diè per tutto
il secolo a discutere fra Bologna e Ferrara. I Bolognesi voleano
farlo sboccare nel Po grande, a settentrione di Ferrara, sostenuti da
Castelli, Guglielmini, Manfredi; i Ferraresi condurlo verso l’estremità
meridionale del lago di Comacchio, e versarlo nel Po di Primáro; e
Zendrini parteggiava con questi, e fu eletta una giunta per esaminare
quel fiume con Ceva, Grandi, Marinoni, Eustachio e Gabriele Manfredi
e Francesco Zanotti. Dalla Repubblica veneta fatto matematico, cioè
soprantendente alle acque e ai porti, Zendrini trovò prima necessità
il conoscere i luoghi e ne risultarono le _Memorie sullo stato antico
e moderno delle lagune venete_, producendo documenti per quattro
secoli; e suggerì a Venezia i famosi murazzi. Scrisse sul miglioramento
dell’aria di Viareggio, a richiesta de’ Lucchesi; progettò i modi onde
divergere il Ronco e il Montone che inondavano Ravenna.
Nella predetta quistione molto faticò Eustachio Manfredi, poeta,
astronomo, soprantendente alle acque del Bolognese: i calcoli de’ suoi
quattro volumi di _Effemeridi_ son dovuti alle sue sorelle Maddalena
e Teresa. Antonio Lechi milanese scrisse sui canali navigabili, e
l’_Idrostatica esaminata ne’ suoi principj_, l’opera più compiuta di
tal materia, dove schiva i calcoli per attenersi alla pratica. Anche
Paolo Frisi suo conterraneo, che trattò varj punti di matematica e
astronomia e principalmente _De gravitate universali corporum_, molto
applicò all’idrostatica, e diede il progetto del canale da Milano
a Pavia, oltre lavorare a quello di Paderno. In un saggio sull’arte
gotica (1766) vuol dimostrare che questa ripugna alla solidità non meno
che al gusto. D’idraulica scrisse pure Teodoro Bonati ferrarese, molto
adoprato attorno al Po e alle paludi Pontine, che confutò la teoria di
Genneté, e propose un esperimento per iscoprire se la terra si mova.
Giovanni Poleni veneziano, illustratore di Frontino e di Vitruvio, fu
de’ primi a trovare sperimentalmente le leggi dell’efflusso dell’acqua,
la contrazione della vena, e la relazione fra i tubi, i fori e
l’altezza del liquido.
Alla cognizione del nostro pianeta non contribuirono gli Italiani;
e qualche viaggi descritti da Gastone Rezzonico, dall’Algarotti,
dal Bareni, ben poco accrescono quel che si sapeva sulla Germania,
sull’Italia, sul Portogallo e la Spagna. Carlantonio Stendardi senese
descrisse Algeri, dove stette come residente di Toscana. Il bolognese
Brunelli fu incaricato dal Governo portoghese di determinare i confini
del Brasile; e il padovano Antonio Gera professore a Coimbra e Lisbona,
a segnar quelli tra la Spagna e il Portogallo in America. Utilmente
lavorò l’udinese Marinoni all’operazione del censo in Lombardia, i
confini della quale col Veneto furono tracciati nel 1756 dal Cristiani
e da Francesco Morosini. Salvadore Livelli di Agnona sulla Sesia presso
il monte Rosa, s’appassionò per la geografia e l’astronomia, sicchè
ebbe la direzione dell’osservatorio eretto a Torino dall’architetto
Faroggio, e lo dispose a modo e provvide d’istrumenti, e pubblicò molte
carte e principalmente quelle de’ Regj Stati nel 1791.
Le migliori mappe d’Italia ci vennero dalla Francia per opera di
Danville, il quale all’ampiezza datale nelle precedenti sottrasse
duemila quattrocento leghe quadrate. Antonio Rizzi Zanoni padovano fu
spedito da Luigi XIV nel Canadà per determinare i confini di quelle
colonie; fatto geografo della marina a Napoli, eseguì la carta del
regno in tre fogli, poi diresse il gabinetto geografico, dove delineò
la mappa in trentadue fogli, ed una nautica in venticinque. Paolo
Santini veneziano fu de’ migliori nell’intagliar carte geografiche.
Ai nomi di Linneo, Buffon, Adanson, Bonnet, Daubenton, Smith, Saussure,
Réaumur non possiamo opporre che parziali cultori della natura. Pier
Antonio Micheli fiorentino, applicandosi alle specie infime, distinse
esattamente le varietà, onde di quattromila specie crebbe l’elenco
botanico, oltre meglio distribuire le note secondo Tournefort, ch’egli
primo fece conoscere in Italia (_Nova genera plantarum_, 1729).
Giorgio Santi, chimico e botanico di Pienza, stette lunga pezza a
Parigi, poi professò a Pisa, ed oltre un trattato sul lauro nobile,
diede un viaggio a Montamiata e nel Sienese, ricco di descrizioni
naturali. Vitaliano Donati, medico padovano, pubblicò un saggio sulle
conchiglie dell’Adriatico, accolto con entusiasmo e tradotto in molte
lingue, con saviissime e acute osservazioni; le fruttificazioni dei
varj fuchi distinse in generi e suddivisioni; nel corallo mostrò il
graduato passaggio della natura dai vegetali agli animali, e che
le piante terrestri non variano dalle marine se non in quanto il
polline è liquido in queste, polveroso in quelle. Invece di compire
quest’opera, andò a nuovi viaggi nell’India e in Egitto a spese del re
di Sardegna, ove dopo gravissime fortune naufragò. Giuseppe Olivi di
Chioggia studiò le conferve e altre produzioni, e fece la _Zoologia_
adriatica molto lodata; terribile nel ribattere gli errori altrui,
ingenuo nel confessare i proprj, morì giovanissimo. Giovanni Gerolamo
Zannichelli modenese, medico-fisico di tutto lo Stato veneto, e che
ebbe il privilegio delle pillole di santa Fosca, raccolse quantità
di fossili, e fece la storia delle piante che nascono nei dintorni di
Venezia. Antonio Vallisnieri modenese, allievo del Malpighi, studiò la
generazione, con insolita franchezza svelando gli errori degli antichi,
e l’autorità annichilando a petto all’esperienza.
Il suo concittadino Lazzaro Spallanzani (1729-79), educato dalla cugina
Laura Bassi che a Bologna professava fisica sperimentale, riuscì gran
naturalista, non dietro a teoriche, ma con pratica seguìta. Oltre
dimostrare che da germi provengono anche gli animali infusorj, che
Buffon avea creduti privi d’organizzazione determinata, e mossi e
conformati da una potenza occulta, e Needham da una vegetatrice, studiò
la respirazione, e singolarmente il riprodursi di qualche membro negli
animali a sangue freddo; credè persino che la lumaca ricacciasse la
testa. Proseguì le ricerche di Haller sulla circolazione, valendosi
dell’apparecchio microscopico di Lyonnet per vedere il circolo
del sangue con luce riflessa anzichè rifratta, e non soltanto nel
mesenterio, ma nel tubo intestinale e negli altri visceri. I sughi
gastrici asserì operano la digestione non fermentando ma dissolvendo
gli alimenti. In tutto ciò molte inesattezze riconobbe la scienza
progredendo; esagerati gli effetti de’ sughi gastrici; falso il
nuovo senso attribuito ai pipistrelli; parvero nojose le sue prolisse
confutazioni; talora forviò per ismania del nuovo e del meraviglioso;
ma rimarrà sempre come tipo del bene sperimentare, non soltanto
agli occhi di Sennebier che da lui desume gli esempj della sua _Arte
dell’osservare e far esperienze_, ma anche de’ successivi naturalisti.
Fan meraviglia insieme e ribrezzo le prove cui sottopose lo stomaco
proprio e di molti animali, e la fierezza nel tormentar questi per
istrappare gli arcani della natura.
I viaggi fatti per tutta Europa, e principalmente nelle Sicilie e nelle
isole vulcaniche, onde crescere cognizioni a sè e spoglie al museo di
Pavia, descrisse con molteplice erudizione; e cercò spiegare i fuochi
fatui, la fosforescenza, le fontane. Queste il Vallisnieri credea
derivassero dal mare; e parlando «de’ corpi marini che si trovano sui
monti, e dello stato del mondo avanti il diluvio, nel diluvio e dopo
il diluvio», dichiara inette le ipotesi correnti dell’essersi sui
monti abbandonate dalle acque le spoglie fossili; e sebbene non sappia
proporne una soddisfacente, dubita siano dovuti ad altri diluvj che non
il noetico, tanto più se è vero che non vi si riscontrino ossa umane; e
crede abbondino maggiormente nei monti presso al mare, e non altissimi.
Lo Spallanzani corresse alcune opinioni del Vallisnieri, e destro nelle
gigantesche osservazioni della natura quanto nelle microscopiche, se
non avventurò ipotesi, diede migliori descrizioni e storie de’ fenomeni
vulcanici.
Sono forse i passi più inoltrati della allor nascente geologia.
Giovanni Targioni Tozzetti, stando presso uno zio a Certaldo dove
il Boccaccio aveva già riscontrato tante conchiglie marine[294],
cominciò a raccorre testacei petrificati, e preso amore a questa
scienza, le offrì bel tributo nel suo _Viaggio in Toscana_, scritto
con pulizia e proprietà. Gian Giacomo Spada studiò le spoglie fossili
veronesi, e insistette, sebbene già corresse il 1737, a provare che
non fossero scherzi di natura, e non diluviane ma antediluviane. Su
quelle dei monti Euganei disputarono Carlantonio Dondi padovano e il
padre abate Terzi, che n’avea la miglior collezione. Ambrogio Soldani
toscano esaminò i testacei microscopici di Siena e Volterra, senza
nè classificazione nè teorie, accumulando fatti intorno a questi e
ai terreni ardenti; e contro Santi, Fabroni, Targioni, Spallanzani
sostenne gli areoliti formarsi nell’atmosfera.
Francesco Serno, medico napoletano, per ordine del re descrisse il
Vesuvio quando eruttò nel 1737; negò velenoso il morso della tarantola.
Il padre Giovanni Maria della Torre romano adoprò bene il microscopio,
benchè ne deducesse teoremi oggi ripudiati; ma soprattutto diè la
prima opera scientifica sul Vesuvio (1755), con supplementi successivi
fino al 79, e col catalogo di quanti ne aveano scritto. Anche
Guglielmo Hamilton, ambasciatore d’Inghilterra a Napoli, s’appassionò
pei fenomeni naturali di cui è ricco il nostro mezzodì (_Campi
Phlegrœi_, 1776). Con lui lavorò Giuseppe Gioeni di Catania, che fece
la _Litologìa vesuviana_ con teoriche e ipotesi applaudite; e destò
l’amore di queste ricerche nel suo paese che tante occasioni ne offre,
e che dal nome di lui intitolò un’accademia ancora in onore.
Domenico Vandelli medico padovano dettò sopra gl’insetti e gli zoofiti
marini (1758); molto lavorò in Lombardia: poi reduce dal Brasile,
soprantese all’orto botanico di Lisbona; contro Haller sostenne essere
sensibili i tendini e la membrana fibrosa, e fu in corrispondenza con
Linneo che da lui denominò le scrofulariacee vandelline. Giuseppe
Tomaselli veronese la non molta sua scienza adoperava all’utile
pubblico, facendo libri elementari di botanica, di mineralogia, di
zoologia, e sulle nitriere e l’agricoltura.
Giovanni Arduino (1714-95), suo compatrioto, nelle miniere di Clausen
studiò metallurgia e mineralogia: e prima opera geologica furono le
sue _Osservazioni sulla fisica costituzione delle Alpi venete_, ove
pose la bisezione delle roccie ignee e sedimentarie, e distinse le
_calcinabili_ e di sedimento, e le _vitriscenti_; nel confine tra le
due trovarsi più comunemente i depositi di metallo, ch’esso riguardava
come sublimazioni, accompagnanti lo sbucare de’ porfidi e delle altre
produzioni ignee; e indicò la trasformazione della roccia calcarea in
magnesiaca. Pertanto distinse le roccie primigenie di micaschisto e
simili, anteriori alle granitoidi, impropriamente dette primitive; i
monti di sedimento, secondarj o terziarj; infine le pianure anch’esse
di trasporto. Ben più esatto di Werner, vide che ne’ terreni di
second’ordine doveasi tener conto, non della sovrapposizione, ma «degli
innumerabili sollevamenti, abissamenti, squarciature, avvallamenti
e rovine operate dalle ejezioni vulcaniche in ogni qualunque luogo
della terra»[295]. E un’altra verità anticipò, cioè il riconoscere
l’età delle formazioni dai paleonteri, e che «tante sono le età corse
durante l’innalzamento di dette alpi, quanto diverse sono le schiatte
dei corpi organici fossili che dentro gli strati vi annidano»[296].
Anche l’origine vulcanica fu da lui proclamata prima che Werner facesse
per breve tempo trionfare la nettunica. A confutazione della quale,
il conte Marzari adduceva la sovrapposizione dei graniti al calcare
secondario.
Fra gl’inventori va posto Anton Lazzaro Moro di San Vito, prete e
maestro di cappella a Portogruaro, la cui opera _Dei crostacei e degli
altri corpi marini che si trovano sui monti_ (1740) fu subito tradotta
in tutte le lingue, acclamata dalle accademie di Parigi e di Londra,
mentre in paese ignoravasi o canzonavasi. In essa abbattendo i sistemi
nettunici di Burnet e Woodward, poneva la teorica de’ sollevamenti
e rovesciamenti di terreni con una pazienza e precisione, che parve
confermata ai giorni nostri[297].
Il conte Marco Carburi di Cefalonia (1731-1803), quando venne
professore di chimica a Padova, non trovò tampoco un’oncia d’alcali
puro o di verun acido concentrato, sicchè tutto dovette creare. Ad
invito della Serenissima viaggiò nel Settentrione per conoscere i
metodi metallurgici; inventò il modo migliore di fondere il ferro,
e se ne valse pei cannoni con cui Emo bombardò Tunisi; insegnò una
carta incombustibile per l’artiglieria; a Linneo diè pareri sul
sistema mineralogico, discordandone rispetto all’origine delle forme
cristalline dei metalli; dopo la scoperta casuale di Lemery che più non
seppe ripeterla, trovò il modo di solidificare l’acido vitriolico; ma,
a malgrado di Lavoisier, s’ostinò alla dottrina del flogistico.
Claudio Berthollet di Annecy (1748-1822), fino osservatore e
sperimentatore diligente, dalla teoria di Stahl si staccò nella
_Memoria sull’acido marino deflogistico_; ma conobbe inesatta
l’opinione di Lavoisier che l’ossigeno sia il generatore universale
degli acidi, essendovi anche il cloro e l’acido prussico. Dall’esame
de’ prodotti organici conchiuse troppo in fretta che le sostanze
animali si distinguono dalle vegetali per l’azoto; studiò i clorati,
sali terribili a maneggiarsi; dalla combinazione dell’ammoniaca
coll’ossido d’argento ottenne l’argento fulminante; applicò la
proprietà scolorante del cloro a imbiancar le tele.
Luigi Brugnatelli da Pavia (1761-1818) credette necessario un
supplemento alla teorica di Lavoisier, come quella che non rendeva
ragione del calorico e della luce, sviluppantisi in certe circostanze,
e ne fece una propria, denominata _termossigeno_.
Toaldo Giuseppe (1719-98), oriundo di Spagna e nato a Pianezzo nel
Vicentino, scrisse principalmente di meteorologia, applicandola
all’agricoltura; credette grandemente all’influenza della luna fin
sul taglio delle unghie e dei capelli, non che sulle variazioni
atmosferiche; col che per altro giovò suggerendo le osservazioni
astrometeorologiche, e cominciandone una serie in Padova, imitate poi
in Francia, in Germania, in Olanda. Fra molte sue operette ricorderemo
quella del _Merito dei Veneziani verso l’astronomia_, dove, contro il
Bailly che asseriva lo studio del cielo, perchè richiede grosse spese,
non aver mai fatto grandi progressi nelle repubbliche, sostiene esserne
assai benemerite le repubbliche d’Olanda, di Svizzera, d’America, e fra
noi quelle di di Bologna e Venezia. E fra i Veneziani nota Giambattista
Donato, autore d’un’opera sulla _Letteratura dei Turchi_, e che
determinò le latitudini di Costantinopoli, ove fu balio, di Belgrado,
Adrianopoli, Selimbria. Altrove espone un’antica regola del navigare
de’ Veneziani, donde si raccoglie che fino dal 1462 applicavano a ciò
la trigonometria, e con pochi numeri di facile ricordo potevasi senza
carte nè conteggi conoscere il viaggio fatto e la direzione. Si diede
gran cura d’applicare i parafulmini, e volea che fin gl’individui se
ne munissero, e massime le signore, atteso l’artifizio di ferro con
cui sosteneano l’architettura del crine; pensando ripararlo mediante
catenelle.
Perocchè come la chimica, così allora venuta era di moda
l’elettricità[298]; e il bel mondo se ne divertiva; tutti volevano
aver provato la scossa, che ad alcuno costò la vita; Vittorio Amedeo
III col Gerdil ripeteva le sperienze di Nollet; i materialisti se
ne facevano arma per ispiegare quell’arcano che si chiama anima; e
dopo che Franklin inventò i parafulmini si credette aver disarmato il
cielo[299]. Il padre Beccaria di Mondovì, professore a Torino, metteva
in chiaro le teoriche di Franklin comparando l’elettricità artifiziale
e l’atmosferica, e dietro a Symmer e Cigna trattava delle atmosfere
elettriche e di quella che chiamò elettricità vindice; dov’è notevole
come egli accennò che il magnetismo potesse essere l’elettricità
diffusa su tutta la superficie del globo.
Però l’elettricità pareva uno de’ molti soggetti isolati, e che possono
studiarsi unicamente nelle loro relazioni interne, fin quando mostrò
altrimenti Alessandro Volta comasco (1745-1826), che per esperimenti
procedendo man mano e senza grandi teoriche, doveva riuscire a scoperta
suprema. E prima inventò l’elettroforo perpetuo, poi il condensatore,
accoppiando il quale agli elettrometri di Cavallo e di Saussure,
n’ottenne uno più squisito. Armato di questi, indaga l’elettricità
atmosferica, la grandine, le aurore boreali ed altri fenomeni: ma
all’esattezza di sperimentatore non congiungeva elevazione filosofica
tale da stabilir dottrine precise e pretendere rigore matematico; non
riferì mai alla vera loro teorica l’elettroforo e il condensatore;
non vide la causa vera dello svilupparsi o no dell’elettricità
nell’evaporamento, nè le sue ipotesi vennero confermate dai fatti.
Fra ciò Luigi Galvani (1737-95) a Bologna avvertì che un moto musculare
succedea nelle rane morte, quando si trovassero sotto l’azione d’un
conduttore elettrico nell’atto di scaricarsi; e anatomico non fisico,
si persuase esistere un’elettricità animale differente dalla comune. Il
mondo credette: i materialisti sperarono trovato l’agente fisico onde i
corpi esterni operano sul cervello, e svelati gli arcani del sentire:
i filosofi improvvisarono sistemi per ispiegare il fatto. Ma il
Volta ripetendo gli sperimenti, dubita le parti animali non sieno che
passive, su cui i metalli operassero come stimolo esteriore. Varia i
modi, rimuove muscoli e nervi surrogando de’ feltri, frapposti a coppie
di dischi di rame e di zinco, e n’ha i fenomeni elettrici; moltiplica
queste coppie metalliche, ed ecco la pila (1794), lo stromento più
poderoso dell’analisi chimica. Il Volta sopravvisse trent’anni alla
sua scoperta senza nè aggiungervi nè applicarla; intanto che Ritter,
Carlisle, Davy la usavano a decompor l’acqua; incoando la chimica
nuova.
L’elettricità molti applicarono alla fisiologia, attribuendole funzioni
che solevansi agli spiriti vitali. Assai ne sperò la medicina, e
il padovano Pivati credette perfino ottener effetto dai farmachi
senza introdurli nel corpo, e col solo metterli in bottiglie vitree
elettrizzate. Con miglior senno altri la usarono nelle paralisi,
malgrado di Haller; e il Follini, e il Vassalli-Eandi, ed altri
Piemontesi se ne valsero grandemente.
Le nuove forme sotto cui rinacque a’ dì nostri il magnetismo animale,
consigliano a meditare, anzichè vilipendere questo mistero. Certo
allora serviva ad illusioni e ciurmerie, che resero segnalato il nome
di Mesmer. Quando questo otteneva a Parigi maggior grido, l’abate
Giuseppe Simone Canini veneziano provò per istampa d’averlo prevenuto
nella scoperta del magnetismo artifiziale, e aver insegnato al medico
ebreo Laudadio Cases di Mantova a far mirabili guarigioni cogli effluvj
magnetici. Non era uomo vulgare, e il Senato veneto gli assegnò dieci
ducati il mese per aver offerto una calamita artifiziale e un ago
inclinatorio.
Nei medici durava la smania di dedurre da principio unico i fenomeni
organici; e dopo la medicina meccanica del Borelli, nella quale
ricorderemo Ascanio Bazzicalva di Lucca[300], e la chimica di Van
Elmond, venne il solidismo del raguseo Baglivi, al quale conformasi
il toscano Vaccà-Berlinghieri, pur confutando Cullen, e sostenendo che
gli umori circolanti non possono soggiacere a corruzione se non fuori
dei vasi; che gli alteramenti salubri o nocivi vengono da riazione dei
solidi sopra i fluidi, suscitata da necessità fisica; avviamento al
puro dinanismo e all’imbecillità dei moderni.
In Italia non v’ebbe originalità di scuole, ma spesso studio e buon
senso. Il veneziano Macoppe diede credito al mercurio e alle terme di
Abano, e soprattutto raccomandava d’astenersi dai rimedj. Michele Rosa
da San Leo, nel _Saggio osservazioni chimiche_ e più in quello _Sui
contagi_, dalle ipotesi di moda richiama all’esperienza, benchè non
sappia abbandonar la ricerca delle cagioni prime dei fenomeni morbosi.
Prevenne molti moderni negli sperimenti sui fremiti e le pulsazioni
delle vene, e riconoscendo negli umori una forza elastica. Il Beccari,
che continuò la gloria degli illustri medici di Bologna, scrisse
sui fosfori, e dissipò il prestigio miracoloso affisso ad alcuni
casi di diuturna astinenza (_De longis jejuniis_). S’illustrò a Roma
l’anatomico e litotomo Flajani. Il Nannoni fiorentino semplificò le
cure chirurgiche, le quali cessavano d’essere arte ciarlatanesca.
Fra i medici o fra i ciarlatani ebbe fama Buonafede Vitali bussetano
(1686-1745), detto l’_Anonimo_; servì nelle guerre, poi volle andar
prete, infine si applicò alla medicina e chimica; viaggiò assai, Carlo
XII lo spedì nelle miniere di Lapponia, a Lisbona soprantese alle
regie fonderie; tornato in Italia, a Genova si propose di rispondere
improvviso a qualunque quistione: era cercato dappertutto a guarir
ferite e mali difficili e arcani, guadagnando molto e tutto spendendo.
A Parma, a Milano, a Bologna, a Firenze era acclamato maestro, e
aggregato ai collegi medici: a Palermo recitò una famosa dissertazione
«che nel sangue non vi sia acido», e fu professore e direttore del
laboratorio: neppur là sapendo fermarsi, a Parma soprantese alle
miniere, poi l’eguale incombenza ebbe nel Vicentino, ove trovò uomini,
pesci, cavalli impietriti: lungamente stette a Milano, ove lo ammirò
il Goldoni come uomo cui niuna scienza era straniera, passionalissimo
d’acquistar cognizioni, grande spacciatore di specifici molto
accreditati, e soggiunge che montava sul palco dove, oltre i consulti,
spiegava problemi di matematica, di storia, di letteratura; che
comparso a Verona in occasione d’epidemia, vi fu accolto come Esculapio
in Grecia, e guariva con mele apie e vin di Cipro: a Milano il suo
palco era affollato di persone a piedi e in vettura, mentr’egli vendeva
i suoi specifici circondato dalle quattro maschere della commedia;
anzi interteneva una truppa di teatranti, che dopo averlo ajutato a
raccorre i denari davano rappresentazioni coll’inusato lusso di torcie
di cera. Una sua opera sulle malattie contagiose fu applaudita assai,
e il re di Prussia gliene fece congratulazioni e offerte. Stampò anche
sotto titoli speciosi, come _Operibus credite; Facoltà, uso e dose
dei dodici arcani, che si rinchiudono nella cassetta medica dispensata
dall’Anonimo_[301].
Antonio Cocchi (1695-1758) da Mugello antiquario, in un viaggio a
Londra s’invaghì delle opinioni forestiere, e con grandi contrasti le
proclamò in patria. Buon osservatore, espositore prolisso, talvolta
si piace all’erudizione, come nelle dottrine di Pitagora sul vitto;
ne’ bagni di Pisa trovava rimedj a tutti i mali, anche opposti; e tal
conto facea di sè, che in più di cento volumi conservò ogni frivolezza
della propria vita. Meglio per la sua fama se non avessergli stampati i
discorsi sui mali del matrimonio ed altre leggerezze.
Il bergamasco Pasta chiese la filosofia compagna alle cure ne’ libri
_Del coraggio nelle malattie_ e nel _Galateo medico_, ove tende a
ridurre i suoi confratelli a quell’austerità di modi e saviezza
di sentimenti che sono indispensabili a chi s’accosta ai dolori
dell’umanità. Dove non è da tacere il _Mondo ingannato dai falsi
medici_ del veronese Giuseppe Gazzola, spesso ristampato e tradotto.
L’Università di Modena abbellivasi di Scarpa, Spallanzani, Venturi,
Spezzani; quella di Bologna degli scolari del Malpighi, quali
l’Albertini, il Sandri, il Valsalva; la padovana diede eccellenti
maestri dietro a Mazzini e Michelotti, propensi alle dottrine
matematiche; e la pratica di condurre lo scolaro al letto del malato,
introdottavi da Giambattista Montano veronese sin dal 1543, fu seguita
da Bottoni e Oddo ma come privato consiglio, finchè nel 1764 la
Signoria veneta eresse in quell’università una cattedra di medicina
sperimentale.
Attenzione si pose a particolari malattie, quali la rachitide, il
cretinismo, la debolezza cronica, lo spasimo facciale, la pellagra
nel Milanese e, non molto dissimile, il mal della rosa nelle valli
d’Orvieto. Il vajuolo mieteva ogni anno moltissime vite non solo
di bambini ma di adulti, e più nei ricchi perchè più curati con
que’ pessimi metodi che erano il salasso e l’impedir l’aria fin a
fasciare i miseri. Luigi Carena, medico a Vienna, vi portò l’innesto
dall’Inghilterra, e ne dimostrò i vantaggi con un opuscolo che
ristampossi a Pavia dal Brera, e che persuase a valersi qui pure della
vaccinazione, malgrado i pregiudizj[302]. Quando nel 1764 Tronchin
venne appositamente a Parma per innestare il vajuolo al principe
Ferdinando, fu divisata una gran solennità, si stamparono versi, si
nominò ajo apposta al principino il poeta conte Manara, mentre doveano
starne separati il Keralio e il Condillac, ancora immuni da quel
male. Buniva in Piemonte, Sachero in Sardegna, Sacco in Lombardia...
diffusero l’innesto.
Dell’anatomia patologica si comprese l’importanza, e a cercarla
con circospezione e imparzialità. Giambattista Morgagni di Forlì
(1682-1771) presto meritò il titolo di principe degli anatomisti.
Quando n’ebbe la cattedra all’Università di Padova, preludendo non
ampliavasi sui proprj meriti e sulla scienza stessa, ma con semplicità
prometteva rendere omaggio al Creatore della macchina umana col non
cercare novità o bellezza ma il solo vero, e ripudiate le futilità e
le blandizie di parole sconvenienti a chi narra la divina opera, non
che spendere il tempo in lunghe e superflue controversie, non baderebbe
all’ostentazione ma al pubblico bene, con piana e fedele dimostrazione.
Questa prolusione destò meraviglia per la semplicità; e l’insegnamento
suo procedeva tanto chiaro e piacevole, che v’accorreano anche persone
estranee alla scienza. Benchè mostrasse non dare che illustramento e
seguito alla misera compilazione di Bonnet, che pur fin allora era la
più diffusa ed erudita, egli vi pose moltissime osservazioni proprie
e del Valsalva; i predecessori rispettò senza idolatria; investigò la
_sede e l’origine dei mali reconditi_ (1761); e quantunque censurino
la prolissità delle storie e l’arbitrario disporle secondo i sintomi
predominanti, nessuno mai aveva sì ben collegata l’anatomia colla
patologia. Europa sonò di applausi; in tutte le lingue si volle
tradurla; principi e accademie onoravansi di onorarlo; la sua patria
e la nazione germanica a Padova gli eressero statue; il senato veneto
crebbegli lo stipendio a duemila duecento zecchini: e fra le virtù e le
onorificenze egli protrasse l’esistenza fino a novant’anni.
Gli succedette Leopoldo Caldani bolognese (1725-1813), lodato per
le sue _Icones anatomicæ_[303], e _de morbis mulierum, puerorum et
artificum_, e fu il primo che qui insegnasse l’irritabilità di Haller.
Ai vasi linfatici, negletti dopo la scoperta fattane da Rudbeck e
Bartolino, volse le ricerche Pietro Mascagni (1752-1815), vedendoli in
tutto il corpo, e destinati ad assorbire i liquidi animali, eccetto il
sangue, non tutti mettendo al canale toracico. Si stampò postuma la
sua _Anatomia per uso degli studiosi di scultura e di pittura_, e il
_Prodromo della grande anatomia_, dove tutte le parti del corpo sono
rappresentate con esattezza e grandi al vero.
Giannantonio Galli bolognese (1702-82), per agevolare l’ostetricia,
fece eseguir in creta e in cera molti modelli da Giovanni Manzolini
scultore e dalla costui moglie Anna Morandi; vi unì tutti gli strumenti
antichi e moderni da ciò: la quale raccolta Benedetto XIV comprò
per diecimila scudi, e la regalò all’Istituto di Bologna. Di Felice
Fontana roveretano, che scrisse sul veleno della vipera, si ammirano le
preparazioni di cera a Firenze e a Vienna.
Domenico Cotugno medico napoletano scoprì gli acquidotti detti da lui,
il nervo parabolico incisivo, e prima del Galvani si accorse della
elettricità animale in occasione che, avendo sparato un sorcio, questo
gli diè sulla mano colla coda in modo da intormentirgliela. Bianchi di
Torino, avverso ad Haller, studiò il fegato, e n’ebbe controversie con
Morgagni; Malacarne da Saluzzo, il cervelletto umano, e fu de’ primi
ad avvertire l’importanza dell’anatomia comparata. A questa s’applicò
Giacomo Rezia, professore a Pavia; nella quale Università fu eretta la
scuola pratica di chirurgia per Antonio Scarpa trevisano (1747-1832).
Avea questo studiato a Padova, dove al Morgagni ottagenario e cieco
assisteva, e leggevagli i consulti e gli autori classici, dei quali
poi fu sempre innamorato, come anche delle arti del disegno. A Parigi
legossi con Vicq d’Azir, col famoso litotomo frà Cosimo, coll’oculista
Wensel, a Londra con Pott principe de’ chirurghi e coi due Hunter.
Osservate le costoro injezioni de’ linfatici, volle anch’egli avere un
simile gabinetto, e vi faticò dacchè fu messo professore a Pavia, dove
le ventinove preparazioni lasciate dal Rezia ben presto ebbe cresciute
a trecensessantasei. In un viaggio col Volta a spese di Giuseppe II,
conobbe i grandi scienziati d’Europa, e al ritorno trovò il dono più
desiderato, una compiuta raccolta d’istromenti chirurgici antichi e
nuovi.
Era il tempo che la medicina deponeva i vecchi errori, ed a passi
giganteschi accingevasi, appoggiata alla fisiologia, all’igiene e
all’anatomia, divenuta scienza esatta. Lo Scarpa, sebbene avesse
soltanto una clinica di trenta malati, fece progredire immensamente la
scienza, coll’attenta osservazione pratica, unita a immensa erudizione,
molte cose osservando egli primo, molte meglio de’ precedenti. I
ganglj nervosi, le ernie, gli organi dell’udito e della vista, furono
il principale suo esercizio: sulla cateratta scrisse mirabilmente,
difendendo l’abbassarla, invece dell’estrarla come allor si faceva:
e il suo trattato delle malattie degli occhi può dirsi il primo che
in Inghilterra insegnasse queste cure. L’opera sui nervi del cuore
e quella sull’aneurisma sono corredate di bellissime tavole incise
da Anderloni; vi pose in campo quistioni, che poi furono illustrate
da Bichat, Andral, Gavarret; e descrisse le anastomosi delle arterie
in modo che si ardì legare la crurale, le carotidi, le iliache, fin
l’aorta abdominale. Cuvier e Dupuytren lo ammiravano, a tacere i
minori, e somma influenza ebbe nella scienza sua. Consultato da tutta
Europa, parlava tutte le lingue, ricco, onorato, dotto d’onnigena
scienza; diseredato solo di generosità e d’affezioni, non avendone
mostrato che per lo Jacobi, professore di fisiologia, che morì giovane.