La fine dei vecchi tempi.
Il Denina termina le sue _Rivoluzioni d’Italia_ con un quadro della
nostra penisola, dove, senza sconoscere la superiorità de’ forestieri,
accenna i progressi qui avvenuti. Secondo le teoriche d’allora,
li ripone sovrattutto nell’aumento di popolazione, per tal conto
anteponendola a ogni altra parte d’Europa. Secondo lui, il Regno, che
nel 1670 contava tre milioni e mezzo d’abitanti, nel 1790 n’avea cinque
milioni, e due altri la Sicilia; Napoli da ducensettantamila abitanti
era in cent’anni cresciuta a quattrocentomila; l’entrata del Regno a
sessanta milioni di franchi, ma un terzo andavano a pagare l’interesse
del debito: onde non potevasi mantenere meglio di ventottomila soldati
e quaranta bastimenti da guerra.
La Romagna al nord degli Appennini non pareagli meno abitata che ne’
tempi più floridi; che se Perugia, Ravenna, Ferrara erano scadute,
fiorivano Ancona, Macerata, Sinigaglia, Rimini, Cesena, Forlì, Faenza,
Imola; Bologna da quarantamila era aumentata a settantamila teste:
l’intero Stato pontifizio faceva la metà popolazione che il napoletano,
benchè il Patrimonio di San Pietro fosse il paese più deserto
d’Italia: Roma, che, al fine del secolo precedente, avea da ottanta
in novantamila anime, allora censessantamila. In Toscana la Maremma,
e Pisa e Siena erano decadute; ed anche Firenze, benchè s’avvisasse a
qualche aumento: Livorno contava da quarantacinquemila anime; e tutto
il granducato un milione appena, sopra un territorio doppio della
Lombardia austriaca; e la rendita notificata da Pietro Leopoldo sommava
a nove milioni e ducentomila lire fiorentine.
In Lucca viveano da cenventimila abitanti; da cinquecentomila fra
Modena e Parma. Venezia, scemata d’un quarto, sopra cencinquantamila
aveane un terzo di levantini e greci, ma ne’ dominj rimastile c’era
aumento d’un quarto, numerando da tre milioni di sudditi, colla rendita
di tre milioni di zecchini, e appena seimila soldati di terra. Il
paese più popolato d’Europa era il Milanese, malgrado la diminuzione
di territorio e il continuo uscirne d’artieri e merciajuoli; del quale
prosperamento esso Denina attribuiva il merito, dopo la pinguedine del
terreno, ai migliori costumi introdottivi dopo san Carlo.
Il Piemonte numerava due milioni e mezzo di teste, e Torino da
trentacinquemila era salito a ottantamila; a scapito, è vero, di
Casale, Asti, Chieri, donde molte famiglie s’erano trasferite alla
capitale; aggiungansi novecentomila di Savoja e Sardegna: le rendite
totali dello Stato ammontavano a venticinque milioni, sebbene dalla
Sardegna ne venisse neppure mezzo milione. Invece i quattrocentomila
abitanti di Genova e sua Riviera davano all’erario nove milioni.
Italia dunque da’ suoi diciannove milioni d’abitanti avrebbe potuto
trarre censessantamila soldati, anche nelle umane proporzioni d’allora,
e appena aveane la metà; giacchè ad assalire non pensava, nè assalti
altrui parea dover temere. Natura la regalò di minerali d’ogni sorta,
e vegetali bastevoli ad ogni bisogno; le sete del Piemonte, i cotoni
della Puglia, le lane dell’Abruzzo, della Toscana, della Romagna, la
canape del Bolognese, del Ferrarese, della Romagna, non che fornirla di
vestimenti, le davano un eccedente con cui comprare e manufatti esteri
e delicature.
Così l’uomo, che meglio avea meditato, e spesso compreso la storia
della patria, lusingavasi sul presente e sull’avvenire di essa; nè un
dubbio concepiva di vicino sobbalzo; come nol concepivano i filosofi:
anzi il primo che osò scrivere una filosofia della storia, assicurava
che la presente perfezione de’ sistemi politici assicurava omai i
popoli da ogni sovvertimento; poche riforme sol restano e queste
tranquille; ma una rivoluzione l’Europa già più non la teme[304].
Per verità le rivoluzioni sembrerebbero meno a temere quando si è
sulla via delle riforme, se l’esperienza non mostrasse tuttodì che
queste invogliano di quelle. Qui i principi erano d’accordo nel
volere il bene dei popoli, i quali li lasciavano fare: e a mezzo
il secolo noi trovammo un vivere agevole, molle, spensante, un
silenzioso fluire della vita. Le plebi, ingombre di morale timidità ma
soddisfatte, allegre, burlone, senza chiara cognizione dei diritti nè
risolutezza a tutelarli perchè non li sentivano minacciati, e perciò
non impennandosi agli arbitrj del potere e all’alterigia de’ signori,
non che prepararsi a nuove sorti, non ne capivano il bisogno, non
lottavano, non partecipavano alle discussioni o alle speranze degli
statisti. I nobili rimasero una condizione piuttosto che uno stato
dacchè furono sciolti i vincoli servili e tolti i privilegi feudali;
tranquilli nella loro superiorità indisputata e quasi naturale,
voleano essere padri di questi loro inferiori, purchè il riconoscessero
come un benefizio, non come un dovere; colla bonomìa ragguagliavano
i difetti della posizione e della classe; alcuni aspiravano al
privilegio della gentilezza e degli studj, altri per gli agi e gli ozj
cadevano nel vizio, ma i principj dell’educazione cristiana e austera
rigalleggiavano al chetarsi delle passioni. Il clero rilassato men ne’
costumi che nella dottrina, serbava grand’impero sopra le classi povere
e le agricole, vera base della società. Le classi medie arrischiavansi
alle speculazioni per quanto lo assentivano la scarsa circolazione
de’ capitali e la mancanza d’associazione; cominciavano a conoscere la
loro importanza sociale, ma non ancora febbricitavano dell’avidità di
miglioramento.
A chi addolora delle convulsioni odierne; di questo irriposato
arrancarsi ad un meglio che non si sa qual sia, ma che sta fuori
della realità e del possibile; di un’ambizione che si esalta a tutti
i fantasmi; d’un appetito insaziabile di movimento, di pericoli,
di forti emozioni; d’un’istruzione farraginosa e svaporata; d’una
stampa meschina, beffarda, distraente, molestatrice, dove ogni
scolaretto si erige maestro, ogni aguzzino si intitola giudice; del
compiacersi nell’invelenire le proprie piaghe per fare ciarlataneria
di empirici medicamenti; noi parremo troppo severi nel giudicare un
secolo dove la bonarietà era il fondo delle classi basse non men
che delle nobili, ogniqualvolta non la corrompessero le ambizioni
e la passione; ove una tradizionale fedeltà legava il patrizio alla
sua città o al suo castello, il padrone a’ suoi servi o coloni, il
mestierante al paterno telonio, il cittadino al suo Governo; ove il
popolo teneasi limitato ne’ desiderj e rassegnato alla subordinazione;
ove le menti riposavano d’accordo su certi principj generali, nè il
culto all’autorità era soccombuto all’idolatria di se stessi, non
credeasi che tutti devano comandare, nessuno obbedire; bensì che questa
terra non è il paradiso dell’uomo ma la sua espiazione; laonde non
si vantava a ciascuno il diritto ai godimenti, ma si disponeva alle
abnegazioni, alla pazienza; e la carità, se riputavasi un dovere dai
ricchi, non esigevasi come un diritto dai poveri. L’uomo non era ancora
scomparso davanti all’onnipotenza del Governo e del gendarme; ancora
l’istruzione, la carità, il buon governo si fondavano nella fecondità
dei voleri individuali e dei sacrifizj volontarj; alle cariche
sostenute spontaneamente, gratuitamente e in vita, non erasi surrogato
quel mecanismo d’agenti salariati, eletti, trasferiti, deposti ad
arbitrio del Governo, venali e servili eppure faziosi ed anarchici,
sollecitatori irremissibili, capaci di qualunque bassezza quando
abbiano da soddisfare l’appetito, di qualunque ricalcitramento quando
siano satolli, disposti a tollerare qualunque ignominia per salire,
che accumulano sul potere ogni responsabilità, e l’opprimono sotto
cupidigie impazienti, rancori epigrammatici, inefficace devozione;
erpete il più funesto che la democrazia inoculasse al secolo nostro.
Semplice era la scienza dei Governi, durando la buona intelligenza fra
essi e i governati, fondata sull’osservanza del dovere personale e del
diritto, da una parte sul rispetto all’autorità, più vivo quanto meno
essa faceasi sentire; sul riguardo dall’altra alle locali consuetudini
e all’attività individuale: gli uni contentandosi di quel che per loro
si facea, non pretendeano si facesse tutto, nè metteano a repentaglio
il bene per ismania del meglio; gli altri concedeano molto, senza
garanzie nè patti è vero, ma neppure appoggiandosi all’unica ragione
dei grossi eserciti, all’unico espediente de’ numerosi impiegati. Così
la costituzione de’ popoli era dispotica, ma libere le consuetudini; i
re poteano permettersi ogni arbitrio, ma nol faceano; e con istromenti
poco regolari trovavano più facile il governare popolazioni docili,
che non dappoi il governare con istromenti geometrici le popolazioni
riottose; il rimprovero che principi e statisti fanno a que’ sudditi,
era il non curare la cosa pubblica.
Non cadiamo però con quelli, che prendono per promessa di felicità lo
snervamento delle anime e l’abbassamento de’ caratteri; nè coi retrivi
che, storditi dal vortice odierno, figurano come beatitudine quel
procedere rassegnato di tutti nella carreggiata paterna. Un’educazione
non profonda e di certe classi soltanto; una poesia da ventagli;
una letteratura separata dall’azione, che riponea la riforma nel
cangiare di modelli, e adagiavasi nell’imitazione anzichè bisognare
della originalità che nasce da verità sentite al vivo ed espresse
nella lingua di tutti, faceano dominare quella pulitezza che mette
dappertutto il cerimonioso, l’artefatto. Duravano i difetti dello
sfrazionamento; idee locali senza alcuna generale, gelosie anguste,
piccoli divisamenti; la cura degli interessi patrj, che suscita e
incoraggia lo spirito, restringeasi ne’ limiti del municipio; invece
degli Enciclopedisti avevamo i Giansenisti; per un Gesuita che
censurasse Dante, menavasi maggior rumore che non per uno scettico
che impugnasse Dio; disputavasi per mantenere al papa la chinea,
mentre correa pericolo il vangelo. La situazione politica non offriva
veruno di que’ grandi oggetti, nell’attuare i quali si svolgono ed
esercitano le nobili facoltà, e lasciavasene il pensiero ai governanti,
sicchè dagli affari pubblici non erano richiamati gli uomini alle
severità della vita, non tenute in equilibrio le combinazioni astratte
dell’ideale coll’inflessibile misura del possibile.
Obbligo dell’uomo è l’avanzare faticando; e certo l’Italia in mezzo
secolo di pace progredì meno che non altri popoli in condizioni non
così favorevoli. Un sentimento di fiacchezza n’è carattere generale,
viepiù notato dalla nostra età, tutta agitazioni e inesorabile
movimento. Nasceasi, viveasi, morivasi nel villaggio, nella condizione,
nelle idee, in cui era nato, vissuto, morto il babbo e il nonno,
evitando i bronchi della vita per seguitarne giù giù il declivio;
crogiolavansi in quell’egoismo, che pone se stesso per centro e
periferia, che considera come ingenite in una classe o in una persona
la superiorità, la ricchezza, l’ingegno, e gli altri condannati dal
nascere all’inferiorità, alle sofferenze, a ricevere i favori conditi
coll’insolenza.
La lunga pace, la diffusa agiatezza, le altre condizioni di benessere
suscitavano un’agitazione vaga ma inoperosa: la pochissima stampa era
intisichita non tanto dalla censura, quanto dalla pubblica noncuranza:
che se alcuni pochi leggevano i libri degli Enciclopedisti, se altri
s’ascrivevano alle loggie massoniche, e criticavano ed esaminavano, e
vedeano la possibilità d’un meglio, i più amavano dondolarsi quieti
e gaudiosi; desideravano i miglioramenti, ma o gli esageravano per
inesperienza, o ne rifuggivano per pusillanimità: e alle innovazioni di
Giuseppe II e di Leopoldo si torse il labbro anche dove poteano essere
ragione; così false situazioni, contraddizioni perpetue, inevitabili
ad un popolo scostato dalle sue tradizioni. Quella monarchia assoluta,
senza scossa, in mezzo a tranquille prosperità e ad inclinazioni
filantropiche, non toglieva di sentire i mali; e come que’ Governi,
paterni insieme ed arbitrarj, usassero rigori e indulgenze del pari
senza regola; dando ai diritti l’aria di favori, di vendetta ai
castighi, lasciassero formarsi abusi ed accumularsi, e sovrapporvisi i
particolari interessi, che poi ricalcitravano quando fossero toccati;
mentre invece, per regolare gli uomini, vuolsi meno condiscendenza nel
fondo e più legalità nelle forme.
Governi così foggiati poteano reggersi finchè sostenuti dal clero
e dalla nobiltà, unici elementi vitali della nazione, uno de’ quali
prestava il braccio negli uffizj civili e nel militare, l’altro dava il
potere sulle coscienze, mentre queste prevalevano ancora all’opinione.
Ma l’una e l’altro vedemmo scassinati, qui non rimanendo tampoco,
per circostanze speciali, quel valore guerresco, che in Francia potè
supplire a tant’altre mancanze. I nobili, non avendo più poteri che
li facessero rispettare, ma ancora privilegi che li facevano odiare,
cospiravano contro la vecchia società, nè tampoco sospettando che con
essa sepellirebbero i loro secolari vantaggi. La Chiesa non era tanto
infiacchita dalla lepida guerra esterna, come dalla protezione dello
Stato, che dal dovere di proteggerla presumeva il diritto di regolarla
anche in ciò ch’è di sua esclusiva competenza.
L’indipendenza della volontà umana, perciò varia e irregolare;
quell’impulso personale, vigoroso, persistente, che è prima condizione
del merito e delle virtù; quel concorrere libero di tutti all’opera
sociale, parvero confusione e disordine a un filosofismo che surrogava
l’ordine artifiziale al naturale, i sistemi umani alla volontà divina.
Allora i Governi ingelosiscono dell’azione giornaliera, collettiva o
individuale de’ cittadini; ad ogni sforzo spontaneo vogliono surrogare
la propria iniziativa, l’autorizzazione, la sorveglianza, l’interesse
proprio; tutto sapendo e tutto potendo, certi che quel che vogliono è
il bene, si prefiggono d’attuarlo senza verun contrasto, neppure delle
consuetudini, dell’indole de’ popoli, di quella libertà che s’impenna
contro chi la violenta[305]. Se la personale dignità ne deperisse nol
cercavano essi, e tanto meno se i costumi si corrompessero. La bontà
di questi è necessaria dove il popolo interviene a governare; non già
dove il Governo fa tutto, ed ha forza di far rispettare l’ordine. La
coscienza pubblica si riduce dunque alla Polizia; con questa lo Stato
può impedire il disordine, e basta; l’individuo abbia per tutta morale
il non violare le leggi politiche, cioè non incorrere ne’ castighi;
fuor di là tutto gli è lecito; sia bene o no che importa, purchè non
sia proibito. Del resto quand’anche l’immoralità divenisse universale,
l’_ordine_ è stabilito, e la forza pubblica impedisce che la licenza
privata produca la pubblica anarchia.
Realmente col trarre a sè l’autorità, che dapprima sparpagliavasi fra
governatori, municipj, pretori, feudatarj, i Governi provvedevano
meglio alla giustizia e alla sicurezza del popolo; coll’abolire i
privilegi patriziali, rendere mobile la proprietà, pareggiate le
eredità, agevoli le comunicazioni, crescere le scuole, svincolare
l’industria, faceano senz’accorgersi gl’interessi della democrazia, nè
forse accorgevansene quei che ve li spingeano o ne li lodavano. Ma la
democrazia non si limitava a chiedere l’eguaglianza di tutti in faccia
alla legge; eguaglianza riconosciuta da tutti i nostri legislatori,
prima che l’Assemblea di Francia la proclamasse spettacolosamente.
Sviata da coloro che d’ogni teorema fanno una speculazione, domandava
impieghi, li volea pagati, temporarj, in arbitrio del Governo, invece
di quelli che un tempo appoggiavansi a certe famiglie, a certe persone,
indipendenti, responsali per se stesse.
La rivoluzione amministrativa operata dai principi sconnettè l’antica
locomotiva, quando appunto stava per dare la spinta; surrogato il
Governo regio ai Governi locali, tutto cambiò di centro e direzione;
i nobili più non seppero fin dove potrebbero conservare, gli ignobili
fin dove potrebbero aspirare; rinnegavasi il vigore che le istituzioni
traggono dall’essere antiche; quando si vide che i re cambiavano tutto,
venne l’idea che potessero cambiare anche il bene, e che bisognasse
munirsi d’istituzioni tutorie; ma il clero aveva interessi diversi,
diversi il mercante, diversi il paesano, talchè non poteano concertarsi
a veruna limitazione ragionevole contro gli arbitrj del potere, nè
ad un graduale miglioramento delle proprie condizioni: il gentiluomo
ricingeasi del suo orgoglio, il magistrato della sua indipendenza,
il prete delle immunità, il borghese dei privilegi, nessuno d’una
libertà ragionata e garantita: e mentre le classi rimanevano distinte,
ogni giorno men diverse riducevansi per costumanze, fortune, coltura.
Introdotte idee nuove, nuovi bisogni, svaniva lo spirito di famiglia,
aborrivansi le associazioni, dacchè impedivano il libero lancio degli
individui; alle presidenze, alle amministrazioni, alle rappresentanze,
gratuitamente assunte per tradizionale clientela e per amore di patria,
preferivasi il vantaggio domestico di lucri e titoli.
L’eroismo nasce da spirito, unito a sentimento. Come dunque aspettarlo
quando la filosofia, ristretta a freddo raziocinio e resa splendido
trionfo del sofisma e della negazione, inaridiva il cuore col
fare analisi e beffa di tutto, tutto fischiare, non abbandonarsi
all’ammirazione ma affinare l’epigramma e il sarcasmo; essere cattivi
per vanità, non avere più passioni ma disegni? Allora il libertinaggio
prendeva il luogo dell’amore; le consuetudini giudicavansi riprovevoli
sol perchè antiche; la religione pareva un’ubbia di secoli ignoranti;
la passione della simmetria scomponeva il vecchio; tutto insomma era
critica e negazione: eppure non v’è che l’amore che possa fecondare il
caos.
Pertanto quello era secolo di preparazione; lasciava campo alla potenza
individuale, non ancora interamente assorta nella governativa; bandì
la crudeltà dalle istituzioni penali, l’arbitrio ministeriale dalle
amministrative; rivendicò l’eguaglianza civile: ma non conobbe se
stesso, non si stimò abbastanza; gl’Italiani, che in tante vie erano
precorsi ai Francesi, e già aveano riformato il sistema amministrativo
e il penale e le relazioni fra la Chiesa e lo Stato, s’infervorarono
alle declamazioni e alle domande de’ Francesi; al progresso storico
preferendo lo speculativo, vollero sbarbicare gli alberi antichi
per fare una piantagione tutta nuova, distruggere le strade maestre
pel gusto d’inerpicarsi in alture impervie, essere insensati con un
paradosso anzichè ragionevoli con un luogo comune.
Tra le falsità gentilesche sopravviveano gl’istinti generosi e
caritatevoli del cristianesimo; e poichè questo avea non solo
predicato, ma abituato ad amarsi, in quel ribollimento delle idee
svolgeasi pure la carità, non già quella che viene dall’universale
sommessione davanti a un Dio creatore e redentore di tutti, e che
dall’esempio di questo ritrae l’obbligo dell’abnegazione fin alla
croce, e la pazienza degli umiliamenti e delle privazioni portate
dallo stato di ciascuno e dalla natura umana; sibbene una virtù
semiuffiziale, sistematicamente eretta sopra la potenza illuminata
dello spirito umano, che suppone la nostra razza destinata non ad
espiare e meritare, sibbene a crescere più sempre i godimenti verso un
secolo d’oro, che redima de’ patimenti antichi: e se una volta preti e
frati aveano insegnato l’austerità, la rinnegazione, la pazienza, ora
i filosofi sopreccitavano gli istinti nobili e simpatici, proclamavano
le gioje di questo banchetto della vita, a cui tutti sono egualmente
invitati, talchè si guardasse come vittima chi non vi riceve porzione
eguale agli altri.
Laonde alla povertà volontaria de’ frati, sottentrava la infelice e
dispettosa di quelli, a’ cui desiderj non riuscivano pari i mezzi e
i guadagni, e che sfoggiavano franchezza col bestemmiare chi più e da
più lungo tempo possedeva. Gli scrittori, all’autorità della coscienza
sostituivano gli effimeri oracoli dell’opinione. In conseguenza
smetteasi quel fare patriarcale che spesso impaccia la libertà e
deprime la dignità dell’uomo, ma a cui pure si sospira dopo che la
famiglia, la patria, la clientela non sono più che un’astrazione,
un ricordo. Nelle classi privilegiate appariva quanto l’incertezza
della coscienza e della ragione nuoccia a chi non veda se non gusti
da seguire, passioni da soddisfare: nelle moltitudini sentivasi
l’irrequietudine di chi ha perduto il prisco equilibrio, non acquistato
un nuovo.
Il pericolo non era riconosciuto dai più; la libertà filosofica
garbava dacchè era stata tolta la libertà storica; quelle idee di
diritti, di dignità, di fratellanza arridevano tanto meglio, quando
non erano ancora state contaminate da verun eccesso, e nello zefiro
delle riforme nessuno presentiva l’uragano della rivoluzione: onde
sognavasi un progresso tranquillo, ove dello scalzato edifizio curiale
di Roma non rimarrebbe più che l’autorità ecclesiastica; i principi
raccoltasi in mano l’autorità pubblica, si renderebbero despoti, ma
per ridurre ad effetto i miglioramenti proclamati da’ filosofi; la
filantropia consigliatrice s’accorderebbe coll’autorità effettuante,
in modo che ne verrebbe il perfezionamento dell’esistenza umana,
il dominio della ragione assoluta; e parallelamente sviluppandosi i
poteri fondamentali delle ricchezze, della forza, dell’opinione, si
estenderebbero la sicurezza e la prosperità de’ cittadini, che più
ricchi, più illuminati, più morali, contenti d’avere chi provveda alla
loro spensierata beatitudine, amerebbero, difenderebbero, servirebbero
meglio il principe e lo Stato.
Ma coloro che nel passato riconoscevano le garanzie e la scuola
dell’avvenire; che le illazioni umane conosceano delirare quando non
discendano da principj inconcussi, cioè divini; che vedeano divenire
sinonimi empietà e progresso, spirito forte e scredente; togliersi
alla morale l’addrizzo e la sanzione della fede; i Governi, reluttando
al dominatore de’ dominanti, negare il peccato e ritenere il delitto,
togliere a Dio la punizione, alla convivenza la solidarietà per
arrogarla a sè, negare la legge superna e così negare se stessi;
entro quella nube dorata indovinavano il turbine, il quale verrebbe a
ripristinare il buon senso, ma chi sa dopo quali ruine!
E ben presto il terreno traballò. Lo Stato, perdendosi in infinite
minuzie e soprattutto nel sorvegliare i preti, non accorgeasi che lo
spirito pubblico trascendeva da ogni parte: la classe leggente diveniva
inquieta, meno pei bisogni suoi che per quelli manifestati da Francia,
e pei germi dissolventi comunicatile da questa: la vaghezza d’idee,
d’abiti, di costumi forestieri faceano rinnegare le cose patrie,
accettare dai forestieri il riso sardonico anche nelle gravi quistioni,
la sistematica rivolta e le superbe proteste dell’individuo contro
l’ordine esistente. Le profonde contraddizioni, che sono il sintomo
più accertato delle sofferenze d’un paese, apparivano; scomposto
l’equilibrio fra l’azione e il pensiero, smarrita la tradizione, una
pusillanime diffidenza ratteneva negli abusi, o l’avventatezza gettava
alle utopie; rivelandosi le esitanze d’una società che non sa come
camminare; i desiderj confusi e gl’inquieti presentimenti di rimpasto
e di novità, i puntigliosi garriti tra i vecchi interessi e i nuovi
bisogni.
Que’ signori d’Italia e que’ ministri mediocri che si erano stirati
per parere grandi, e aveano cerco gl’incensi de’ novatori col fare
e disfare a precipizio, e rafforzare la monarchia col deprimere la
sacerdotale arroganza, non tardarono ad accorgersi quanto si fossero
mal avvisati nell’insultare le popolari credenze, nello scassinare
idee vetuste e patrie, e avvezzare i sudditi a spingersi nell’avvenire
col vilipendere il passato, coll’obbligarli a ricevere novità senza nè
esaminarle nè esservi maturi, e convincerli che a mutar un paese basti
la volontà d’un capo. Dai loro concetti filosofici arrestaronsi, appena
si volle dedurne conseguenze radicali: e ben presto si trovarono in
disaccordo coi pensatori, i quali con maggiore alacrità si spingevano
quando appunto essi davano indietro. Davano indietro, ma dopo avere
scemo il rispetto alle consuetudini, la fede all’autorità; procuratasi
la facile gloria di dare qualche schiaffo ai papi, i Giansenisti,
cattolici senza sommessione e protestanti senza coraggio, v’aveano
dato urto in nome dell’antichità; in nome della novità i filosofisti;
entrambi pretendendo vanto di franco pensare col farsi sostegno ai
re delle spade contro quel dominio inerme che aspirava ai cuori e
all’intelligenza. Il grosso del popolo, conservandosi fedele alle
tradizioni, alla religione de’ suoi padri, al pontefice, al curato,
avea dovuto scandalizzarsi di que’ prelati indevoti, di que’ principi
che faceano da papi; nell’appello fatto alle sue opinioni avea
cominciato a credere «Son anch’io qualche cosa»: e come tutti i poteri
crescenti, trovò adulatori che gli dissero, «Tu sei tutto».
Allora i principi a lamentarsi dell’insubordinazione, delle idee
antipolitiche e antireligiose. Ma di chi la colpa? chi avea scosso
l’autorità, chi indebolito la fede, chi intaccato la proprietà? Come
imputare il popolo se tirava legittime conseguenze? come pretendere
rispetto essi che l’aveano negato alle cose più venerande? Nel 1790 il
ministro di Francia scriveva da Venezia: — Il senato comincia a sentire
l’importanza della religione nella politica; si pente di ciò che ha
fatto intorno ai monasteri; adotta una bolla di Benedetto XIV circa il
divorzio, dove tali cause son giudicate con minore leggerezza».
I Toscani s’erano divertiti in prima, poi stomacati a quella pioggia
d’innovamenti; ne’ tremuoti che afflissero la Romagna etrusca, nelle
persistenti nebbie, nelle malattie epidemiche, vollero leggere la
disapprovazione celeste; e di Leopoldo sparlavano rimpiangendo quei
tempi medicei ch’egli avea fatti denigrare[306]. Leopoldo, fosse
insospettito dalla rivoluzione francese allora scoppiata, o corretto
dall’esperienza, indietreggiò fin alla tirannia; fece condannare
centotto persone, tra cui nove donne, senza difesa nè pubblicità; anzi
esacerbò le condanne col mandarne molti nelle galere di Messina; e per
compenso diè ricovero a novantaquattro loro orfani e vecchi parenti;
insieme abbandonò alla popolare indignazione il Ricci e il Gianni,
tanto suoi; eppure vietava si stampasse qualunque scritto su materie
religiose senza l’approvazione del Governo.
Intanto moriva Giuseppe II (1790) senza figliuoli, e Leopoldo era
chiamato ad assidersi sul trono imperiale, ove doveva comparire
tanto da meno. Partendo di Toscana vi lasciava una reggenza, a
cui raccomandava di «non usare mai condiscendenze verso la Corte
di Roma in fatto di giurisdizione o d’autorità, in ispecie nelle
materie ecclesiastiche ed affari d’impegno»; si fece rilasciare una
ricognizione d’un milione centotredicimila cinquecentosessantadue
scudi, come credito particolare, senz’addurne il titolo, e dimenticando
i troppi compensi che lo Stato avrebbe potuto esigere da lui[307].
Subito vivi richiami si alzarono; Pistoja vuole abolite le novità
ricciane; a Livorno i facchini insorgono ad insulti, massime contro
gli Ebrei, il cui ghetto avrebbero saccheggiato se l’arcivescovo non
avesse protestato v’entrerebbero solo traverso al corpo di lui; altre
città gl’imitarono, persino Firenze che da due secoli e mezzo avea
disimparato queste chiassose manifestazioni del voler popolare; e
allora si vide quel che sia un Governo senza forza, e se a reprimere lo
scontento bastino birri e guardaportoni.
Leopoldo si lamentò colla reggenza che in brev’ora si fosse sfasciata
l’opera sua di tanti anni; ordinò severi processi, e «i carcerati
più o meno rei indistintamente, nessuno eccettuato, uomini e donne
di qualunque condizione, dovranno essere consegnati a bordo dei
bastimenti napoletani, i quali avranno gli ordini necessarj dalla
loro Corte. Io riformai le leggi criminali di Toscana come pareami
convenire all’indole dolce e quieta della nazione; ora _vedendo di
essermi ingannato_... ristabilisco la pena di morte per chiunque tenti
sollevare il popolo. E siccome il popolo ha detto di voler mettere in
libertà i carcerati, il Consiglio li farà trasferire nella fortezza di
Belvedere, alle porte mettendo cannoni con artiglieri fatti venire da
Livorno. I seimila armati... dissiperanno il popolo che si ammutinasse
o si attruppasse, facendovi anche fuoco sopra... Nè il Consiglio nè
verun giudice dovrà mescolarsi a fare grazia o commutare pena... neppur
io, non volendo questa volta far grazia a veruno»[308].
Il figlio Ferdinando III sottentrato, per ingrazianirsi il popolo
s’affrettò a ripristinare molti degli abusi tolti; modificò il codice
leopoldino; limitò l’arbitrio dei giudici e della Polizia, che poteano
_economicamente_ condannare fin alle stafilate, all’esiglio, alla
relegazione. Tenne consulta sull’abolire le ordinanze ecclesiastiche;
ma se il clero domandava non si chiedessero informazioni ai birri
intorno agli ordinandi e ai parroci, egli trovava anzi che i rapporti
di quelli, ricercati e adoperati sagacemente, servono con profitto;
insisteva perchè i vescovi dovessero considerarsi magistrati dello
Stato, e dal sovrano unicamente riconoscessero le facoltà ad essi in
parte restituite, di dare la tonsura, permettere missioni, visitare le
diocesi. Del resto Ferdinando calcò le orme fraterne con meno spie;
venuta carestia, vietò l’asportazione de’ grani; e fattosi toscano,
separò gl’interessi del paese da quelli di Casa d’Austria.
Leopoldo anche in Germania e nel Belgio disfece l’opera del fratello,
rintegrò le imposte e le istituzioni antiche, tolse i seminarj generali
e l’assolutezza della Polizia e dell’amministrazione, pur conservando
l’editto di tolleranza con cui Giuseppe II aveva confermato tutte le
innovazioni ecclesiastiche.
I Lombardi levarono anch’essi lamenti con tutta la vigoria che
lasciava la lunga abitudine dell’obbedire: onde Leopoldo invitò
ogni città a spedire due deputati. I filosofi s’erano ravveduti dal
predicare l’onnipotenza de’ principi, e Pietro Verri esclamava: — Da
due secoli non erano tollerate le rimostranze pubbliche; intrigante
importuno pareva chi le promovesse. Ora s’invitano, s’animano i figli
a presentarsi al padre; se non esporremo tutto, la colpa sarà nostra,
e nostra se con dimande indiscrete e inopportune screditeremo la
causa pubblica, cercheremo un sistema precario e la riviviscenza di
pregiudizj antichi, anzichè il regno stabile della ragione. Un foglio
di carta, nemmeno firmato dal monarca, ha in un momento annichilato
la congregazione dello Stato, tutti i ceti municipali, tutte le
amministrazioni che la pietà de’ nostri maggiori aveva istituite per
soccorso dell’indigenza. Dunque tutto il sistema antico era precario,
non aveva per base una costituzione, nè potevasi allegare ostacolo
di legge contro la volontà del ministro. Il peggio che possa accadere
dunque è di tornare a tale precaria condizione. Il Milanese fu soggetto
al despotismo dal momento in cui cessarono i suoi naturali principi.
Questo despotismo si esercitava da alcuni corpi potenti sotto del
Governo spagnuolo; poi ne furono gradatamente spogliati, e venne tutto
collocato nell’arbitrio d’un uomo solo. Sarebbe un problema accademico
il disputare quale dei due sia più funesto: quello che importa è
d’uscire dall’abjezione sotto cui si geme, e da schiavi malcontenti
diventare sudditi ragionevoli e fedeli: una costituzione insomma
conviene cercare, cioè una legge non violabile neppure in avvenire,
la quale assicuri ai successori la fedeltà nostra da buoni e leali
sudditi, ed ai cittadini un’inviolabile proprietà, _essendo questo
il fine unico d’ogni Governo_; una costituzione garantita e difesa da
un corpo permanente, interessato a custodirla, e le cui voci possano
liberamente e in ogni tempo avvisare il monarca degli attentati del
ministro».
L’enfasi di queste parole mostri come gran benefizio considerassero i
Lombardi questo essere chiamati a consulta dal sovrano, questa prima
speranza d’una sancita costituzione, della quale però fino i migliori
formavansi un sì inadeguato concetto. I deputati andarono in fatto
a Vienna, ed insistettero sull’abolire le novità, e ripristinare la
congregazione generale dello Stato. Aderì Leopoldo, dandole ispezione
sulle spese e diritto di tenere un deputato a Vienna; il bel sistema
comunale che Giuseppe II aveva scompaginato, fu rimesso, restituendo ai
municipj l’ispezione sul censo, sulle vettovaglie, sulle strade, sulla
sanità, sulla polizia urbana.
Delle novità viepiù dovevano sgomentarsi i pontefici: ma sviliti dal
dovere, in materie puramente ecclesiastiche, adagiarsi alla volontà
de’ principi ed accettarne le restrizioni, non trovavansi circondati di
zelo e dottrina bastante per affrontare le idee irruenti. Pio VI colla
bolla _Auctorem fidei_ condannò come ereticali cinque proposizioni del
sinodo di Pistoja, e settanta come scismatiche, erronee, scandalose,
calunniatrici e maliziose. Il Ricci, con cui il papa avea trattato otto
anni per ridurlo a disdirsi, denunziò al Governo questa condanna per
ingiusta: ma già egli avea perduto l’aura popolare, e veniva in uggia
alla Corte come fautore dei Francesi. Dai quali poi, quando vennero,
ebbe scarsi favori, e al loro partire persecuzioni; dopo le quali
professava: — Fermamente unito di cuore e di spirito alla cattedra di
San Pietro, quello ch’ella tiene ed approva, io pure tengo ed approvo;
quello che disapprova e rigetta, io pure rigetto e disapprovo...; tutto
quello che contro il mio intimo sentimento, o nel sinodo di Pistoja
o in alcuno de’ miei scritti può essersi insinuato di contrario a
quella dottrina, protesto, dichiaro e intendo d’averlo per condannato e
anatemizzato»[309].
Confidiamo nella sincerità e libertà di questa ritrattazione. Roma
pensò anche riparare alle dottrine proclamate da’ filosofi, ma della
gracilità d’allora è gran prova l’essersi scelto a tale uffizio
Nicolò Spedalieri (1741-95), i cui _Diritti dell’uomo_ sono un’esanime
transazione con idee di moda. Benchè capisca che gli uomini, prima di
conoscere lo stato socievole, «sarebbero stati incapaci d’idearlo»,
egli accetta un contratto come fondamento della società civile,
pretende dimostrarlo partendo dalla libertà naturale, e divisando
un non so qual _patto non fatto_, a prova del quale trascina i passi
biblici. È diritto naturale il giudicare e fare tutto ciò che concerne
perfezione; laonde l’uomo in tal fatto è indipendente, atteso che
conosce meglio i proprj bisogni, e ha diritto di regolarli col proprio
gusto, colle vedute proprie. La nazione può dichiarare scaduto il
sovrano che violi il patto sociale. Insomma egli accetta il diritto
pubblico protestante, sebbene ne impugni le conseguenze, e distrugge
l’idea d’autorità nel mentre vuole consolidarla. Vero è che sosteneva
la religione essere fautrice della libertà, nemica della tirannia, e
unica capace a prevenire gli abusi, che poi armano i popoli contro i
re: ma questo poco di attribuito alla Chiesa bastò perchè i principi
proibissero la diffusione di quel libro.
E poichè il Gerdil era pei pochi, nessun altro io conosco che
risolutamente affrontasse i concetti rivoluzionarj, se non forse alcune
traduzioni, come le lettere del conte di Walmont; nessuno che sentisse
come un progresso riposto nell’esclusione della sovranità divina non
possa che recare il trionfo dell’immoralità; e che invece bisognava
ripristinare l’autorità della morale, riconoscendone l’origine
divina, e in questa ritrovare le leggi spontanee della nostra libertà.
Intanto i pii rifuggivano in un mesto sbigottimento, e cercando lumi e
consolazioni nel libro santo, vi leggeano: — Fremettero le genti, e i
popoli meditarono delle vanità. I re della terra sorsero, e i principi
si allearono contro il Signore, contro l’unto di esso, e dissero,
_Spezziamo i vincoli, rigettiamo da noi questo loro giogo_... Colui che
abita i cieli si riderà di loro, il Signore li befferà; allora parlerà
ad essi nell’ira sua, nel furor suo li sovvertirà; li governerà in
verga di ferro, e come vasi di creta li spezzerà. Or fate senno, o re;
imparate, voi che giudicate la terra».