Ferdinando Fuga fiorentino lavorò molto a Roma; a Napoli fece il

reclusorio per ottomila poveri, fatica di trent’anni. Il Paoletti, che

cercò ricondurre al greco e al romano, diè molto a parlare trasportando

a Poggio Imperiale una volta, dipinta dal Rosselli. Anche il Camporese

romano dal mal gusto correggevasi cogli antichi; pure diceva con

verità: — Se togli agli edifizj barocchi, gli zigzag, i cartocci,

le ondulazioni, le modanature ammanierate ed altrettali libidini

dell’arte, qual de’ moderni fece meglio?» Disegnò il duomo di Genzano,

lavorò al museo Vaticano, ove principalmente sono lodevoli l’atrio e

la sala della biga; poi durante l’occupazione francese fu adoperato a

scoprire e rimettere grandiose anticaglie, a disegnar la piazza Popolo

e l’attiguo giardino e dirigere le feste imperiali.

Allievo del Vanvitelli, Giuseppe Piermarini da Foligno (1734-1808)

venne a Milano a dirigere grandiose fabbriche, quali il palazzo reale

e i due teatri, e la villa reale di Monza colla novità d’un giardino

inglese. Abile a superare gli ostacoli e acconciarsi alle necessità,

ravvisando i difetti precedenti, eccedeva in senso contrario corretto

senza grandezza, con forme senza rilievo. Più vigoroso Simon Cantoni

da Lugano (1736-1818) chiese e palazzi fece nel Milanese, e a Genova

la sala del granconsiglio dopo bruciata nel 1777, alla soffitta

di legno surrogando un’ardita volta senza chiavi. La ornò Giocondo

Albertolli (1742-1838) suo compaesano, che risuscitò le grazie dei

Quattrocentisti, decorando di stucchi chiese e reggie di Firenze,

di Napoli, di Lombardia; nella nuova Accademia milanese introdusse

un correttissimo gusto d’ornamenti architettonici, e pubblicò una

serie d’esempj, incisa da Giacomo Mércoli. Agostino Gerli a Milano

indispettivasi de’ cartocci e delle ondulature, e con Giuseppe Levati

si oppose ai pregiudizj.

La scuola pittorica lombarda era perita; ma un monumento singolare

ne sono i ritratti dei benefattori all’ospedale di Milano, che

come contemporanei, ritraggono e le foggie vere del tempo e le

vicende dell’arte, potendo supporsi che buoni pennelli fossero

sempre prescelti[256]. Molti compresero il dovere del ritrattista,

di trasmettere nell’effigie non se stesso, ma il personaggio. Da

settanta se ne conservano del Seicento in cui tal uso cominciò, opere

del Panfilo, del Cairo, del Sant’Agostino; in generale con colori

sobrj negli abiti, pochi accessorj fuor della persona, studiata

principalmente la testa. Colle mode di Luigi XIV acquistano predominio

il teatrale, sin a perdersi la figura umana sotto un cumulo di fronzoli

e guardinfanti e parrucche. Nei ritratti del secolo XVIII poco è a

lodare, eccetto quelli di frà Vittore Ghislandi da Galgario, pittore

ignoto fin alla Lombardia, e d’un Biondi, contemporaneo di Appiani, il

quale eseguì alcuni de’ migliori, appena pareggiati dagli odierni.

Giacomo Traballesi, pittore fiorentino, sugli antichi acquistò

spontanea eleganza, dipendente da armonica e dolce disposizione di

linee e da nobile espressione, più che da ricercati atteggiamenti,

o sfarzo d’accessorj e di tinte; a Firenze parve resuscitare Guido e

i Caracci; poi chiamato professore a Milano, lasciò lavori lodevoli

nell’insieme, quand’anche pecchino ne’ particolari. Da Milano pure uscì

l’amabile Andrea Appiani (1754-1817), che i vizj de’ contemporanei

rinnegò francamente negli affreschi di San Celso, accoppiando alla

leggiadria la forza, all’armonia la vivacità, all’ardimento la

correzione. Lodano i chiaroscuri con cui effigiò le battaglie di

Napoleone; e voltosi al costui culto, alla corte e alla villa di

Milano rappresentandone l’apoteosi si ampliò nello stile mitologico e

accademico sottentrato di moda, negligendo il segno e abboracciando la

composizione.

Molti indagavano le teoriche delle arti, ma senza profondità.

Gianpietro Zanotti, lodevole pennello bolognese, dettò _Avvertimenti_

per incamminare un giovane alla pittura, e la _Storia dell’accademia

Clementina_, ch’era stata approvata nel 1708 da Clemente XI, e

sistemata dal Marsigli. Come avviene a chiunque parla di viventi,

disgustò gl’infimi per le scarse lodi, i migliori per l’accomunarli

con quelli. Don Luigi Crespi, figlio del pittore baroccesco Giuseppe

Maria detto lo Spagnuolo, nella _Felsina pittrice_ ed in altre

opere scarificò le piaghe del suo tempo con una franchezza che non

poteva essergli perdonata. Il canonico Lazzarini da Pesaro, creato

della scuola bolognese, trattò passabilmente della pittura, e nelle

composizioni osservò il costume. Anton Maria Zanetti scrisse la storia

della pittura veneziana, con molto franco sentenziare. Tommaso Temanza

buon idraulico, e la cui Santa Maddalena a Venezia è delle migliori

architetture del secolo, oltre le _Vite de’ celebri architetti e

scultori veneziani del secolo XVI_, illustrò Vitruvio e le antichità

di Rimini e di Venezia. Molto lo flagellò il frate Carlo Lodoli,

bizzarrissimo di vita e d’ingegno, cinico e provocatore, il quale

ripudiava ogni autorità per appellarsi alla pura ragione, e pareagli

i gran maestri d’architettura avesser offese le basi d’un’arte,

cui merito è la comoda e ornata solidità. Criticando al Massari il

disegno della chiesa della Pietà, e mostrandogli ch’era contrario alla

logica — Chi mai (s’udì rispondere) pensò a far entrare la logica

nell’architettura?» Il Lodoli non sarebbe conosciuto se il patrizio

Andrea Memmo suo scolaro non avesse pubblicato alcuni _Apologhi_ che

n’aveva uditi, e gli _Elementi dell’architettura lodoliana_.

La _Storia della pittura_ del Lanzi piace per una certa limpidezza;

ma sfrantuma la materia, e manca di quella pratica che rende franchi

e istruttivi i giudizj del Vasari quand’anche fallaci[257], e di

quell’acume che spiega il talento d’un autore descrivendone il

carattere. L’Algarotti nel _Saggio sopra la pittura_ è superficiale

come nel resto; e più di lui il Rezzonico ed altri precettisti e

segretarj, deliranti dietro al bello ideale ed echeggianti alcune

frasi di convenzione, e i migliori restringendosi a raccomandare

l’eclettica imitazione de’ modelli, anzichè ricorrere alla natura.

Il signore D’Agincourt, venuto a Roma per passarvi qualche giorno, vi

durò cinquant’anni, togliendo dal vilipendio le arti del medioevo, di

cui tessè la storia: ma il disopportuno rimpicciolimento dei disegni

sentesi pure nelle idee; in quelli non sempre rispetta la nativa

rusticità: nel testo ricorre su concetti di scuola, nè sa penetrare

sotto alla scorza per iscoprirvi l’ispirazione e il sentimento. Il che

del resto sarebbe troppo a pretendere da un secolo, che tutto riducendo

alla propria piccolezza, non sapea penetrare nello spirito de’ tempi,

de’ luoghi, dei popoli differenti, e perciò comprenderne i sentimenti;

onde nel medioevo non riscontrava che ignoranze, ridicolaggini o colpe.

Audacissimo il napoletano Francesco Milizia[258] (1725-98) trincia

sentenze d’un gusto che pare indipendente e originale a chi ignori ch’è

copia degli Enciclopedisti, de’ quali adotta le grette massime senza

tampoco darsi briga di levarne le contraddizioni. Ad _Americana_ deride

chi crede alle grandiose fabbriche del Perù, come non possibili a gente

sprovveduta di macchine: eppure dimentica quest’eccezione a proposito

degli Egiziani; poi a _Fabbricare_ dice: — Al Messico e al Perù gli

edifizj erano di gran massi di pietre _ben_ tagliate, trasportate _ben_

da lungi e _ben_ congiunte senza cemento». A tacerne le deficienze

sopra opere ed artisti forestieri, molti anche dei nostri dimenticò;

per esempio Rainaldo, che elevò la facciata del duomo di Pisa; il

Calendario, architetto forse o almeno scultore del palazzo dogale

di Venezia; il Formentone vicentino, autore della Loggia di Brescia;

il Longhena, grandioso architetto di Santa Maria della Salute e del

palazzo Pesaro in Venezia; il conte Alfieri piemontese, e i milanesi

Omodei, Richini, Meda, Mangone, Bassi, Seregni[259]; gli architetti

militari piemontesi Bertóla, Devincenti, Pinto, anzi fino il Marchi e

il Pacciotto d’Urbino. Passionato, violento, inverecondo, adora Mengs e

vilipende Michelangelo: ma quella tanto rinfacciatagli bestemmia che la

testa del Mosè pare un caprone, e’ la tolse dall’inglese Reynolds, come

da altri molte che credonsi sue capresterie; ond’io amerei sapere donde

attinse la bella definizione della pittura, «Arte di farsi migliore per

la grata rappresentazione d’oggetti visibili con linee e colori»[260].

Gli troviamo riscontro in Giuseppe Baretti torinese (1716-89).

Educato imperfettamente, scrisse poesie bernesche nulla migliori delle

consuete, e prosa non rivista, non corretta, non composta, ma che si

legge volentieri perchè casalinga, senza i contrafforti, le giunture,

gli emistichj allora consueti, e perchè animata da sentimento, anzichè

artifiziata per convenzione. Mal trovando pascolo e occupazione alla

sua irrequietudine in Torino, in Lombardia, a Venezia, pensò poter

meglio vivere e pensare in Inghilterra, dove apprese sì bene la

lingua da compilarne il dizionario, e dettò in quella una difesa degli

Italiani (pag. 445 not.). Descrisse un viaggio traverso al Portogallo e

alla Spagna con particolarità abbastanza triviali, e mutilo comparve in

italiano sotto forma di lettere, compiuto in inglese e ben accolto da

quel pubblico pel metter in iscena le persone e per la conoscenza della

lingua. Vedendosi attorno una folla di moderni goffi e sciagurati «che

andavano tuttodì scarabocchiando commedie impure, tragedie balorde,

critiche puerili, romanzi bislacchi, dissertazioni frivole, e prose e

poesie d’ogni generazione, che non hanno in sè la minima sostanza, la

minima qualità da renderle dilettose e ragionevoli ai lettori e alla

patria», cominciò a menar addosso a loro la _Frusta letteraria_ sotto

il nome d’Aristarco Scannabue.

Quanto avrebb’egli potuto sbronconare, se avesse posto mente a qualcosa

più che alla forma; se compreso l’importanza della franchezza e della

sincerità nell’arte, se alla sensata intuizione accoppiato avesse alti

sentimenti, dottrina soda, veder largo, le corroboranti ispirazioni

del patriotismo! Ma pochissimo sapendo e arrestandosi alla forma,

sprezza tutto quanto sorpassa la sua intelligenza; non crede a nulla

che trascenda l’esperienza sua propria, tutto riferendo a se stesso

senza discernere studj o tempi, e volendo far passare tutti gli autori

sotto le forche caudine del personale suo sentimento. Nella filosofia

francese non riconosce o gli erronei principj o le benevole intenzioni,

ma roba da anticamere e da cameriere. Di Dante dice grossolanità

non minori di quelle del Bettinelli; il Filicaja pe’ suoi sonetti

all’Italia giudica «degno d’una buona staffilata sul deretano per

ogni verso»; perchè il dottor Bartoli ragionò sul dittico Quiriniano

con assurda lungagna, esso discredita l’erudizione anche moderata e

sapiente, «e le pignatte dell’Umbria, e i chiodi d’Ercolano»; s’ostina

a vituperare il verso sciolto, e intanto scrive in martelliani; nel

libro _Dei delitti e delle pene_ non vede che «una cosaccia scritta

molto bastardamente»; nel Verri un saccentello «ch’ebbe dalla natura

un buon pajo di calcagna da ballerino, non una testa da politico o da

filosofo»; abusa della celia contro gente da tanto più di lui, quali

Appiano Buonafede, ch’e’ tratta da frate pazzo, birbologo, scimunito

arcade, sozzo majale; tutt’ira ed invidia e contumelie e malignità

contro alcuni buoni, esalta mediocrissimi; trascina alle gemonie

Carlo Goldoni, mentre di Carlo Gozzi fa un genio appena inferiore a

Shakspeare. Fin nelle lettere famigliari e nella conversazione mostrasi

garroso, accatta avversarj da combattere, graffia anche mentre carezza,

adoprando per errori di gusto una bile che appena sarebbe compatibile

per peccati di morale. Non gli meniam buona la scusa sua d’aver

voluto disonnare la pubblica svogliatezza per mezzo delle simpatie

e antipatie: e qualche verità opportuna, sebben soverchio ripetuta,

come quella delle costruzioni dirette; qualche imperterrito assalto

a pregiudizj radicati, non bastano a qualificare buon critico chi

tanto di falso mescola al vero: e sotto l’impressione dolorosa che

lascia quel libro, amiamo ripetere che colle scurrili invettive del

Baretti[261] e colle avventataggini del Milizia potea bensì aprirsi la

via al turpe giornalismo odierno, ma l’arte non potè essere purgata se

non da chi studiava da senno gli esempj migliori e la natura dell’uomo.

Povera cosa erano i giornali d’allora, di critica angusta e neppur

passionata, e nonchè adempire il nobile uffizio di condur la scienza

delle altezze inaccessibili a fecondare il campo della pratica,

non teneano tampoco informati delle migliori produzioni nazionali e

forestere. Citasi come modello il _Caffè_; ma quanta meschinità di

concetto e di vedere! quanta inesattezza di verità in mezzo a molti

lampi di buon senso!

Il padre Zaccaria veneziano, bibliotecario di Modena, fra le

centocinque opere che stampò, in cui un volume di _Aneddoti_ del

medioevo (1755), seguitò alcun tempo una _Storia letteraria_,

esaminando le opere uscite ciascun anno, riunite sotto titoli

generali con giudizj piuttosto benevoli ma ispirati da consorteria,

da personalità, da consenso religioso. Egli facea speciale istanza

perchè gli venissero mandati i libri da Roma, dal Regno, da Sicilia,

ed — È cosa da dolere che, siccome fossimo divisi _toto orbe_, di tanti

utilissimi e stimabilissimi libri che escono in quelle parti, appena a

noi venga notizia, o al più venga tardissima». Lamento che regge anche

dopo un secolo; siccome quell’altro che «i nostri vescovi non sogliono

applicarsi alle stampe, il che accresce la falsa voce non esser eglino

così dotti come i vescovi di Francia»[262].

Delle storie letterarie va in capo quella di Girolamo Tiraboschi

(1731-91) gesuita bergamasco, succeduto al Muratori come bibliotecario;

d’erudizione laboriosissima, di cuore eccellente, d’ottime intenzioni.

Delle tre parti che tal lavoro richiede, notizia degli scrittori,

forma e materia delle loro opere, giudizio del merito, le prime due

abbastanza egli avanzò, chiarì punti ottenebrati, assicurò date,

rivendicò autori, lesse con coscienza quelli di cui parla, ma non se ne

ispirò; non informa delle loro opinioni, e del merito relativo ai tempi

e agli altri autori, di rado avventura un giudizio proprio, citando

molto e decidendo poco, nè seppe tener il mezzo fra le omissioni

inevitabili nei lavori complessivi e le prolissità delle ricerche

speciali; sfrantuma scolasticamente le scienze e gli autori; confonde

il genio colla mediocrità, tutti trovando grand’uomini, perchè tali

gli asserì un panegirista, un editore, un epitafio; insomma riuscì al

preciso opposto di quel che avea professato, di «volere scrivere della

letteratura, non dei letterati d’Italia». Molti sorsero ad impugnarlo

coll’acrimonia men meritata; ed egli candidamente si dolse del modo, e

nol ricambiò; spesso confessossi in torto, ma come chi tra due opinioni

o vacilla o reputa migliore l’ultima che sente. «E mi spiace (scrive

una volta) di non poter corrispondere alla lor gentilezza col dar

ragione ad amendue». L’opera sua sarà sempre un tesoro di materiali,

ma aspetta chi v’infonda la scintilla della vita, e la guardi da quel

punto elevato, donde si coglie l’unità armonica e il reale significato

delle opere d’uno scrittore.

Fra suoi contradditori furono alcuni de’ Gesuiti cacciati di Spagna,

e che venuti in Italia v’acquistarono la cittadinanza letteraria

scrivendo di noi e in lingua nostra. Giovanni Andres di Valenza[263]

nell’_Origine e progresso d’ogni letteratura_ arrischiò giudizj che non

erano i vulgati; fece conoscere gli Arabi che idolatrava: ma alla fine

di quei faticosi volumi il lettore pochissimo ha profittato, perchè

privo d’esempj che lo capacitino a giudicar da se stesso. Anteriormente

Giacinto Gimma di Bari avea divisato un’enciclopedia di tutte le

scienze, e cominciatala il giorno di san Tommaso, la compì in tre anni,

ma non trovò chi la stampasse; e prima del Tiraboschi diede un’idea

della _Storia letteraria d’Italia_ (1723) fino a’ suoi tempi, prolisso

e a digressioni, rivendicando molte scoperte a’ nostri nazionali.

Giammaria Mazzuchelli bresciano (1717-65) intraprese un dizionario

de’ letterati antichi e moderni d’Italia. Finì soltanto l’A e il B, e

ciascun articolo può dirsi compito: ma colpa dell’ordine alfabetico,

lascia l’uomo isolato dai contemporanei, ne’ giudizj poco s’allarga,

badando a minuzie biografiche, anzichè a dar un concetto delle opere.

Il Poggiali nella _Serie de’ testi di lingua_ porge accuratissime

notizie, ma non lo spirito del libro e dell’autore. Saverio Quadrio

(1695-1756) fece la _Storia e ragione di ogni poesia_, la quale

definisce «scienza delle umane e divine cose, esposta al popolo in

immagine, fatta con parole a misura legate», e prende per canoni

l’autorità, l’uso, la ragione[264]. L’argomento era già sfiorato dal

Muratori nella _Perfetta poesia_; ma dove questi alla causa efficiente,

il Quadrio mira al soggetto della poesia; quegli prevale nella teorica,

questo nelle argute osservazioni sulla forma e nell’erudizione, sebbene

spesso viziosa.

Il padre Ireneo Affò da Busseto (1741-97), a tacere molte poesie e

le _Memorie di Guastalla_ con buona critica e negletto stile, scrisse

quelle de’ _Letterati parmensi_, riccamente supplite poi e seguitate

dal Pezzana; e fu uomo stizzoso, traviato spesso dalla passione

ne’ giudizj. Nella vita di Ambrogio Camaldolese, l’abate Lorenzo

Mehus chiarì l’età del risorgimento. Monsignor Giusto Fontanini

friulano (1666-1736), campione dei diritti papali sino a meritare la

disapprovazione di Roma, diede la _Storia dell’eloquenza italiana_, più

apparente d’erudizione che fondata di giudizj, e fu contraddetto dal

Muratori in difesa dei letterati modenesi, de’ veronesi dal Maffei,

de’ ferraresi dal Barotti illustratore dell’Ariosto e del Tassoni.

Apostolo Zeno veneziano (1668-1750) lungo tempo stese il _Giornale dei

letterati_, coadjuvato da suo fratello, dal Maffei, dal Vallisnieri,

da altri; emendò e supplì l’opera del Vossio _De historicis latinis_;

la raccolta de’ cronisti italiani, dismise quando udì occuparsene

il Muratori. Non vedendosi resa giustizia dal Fontanini, cui

aveva somministrato materiali, prese a rimordere quel mordace, con

un’infinità d’annotazioni e di supplementi convincendolo di presuntuosa

vanità.

Marco Foscarini 1632-92, dopo onorevoli missioni fu preside

dell’Università di Padova, custode della biblioteca, poi procuratore

di San Marco, infine doge, nella qual dignità visse solo un anno.

L’opera della _Letteratura veneziana_ che non compì, ha ricchezza di

nuovi documenti, e critica e stile migliore del corrente. Avendone

il Tartarotti preparata una recensione, non solo il Foscarini ne

fece proibire la stampa dalla Riforma veneta, ma ottenne che Maria

Teresa ingiungesse all’alta Camera del Tirolo di sospenderla. Nelle

sue ambascerie presso varie Corti informò della politica, e ne diede

assennati ragguagli, fra cui singolarmente curiosa la _Storia arcana

di Carlo VI_, «diretta (dic’egli) a mostrare i disordini nati in quella

Corte per essersi introdotto un governo di Spagnuoli, de’ quali Cesare

condusse seco un popolo infinito a Vienna, e formò di essi il consiglio

d’Italia, soccorrendo i restanti con pensioni ed altre larghezze;

quindi le animosità nella Corte fra le due fazioni tedesca e spagnuola,

le corruttele, le profusioni, i disordini nell’amministrazione delle

finanze ed altri vizj, i quali corruppero in guisa il Governo e

debilitarono le forze di casa d’Austria, che all’aprirsi della guerra

del 1733 per la morte del re Augusto, la potenza austriaca non sostenne

di gran lunga quell’opinione di predominio che ne avevano concepito

tutte le Corti, alle quali non erano bastantemente palesi le infezioni

che l’aveano logorata all’interno»[265].

Scipione Maffei (1675-1755), uno de’ migliori letterati del secolo,

nella _Verona illustrata_ si eleva dalle municipali angustie a

considerazioni generali, e dice cose rarissime al suo tempo intorno ai

problemi capitali del medioevo. A commissione di Vittorio Amedeo II

raccolse lapidi e monumenti pei portici dell’Università di Torino, e

colla _Storia diplomatica_ preparò un’introduzione all’arte critica.

Alla sua contesa col canonico bresciano Paolo Gagliardi sui confini

del Bergamasco presero parte il Giorgi, il Lazzarini, il Piazzoni,

il Bartelli, e più il Sambuca con grossi volumi. La storia della

dottrina della _Divina grazia_ gl’inimicò i Giansenisti: il padre

Concina voleva stamparlo eretico pel trattato de’ _Teatri antichi e

moderni_, ma Benedetto XIV rescrisse «non doversi abolire i teatri,

bensì cercare che le rappresentazioni sieno al più possibile oneste

e probe». Gli errori vulgari della magìa e gli aristocratici della

cavalleria oppugnò, l’erudizione facendo servire alla passione

del bene: ma che? il Tartarotti che avea scritto contro i notturni

convegni delle streghe, prese scandalo del sentirgli negar la magìa,

e imputollo d’incredulo; il mondo letterario e il teologico pigliarono

parte nella disputa, ben quattordici difendendo la magìa, soli quattro

oppugnandola, fra cui il Frisi ne fece soggetto di tesi pel collegio

dei Barnabiti a Milano, il Carli dimostrò l’origine e falsità delle

dottrine magiche e delle fatucchierie, il Grimaldi discusse della magìa

naturale e artifiziale e diabolica. Il Maffei insomma scrisse di tutto,

e assai seppe, e più presumeva; ed avendo chiesto a una dama, — Che

darebb’ella per sapere quant’io so?» udì rispondersi: — Molto più darei

per sapere quel che ella non sa»[266].

In generale le storie di quel secolo sono fredde, esanimi, senza

penetrazione e senz’arte, passano da un’età all’altra senza variar

colorito, e molte volte una riputazione d’esattezza usurpano col

tono di gravità. Il Gregorio nella _Storia civile della Sicilia_,

nell’_Introduzione allo studio del diritto pubblico_ di quel paese,

e nelle _Osservazioni_ menò di pari l’erudizione e la critica. Le

_Vicende della cultura delle Due Sicilie_ del Napoli-Signorelli sentono

di parzialità e grettezza. Placido Troyli, abate del Sagittario,

convento cistercese in Calabria, avendo pubblicato un libro contrario

alle immunità di quel cenobio, ne fu espulso, e dovette ricoverare in

un altro, dandosi alla pietà e allo studio, e compilò una voluminosa

_Istoria generale del reame di Napoli_, confusa e abborracciata.

Francesco Gatrille napoletano finse documenti e cronache per emulare

il Muratori. Il canonico Pontilli nel 1754 pubblicò nella _Historia

principum langobardorum_ molte cronache false, che infettarono la

storia, come già quelle di Annio da Viterbo.

Dei molti che attesero a storie particolari, i più limitavansi a

raccorre con pazienza documenti, iscrizioni, atti pubblici[267].

Angelo Fumagalli dagli archivj del suo monastero di Sant’Ambrogio a

Milano ne cavò di preziosi, e diede le _Dissertazioni longobardiche

milanesi_ e una _Diplomatica_, certo imperfetta, ma che finora non ha

chi la sorpassi. Il Canciani pubblicò le _Leggi de’ Barbari_, senza

assicurarsi dell’autenticità; don Sebastiano Paoli lucchese, il _Codice

diplomatico dell’ordine di Malta_; il Mittarelli e il Costadoni gli

_Atti de’ Camaldolesi_; quei degli _Umiliati_ il Tiraboschi, quei di

_San Michele_ di Montescaglioso il Tansi. Il prete Paolo Pizzetti di

Siena (_Antichità toscane_ e in particolare della città e contea di

Chiusi nei secoli di mezzo, 1778-1781, 2 vol.) è quel che meglio intese

allora l’indole della conquista longobarda e la condizione dei vinti.

La storia ecclesiastica de’ paesi veneti fu illustrata da Flaminio

Correr, patrizio di severa virtù, il quale essendo dei Dieci e dei

Tre, rigorosamente facea bruciar le merci proibite, benchè spettassero

ad amici suoi, a cui poi mandava regali per mostrare che il dovere

di magistrato non gli diminuiva la benevolenza; le pene pecuniarie

destinava a poveri e a chiese, cui spesso anche le merci confiscate;

zelò il culto, e procurò la riedificazione di molte chiese, e

nominatamente delle facciate di San Rocco e della Carità. Sulle prime,

le chiese e le confraternite esitarono a comunicargli i documenti,

temendo non se ne valesse a diminuire i privilegi; dappoi glieli

largheggiarono, ed esso ne formò una congerie ricchissima, molti errori

correggendo, molti dubbj rischiarando con documenti autentici, preziosi

e ben trascritti. La chiesa di Padova fu illustrata dal numismatico

Brunacci.

Giuseppe Vernazza di Alba, filologo ed epigrafista, versatissimo

nelle genealogie, approfondì molte ricerche speciali, massime

sulla tipografia. Filippo Argellati, oltre assistere all’edizione

della raccolta muratoriana, compilò la _Bibliotheca scriptorum

mediolanensium_, opera di mera pazienza e imperfetta. Dissero

lui plagiario di Giovanni Andrea Irico da Trino, suo collega

all’Ambrosiana; al modo stesso che furono detti plagiarj Beccaria

del Verri, Foscarini del Gozzi, Denina dell’abate Costa d’Arignano,

e che la _Traduzione di Stazio_ fosse stata venduta al cardinale

Bentivoglio dal Frugoni, e il Savioli fosse soltanto editore degli

_Amori_, composti da Angelo Rota, il che fu poi ripetuto del Monti per

la _Bassvilliana_; ultimi rifugi dell’invidia quando non può negare il

merito.

Altri vollero dalle notizie dedurre principj e racconto ordinato, come

il Verci per gli Ezelini e la Marca Trevisana; per Milano Pietro Verri,

che il racconto sagrificò alla dimostrazione incidentale di teoriche

prestabilite; Giuseppe Rovelli per Como, ne’ discorsi preliminari

allargando la veduta sopra la condizione di tutta Italia; il canonico

Lupo nel prodromo al _Codice diplomatico bergamasco_ annunziando verità

dappoi adottate. Oltre gli storici uffiziali di Venezia, abbiamo una

debole storia del suo commercio per Carlantonio Marini bresciano.

Jacopo Filiasi, nei _Veneti primi e secondi_, confermò il suo assunto

con osservazioni geografiche e naturali, e vi accompagnò osservazioni

sul commercio e le arti[268]. Giambattista Fanucci avvocato fiorentino

stese la storia dei _Tre popoli marittimi_, poco pensata e male

scritta.

La storia contemporanea non stimolò gl’ingegni. Il conte marchese

Francesco Ottieri fiorentino, paggio di Cosimo III, alla cui Corte

potè conoscere il Redi, il Viviani, il Magliabechi ed altri illustri,

viaggiò Europa, e fissatosi a Roma, «dove si parla con libertà assai

più che altrove d’ogni persona, senza neppur escludere chi assista

in qualche parte al governo, ed anche del governo stesso, il che in

altro luogo punito sarebbe come gravissimo delitto», narrò le guerre

condottesi in Europa e particolarmente in Italia per la successione

spagnuola. Le leggeva ai prelati Fontanini, Passionei, Bottoni, e

ne riceveva consigli: pure il primo tomo appena comparso fu messo

all’Indice: Benedetto XIII nel tolse, ed egli proseguì, ma lasciò

l’opera postuma. Oltre quel refrattario tepore, l’ignoranza dell’arte

bellica lo fa scomparire viepiù fra i tanti strategi francesi che

descrissero quei fatti[269].

Si pensò anche adoprare la storia come arma ed allusione. Francesco

Settimani a Colonia fece stampare quelle del Varchi e del Nardi, e

denigrò sistematicamente i Medici, massime in una scandalosa cronaca

delle virtù e dei vizj loro, rimasta inedita; bandito dalla Toscana,

dopo trent’anni chiese di tornarvi nel 1744. Il granduca Leopoldo al

volterrano Riguccio Galluzzi, suo consigliero di Stato e archivista,

diè commissione di narrare l’età medicea, massime allo scopo di trovare

ragioni al principato contro la Corte romana. Il bel tema trattò

riccamente, ma con lingua trasandata, con vacillante esattezza, e

con evidenti personalità, pretendendo d’essere creduto senz’addurre

le prove, piacendosi alle divagazioni declamatorie che allora

usavano[270].

Nulla aggiunge alle cognizioni, poco al sentimento la gracile _Storia

della Toscana_ di Lorenzo Pignotti (1739-1812) valdarnese, professore

di fisica all’Università di Pisa, eppure tutto francesismi e inglesismi

nel suo stile scolorato. Comincia poveramente dagli Etruschi, poi

traverso alla libertà, nella quale desta sempre la _canaglia_, arriva

ai Medici che esalta d’avere rimesso l’ordine, e dappertutto mescola

idee costituzionali che avea attinte dal molto conversare con Inglesi,

e secondo le quali diede suggerimenti al Tavanti e al Neri, e pel primo

celebrò Paoli in modo non indegno del Filicaja.

Della seconda metà del secolo nessuno ci lasciò il racconto; nessuno

descrisse il dominio dei Lorenesi e lo svecchiarsi della Lombardia;

potendosi appena citare le vite di Giuseppe II e di Pio VI del

Beccatini. Quelli che aspirarono ad alcuna novità, la tolsero dagli

Enciclopedisti. Melchior Delfico da Téramo, ricercando il _Vero

carattere della giurisprudenza romana_, alla scolastica ammirazione

pel gran popolo sostituì la denigrazione, considerandolo oppressore

delle nazionali libertà, e autore di leggi che ai moderni trasmisero

il despotismo e l’intolleranza: a proposito delle antichità di Adria

Picena, sostenne indigena l’italica civiltà e d’antichissimo fiore,

e un popolo solo Tirreni e Pelasgi. Nella _Storia di San Marino_

(1805) comincia dal professare di non essere «nell’opinione di coloro

i quali riguardano la storia come maestra della vita e dispensiera

della civile sapienza, e che anzi gli sembra dessa contraria ai felici

progressi della morale, facendoci vedere sempre gli annali della

virtù in confronto dei voluminosi giornali del vizio e dell’errore».

La qual tesi svolse poi ne’ _Pensieri sull’incertezza e l’inutilità

della storia_, colle objezioni fatte alla nostra scienza dagli

Enciclopedisti. Anche il _Saggio sopra l’arte storica_ del Galeani

Napione echeggia i Francesi, massime Rapin, D’Alembert, Henault.

Aurelio Bertóla da Rimini (1753-98) legò in Germania amicizia con

Gessner, di cui tradusse gl’idillj; diede un saggio sulla letteratura

tedesca, allora ignoratissima fra noi, una descrizione delle rive del

Reno, buone favolette, e liriche dove trovò modo d’essere elegante e

osceno. Col presuntuoso titolo di _Filosofia della storia_ disgrada

Inglesi e Francesi per asserire che i metodi più sicuri sieno quelli

degli Italiani, i quali per verità nè definisce nè adopera. Nel primo

libro tratta delle cause, nel secondo dei mezzi, nel terzo degli

effetti: e cause chiama i climi, le istituzioni, le religioni, i

governi, i costumi, la politica; amplificazioni sui temi conosciuti di

Machiavelli, Bodino, Montesquieu. I mezzi sono altre cause secondarie,

come le guerre, il commercio, le colonie, le arti e le scienze, i

caratteri, posti alla rinfusa come titoli a capitoletti composti

di riflessioni vaghe. L’_analisi_ degli effetti egli fa in cinque

capitoli, le età fiorenti, le conquiste, la decadenza, le rivoluzioni,

le rovine; e conchiude sulla presente perfezione de’ sistemi politici,

la quale ormai assicura i popoli da ogni sovvertimento; poche riforme

sol restano, e queste tranquille; ma una rivoluzione «l’Europa già più

non la teme». Era l’anno 1787!

Fra’ migliori storici del secolo rimangono il già detto Bettinelli e

Carlo Denina (1731-1813) da Revello in Piemonte. Avendo egli in una

commedia criticato l’insegnamento gesuitico, fu sbalzato di cattedra,

e con ciò messo in reputazione. Perdoniamogli le _Rivoluzioni di

Germania_ e le _Vicende della letteratura_; ma nelle _Rivoluzioni

d’Italia_ diede la prima storia compiuta del nostro paese, mal

raccontata e tutta a digressioni, pure esatta nei fatti, bastantemente

arguta nel vedere le cause e le conseguenze, e meno filosofista che non

portasse la moda.

Allegammo di questi scrittori abbastanza per chiarire come poco

accurassero la lingua, e i Toscani stessi non conoscevano il pregio

della parlata. La Crusca dormiva; l’edizione nuova, assistita dal

Bottari, non migliorò dalle antecedenti se non per aggiunte. Alcuni

seguitavano a spigolare ne’ classici, frivola e facile maniera

d’arricchire d’inerte opulenza; dove notevoli sono le _Voci italiane

non registrate dalla Crusca_ del Bergamini veneziano, modello e miniera

dei moderni, altri de’ quali riprodussero il paradosso del Bastero, che

la lingua nostra derivi dalla provenzale. Meglio il nizzardo Alberti da

Villanova eseguì un dizionario, dove trovassero luogo anche le parole

di scienza e quelle di arti, raccolte dalle bocche; e riuscì meno male,

perchè da solo. Il Rabbi compilò i _Sinonimi e aggiunti italiani_. Il

Manni occupò tutta la vita in trascrivere e annotare classici.

Nojati dalle incertezze cagionate dal valersi d’una lingua nella quale

non si pensa, molte anche persone d’ingegno e di cultura scriveano in

dialetto; e forse in tutti quelli d’Italia fu scritto; il siciliano un

vero poeta possedette in Giovanni Meli.

Prevalsa la francese, forestieri che adoprassero la nostra lingua non

rammento; pur era coltivata ancora di fuori: Paolo Rolli stampava

autori nostri in Inghilterra, dove il Baretti si lagna che troppe

sconvenienze gli Italiani riproducevano; Annibale Antonini salernitano

fece a Parigi un dizionario, una grammatica e molte edizioni di

classici; Lodovico Bianconi, filosofo e medico bolognese, nel 1718

cominciò ad Augusta un giornale francese _Novità letterarie d’Italia_;

e in francese scriveano molti nostri, principalmente piemontesi.

Del resto da una parte si pretendeva la purezza consistere tutta ne’

vocaboli abburattati; da un’altra negavasi al dialetto più bello il

privilegio di lingua nazionale. Alcuni dunque erano pedanti; come il

Corticelli, l’Amenta, il Biscioni, il Gagliardi, il Buongiuoco, il

Branda, il tirolese Vannetti. Il sanese padre Alessandro Bandiera,

unici tipi del bello scrivere proponendo il Boccaccio e se stesso,

presunse raffazzonar il Segneri e mostrare come avrebbe dovuto, a

quella nobile facilità, surrogare frasi svenevoli e periodare contorto.

Altri buttavansi al libertino, come la più parte dei Lombardi e i

traduttori e gli scrittori di scienze, riconoscendo unica regola l’uso,

ma quest’uso deducendo dal proprio paese ciascuno, dal parlar ibrido

della società educata sui Francesi; e ripeteano _cose, cose_, quasi le

cose potessero dirsi senza le parole. L’erudito conte Gian Francesco

Napione (1748-1830), nell’_Uso e pregi della lingua italiana_,

sconfortò i suoi Piemontesi dallo scrivere latino e francese, e dettò

regole che al Cesari parvero lasse, rigide a Melchiorre Cesarotti

1730-1808. Questo professore padovano, la propria infelice pratica

volle ridurre a teoriche nel _Saggio sulla filosofia delle lingue_, ove

le dottrine di Dumarsais e De Brosses applica all’italiano, elevandosi

sopra la ciurma de’ grammatici per considerare la favella in relazione

coll’universo sapere; combatte quei che credono morta la nostra, e

vuole la si ringiovanisca accogliendo vocaboli e forme di stranieri;

perchè l’innovazione non trascenda, sia regolata da un consesso di

dotti. Disastrosi suggerimenti, e rimedio meschino.

Il Cesarotti va contato fra i rinnovatori perchè osò venire alle

braccia coi sommi, e credersene trionfante. Educato in molteplici studj

e diverse favelle, ai circoli veneti, lasciantisi rimorchiare dalla

facile coltura dei Parigini, egli infuse il gusto francese, rendendosi

caposcuola coll’imitare. Dettò relazioni accademiche non nojose, con

gusto giudicò i contemporanei: insensibile però alle bellezze ingenue

e virili di una letteratura primitiva, tradusse Demostene con veste

moderna e fronzoli pedanteschi, egli che pure aborriva le affettazioni.

Non bastandogli avere di fastosa poesia rimpinzata l’atletica nudità

di Omero traducendolo, volle in una _Morte d’Ettore_ ridurre il poeta

meonio qual lo vorrebbe la colta società[271]; e guardandolo dal lato

men filosofico, cioè civiltà riconoscendo solo nel raffinamento, gli

attacca frivole critiche, ne ammorza le vivezze, ne mutila le sublimi

audacie; torna dignitosi gli Dei, ragionevoli gli uomini; surroga la

politezza all’eloquenza, il cerimoniale all’immaginazione: laonde a

Roma esposero la caricatura d’un Omero vestito alla francese, con abito

listato, scarpe a punta, gran parrucca, due lunghi ciondoli d’oriuolo,

e in mano l’_Iliade italiana_. Chi vuol giudicare i sommi deve

trasvolare a certe forme caduche, ed apprezzare il vero lato umano, la

rivelazione della natura nostra: chè un peccato contro le convenienze

storiche o etnografiche è veniale, mentre è mortale se ripugna

all’indole e al cuore umano.

Meglio riuscì con Ossian, poeta caledonio contemporaneo di Caracalla,

di cui Macpherson pretendea avere raccolto dalle bocche de’ montanari

le rapsodie, le quali il secolo che impugnava la credibilità del

Vangelo, accettò e giudicò pari a quelle d’Omero e d’Isaia, se

non anche superiori. Il Cesarotti nel tradurlo poteva impunemente

sbrigliarsi, e ornare a suo modo le mediocrità dello Scozzese; e

i forestieri stessi confessano ch’e’ val meglio nella versione del

nostro, il quale nei confronti tra il bardo caledonio e Omero, decreta

quasi sempre la palma al primo. Italia n’andò pazza, e le nostre muse

gettato a spalla l’Olimpo e Imene e le Grazie, più non ripeterono

che nebbie ed ombre e abeti e arpe scosse dal vento e fantastiche

melanconie.

Il qual fatto rammenta le burle che agli ammiratori de’ Classici

preparava Giuseppe Cades, improvvisando disegni in qualunque stile

gli si chiedesse, e che poi agl’intelligenti pareano Rafaelli

e Michelangeli. Anche Casanova scolaro di Mengs fece capitare a

Winckelmann due suoi quadri, come scoperti ne’ contorni di Roma; ed

esso li comprò per tesori antichi, e ne diè pomposa descrizione nella

sua storia. Carlo III fece arrestare per ladro uno che vendeva pitture

di Ercolano, le quali riscotevano la meraviglia degli antiquarj e il

denaro degl’Inglesi; ma il supposto ladro provò che erano sua fattura,

e di simili ne eseguì stando in prigione. Oh adoratori dell’antico!

Gaspare Gozzi 1713-86 conte veneziano, figlio della poetessa Angela

Tiepolo, fratello di Carlo poeta, con sorelle poetesse, viveva in

un «ospedale di poeti», circondato da angustie domestiche, viepiù

cresciute quand’egli «apprese da Petrarca a innamorarsi,.... e

s’ammogliò per una geniale astrazione poetica»[272] con una Bargagli,

la quale recogli per unica dote campi d’Arcadia e il nome d’Irminda

Partenide, e insegnava a fare versi a tre figliuole, ed ajutava il

marito a comporre e tradurre, ma lasciava a capopiedi l’economia.

Pertanto Gaspare fu costretto abborracciare traduzioni moltissime e

disuguali; fin ponendo il proprio nome a lavori d’inesperti, e così

svaporare una potenza poetica, non inferiore a verun altro, come mostrò

nei _Sermoni_. Con volto lungo, pallido, malconcio, ma aria ingenua,

occhi lenti eppure significanti ingegno, guardava, rideva, e a questo

modo formò l’_Osservatore_, serie d’articoli vivaci, che titillano

l’orecchio, ma lasciano l’animo vuoto, nè tampoco ritraggono gli ultimi

tempi di quella repubblica, dissipandosi in novelluccie e mariolerie

generiche e scolorate. Egual indole appare ne’ moltissimi altri

suoi lavori, in lingua però meglio corretta e stile sobrio e a modo:

perocchè declamava contro i poeti, che insofferenti d’ogni regola,

avean ridotta l’arte a una canna di bronzo applicata ad un mantice,

sicchè facesse gran rumore; e richiamava alla semplicità.

L’accademia de’ Granelleschi (pag. 496) proponeasi medicare il gusto

con scede villane, e col far guerra accannita al Chiari, al Goldoni,

ai versi martelliani, alle affettazioni misteriose; e tanto quanto

ravvivava l’amore del toscano, della vivacità, della naturalezza.

Di questa han bisogno supremo e nella testura e nell’esposizione le

favole, e talvolta ne hanno quelle del Pignotti, e spesso colore

e grazia: ma quantunque toscano, manca d’atticismo, dà nel nuovo

e nel francese, in luogo della bonarietà mette l’epigramma, oltre

un’impazientante lungaggine, la sovrabbondanza d’epiteti, la monotonia

dei metri. Più semplici, meno eleganti sono quelle del Bertola.

Gli _Animali parlanti_ di Giambattista Casti (1721-1802) da

Montefiascone, sono imitazione d’imitazione, sazievole come dev’essere

una favola di ventisette canti, con politica da caffè e stile da

improvvisatore. Così la penso io; ma è di moda l’ammirarlo. Meretricio

pretaccio, portava in giro novelle da postribolo, vivaci drammi

giocosi, poverissime liriche, e un _Poema Tartaro_, appetito per

allusioni agli amorazzi e agl’intrighi di Caterina di Russia[273].

Eppure Giuseppe II l’amò, ed or l’incitava a mettere in canzone il

povero re di Svezia sotto la figura di re Teodoro; ora di comporre un

dramma dopo che n’avea fatto far la musica (_Prima la musica poi le

parole_): ora rideva seco a spalle della czarina; e se qualche momento

lo scherno paressegli soverchio, gli dava trecento ungheri perchè

andasse a fare un viaggio, poi presto il lasciava tornare, e volealo

successore al correttissimo Metastasio come poeta di Corte[274]; e il

ministro Kaunitz lo metteva a fianco di suo figlio in un viaggio per

Europa. Careggiato da quelli per cui la letteratura è un passatempo

e il letterato un buffone, egli varcando di sala in sala, di Corte in

Corte, in ciascuna cuculiava le altre, talchè infine tutti i principi

se ne trovarono canzonati[275]. Quand’essi cessarono di poter pagare,

ricoverò all’ombra della Repubblica francese e finì altre sudicerie,

cinicamente terminando insieme di vivere e di burlare.

A contrapposto gli metteremo Gian Carlo Passeroni (1713-1802) nizzardo,

eccellente prete e grossolano, che rimò capitoli a profluvio e favole,

ma principalmente una _Vita di Cicerone_ in centun canto, ove (al

modo che Sterne imparò da lui) coglie ogni appiglio per digredire

sui costumi, con lingua sempre facile e corretta, e una bonomia che

lo fa caro, per quanto la schiettezza discingasi in inurbanità e la

scorrevolezza in una spensata verbosità, che toglie punta alla satira,

sapore ai sali.

Ed altri s’arrabbattavano per isfangarsi col mettersi sopra orme

altrui. Giovanni Fantoni di Fivizzano (1755-1807), arcadicamente

Labindo, si fece oraziano fin ne’ metri e nelle frasi, bizzarramente

mescolandovi concetti e modi ossianeschi; perchè Flacco imprecò ai

primi naviganti, ed egli a quei che tentavano «l’inviolabile regno dei

fulmini»; applause a Rodney, a Vernon, ad Elliot ammiragli inglesi, a

Washington che «copre dai materni sdegni l’americana libertà nascente»;

sentì che i guaj d’Italia venivano dalla scostumata sonnolenza;

promette, se «il turbo errante delle guerre transalpine dal sabaudico

confine minacciando scenderà», volere nuovo Alceo «difender dai tiranni

la tremante libertà»; le ultime odi dedicò «a coloro il cui nome e le

cui mani non si contaminarono nell’ultimo decennio del secolo XVIII».

Degl’Inglesi al contrario si rifece Angelo Mazza parmigiano

(1741-1817), che, come lui, tocca i fatti moderni, sfugge la

negligenza frugoniana e l’ostentato barbarismo, sfoggiando dottrine per

cantare Dio, l’anima, l’armonia, e creandosi difficoltà pel gusto di

superarle, come nelle stanze sdrucciole ove gli rimase il primato; e

drappeggiandosi nelle circonlocuzioni, si sostiene in un’elevatezza che

dà nell’oscuro e somiglia a nobiltà. Gli fusero una medaglia col titolo

di _Homero viventi_, e da se medesimo assicuravasi l’immortalità. A

scuola migliore si nutrì Lorenzo Mascheroni (1750-1800), matematico,

che invitando a visitare il museo di Pavia la poetessa Suardi, fra gli

arcadi Lesbia Cidonia, formò il migliore de’ tanti poemi descrittivi e

didattici d’allora.

In un secolo fiacco, le migliori poesie sono le satiriche, la più

potente ispirazione venne da sdegno. Già indicammo i sermoni fieri

di Settano e i placidi del Gozzi. Ne fece alcuni sentiti ed espressi

robustamente Giuseppe Zanoja d’Omegna, secretario all’Accademia di

belle arti milanese. Angelo d’Elci nato a Firenze «ove penuria ha

splendide apparenze», visse in molte città, poi al rompere delle

rivoluzioni ricoverò a Vienna e v’ebbe ricche nozze e tomba, e a

Firenze regalò una preziosa raccolta d’edizioni. Satireggiò con robusto

andamento, ma epigrammatico e sconnesso; vuol terminare l’ottava con

arguzie; per istudio di brevità riesce oscuro: poco si legge perchè

sopravvisse ai costumi che avea beffati, e ci par migliore nelle satire

latine.

Più alta lode v’acquistò Giuseppe Parini (1729-99), abate milanese, che

fastidendo la smorfiosa eleganza, la scipita scorrevolezza, l’inacquata

facilità de’ contemporanei, si fece superbo, dignitoso, stringato;

ove passando misura, dal leggiadro va nel contorto, dal nobile

nell’insolito, e di latinismi e di perifrasi ed artifizj annuvola

sentimenti destinati alla moltitudine. Ma fu forse il primo da Dante in

poi, che di proposito assumesse di togliere la poesia dalle corruttrici

futilità, per renderla coadjutrice all’incivilimento, espressione della

società, banditrice degli oracoli del tempo. Ad ogni sua ode prefigge

uno scopo sociale; più ancora al _Giorno_, ove ironicamente descrive

la vita effeminata dei giovani signori lombardi, raffacciandovi

l’eguaglianza naturale degli uomini, il rispetto dovuto ai servi

e alle arti utili. Non era di que’ mediocri che lasciano l’arte al

punto dove la trovano; e quando il Baretti lesse que’ versi, confessò

gli faceano vincere la sua antipatia per gli sciolti; e il Frugoni

esclamò: — Perdio! mi davo a intendere d’esser maestro, e mi accorgo

che non sono tampoco scolaro». Infatto il Frugoni trattava di vena

qualunque argomento gli si affacciasse; e finito lo strimpello della

sua lira, metteva nel dimenticatojo e il soggetto e il modo con cui

l’avea trattato. Al Parini era mestieri di lunga meditazione, stento

paziente, anni di riposo; e mentre i primi suoi getti sono meschinità,

che solo un improvvido editore potè voler recare in luce, col ritoccare

e soprattutto levare giungeva a quella perfezione che tanto lo avvicina

a Virgilio.

E collo stento pure e collo sdegno arrivò a grandezza Vittorio Alfieri

(1749-1803) conte astigiano. Il bisogno di vedere gli atti e le

relazioni della vita umana atteggiati ai nostri occhi da personaggi,

diede origine alla drammatica; ma il rappresentare un conflitto

d’accidenti e passioni e caratteri, che produca azione e riazione,

viluppo poi catastrofe, costituisce il sommo dell’arte in un’adulta

civiltà. Se fa parodia del presente, è commedia: se offre l’uomo

d’altri tempi alle prese colla sventura, è tragedia; degna soltanto

allorchè s’addentra nella natura umana e nel governo provvidenziale del

mondo.

Primi i Greci intesero la distinzione del tragico dal comico, e come

l’essenza ne sia costituita dal diritto morale della coscienza, e dalle

facoltà che determinano il volere umano e l’azione individuale. Nella

loro tragedia i personaggi, fusi d’un pezzo come bronzo, operano in

virtù della propria indole, non in vista di merito o di vizio; e il

coro esprime la coscienza morale nel carattere più elevato, che rifugge

ogni falso conflitto, e cerca un esito alla lotta.

I nostri Cinquecentisti poco conobbero di quei sommi, e s’attennero

piuttosto a Seneca, misero espositore di massime esagerate in versi

affettatamente concisi o in azioni assurdamente atroci. Nessun genio

qui nuova via aperse, ma collo studio e coll’imitazione si arrivò fino

alla _Merope_, ove Scipione Maffei mostra intelligenza dell’antichità,

orditura semplice, esposizione pura. La varietà degli studj impedì

l’autore da quella perfezione di forme, che perpetua le opere; Voltaire

lo felicitava come il Varrone e il Sofocle d’Italia; e intanto per

gelosia sotto finto nome ne pubblicava una virulenta censura. Le altre

tragedie del secolo, non escluse quelle del Conti, appena meritano

ricordo, e sol come tentativo non va dimenticato il _Galeazzo Sforza_

di Alessandro Verri, che osò spastojarsi dalle regole classiche per

accostarsi a maggiore imitazione della natura, qual sogliono Spagnuoli

e Inglesi.

Vanno classificati a parte i teatri de’ Gesuiti, che in ciascun

collegio aveano un repertorio con tragedia, commedia, opera, ballo,

dialoghi, rappresentati dagli alunni stessi. N’erano esclusi l’amore

e gli altri sentimenti pericolosi, e fin le donne; per lo più sacri i

soggetti; il che poteva avviare quella riforma, cui dovrà pur giungere

il teatro, di non stimolare le passioni, ma chetarle e dirigerle. Le

tragedie latine di Bernardino Stefanio della Sabina gesuita, levarono

gran rumore come fossero un rinnovamento di questo genere, e se

n’ha a stampa il _Cristo_, la _Flavia_, la _Sinforosa_[276]. Oltre

le italiane del padre Granelli, e l’_Eustachio_ del bresciano padre

Palazzi, e la _Sara in Egitto_ del padre Ringhieri, sette di Giuseppe

Carpani romano furono ristampate più volte. Il Paciaudi, reggendo

l’Università di Parma, vi avea ridesto l’uso di recitare in latino, e

si rappresentarono il _Trinummus_ di Plauto, le _Nubi_ di Aristofane,

imitate dal Martirano, e il _Cristo_ dello stesso Martirano, che

si trovò molto sconveniente. Ivi pure si era cercato restaurare il

teatro coll’istituire un premio; ma non l’ottennero che mediocri, poi

s’interruppe fino al 1787, quando fu data la medaglia al Monti per

l’_Aristodemo_, con un viglietto di mano del duca.

Alfieri, educato nell’indipendenza d’un ricco, con istudj saltellanti,

consuma la gioventù negli errori d’uomo non ordinario che ancora non ha

trovato ove fissarsi; e poichè all’attività sua nè la patria nè i tempi

offrivano sfogo, s’appassiona per la libertà, ma non di un culto serio

che accetta grandi abnegazioni, bensì declamatrice, convulsa negli

atti, nel fondo astratta quale allora si predicava, e unita a tutte

le passioni e le debolezze aristocratiche. Ai servi, al secretario

non parlava mai che per cenni; facile a strapazzate e calci, che poi

riparava con denaro. Sol tardi, fra le dame e i cavalli volle anche

la distrazione dello scrivere, e piegò di preferenza alla tragedia.

Non ne sapeva se non quanto avea visto sui teatri, non conosceva nè

gli Spagnuoli, nè i due grandi tedeschi suoi contemporanei, e appena

Shakspeare dalla cattiva traduzione francese, cui ammirò e dimenticò

per restare _originale_. A sentirlo, non conosceva nemmeno i capolavori

francesi; eppure è affatto francese nella forma, nel cercare la purezza

fin a rischio della monotonia, nel rattenere l’immaginazione da ogni

volo romantico, nel fare retoriche le passioni: se non che, invece

della monarchia, egli idolatra la repubblica.

Già innanzi negli anni s’applicò al greco per vedere i classici

nell’originale[277], dai quali però quanto scostossi! Lo stile dei

Greci è ingenuo, il suo tutt’arte ed enfasi; per essi l’intreccio è

il mezzo onde manifestare i caratteri e i costumi, per lui è il fine;

mancano anch’essi di complicazioni, ma vi suppliscono colla varietà

degli accessorj e colla ricchezza delle particolarità. La conoscenza

dell’uomo vero, la filosofia, il gusto, la misura, che primeggiano

ne’ Greci, maestri di vera semplicità e vera grandezza, mancano

all’Alfieri: il dialogo di lui non ha mai l’agevole movimento, nè

l’abbandono somigliante alla natura, quale nei Greci: questi vanno

scuciti nell’orditura, egli sempre artatamente concatenato: in quelli

tutto vive e si muove, in lui il meccanismo talmente si complica da

arrestare l’azione per non lasciar luogo che alle parole. Mentre gli

eroi dei Greci non sono mai indecisi, operando pel proprio carattere o

per la fatalità, l’Alfieri s’accostò ai Francesi facendoli abbondare di

parole, invece di quel che costituisce il dramma, cioè la vita operosa:

quel patetico che deve svolgersi nella rappresentazione dei caratteri,

invano gli si cercherebbe; vagheggia l’ideale al punto di cadere

nell’astratto, e lo riduce alla soppressione del vero; e in luogo di

personaggi reali, misti di vizj e di virtù, colle passioni dell’uomo

in generale, e de’ tempi e di loro in particolare, non trovi sempre che

l’autore, eroi senza antitesi, senza esitanze, senza gradazione, tutti

d’un pezzo: un tipo di tiranno, di donna, di sacerdote, di marito,

comune a tutte le età e le nazioni. Come la sua scena è indeterminata

a segno da crederla ora piazza comune, ora gabinetto recondito, così

generiche sono le tinte, nè Cosimo personeggia altrimenti che Creonte,

nè la Pazzi che Antigone o Micol, senza la varietà delle gradazioni che

fa difficile il dipingere le donne: la concisione stessa, la vulgare

forza delle interjezioni è un’infedeltà, esprimendosi con essa tanto il

taciturno Filippo II, quanto il garrulo Seneca.

Porlo a ragguaglio di Shakspeare varrebbe paragonare una formola

algebrica colla persona viva: ma anche i suoi contemporanei Schiller

e Göthe per dotta intelligenza penetrano nell’anima e ne’ tempi;

egli, troppo scarso erudito per conoscerli, troppo rigido per potere

conformarsi all’indole dei secoli e degli uomini, dalla storia non

toglie a prestanza che nomi, poi personaggi e avvenimenti cola entro un

modello uniforme, non mai pensando fare della tragedia nè il ritratto

di un tempo, nè lo svolgimento d’una passione.

Eppure que’ Francesi, dai quali avea dedotto e i pensamenti e l’arte,

esso li sprezza ed esecra[278]; sprezza Rousseau, benchè lo copii;

sprezza i predecessori; sprezza l’Italia; sprezza i filosofi e

gl’increduli, non meno che i devoti e gl’ignoranti; sprezza la nobiltà

donde usciva e la plebe da cui aborriva; sprezza i re e il pubblico,

mentre degli uni e degli altri sollecita il favore. Ogni passione in

lui si converte in rabbia, rabbia di studio, rabbia di libertà, rabbia

d’amore; e dal disprezzo e dalla bile attinge un’energia, così opposta

alla fiacchezza laudativa del suo tempo, che parve originalità.

E l’originalità sua fu tutta critica; vedere i vizj del suo tempo, e

volervi dare di cozzo. Perchè si sdilinquiva alla soavità di Metastasio

e ai lezj de’ Frugoniani, egli si fece aspro, epigrammatico, rotto,

inelegante, di ferro (come diceva) dove gli altri erano di polenta.

Perchè nei Francesi tutto era eleganza d’espressione, arguzia di

concetti, lusso di poesia, raffinata galanteria, insipida abbondanza,

futile ricerca del naturale, esso vi oppose una nudità gladiatoria, un

assoluto rigore di volontà; e alle loro cortigianerie di parole e di

sentimenti un odio de’ tiranni che si rivela fin nello stile, con tanta

retorica e sì poca precisione. Perchè gl’Inglesi mettono il triviale

accanto al sublime, egli non devierà mai una linea dalla dignità. —

Volli, volli sempre, fortissimamente volli» dic’egli[279]: ma che un

genio tutto collera e dispetti e disordinata vita s’imponesse lavori

freddi, simmetrici, spogli d’azione, sarebbe inesplicabile ove non

si conoscesse che è una passione anche l’andare a ritroso. Si direbbe

che considera le barriere come appoggi, onde si piace a moltiplicarle;

ripone merito nell’assoggettarsi a tutte le regole; non ha il bisogno

d’esplorare soggetti nuovi, ma piglia i già trattati, col proposito di

correggerne i difetti; le riforme riduce a negazioni, vantando che non

introduce personaggi in ascolto, non ombre visibili, non tuoni o lampi

o agnizioni per mezzo di viglietti, di croci, di spade, non gli altri

mezzucci soliti; ma gli accade come a molti, di prendere per difetto le

qualità che non possiede.

In fatto la tragedia ridusse a scheletro; non mai dipingere, non mai

per amore di bellezza divagare dalla rigida unità, per la quale egli

non intendeva il convergere de’ fatti e de’ sentimenti molteplici;

bensì ad un proposto fine spingersi come s’una strada ferrata,

senz’arrestarsi a un bel prospetto o a cogliere un fiore. — La mia

maniera in quest’arte (dic’egli), e spesso malgrado mio la mia natura

imperiosamente lo vuole, è sempre di camminare quanto so a gran passi

verso il fine; onde tutto quello che non è necessarissimo, ancorchè

potesse riuscire di sommo effetto, non ve lo posso assolutamente

inserire». L’innovamento suo si ridusse dunque ad escludere gli

accessorj della tragedia francese, nulla surrogandovi però. I

confidenti e gli attori secondarj, operanti per devozione verso i

loro principali, anzichè per sentimento proprio, e scoloriti perchè

riflesso altrui, e’ gli sbandì[280]; ma i personaggi suoi fanno le

loro confidenze al pubblico ne’ soliloquj. Ridotti a pochissimi[281],

eliminato ogni episodio, sono costretti alla verbosità, ad analizzare

se stessi, e rivelare i proprj sentimenti quand’anche si tratti di

profondi dissimulatori, come Filippo II, Nerone che «parea creato

per nascondere l’odio sotto il velo delle carezze» (Tacito); a dire

quello che faranno, invece di farlo attualmente alla guisa de’ tragici

tedeschi e spagnuoli.

E sull’arte si arrestano i giudizj che delle sue tragedie danno sì

egli, sì qualche critico: fra’ quali possono ancora leggersi e il

Capacelli abile nella scena, e il Calsabigi che conosceva il teatro

greco, inglese e francese, senza perciò elevarsi a riflessi generali,

e de’ costui consigli si giovò l’Alfieri, il quale tre volte variò

maniera, segno che non aveva ben divisata la sua via; ciascun’opera

sua fece e rifece, perchè non lancio di genio, ma fatica di critica;

il Filippo schizzò in francese «per la quasi totale dimenticanza

dell’italiano, mal saputo dapprima»; poi tradusse in prosa italiana,

poi verseggiò rifacendolo ben quattro volte, infine stampollo, poi lo

ricorresse di nuovo, fin tre e quattro volte modificando un verso.

Pari fatica adoprò attorno alla forma di ciascuna: ma «chi ha osservato

l’ossatura d’una delle mie tragedie (dic’egli) le ha quasi tutte

osservate. Il primo atto brevissimo; il protagonista per lo più non

messo sul palco che al secondo; nessun incidente, molto dialogo; pochi

quart’atti; dei vuoti qua e là nell’azione, i quali l’autore crede

d’avere riempiti o nascosti con sua certa passione di dialogo; i quinti

atti strabrevi, rapidissimi, e per lo più tutti azione e spettacolo; i

morenti brevissimo favellanti; ecco in iscorcio l’andamento similissimo

di tutte queste tragedie».

Come è poi orribile il mondo ch’egli dipinge! catastrofi sempre

spaventose, tiranni che l’inferno non vomitò i peggiori, ribaldi che

tali si professano. Solo la fatalità, cioè la punizione irreparabile

d’un Dio, può far tollerare sulla scena greca alcuni fatti, ripugnanti

dalla moderna, come una fanciulla invaghita del proprio padre, o il

padre che sacrifica la figlia, o la madre che i figliuoli trucida.

Quanto alla tragedia romana, sebbene nella _Virginia_ e nei due

_Bruti_ abbia osato introdurre il popolo, dovette ricorrere a passioni

personali ed esagerate per destare quell’interesse che un’enfasi

vulgare e una nobiltà fittizia non poteano trarre dalle pubbliche. E

anche nelle private non deriva che dal contrasto: ora come concederlo

a una Rosmunda, nelle sue brutali passioni non arrestata da delitto

o turpitudine nessuna? e come reggere a quei cinque atti di continuo

furore?[282]. Nello scopo allora vulgare di vilipendere i papi, le

declamazioni della _Congiura dei Pazzi_ dicono meno che non la nuda

storia di quel fatto. Il suo confessarsi inetto a soggetti moderni

ritorna alla necessità che in questi v’è di particolareggiare,

e togliersi dalla generalità che negli antichi è permessa dalla

lontananza. E appunto il _Saul_ sorvola agli altri suoi drammi, perchè

il poeta non isdegnò scendere alle specialità del popolo ebreo, e

avventurarsi a quel fare lirico, da cui altrove inorridisce.

Ben disse egli dunque d’avere piuttosto _disinventato_ che inventato;

diede all’Italia un teatro nuovo, ma non nazionale: eppur sempre piace,

perchè vi regna quel che manca a’ suoi contemporanei, l’emozione;

piace viepiù recitato, perchè l’attore può introdurvi il sentimento

della verità istorica e umana che manca all’autore, e colle pause e

coll’espressione del viso infondervi torrenti di poesia, di cui sono

poco più che accenno le parole di lui. Poi la tragedia d’Alfieri non

è puramente letteraria; v’è il fermo proposito di gittare razzi fra

la letteratura, sopita in grembo a molle eleganza; v’è la politica,

ingrediente insolito fin allora; e a lui vorrà tenersi conto

dell’avere incessantemente parlato d’Italia, d’aver voluto fare la

scena ispiratrice di magnanimi sentimenti; sicchè, come scriveva il

Calsabigi, «gli uomini debbano imparare in teatro ad essere liberi,

forti, generosi, trasportati per la vera virtù, insofferenti d’ogni

violenza, amanti della patria, veri conoscitori dei proprj diritti, e

in tutte le passioni loro ardenti, retti, magnanimi».

Se non che sprezzando il suo secolo, egli ricorse al passato;

egli, contemporaneo di Washington, vide solo Bruto e Timoleone, non

istudiando i progressi nè i bisogni della società moderna; fomenta gli

astj che non producono se non ruine; fa esecrare la servitù, piuttosto

che amare la libertà; rintuzza ogni sensibilità, tranne l’abbominio pe’

tiranni, sui quali, non già sul popolo, concentra l’attenzione.

Fa sempre effetto una riazione decisa. Fra la pompa sfolgorante dei

teatri dell’Opera, ove gli eroi di Metastasio comparivano cinti da

gran corteo per cantare arie lunghe, facili, molli, tutte _idol mio_

e _inique stelle_ e _abisso di pene_, ove si vedea sempre la languida

virtù trionfare sul vizio incredibile, ecco l’Alfieri mostrare una

scena nuda, unica, pochissimi attori, tutti accigliati e convulsi,

che parlando a monosillabi svilupperanno un’azione, terminata

impreteribilmente fra ventiquattro ore, e dove non la virtù, non il

vizio trionfano, ma una inconscia malvagità della razza umana e della

civile società. In contraddizione poi alle commedie, egli mostrava

un’altra vita che quella de’ cicisbei o del caffè, altro eroismo che

il battersi in duello o il perdere intrepidamente un patrimonio al

faraone; i pregiudizj restavano scandolezzati, scosse le credenze, le

corone offuscate dall’alito della sua collera; e tutto ciò contribuiva

a farlo scopo dell’attenzione. Applausi furibondi alzavansi in udire da

Antigone,

Non nella pena,

Nel delitto è l’infamia. Ognor Creonte

Sarà infelice; del suo nome ogn’uomo

Sentirà orror, pietà del nostro;

oppure da Creonte:

E il cittadin che può far altro omai

Che obbedirmi e tacersi?

ed Emone rispondergli:

Acchiusa spesso

Nel silenzio è vendetta;

o quegli altri:

Ecco il don de’ tiranni, il non tor nulla...

Seggio di sangue e d’empietade è il trono.

Mentre il Parini seguiva la politica de’ filosofi d’allora, che il

bene preconizzando, aspettavanlo dai principi e ne gli applaudivano,

l’Alfieri professava odio ai re, e i suoi scritti contribuirono assai

all’odierno disprezzo d’ogni autorità[283], del quale diede la formola

in quel verso «Servi al poter, qualunque ei sia, frementi». Ma non

era ancor venuto il tempo che s’espiasse in carcere ogni franchezza,

nè l’Alfieri ci dice d’avere mai avuto il minimo disturbo. Del resto

i re d’allora perchè aveano a sgomentarsene? forse essi impedivano

di sepellire i morti come Creonte, o uccidevano i figli come Cosimo e

Filippo, o perseguitavano i generi, o costringeano le mogli a bere nel

teschio de’ padri? Poteano anzi sorridere di que’ tiranni che lasciansi

dire in faccia tante ingiurie, quante nell’_Antigone_, nell’_Oreste_,

nei _Pazzi_.

Sceneggiare direttamente la politica volle l’Alfieri nelle commedie che

intitolò l’_Uno_, i _Pochi_, i _Troppi_, l’_Antidoto_, ove è novità il

mostrare gli eroi dal lato prosastico. Nella _Tirannide_, esagerazione

delle esagerazioni di Rousseau, proclama la libertà antica, e osteggia

le arti e l’industria; i popoli cristiani essere più schiavi che non

gli orientali; per abbattere i tiranni suggerisce di mettersi tutti

d’accordo nel non obbedire; quasichè, dato l’accordo comune, sia

possibile la tirannia. Nel _Principe e le lettere_, non che il regio

favore produca uomini d’ingegno, sostiene che li pregiudica[284]; e

indovina che «i lumi moltiplicati e sparpagliati fra molti uomini,

li fanno assai più parlare, molto meno sentire, e niente operare»

(cap. VIII). Nell’_Etruria vendicata_ esalta Lorenzino de’ Medici

tirannicida. Nelle _Satire_ sfoga un orgoglio misantropo. Nella _Vita_

racconta con naturalezza sforzata i proprj casi, non sempre velando

i riprovevoli[285], quasi il dir tutto faccia perdonare tutto, quasi

il genio consista nel disordine; e al par degli altri autobiografi,

raffazzona il proprio carattere qual vorrebbe fosse stato; si colloca

sotto di un lume scelto arbitrariamente; e come nelle tragedie vuol

mostrare continuamente lo sforzo anzichè la spontaneità, e dispensarsi

dalle virtù ordinarie per raggiungere le straordinarie.

Così viveva dell’alito protestante del suo tempo, fra detrattori che

gli davano noja, e ammiratori che gli faceano vergogna. Quando arrivò

la Rivoluzione, di cui era parso un precursore, egli non la comprese

o forse la comprese troppo; egli conte, stomacava quel dominio degli

avvocati; bestemmiò bassamente i Francesi nel _Misogallo_, e confidando

passeggero quel nembo, dedicava agli avvenire alcuna delle sue

tragedie, e al principio di quell’immenso movimento faceva un’edizione

delle sue opere con data posticipata: tanto non credeva potesse

uscirgliene veruna lezione!

Allora rammaricavasi delle sue prose, temendo scapitarne nell’opinione

de’ buoni: e l’abate Caluso ne lo consolava, mostrandogli esserne stata

colpa lo educarsi su Montaigne, Elvezio, Machiavelli ed altri reputati

grandi; che la gente assennata gli tenea conto del suo ravvedimento;

ma non occorreva farne pubblica ritrattazione nè apologia, solo

restringendosi «a dire che giovane, animato dall’odio della tirannide

e da speranza di più felice stato per l’umana società, scrisse cose le

quali poi la rivoluzione di Francia gli ha fatto scorgere inopportune,

onde gli rincresce che, contro l’intenzione sua, siensi da altri

pubblicate»[286]. Ma l’Italia lo porrà indelebilmente fra que’ suoi

maggiori, ai quali è obbligo dire la verità perchè giovi ai posteri,

per quanto devano strillarne i mediocri e i pedanti[287].

La rigidezza del sommo Astigiano rammenta le pose statuarie, e ci

ritorna all’assunto parallelo, per veder anche nelle belle arti il

rinnovamento. Nella scultura, ripudiate le bizzarrie berninesche,

duravano tuttavia le smorfie, l’istantaneo, gli sfoggi di meccanica,

come nel Pio VI d’Agostino Penna per la sacristia vaticana, e ne’

costui angeli in San Carlo al Corso. Meglio Giuseppe Franchi di Carrara

atteggiò le Sirene di piazza Fontana a Milano, e il De Maria alcuni

monumenti nel cimitero di Bologna.

Antonio Canova (1747-1822), nato da un tagliapietre di Possagno,

a Venezia educato nell’arte dal Ferrari Torretti, alla fiera

dell’Ascensione espose l’Orfeo, mentre un’opera dello stesso titolo,

musica del Bertoni, era cantata dal famoso Guadagni; e la meraviglia

pubblica restò divisa fra il provetto musico e il novizio scultore.

Ottenuta dal senato la provvisione di trecento scudi, a Roma il Canova

dubitò di se stesso nel trovarvi un gusto sì discorde da quel ch’egli

aveva in concetto; ma strappò ammirazione coll’Icaro e Dedalo, ove pose

tanta verità e naturalezza quanta in nessun lavoro posteriore[288], e

si asseriva fosse ricalcato sul vero, talmente si era avvezzi a veder

lavorare sol di memoria. Ma già lo Zulian suo mecenate aveagli dato

un marmo da cui cavò il Teseo: poi Hamilton e Volpato gli ottennero

la commissione del Deposito che il cavaliere Carlo Giorgi ergeva a

papa Ganganelli col prezzo di dodicimila scudi. Nel grandioso lavoro

egli conobbe di poter improntare orme proprie; effigiò grandiosamente

il protagonista; e mentre nelle pieghe e nell’arricciatura del

camice sfoggiò abilità meccanica non inferiore a quelli che più se ne

vantavano, uscì dai consueti simboli delle virtù, ed ebbe compita a

venticinque anni l’opera sua forse migliore. Come il Baretti sospendeva

la frusta per ammirare i versi sciolti del Parini, così il mordace

Milizia assumeva il tono dell’entusiasmo[289].

Dappoi nel monumento di papa Rezzonico, il Canova conobbe come, nella

grandiosità di San Pietro, il corretto paja gretto: ma se i barocchi vi

ovviavano con vesti farraginose e tronfi atteggiamenti, egli compose

largo eppur regolato. Lasciamo lodare i leoni e criticare la poca

maestosa Religione e il torso del Genio imitato; ma a quel pontefice

orante in semplicità sublime applaudono la ragione e il sentimento, e

vi si riposa l’occhio, stancato delle distraenti fantasticaggini, che

sformano il maggior tempio della cristianità.

La Repubblica veneta fece fare dal Canova un monumento all’ammiraglio

Emo, pel quale gli assegnò cento ducati vitalizj, oltre una medaglia

d’oro di cento zecchini; doni viepiù pregevoli perchè allora egli non

possedeva ancora quella gloria, della quale vogliono un brano i potenti

col mostrare di favorirla; inoltre gli commise il monumento di Tiziano,

ed esso ne preparò il disegno, ma poi assassinata la Repubblica, adattò

quel pensiero al mausoleo di Maria Cristina a Vienna; vero poema con

nove figure al naturale, ben più lodevoli che non le simboliche de’ due

sepolcri papali. Le ricche occasioni svilupparongli il talento; ma egli

studiava senza interruzione, eseguiva da sè ogni cosa; il che, se gli

toglieva di moltiplicar lavori, facea li avvicinasse alla perfezione.

E veramente egli radunava i meriti sparsi tra molti, saviezza di

comporre, espressive fisionomie, disegno castigato, forza di scalpello,

maestria paziente nel finire le estremità e i capelli, e dare carnosità

a segno che gli apposero di verniciare le sue statue.

Agli appunti dell’invidia rispondeva con nuovi prodigi, e fu gridato

principe, e svegliò l’attività. In riconoscenza, allo Zulian suo

patrono offrì una Psiche, che poi Napoleone volle per sè e donolla

al re di Baviera. La Maddalena non effigiò nella solita peccatrice,

voluttuosa più che penitente, ma e colla sobrietà di rilievo e

coll’aggruppamento della persona rimosse dalla compunzione ogni

profanità. Tacciato di freddezza, lavorò l’Ercole e Lica, il Teseo

col Centauro, l’Amore e Psiche, intrecci di caldissima azione. Anche

i bassorilievi modella insignemente, nè confonde le ragioni loro con

quelle della pittura.

Eppure egli non apriva una strada nuova, ma aspirava ad essere il

migliore dell’antica, siccome Vincenzo Monti; e la grazia molle,

l’attenuamento dell’espressione, un’eleganza sottile, e la materiale

abilità vagheggiava meglio che il sentimento profondo; siccome allora

faceano l’Appiani, il Volpato, il Morghen. I marmi antichi attraevano

l’ammirazione piuttosto degli scienziati ed archeologi che degli

artisti, i quali non pensavano a riprodurre con regole dedotte da essi.

Canova il fece, e divulgava le copie greche e romane ingentilite,

donde le lodi attribuitegli d’aver rinnovato l’antichità; e come un

antico egli fu imitato, cioè secondo un metodo arbitrario e forme

convenzionali; gli scolari suoi abjuravano alla propria personalità,

non per cercare da esso modelli nuovi, ma per imitare in esso gli

antichi, siccome i poeti faceano nel Monti; un’idealità convenzionale,

anzichè la natura viva e vera.

Allo scultore men che ad altro artista è data libera scelta di

soggetto; e il Canova dovette adulando rappresentare Napoleone da

semidio, Ferdinando di Napoli da Minerva, e da muse e divinità le

principesse. Bel campo per quelli che vogliono svilire questo maestro,

certamente troppo esaltato dai contemporanei: ma a chi in Belvedere

mostra quanto alle antiche statue rimangano inferiori la Venere e

il Perseo, ch’egli fece per supplire a quelle rapite dal francese

conquistatore, non lasceremo inferirne che l’arte nostra sottostia di

necessità alla classica, ma che non si può pretenderne pieno il volo

quando la si releghi ad imitare.

Storia degli Italiani, vol. 12 (di 15) · 第 17 / 32 题