CAPITOLO CLXXII.

Lettere e arti belle.

Così ci facciamo via a discorrere della letteratura, nella quale

riscontreremo arte, studio, conoscenza dei classici, non l’intelligenza

del sublime suo scopo.

Il latino era sempre fondamento all’istruzione letteraria, e molti

l’usavano con facilità, alcuni con eleganza. Jacopo Faciolati padovano

(1682-1766) professava, che i libri brevi sono i migliori, e ad

Angelo Fabroni fiorentino, autore di venti volumi di _Vite d’Italiani

illustri_, continuamente citate da coloro che non vogliono la fatica

di giudicare da sè, scriveva: — Se volete sieno lette, fatele corte»;

dettò i _Fasti dell’Università di Padova_, purissimi ma scarni; e

cominciò il _Lessico della latinità_, compiuto da Egidio Forcellini

di Fenér sulla Piave, poi supplito dal Furlaneto padovano. E padovano

fu Ferdinando Porretti, la cui _Grammatica latina_ (1729) si adottò in

tutte le scuole, sebbene irragionata e materiale; come il vocabolario

del Pasini. Latinisti lodati ebbero i Gesuiti; e Girolamo Lagomarsini

genovese (1698-1773) formò eccellenti scolari, coadjuvò altri

scrittori, stampò le _Epistole_ di Giulio Poggiano con ampie note,

e lavorò tutta la vita attorno alle opere di Cicerone, ma non trovò

chi anticipasse la spesa della stampa; onde quello sterminato lavoro

rimase inedito, come i trenta volumi di sue note in difesa de’ Gesuiti.

Poetarono con fiacca delicatezza Natale dalle Laste vicentino; con

eleganza l’abate Giovanni Costa d’Asiago; con fierezza Giulio Cesare

Cordara, che sotto il nome di Lucio Settano avventò sermoni contro

i falsi eruditi (1785), poi egloghe militari ed altro, e proseguì

la storia dei Gesuiti del Jouvency dal 1616 al 1725[234]. Castruccio

Buonamici lucchese espose la guerra italica fra gli Austriaci e Carlo

III in elegante latino, avversando l’Austria colla penna, come già

colla spada.

Gli studj orientali, coltivandosi per intento religioso, si

restringeano all’ebraico e all’arabo, di cui i papi cercarono che nelle

Università non mancassero maestri; il collegio di Propaganda colla sua

biblioteca e colla stamperia prosperata da Gregorio XV, favorì a tali

studj, e sotto Pio VI fece stampare il _Catechismo romano_ in arabo,

grammatica e vocabolario curdo, l’alfabeto del Tibet e di Ava. Dei

materiali ivi deposti si valse il padre Giorgi riminese per dare un

_Alphabetum thibetanum_ (1781) e informazioni sull’Asia centrale, ma

cumulando testi con poco discernimento, nè forse buona fede; pare anzi

ignorasse quella lingua: eppure altro libro non n’ebbe l’Europa sino

alla grammatica dello Schröter nel 1826, e alla migliore di Cosma di

Körös nel 34.

Clemente XI comprò manoscritti siriaci di Abramo Echellense, altri

arabi, copti, etiopi di Pier della Valle. Giuseppe Simone Assemani,

maronita nato a Roma, nell’Oriente dond’erano i padri suoi, andò a

raccogliere scritti preziosi, stampò sugli Assassini e sugli Arabi

avanti Maometto, intraprese il catalogo de’ manoscritti siriaci

ed arabi della Vaticana. L’_Œdipus ægyptiacus_ del tedesco gesuita

Kircher, pubblicato dalla Propaganda, fermò primo l’attenzione sui

geroglifici, ch’e’ diceva una criptografia sacerdotale per tenere

arcane le dottrine, e che pretese spiegare. Che un elemento fonetico

vi esistesse dubitò Giorgio Zoega danese, il quale mutatosi a Roma e

al cattolicismo, stampò le medaglie egizie per commissione di Pio VI, e

illustrò gli obelischi di Roma, dalle successive scoperte smentito.

Stefano Renaudot, nel 1713 dedicando la _Storia dei patriarchi

d’Alessandria_ a Cosimo III, diceva che, nel secolo precedente gli

Orientalisti di tutta Europa aveano avuto per unico fondamento le

opere pubblicate a Firenze. Ora però gli stranieri ci erano precorsi;

e quanto poco si sapesse fin dell’arabo, n’è prova il maltese Giuseppe

Velia, che diede tradotti documenti scoperti da lui in San Martino

di Palermo, illustranti la dominazione araba e normanna nell’isola

(_Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi_, 1789),

e lettere di Roberto Guiscardo e dei Ruggeri, che riservavano molte

regalie, e sminuivano i diritti baronali; falsificò monete e lapidi,

asseriva d’avere la traduzione araba di diciassette de’ libri di

Livio perduti, e per quattordici anni fu tenuto ed onorato; eppure

non conosceva tampoco i caratteri arabici; e scoperto impostore, fu

condannato a lunga prigionia e a rintegrar l’erario, a cui spese avea

stampato.

Per confutarlo, il canonico Rosario Degregorio palermitano pubblicò

(1805) gli scrittori e le iscrizioni cufiche relative alla Sicilia:

ma anch’egli dell’arabo sapea poco più che leggere e scarsamente

ne conoscea il Morso, nulla lo Scrófani e il Martorana, che pur

tesserono lavori sopra l’araba dominazione. Gian Bernardo De Rossi

piemontese, professore a Parma, adunò ricchissima biblioteca di

testi orientali[235] e principalmente di Bibbie, colle quali fece

copiosissime aggiunte alle varianti pubblicate dal Kennicot (1782 e

98): pubblicò un _Dizionario degli autori arabi_, molto reputato.

L’erudito per eccellenza di quel secolo fu Lodovico Muratori da

Vignola (1672-1750). Dalle sue lettere appare quanto a principio fosse

sprovveduto di sussidj e ignorasse quel che oggi sanno gli scolaretti;

interrogando e cercando arrivò a sapere quanto pochissimi. Collocato

dai Borromei a Milano nella biblioteca Ambrosiana, vi contrasse

l’amor dell’erudizione; esplorò le ricchezze ivi sepolte, e si legò

in amicizia con quei dotti, massime col Sassi, mentre discuteva,

e impetrava consigli, e otteneva larghezza di osservazioni erudite

dal Magliabechi, di filologiche dal Salvini, del quale disse poi —

Era maggiore di quel che pareva; più facilmente serviva a far gloria

agli altri che a se medesimo»[236]. Collocato a Modena prevosto della

Pomposa e bibliotecario, mai non intermise gli studj; ed essendosi

formata a Milano da alquanti signori una Società Palatina per

pubblicare opere importanti e costose, coll’assistenza di questa e di

dotti Milanesi egli compilò la _Raccolta delle iscrizioni antiche_, le

_Antichità del medioevo_ in sei volumi, in ventotto di _Scrittori delle

cose italiane_, i cronisti anteriori al 1500.

Delle benemerenze sue divisammo a lungo (tom. VII, pag. 352), e

vogliamo qui aggiungere come fosse dei primi a proclamare ch’è follia

il gloriarci di scendere da Trojani, Greci e Latini; che per conoscere

le sorgenti della nostra storia bisogna studiare le lingue nordiche,

sebbene egli non abbastanza vi ricorresse. Si pena a credere che in

un anno abbia steso gli _Annali d’Italia_, ch’e’ pubblicò dal 1744 al

49; opera bassa e sazievole di stile, ma di bastante esattezza e colla

continua serenità d’uno spirito probo.

Per la sua gran raccolta non potè nulla ottenere dal Piemonte nè

dalle Repubbliche. Avendo nella prefazione chiamato i Côrsi _ferocium

atque agrestium hominum genus_, un Côrso minacciò ammazzarlo se non

ritrattava quelle parole. Ebbe assalti da molte parti, e spesso dovette

assumere finti nomi per sostenere la propria causa; onde esclamava: —

Che i poveri Italiani facciano qualche passo a pro delle lettere, mi

par ben difficile. Noi arrabbiati l’un contro l’altro, noi attorniati

da guardie e co’ piedi nei ceppi... Che sperare se gl’Italiani, invece

d’animarsi l’un l’altro a promuovere le lettere, pieni d’invidia ad

altro non pensano che a far guerra uno all’altro, e par che volessero

tutti ignoranti, o almen non tanto arditi da produrre i suoi parti

colle pubbliche stampe?»[237]

Principalmente il padre Zaccaria osteggiava il Muratori, ed oltre le

imputazioni teologiche, tenta insinuare che sia «zelante austriaco,

salvo solamente negli ultimi affari di Genova, riguardo a’ quali

egli è spacciato genovese, o, come i geniali sogliono dire, buon

Italiano»[238]. Nell’opera latina _Della moderazione degli ingegni in

fatto di religione_ Muratori disapprovava il voto sanguinario usato

in Ispagna da una Società palermitana, di versar anche il sangue

per sostenere l’Immacolata concezione. Tutta Sicilia ne divampò, i

Gesuiti fecero rinnovare quel voto, e ne restò turbata la pace del pio

prevosto: al quale però l’ingiustizia nol tolse di esaltare i Gesuiti

pel loro governo nel Paraguai.

Un pseudonimo Ferepono avea ristampato nel Belgio opere di santi

Padri con annotazioni erronee, specialmente ferendo sant’Agostino, e

apponeva alla Chiesa cattolica l’avversione alla verità. Altri molti la

imputavano di non soffrire la buona critica, e singolarmente Alfonso

Turretino, famoso rettore dell’accademia di Ginevra, avea detto che,

se tante genti d’Europa sotto bel cielo e con buoni ingegni nulla

di insigne operano nella letteratura, ne sono causa il Sant’Uffizio,

o leggi simili a quelle dell’Inquisizione, che frangono ogni vigore

d’intelletto; perocchè nessuno vuol promovere le lettere e cercare la

verità o pubblicare i trovati quando invece di lodi ottenga ingiurie,

disonore invece di commendazione, pene e supplizj invece di ricompense.

Il Muratori tolse a confutare queste esagerazioni nell’opera latina

predetta, dimostrando come fra’ Cattolici sia libero il disputare di

ciò che non intacchi la fede e la moralità, quale sarebbe il sistema

copernicano; e delle opinioni in fatto di scienze, arti, lettere;

ed ampio il diritto di pubblicare la verità. Nel sostener la quale,

raccomanda si adoperi giustizia, prudenza, carità, non calunniar mai,

temprare la mordacità, tenersi moderati in ciò che non sia di fede, non

imputar errori se non siano ben accertati. Savj avvisi porge anco ai

censori, che devono esaminar le opere a stampare; quelle stesse virtù

esser loro necessarie, e di non irritare l’amor proprio degli autori,

col che non fanno che esacerbarli; non mettervi il puntiglio d’opinioni

personali, non l’ostinatezza di trovar errori, non interpretare le

intenzioni.

Nelle controversie nate fra i suoi duchi e la Corte romana a proposito

del dominio di Ferrara e Comacchio, il Muratori adoprò l’erudizione

e talvolta anche il cavillo a sostenerli; lo perchè dagli zelanti

venivali taccia di men cattolico. Egli ne scrisse sommessamente a

Benedetto XIV, che gli rispose: — Per far comprendere all’inquisitore

di Spagna che le opere degli uomini grandi non si proibiscono (come

esso avea fatto di quelle del cardinale Noris), ancorchè vi si trovino

cose che il meriterebbero se scritte da altri, portammo l’esempio

delle opere de’ Bollandisti, di Tillemont, di Bossuet, e le sue (del

Muratori)». Segue a dire che la lettera fu pubblicata _nobis insciis_;

che i suoi scritti, concernenti la giurisdizione temporale dei papi,

erano spiaciuti, ma non si pensò a proibirli «avendo mai sempre creduto

che non conveniva disgustarla per discrepanza di sentimenti in materie

non dogmatiche nè di disciplina, ancorchè ogni Governo possa proibire

quei che contengono cose che gli dispiaciano»[239].

Mirabilmente assiduo al lavoro, quando usciva dalla biblioteca,

passeggiava come uno scimunito, fermavasi a vedere in piazza i

Pulcinelli, e schivava le conversazioni che lo obbligassero a nuova

attenzione. Di grandissima pietà, dava esercizj, spiegava il catechismo

ai ragazzi: eppure i forestieri scriveano (ingannati dal nome) che

egli era capo de’ Franchimuratori, e molti teologanti lo investivano

accannitamente.

Fra tante opere sue religiose, ascetiche, erudite, letterarie, vogliam

ricordare quella della _Perfetta poesia_, ove dà come ristauratori

del buon gusto il Maggi e il Leméne. Il primo dicemmo come componesse

sonetti d’alto sentimento patriotico, ma sprovvisti di forme poetiche:

il Leméne, oratore di Lodi al senato di Milano, fecondissimo eppur

lambiccato, dopo molte poesie di giuoco e d’amore, si ricoverò in

argomenti sacri, ma senza lasciare il floscio e il madrigalesco, e

avviò una scuola tutta concettini, frasuccie, fantasie smorfiose,

punta epigrammatica, riscalducciamento di parole, di rime, di

circonlocuzioni, eleganza parasita, nulla di virile e sentito.

Alle gonfiezze del Seicento sottentravano allora le meschinità

dell’Arcadia, per la riforma non ricorrendosi alla natura

ed all’inesausta fonte de’ sentimenti, bensì ai Classici, ai

Cinquecentisti e al Petrarca, del quale però cercavasi meno l’arte

immortale che la fredda purezza. Non la vita nostra, i nostri

sentimenti, non il nostro cielo, i nostri monti, i laghi nostri si

ritraevano, ma doveansi figurare l’Arcadia e l’Emo; in quello di

Tamarisco, Armonide, Filandro, Comante, Meronte... cangiar il nome

di Manara, Mazza, Cerrati, Frugoni, Cesarotti; bisognava sempre

essere innamorati e infelici, e baloccarsi attorno a dorate trecce

e sen d’avorio ed occhi cerulei e ritondetti fianchi di Glícere e

d’Amarillidi senza sangue nè fisionomia; e per ogni misera evenienza

incomodar Venere, Giove, Cupído, e veder la natura sorridere

o scorrucciarsi per un funerale o per un battesimo. Gli strali

nomi-sempiternanti dirigevansi a qualche eroe de’ tempi? foggiavasi

colla lorica e colla toga. Quindi un diluvio di sonetti amorosi, di

egloghe, di capitoli buffi, di raccolte per nozze, per monache, per

prime messe, per feste di santi, per lauree, per cantatrici: chè ogni

occasione torna opportuna quando si fanno versi per far versi. Muore

la gatta del Balestrieri o quella d’un pittore di Mondovì? muore un

cane? si compilano volumi di poesie, e intere accademie ne piangono

ridendo. Muore in Brescia il pedante Barbetta (1759)? una fioritissima

brigata che accoglievasi presso il Mazzuchelli, infilza poesie, che

poi fecero gemere i torchi e il buon senso. Molti begl’ingegni si

accordarono per tradurre in ottave un canto ciascuno delle avventure di

Bertoldo e Bertoldino[240]. I Traformati di Milano pigliano in beffa

un dottor Plodes, facendogli credere fosse un grande scrittore, e una

sua sciocchissima composizione accompagnano con altre de’ più spiritosi

d’allora. Begli ingegni veneziani, e collo scopo d’opporsi al mal gusto

dominante, radunansi negli orti della Giudecca, ma ai loro convegni dan

nome d’Accademia de’ Granelleschi; fanno componimenti consoni al titolo

goffo e all’emblema; e ad un prete ridicolo, intitolato arcigranellone,

piccolissimo e seduto sur un seggiolone immenso, che diceangli essere

stato del Bembo, nell’estate servivano the bollente mentre gli altri

rinfrescavansi con sorbetti, nell’inverno bibite ghiacciate mentre

gli altri il caffè. Negli Apatisti di Firenze, un fanciullo messo in

cattedra a quesiti e dubbj dovea rispondere una parola qualunque;

e due accademici assumevano di mostrare che questa era la risposta

giusta; e Toscana si empì d’applausi al giovane Pignotti, quando ad

un tema scientifico la Sibilla avendo risposto _scuffia_, egli sfoggiò

erudizione e fantasia per dimostrare la congruenza di tale risposta al

quesito.

Quale strano concetto avevasi della poesia, se al Lorenzi per

improvvisare davansi tesi di fisica, se il Frugoni scialacquava

sessanta sonetti contro l’avaro Ciacco, e ducensedici in versi tronchi

il Casti per uno cui dovea tre giulj, e quattrocento don Lazzarelli

parroco della Mirandola nella _Cicceide_ contro un Ciccio Arrighini?

Il veronese Becelli, che del resto volgeva in beffa la letteratura

pedantesca, celebrò in dodici canti il buffone Gonella. Eppure in

gregge ancor più basso, cioè fra gl’improvvisatori, andavasi cercare

quelli da coronare in Campidoglio, come fu la Corilla Olimpica, come il

Perfetti[241], al quale per esperimento furono dati dodici temi sopra

le scienze. Conforme a tale idea, il conte Girolamo della Corte Murari

mantovano, che continuò a studiare dopo reso cieco, diè fuori cento

sonetti sulla storia romana, e cento sui sistemi antediluviani de’

filosofi sino al Genovesi; l’Ortes scriveva un _Saggio della filosofia

degli antichi_, esposto in versi per musica nel 1757.

Qualche bel nome galleggia su quel diluvio. Con buona intenzione il

Cotta fece una serie di sonetti su Dio, cumulando difficoltà teologiche

e fisiche; il Salandri uno su ciascun titolo delle litanie; lo

Jerocades un quaresimale, dove sottigliezze scolastiche rinvolge in

frasi classiche. Saverio Mattei (1742-95) soppresse le moltissime sue

poesie per non pubblicare se non la traduzione dei Salmi, sprovvista di

stile poetico e lancio lirico; e dice che, «avendo veduto che il mondo

tutto è sedotto e incantato dal Metastasio, ha creduto di vestirsi di

quelle vesti già approvate, e non introdurre una nuova moda», e che

«per opporsi alla seduzione dei teatri fece poesia sacra nello stile di

quelli».

Francesco Maria Zanetti bolognese (1692-1778), prosatore e filosofo

sodo, e segretario del patrio istituto, ne’ suoi sonetti pose almeno

qualche fondo di dottrina, dottissimo essendo; e così Eustachio

Manfredi, insigne scienziato, poetò severo insieme e dolce. Prospero

Manara, ajo del principe di Parma e per alcun tempo ministro,

molto attese agli antichi, onde si salvò dalle ondose gonfiezze;

tradusse Teocrito e Virgilio in modo da pareggiarli, come dissero i

contemporanei, dai quali furono lodati i suoi sonetti alla campana e

alla tomba di Alessandro. Paolo Rolli romano, maestro d’italiano alla

Corte di Londra, tradusse Milton[242], e fece poesie elegantemente

inani.

Alla troppo facile imitazione petrarchesca voleano togliersi alcuni?

si mettevano a imitar il Costanzo; onde il Cassiani e Onofrio Minzoni

fecero poesie che son veri quadretti, ma con figure di stucco; e

letti, tu dubiti di qual secolo sieno, e se contemporanei di Tibullo

il Savioli che belò gli _Amori_ in metro monotono come i pensieri, e

l’ebreo elegista Salomone Fiorentino.

Suole personificarsi la poesia di quel tempo in Innocenzo Frugoni

genovese (1692-1768), somasco contro voglia, a Parma poeta della

Corte e segretario dell’accademia di belle arti. Provvisto d’ingegno

e d’estro se alcuno mai, invece di raffinarli col lavoro, vi si

abbandonò cantando di tutto, e senza mai uno studio al pensiero, una

limatura alla forma, un’attenzione alla delicatezza: poeta della

buona compagnia, enfatico per dei nulla, tutto a facili fantasie,

limitato di pensieri quanto profuso di parole, caldo coloritore ma

senza disegno, per quanto talora volesse sostenersi con una scienza

da collegio, scambia le ampolle per fuoco, il manierato per adorno.

Le sue liriche pindariche rimpinza con gingilli di scuola; cigni

dircei, robusto plettro, canore muse, saette archilochee, luoghi

comuni e macchina mitologica, onde poeteggia per nozze, per preti,

per dottori, per campane, per facoltosi che il convitano. Nel verso

sciolto non vide se non l’agevolezza, che lo dispensava dal meditar le

idee, forbir l’espressione, precisare l’immagine: profuse aggettivi,

e parole e frasi sinonimo e riempitive: dallo stil grande piegossi

poi a vagheggiare l’espressione leggiadra e la vivacità; ma cuore

e sentimento non palesa mai; descrive sempre, senza nè scelta nè

misura; diluviando versi più che qualunque altro dell’età sua tanto

verseggiatrice, ora s’infuoca contro lo «spezialin che sempre pesta»,

or fa una canzone pel medico che gli proibisce la cioccolata, or una

pel solito salasso autunnale; ed abituatosi a soggetti comandati dalla

Corte o chiesti dalla buona compagnia, mai non mostrò ispirazione vera,

neppur nell’amore, anzi neppur nell’ira cui spesso servì.

Ogni quisquiglia cascatagli dalla penna per ozio, per condiscendenza,

per allegria convivale, per gozzoviglia carnevalesca, fu raccolta dopo

la sua morte in nove tomi, ai quali «per la materia e per lo stile

potranno i nomi convenire delle nove Muse, onde la Grecia intitolò

le storie di Erodoto»[243]. Son parole dell’editore conte Gastone

Rezzonico comasco (1742-96), poeta cortigiano, legato co’ migliori

dell’età sua in patria e fuori, aggregato alle insigni accademie,

e che brevetti d’accademie impetrava al terzo e al quarto. I suoi

versi sono imitazione d’imitazioni: la prosa lonza e scorretta, e

insieme fraseggevole e arrogante, era l’accademica del suo tempo, che

considerava come vezzo il troncar le parole e trasportarle, tessellarne

di pellegrine, scontorcerne il senso, intarsiarvi emistichj, talchè ad

un’eleganzuccia si accantasse un errore od una improprietà.

Egli definiva «la poesia non essere che la filosofia posta in

immagine armonica»; supponeva di scrivere troppo austero, appunto per

contrapporsi ai troppo facili, ed ogni tratto se ne scagiona. Nel 1795

da Napoli scriveva: — In mezzo a studj sì severi non ho dimenticato le

Muse, ed ho portato fino a sei libri un poema. A Roma ne ho recitati

alcuni squarci in Arcadia con sommo applauso; ma non posso a Napoli

recitare i miei versi che a due o tre privilegiati uomini, che non

l’intendono da ciechi adoratori del facilismo. Lo stile qui chiamato

di Lombardia si rigetta come troppo studiato e difficile; non si

conosce la lingua, non l’artifizio e il meccanismo. Del verso, non

s’ammira l’atteggiamento greco o latino; nè si lodano che i versi da

colascione, le frasi plebee, le immagini più triviali; e la fluidità e

la snervatezza più nauseosa si toglie a cielo come dono inapprezzabile

delle Muse. A Roma si gusta l’intonazione lombarda, e siamo riguardati

a buon titolo come i soli veri poeti che adornino l’Italia: ma Napoli

non pensa così».

Il curioso è che Frugoni, il Frugoni! incolpava Rezzonico di troppa

facilità, e gli scriveva: — Imparate a correggere, ed imparatelo da

me, che pur sono invecchiato nei versi. Mi fan ridere certi gufi di

Parnaso, che quando hanno gracchiata una filastrocca di versacci al

deretano dovuti, non san più mutarne una sillaba, e se li guardano, e

se li godono come se usciti fossero dal cigno d’Arno o da quello del

ferrarese Eridano. Inganna tutti l’amor proprio, e belle a tutti e

irreprensibili fa parer le cose proprie. Non inganni così voi, valoroso

Dorillo. Non siate troppo facile a contentarvi di tutto ciò che vi esce

dalla penna».

Così pronunziavasi quel gran sintomo di decadenza, la ricerca di

bellezze disadatte. In taluno ritrovi purezza di parole, attestata

da un certificato della Crusca, giro melodioso, anche magnificenza di

prosa e armonia di verso; ma non mai passione, non mai quell’eloquenza

che viene dal cuore e al cuore va, nulla che ti avverta essersi

meditato il soggetto e proposto di mettervi qualcosa di nuovo, di

attuale.

Contenti di sè, contentando i pari loro, conforme alle riverenze e

a’ baciamani che si costumavano nella buona società, distribuivansi

i seggi immortali sull’Elicona, paragonando a Rafaello il pittore

Mengs, a Correggio il Battoni, a Teocrito il conte Pompei e il marchese

Manara, a Plutarco il Giulini, ad Aristotele lo Zanotti, a Cicerone

il Venini, ad Anacreonte il Rolli e il Vittorelli, a Tibullo il

Fiorentino, a Dante il Varano, a Virgilio una folla di didascalici;

il Paciaudi l’Apoteosi d’Iblindo dell’Affò trova pari alle stanze del

Poliziano; il Cesarotti loda le terzine del Mazza sopra santa Cecilia

come «uno dei pezzi più sublimi che avesse mai letti, il fenomeno più

sorprendente di fecondità, di maestria poetica».

Come dubitarne quando l’aveano pronunziato le accademie? Delle quali

non v’era, sto per dire, borgata che mancasse; tredici ne contava

la sola Bologna: e gente seria vi si raccoglieva per udir recitare

composizioni, fatte unicamente per esser recitate, e dove ciascuno

fingeasi un nome e una patria e una greggia e una pastorella. Non

poteva altro sbocciarne che acciabattori di sonetti, e poemetti

insufflati dalla voluttà, dall’amore, dall’adulazione; adulazione

non solo a principi, ma a chi possedeva una villa o dava pranzi; il

tono ambizioso associando con una prolissità negletta e una tronfia

sonorità, simili alle figure delle vetrine, rivestite di panni

sfarzosi, ma dentro sono stoppa.

Chi poi volesse poesia nutricata di cose, proponeasi difficoltà

volontarie; per esempio di far descrizione d’oggetti restii, o

esporre dottrine scientifiche; ma nè qui pure sapeano ridurre i

concetti in immagini com’è carattere della poesia, ed assumevano un

gergo geometrico, che inaridiva le materie senza darvi precisione.

Il Parini derise costoro; e il Galiani pensò un tratto applicare

ai problemi morali di quantità e di collisione l’uso della curva;

questa, risultante dalla forza centripeta e da quella di projezione,

indicherebbe la condotta da tenersi nel conflitto dei doveri verso di

sè e verso gli altri; i doveri verso Dio che non patiscono eccesso

nè possono raggiungere la perfezione, sarebbero rappresentati

dall’iperbole e dall’assintoto; altri dalle ascisse, altri dalle

ordinate; il punto ove la tangente bacia la curva, esprimerebbe la

perfezione della virtù umana, che se oltre si sospinga, declina e si

scosta più sempre.

Tra i problemi didascalici, che pareano rispondere alla pretensione

scientifica, distinguere la _Coltivazione dei monti_ del Lorenzi,

facile spositura d’improvvisatore; la _Riseide_ dello Spolverini,

che venti anni elaborò quella materia infelice; il _Canapajo_ e la

_Tabaccheide_ del Baruffaldi, la _Fisica_ e le _Origini dei fonti_ del

Barotti; il _Medico poeta_ di Camillo Brunori da Méldola, precetti

igienici con una satira contro quelli che biasimano la poesia nel

medico.

Francesco Algarotti veneziano (1712-64) mena vita di trionfi; a Parigi

è festeggiato dalle belle e dai dotti; Augusto III di Sassonia il

manda a raccorre in Italia quadri per la sua galleria; careggiato da

Benedetto XIV, è applaudito dai filosofi; Federico di Prussia lo titola

conte, e se l’accompagna ai viaggi e alle orgie; Voltaire lo trova non

meno amabile nella società che negli scritti[244]; morendo ancor fresco

a Pisa, ha un monumento ove è intitolato emulo d’Ovidio, discepolo

di Neúton. Fisico, poeta, incisore, mecenate, scrive egli sempre come

viveva, in spada e manichini e passi da minuetto, ostentando belletto

e nêi, anzichè i veri e puri colori naturali; fra una diligenziuccia

stitica di cadenze sonore, di frasuccie, di simmetria, mai non mostra

il cuore, mai vigoria sentita e attuosa, nè efficace brevità. Il

suo _Neutonianismo per le dame_, tradotto in tutte le lingue, e dove

confuta il trivigiano Rizzetti, è compassionevole ai dotti, inutile

agl’indotti. Nei _Discorsi militari_, inesperto affatto delle armi,

difende il Machiavelli contro il Folard, celebre commentatore di

Polibio. Nei _Saggi_ (titolo che dispensa dal compire gli argomenti)

in luogo della profonda naturalezza inglese svanisce in lambiccature

fumose, e incespica fra continue citazioni. Fin i _Viaggi_, così

allettanti per le impressioni personali, egli gela con riflessioni

insulse e sfarzo di citazioni e fogliame di frasi, nè informa la

propria nazione degl’interessi, delle idee, de’ costumi, del progresso

dei popoli, al cui confronto potesse o compiacersi o migliorarsi.

Il nome di lui ricorda i _Versi sciolti di tre eccellenti autori_

(1757), che erano il Frugoni, l’Algarotti, e Saverio Bettinelli

gesuita mantovano (1717-1808), franco pensatore, e in corrispondenza

col Voltaire[245], che in un poemetto derise il farnetico delle

raccolte; che nel Serse ardì far comparire sulla scena l’ombra di

Amestri; che nel _Risorgimento d’Italia_ diede una storia mediocre, ma

delle migliori di quel tempo; che comprendeva il merito della poesia

scritturale, e «quell’evidenza, proprietà, verità d’oggetti, che noi

prigionieri nella città e copiatori di lontananza prendiamo dagli

antichi, e crediamo d’esser poeti co’ giardini e fiori delle Esperidi,

coll’urna de’ fonti e de’ fiumi, col fiato dei zefiri, colle lagrime

dell’aurora; così stringendo i gran quadri della natura nelle languide

miniature degli artefatti giardini cittadineschi: studiam pure sui

libri l’astronomia, le meteore, la naturale istoria, ma essi vedeanle;

parliamo di coltivazione, ma essi l’esercitavano; facciamone insieme

accademie e colonie, ma ne facean essi la giornaliera lor vita»[246].

Sotto la maschera dell’editore egli sostiene che la rima col facile

suo vezzo lusinga i giovani ad una forma senza fondo, la quale rese

servile la poesia; mentre lo sciolto non traendo bellezza che dai

concetti, chi vi si applica deve cercare pregi sodi; così aver fatto

questi _tre eccellenti_, dei quali ricanta le lodi. Ma se tu leggi

quella prosa numerata, non trovi che un continuo scambiettare di

fantasie sfaticate e smorfiose, come immagini di lanterna magica;

coniano vocaboli inutili, o sformano gli antichi; scambiano le ampolle

per fuoco, il gonfio e lezioso per nobile ed ornato; sempre mancando

d’affetto, presumono coi tropi nobilitare soggetti ritrosi, e con

circostanze puerili avviliscono i più grandi. Dal mattinale contemplare

della soffitta è condotto il Frugoni a meditar le ragioni del bello,

dalle quali poi lo distoglie il valletto che entra colla cioccolata:

il Bettinelli nell’eruzione del Vesuvio descrive i topi snidati. E si

offrivano a modello nelle scuole, invece de’ Classici e in compagnia

unicamente del Petrarca[247].

In fronte vi stavano certe lettere di Virgilio dall’Eliso, ove Dante

era strascinato a giudizio cavilloso. In esse il Bettinelli loda

Petrarca con riserbo, e ne vitupera gli zelanti imitatori; fa una

scelta rigorosa dei poeti; per migliorarli suggerisce di scemarne

il numero; non imitino troppo e s’abbandonino alla natura; chiudasi

l’Arcadia per cinquant’anni; le accademie non ricevano se non chi giuri

voler essere mediocre tutta la vita; pongasi un grosso dazio sulle

raccolte e sui giornali. Io non so scandolezzarmi di chi esercita

il prezioso diritto di giudicare in luogo di credere; molti de’

suoi appunti sopra Dante sono veri, sono anche acuti; ma ha torto di

sofisticare sulle particolarità dove è necessario guardar l’insieme,

far da Virgilio criticare l’autore che men s’accosta alla forma

virgiliana, misurare il genio col regolo de’ pedanti.

Nè più largo campo presero i molti lodatori di Dante. Dicesi fosse

negletto affatto; eppure il De Brosse nel 1740 scriveva da Roma: — Non

è all’Ariosto che i begl’ingegni italiani assegnano il primo seggio,

bensì a Dante. È lui, dicono, che portò la lingua alla perfezione,

che tutti sorpassò in forza e maestà. Ma più io leggo, più stupisco

di vederlo preferito all’Ariosto da fini conoscitori: gli è come chi

mettesse il _Roman de la rose_ sopra La Fontaine». Al qual giudizio

si paragoni quello del Voltaire, che al Bettinelli scriveva: — Molto

caso fo del coraggio vostro a dir che Dante era un matto e l’opera sua

un mostro. Eppure in questo mostro amo meglio una cinquantina di versi

superiori al suo secolo, che tutti i vermiciattoli chiamati _sonetti_

che a migliaja nascono e muojono oggi da Milano a Otranto. Ha un bel

dire quel povero abate Marino (che a Parigi allora ammirava Dante);

ma Dante potrà entrare nella biblioteca dei curiosi, ma letto non sarà

mai. Mi rubano sempre un tomo dell’Ariosto, non m’hanno mai rubato un

Dante».

Sopra di questo si era volta l’attenzione, come sulle anticaglie

nelle belle arti: ma se di lui ammiravansi alcune belle descrizioni,

qualche pensiero sublime, fors’anche l’aver introdotto nella lingua

alcune parole e motti, che quasi sacramentali improntano i più solenni

momenti della vita e fissano la nota inimitabile della passione e

si ripeteranno finchè uomini vi avrà, in generale vi si adoprava uno

studio da retore, nè conosciuta ne fu l’importanza se non quando si

pose attenzione al medioevo. Intanto, oltre le difese del Bianchini,

del Rosa Morando veronese, del Gozzi, oltre Gian Giacomo Dionisi

canonico di Verona, che, cerchi quanti codici potè, fece nel 1795

un’edizione della _Divina Commedia_, non approvata dai savj; più

d’uno il tolse a modello, fra i quali il Leonarducci nella cantica

sulla _Provvidenza_, il Manfredi nel _Paradiso_, Cosimo Betti nella

_Consumazione de’ secoli_; Lodovico Salvi lo sapeva tutto a memoria,

e ne scrisse gli argomenti in versi; Bernardo Laviosa somasco gli

diceva, «Mio buon maestro e mio poeta, se io t’ami il sai», e presentì

le melanconie poetiche, tranquillamente predominato dal pensiero della

morte.

Alfonso Varano (1705-88), altero di discendere dagli antichi signori

di Camerino, e d’essere ciambellano dell’impero di Germania, onore che

i gentiluomini dello Stato pontifizio sollecitavano per sottrarsi alla

giurisdizione dei prelati; versatissimo nel cerimoniale e nel punto

d’onore, sicchè a lui se ne rimetteano le quistioni, la slombatezza

de’ contemporanei volle trarre alla robustezza dantesca, e tragediò

_Sant’Agnese, Demetrio, Giovanni da Giscala_, con concepimenti

abbastanza arditi e stile ricco. — Da quando in qua la poesia è

obbligata ad essere per sua naturale proprietà menzognera? non si

potrà dunque parlare leggiadramente o nobilmente in poesia secondo

la diversità de’ suoi stili, senza attingere le idee alle false ed

impure sorgenti delle gentilesche deità?» diceva egli in testa alle

sue _Visioni_, per le quali dal facile secolo ebbe il titolo di Dante

redivivo: ma oltre la monotonia del concetto, quella dignità caricata e

le prolisse dipinture lo scostano a gran pezza da quel suo modello che

accenna e passa.

Mentre alcuni ricalcavano i Classici nostri, altri ormeggiavano i

francesi, e spesso una cosa annestavasi mostruosamente coll’altra;

dal Metastasio che concetti e orditure intere toglieva da Quinault,

da Corneille, da Racine, fino al Paradisi che ne’ suoi elogi rifaceva

Thomas, fino a Beccaria e Filangeri e agli altri filantropi che

ripescavano dottrine e frasi nell’Enciclopedia, fino ai Giansenisti

che dagli avvocati e teologi di colà copiavano gli argomenti a

favore dei re contro i papi, e ai filantropici che dilapidavano gli

Economisti e gli Enciclopedisti. E quel tipo francese era formato

sopra la Corte, onde ne’ sentimenti come nell’espressione si voleva

la regolarità, l’uniformità convenzionale; non dire le cose comuni che

colla perifrasi, e appannarle tra le frasi secondo la scuola gesuitica,

come intitolavasi quella leziosa, che mal imitando il poco imitabile

Bartoli, al numero sagrificava e proprietà e concisione e forza, e con

epiteti iterati e con parole tronche e periodo spappolato e molliccio,

e con emistichj e frasi classiche puntellava una dignità non appoggiata

sulle cose, e dove la levigatezza riusciva a scapito dell’efficacia.

Chi può oggi durare le inani eleganze e l’armoniosa cascaggine del

padre Giambattista Roberti bassanese (1712-86), gran distributore di

lodi alle mediocrità, come di confetti agli scolari e ai pentitenti?

Eppure questo gesuita di benevolenza pacata, assunse argomenti ora

nobili ora delicati; disapprovava le fasce de’ bambini, misurava in che

consista il patriotismo, e fece un trattato delle piccole virtù, quali

sono indulgenza pei difetti altrui senza ripromettercela pei nostri,

il volontario non far mente a difetti anche visibili, l’appropriarsi

le disgrazie altrui per alleviarle, compiacenza delle altrui fortune,

e una certa pieghevolezza di spirito che adotta quel che v’ha di

giudizioso nelle idee d’un compagno.

I pochi scrittori di morale procedono slombati e generici, appena

alcuna volta ispirati dai Saggi degli Inglesi, cui s’ingegnano tenere

nell’ortodossia. Tale il conte di San Rafaele.

De’ romanzi basti dire che i migliori erano reputati gli sguajatissimi

dell’abate Chiari, che già incontrammo. Alessandro Verri milanese

(1741-1816) conobbe il vero intento del romanzo moderno, cioè svolgere

le fila d’una passione, come fece nella _Saffo_ e nell’_Erostrato_:

meglio poi nelle _Notti Romane_ ravvivò il tema rifritto de’ dialoghi

di morti per chiamare a severo giudizio le virtù romane, disapprovando

le conquiste, preferendo le glorie della Roma cristiana, e facendo

giudice Pomponio Attico, la cui placidezza e l’astinenza dagli affari

e dai partiti ritraeva l’indole dell’autore. Usò spesso l’antitesi

volteriana entro uno stile di monotone armonie, con intemperanza di

similitudini e di latinismi.

I nostri, non camminando col popolo, non aveano ai loro sistemi

la riprova migliore, l’applicazione pratica; agitavano quistioni o

destavano sentimenti che il popolo non intende, anzi non ha; sicchè

o teneansi servili ai forestieri, o deliravano. Fin l’eloquenza

del pulpito, sconnessa dall’affetto popolare, riduceasi a laboriosa

amplificazione di concetti triviali, ad esercitazione accademica e

blandizie d’orecchio, il cuore lasciando freddo, la mente impersuasa,

la volontà indifferente; frasi, fioretti, descrizioni, declamazioni

sostituendo a quella mestizia evangelica che è il fondo di tale

eloquenza, a quello stile nodrito dalle sante Scritture che al popolo

sminuzza la parola divina con placida e famigliare dignità: diresti

che invece d’ingagliardire nell’evangelica austerità, i predicatori

cerchino solo farsi perdonare il loro stato e le massime che devono

promulgare.

Qui pure preponderavano i Gesuiti, e Ignazio Venini (-1778) comasco

aspira alla forza, ma non sa cercarla che per via dell’eleganza; e

trastullandosi in descrizioni, sottigliando al nuovo, faticando le

locuzioni, non riesce a velare l’inanità. D’immagini e figure retoriche

frondeggiava il Pellegrini veronese; e in fare quadri divagavasi fino

il Trento, incolto ma efficacissimo per la sua santità. Il novarese

Girolamo Tornielli (-1752) scrive pulito, armonioso, con eleganza

inaffettata, ma tutto immagini e descrizioni, tanto che lo dissero il

Metastasio del pulpito. Sapendo essere cantate da’ marinaj le lascivie

del Marini e dell’Ariosto, tentò a quell’arie adattare parole morali

e affetti a Maria, sicchè «rendessero egualmente innocente l’amor del

canto e il canto dei loro amori»: del che essendogli dato rimprovero,

fu difeso dal gesuita napoletano Sanchez de Luna. Più severo e

candido, evidente d’immagini ma scarso di pensieri e di movimenti

fu Giovanni Granelli genovese (-1770), autore di tragedie sacre non

infelici. Lodavansi pure il padre Pacifico cappuccino veneziano, frà

Geminiano, frà Pier Maria da Pederoba (1735-85), di solida dottrina,

e ragionamento scevro da pretensione retorica; il padre Emanuele

Lucchesi palermitano, che investiva Montesquieu, Puffendorf, Barbeyrac;

Gaetano Travasa bassanese, autore d’una storia di Ario. D’altra scuola

uscirono Evasio Leone piemontese e Adeodato Turchi. Nel primo parvero

suprema eloquenza il pomposo anfanamento e le protratte descrizioni

appuntellate di luoghi retorici. Il Turchi, sulle prime fautore delle

idee indipendenti nel quaresimale, in cui lodarono specialmente la

predica del secreto politico, recitata a Lucca il 1764; dopo fatto

vescovo di Parma declamava con luoghi comuni e con pensieri e parole

neglette contro i filosofanti, gente che non va a predica e che non

si converte dal pulpito; mentre smetteva la franchezza evangelica in

faccia ai regnanti[248]. Il gesuita Noghera valtellinese trattò della

moderna eloquenza sacra con buone avvertenze, ma con uno stile fra il

Platone e il Pulcinella. Al portico teologico di Pavia l’oblato Antonio

Mussi dettava _Lezioni d’eloquenza_, non senza gusto e dignità, uscendo

dai limiti pedanteschi, e sentendo la grandezza dei Padri. Anche

Teodoro Villa porgeva in quell’Università buone regole d’eloquenza:

ma nè essi nè il Parini medesimo conobbero che questa non è un mero

lusso di spirito, nè indicarono le vere vie per cui la parola può

dall’orecchio passare al cuore, muovere i sentimenti, determinare le

risoluzioni.

Peggio procedeva colle dissertazioni accademiche e colle prolusioni

segretariesche, dove qualche pizzico di scienza stemperavasi in un

mar di parole, imbarazzando la scientifica esattezza col linguaggio

pomposo, e dimenticando che l’uditore ha il diritto d’essere istruito

colla massima precisione e nel minor tempo.

E ancora le belle arti presentano perfetto riscontro colla letteratura;

stessi errori, stessi conati per uscirne, stessi miglioramenti a mezzo.

Come le metafore del Seicento cessero il luogo alle arcadicherie, così

al barocco sottentrava il voluttuoso e manierato, che denominarono del

rococò; disegno tormentato e serpeggiante, immaginazioni vagabonde,

donne polpute, eroi ballerini, Olimpo e Tempe inevitabili, appunto

come nelle poesie; per moine pastorali abbandonavano ogni studio della

storia e dell’erudizione; se copiavano la natura, sceglievano infelici

modelli ed eccezionali; disponevano le composizioni son per dire

collo stampo, secondo indeclinabili pratiche; il rilievo cercavano con

bizzarri contrasti, con splendori schiamazzanti senza gradazioni; unico

merito la facilità di pratica e la prestezza d’esecuzione.

L’assorellamento delle tre arti per cui esse grandeggiarono nelle

chiese, si scompose dacchè quadri e statue non furono destinati

che alle gallerie; e sebbene la pittura delle chiese e de’ palazzi

sempre portasse a maggior larghezza in Italia che fuori, il carattere

ne scapitò, e prevalse qui pure lo sciatto e l’epigrammatico. Alla

pittura storica mancò largo campo; il dogma del patronato celeste

illanguidendo, offriva poche occasioni di devote immagini; le madonne

erano femmine delle consuete, i santi drappeggiavansi all’antica o alla

francese: le gallerie s’arricchivano piuttosto con incisioni; il lusso

si sfogava in ninnoli effimeri e provenienze di Francia.

Ultimi lumi della scuola baroccesca, il Pasinelli parve tutto fuoco

nelle farraginose composizioni; il Cignani diede rotondità agli

oggetti, e vent’anni durò intorno alla cupola dell’Assunta di Forlì;

e si fecero capi di due scuole di mediocri, ove per altro grandeggiò

la prospettiva per opera degli Aldrovandini, e meglio dei Galli

da Bibiena. Questi furono cercatissimi per quadrature e scene, e

per dirigere feste; Ferdinando nei teatri di Parma, Milano, Vienna

introdusse magnificenza alla moderna e facilità delle mutazioni;

poi le Corti a gara chiesero i suoi figli e il fratello Francesco

o i loro allievi, fra cui Mauro Tesi consigliato dall’Algarotti.

Potremmo appajarli coi poeti coloristi. Fra i Veneti il Piazzetta

seppe ombreggiare robustamente e disegnare corretto, invece però

delle grandi composizioni attenendosi a teste e mezze figure; e in

bel modo coloriva e componeva il Tiepolo, che morì a Madrid il 1769,

e che allargandosi in vasti dipinti allorchè i più sfrivolivansi in

bagatelle, e ritornando a Paolo invece di capriolare dietro ai Barocci,

studiò i modelli all’aperto, non sotto la luce artificiosamente indotta

nelle camere. Come il Longo le scene di costumi, così Antonio Canaletto

copiando le rovine romane contrasse mirabile abilità prospettica, ed

insegnò a usare destramente la camera ottica per verificare i piani

e armonizzare le tinte, e diffuse le vedute di Venezia. Quel Governo

pensionò artefici per conservare i quadri e restaurarli, principio

d’un’arte nuova. Nel pastello fu tutta grazia e maestà la Rosalba, che

finì cieca e mentecatta[249].

Non occorre ripetere che gli artisti forestieri più rinomati educavansi

in Italia; e molti de’ nostri erano chiamati fuori. Pietro czar fece

educare quattro giovani russi dal fiorentino Giuseppe Recchi, e lo

chiese professore a Pietroburgo, dove finì pure Pietro Rotari veronese:

il veneziano Francesco Casanova, ammirato in Francia per le battaglie,

ebbe da Caterina II l’incarico d’ornarle i palazzi colle sue vittorie

sui Turchi: il Quarenghi fabbricò a Pietroburgo il bel palazzo della

Banca: Luigi Rusca luganese abbellì Mosca, Pietroburgo, Astracan, e se

n’hanno a stampa le _Fabbriche_ e _Disegni_.

Molti forestieri qui si naturarono. Pietro Subleiras di Uzes visse a

Roma in miseria, imitando i migliori senza stile proprio, e incidendo

all’acquaforte. Angelica Kaufmann, nata a Coira, cresciuta in

Valtellina e a Como, vagò per l’Italia e l’Inghilterra, dove il celebre

Reynolds le trovò molte commissioni, che subito erano incise, onore

che fin seicento opere sue ottennero: in Germania era riposta fra i

migliori. Ingannata prima da un avventuriero, sposò poi Antonio Zucchi

veneziano (1728-79) pittore di rovine, e stabilitasi a Roma vi comparve

sempre abbondante di grazia quanto scarsa di sicuro tocco e di nervosa

espressione, piena poi di dolci virtù e carità.

Come il Frugoni nella poesia, così nella pittura l’artista più rinomato

a Roma era Rafaele Mengs boemo. Studiò sui sommi; ma quanta distanza

da lui ad essi! quanto il suo brillante differisce dal vero! quanto

convenzionale nel disegno e nelle tinte! Sta con lui in bilancia Pompeo

Battoni lucchese, che, a somiglianza del Baroccio, tentò arrestare la

decadenza universale coll’eclettica, e dietro al Sanzio e ai migliori

acquistò colorito trasparente e variato, ma non stile proprio, e dal

teatro portò al cavalletto una vaga e confusa idea dell’antico, mista a

una sterile ricerca di novità.

Giuseppe II disse aver veduto in Verona due meraviglie, l’anfiteatro

e il primo pittore d’Europa. Questo era il Cignaroli, manierato nel

tingere e d’invenzioni piuttosto epigrammatiche che dignitose. Il Lanzi

descrive con compiacenza una Sacra Famiglia di lui, ove san Giuseppe

dà mano alla Vergine ed al Bambino per passare un ponticello, e per

mostrarne la sollecitudine, fa che non s’accorga che il manto gli casca

dalle spalle, e un lembo va a bagnarsi nel fiume: — concetto degno del

Leméne.

Il padre Andrea Pozzo di Trento gesuita, di invenzioni capricciose,

ma di molto merito nella prospettiva, studiò in Milano la pittura,

piuttosto su dipinti che da maestri, e predilesse Rubens. Pochi

quadri fece, e il principale è in Sant’Ignazio a Genova. Meglio

che fra’ pittori (che che ne dica il Lanzi) va fra gli ornatisti,

sopraccaricando di festoni, vasi e puttini.

Cristoforo Unterberger coadjuvò Mengs nella stanza dei papiri, poi da

solo fece le imprese d’Ercole nella villa Borghese.

Nè magnifici protettori mancarono sia alle arti che all’erudizione. Il

cardinale Albani adunò alla sua villa presso Roma tanti lavori, che,

dopo fornito più d’un museo, la rendono ancora meravigliosa; e Mengs

vi eseguì il dipinto suo migliore, il Parnaso. Il cardinale Valenti

fe dallo spagnuolo La Vega disegnare in ottanta fogli undici logge di

Rafaele, nella sua villa presso Porta Pia raccolse rarità di tutti

i paesi, e persuase Benedetto XIV ad unire al museo Capitolino una

galleria di quadri. Questo pontefice comprò le preziose anticaglie

di Francesco Vettori; Clemente XIV, oltre cominciare il museo, fece

la raccolta dei papiri illustrati dal Marini, e prese cura che

le antichità uscenti in luce non andassero disperse nè vendute;

e quest’amorevolezza per le arti tramandò a Pio VI. Il principe

Marco Borghese adunò il famoso museo: Azara ambasciatore di Spagna,

gl’inglesi Gavino Hamilton, Jenkins, lord Harvey conte di Bristol,

coll’esempio e la magnificenza incoravano gli artisti: D’Ancarville,

inviato straordinario d’Inghilterra a Napoli; primo pose attenzione

ai vasi figulini: Pietro Biren duca di Curlandia spossessato, prese

stanza a Bologna ove fondò premj per giovani artisti, e donò medaglie

d’illustri nordici: Luigi Mirri, semplice mercante di quadri, fece

scoprire i dipinti delle terme di Tito, e ne pubblicò la descrizione:

il conte Giacomo Carrara, fratello del cardinale Francesco, istituì a

Bergamo un’accademia che a’ dì nostri diede buoni pittori. Già dicemmo

della Galleria Farsetti (pag. 424); e aggiungeremo il cavaliere maltese

Nicola Lazzara di Padova, che radunò moltissime incisioni, e protesse

tutti i valenti. Venne per eredità alla galleria di Torino quella del

principe Eugenio, ricca di lavori fiamminghi, de’ quali potè far pro

quell’accademia ridesta il 1736 da Claudio Beaumont, poi ordinata nel

78, ma che non diede nomi durevoli, tranne il lepidissimo Olivieri e il

prospettico Galliari. Molte spoglie d’Italia passarono i monti: Augusto

I di Sassonia arricchì Dresda con antichi della collezione Chigi;

Augusto II n’aggiunse altri, fra cui le tre prime statue dissepolte ad

Ercolano; per quattro milioni ottocentomila lire comprò la galleria dei

duchi di Modena, e per diciassettemila ducati la Madonna di San Sisto

di Rafaello; sicchè quella collezione emulò la Parigina in capi d’arte

nostra.

Opere rivelate dal caso, più osservate perchè nuove, rinverdivano

l’amore dell’antichità. I rottami delle terme di Tito, le pitture

del Laterano, i musaici di Palestrina furono illustrati dall’abate

Amaduzzi, dal Gazzola piacentino, dall’inglese Meyer, dal francese de

La Gardette, dal Paoli; i monumenti romani dal Contucci e dal Galeotti.

Oltre Ercolano e Pompej, nel 1752 si trovarono in una forestale

basiliche di Pesto; nel 61 le rovine di Velleja nel Piacentino,

sobbissata il IV secolo; principi e papi sgombravano la villa Adriana

e altri ruderi; D’Ancarville, Wheler, Choiseul-Gouffier, Spon, Revet,

Stuard... rivelavano le arti della Grecia; Tischbein s’occupava dei

vasi etruschi, ricchezza nuova; nel 1726 fu fondata l’accademia di

Cortona per istudiare la civiltà etrusca; nel 36 la Colombaria a

Firenze, vôlta alle antichità come la Ercolanese[250]. Agli atti di

questa dettò il prodromo il parmigiano Bajardi, amplificazione di

cinque volumi sulla vita d’Ercole fino ai ventiquattro anni, prima

che fondasse Ercolano. Costui era venuto su mediante adulazioni

alla Elisabetta Farnese e al re di Napoli, cui dirige la parola in

tutta quella descrizione, talchè Biörnsthal ebbe a dire che tutta

l’opera è una mostruosa dedicatoria; ora lo felicita perchè il suo

dominio «stendesi nelle viscere della terra»; or lo fa più grande

del re di Francia, perchè amplia le conquiste sotto terra, e neppure

ad Alessandro, nel famoso rimpianto, sarebbe caduto in capo che la

terra avesse ad aprire il seno per aprirgli nuovi imperj. Alle quali

sguajataggini accosta insulse buffonerie, che pur non gli tolsero

d’acquistare dignità e quasi gloria. L’abate Barthélemy (-1795), che

allora viaggiava raccogliendo medaglie pel gabinetto di Parigi, e molto

parla de’ nostri, mette in canzone costui, e i poemi che meditava, e

una storia universale che tesseva; pur confessando che dell’antichità

molto sapeva, e nel discorrere valea meglio che in iscritto.

Il marchese Rodolfo Venuti, uno dei fondatori della Cortonese, pubblicò

una descrizione topografica e storica di Roma. Le pesaresi antichità

illustrò l’Olivieri: le ravennati il Fantuzzi gonfaloniere, pubblicando

ben ottocento sessantacinque documenti, sessantadue de’ quali ne

compendiano altri quattrocento trentasette; e Antonio Zinardini, che

commentò pure le _Novelle_ di Teodosio il Giovane, da lui scoperte

in quella biblioteca. Il dottore Bianconi, medico e consigliere della

Corte di Sassonia, dettò lettere sopra il Circo Massimo e la vita di

Mengs e i proprj viaggi in Germania, e volle provare con bizzarria più

che verità il medico Celso essere contemporaneo d’Augusto[251].

Il cardinale Angelo Maria Quirini 1680-1766 fu vescovo di Corfù di cui

descrisse i primordj; poi potè conoscere i sapienti dei due secoli,

conversando con Jurieu, Fénélon, Neuton, come col Voltaire[252] e

con Federico II, dal quale impetrò di erigere una chiesa cattolica a

Berlino. Alle menzogne del Brunet oppose cinque volumi di lettere del

cardinale Polo; a Brescia, dove fu vescovo, oltre ajutare riccamente

la fabbrica del duomo, regalò una biblioteca e rendite per un’altra;

fatto da Clemente XIII conservatore della Vaticana, vi passava ogni

anno sei settimane, e le donò i proprj libri e il medagliere. Molte

cognizioni egli trasse dal Salvini, dal Magliabechi, dal Montfaucon che

allora girava l’Italia. Messosi ad illustrare un suo dittico, talmente

trascinò per le lunghe e fece e rifece il lavoro e per via cambiò

d’opinioni, che divenne proverbiale il dittico Quiriniano.

Giovanni Poleni (1683-1761), lodatissimo matematico veneziano, diede

eccellenti consigli sul restaurare la cupola di San Pietro in Vaticano,

ed ajutò l’intelligenza di Vitruvio colle Esercitazioni. Sono pure

lodati il romano Francesco Vettori; Giorgio Viani numismatico, che

diè le memorie della famiglia Cibo; Angelo Maria Bandini, che scrisse

sull’obelisco d’Augusto e su molti punti di storia, principalmente

della fiorentina. Francesco Daniele di San Clemente illustrò _I regali

sepolcri del duomo di Palermo_ allora dischiusi; Gaetano Migliore

napoletano _I marmi ferraresi e la condizione degli antichi Giudei in

Italia_; il padre Edoardo Corsini modenese, filosofo e matematico,

i fasti attici, gli agoni, le note dei Greci, la serie dei prefetti

di Roma, le Olimpiadi, in modo che non fu ancora superato da altro

cronologo. Domenico Diodati, oltre i numismi, raccolse le iscrizioni

antiche del Napoletano, e tolse a provare che alcuni vangeli fossero

originariamente scritti in greco, lingua allora adottata in Palestina.

Marianna Dionigi romana, studiosa delle lingue e delle arti

belle, al vedere scoperte le tombe degli Scipioni s’appassionò per

l’archeologia; e inesplorati monumenti cercò, quali sono le mura

ciclopee, ragionandone nelle _Cinque città del Lazio che diconsi

fondate da Saturno_. Pier Luigi Galletti romano pubblicò le iscrizioni

del medioevo, e lavori particolari su Gubbio, Ascoli, Rieti, sul

vestarario della santa romana Chiesa, e una vita del cardinale

Passionei con lettere importanti. Antonio Rivautella gesuita fece la

collezione dei marmi torinesi, e col Pasini l’indice dei manoscritti di

quella biblioteca[253]. Monsignor Guarnacci, che a Volterra raccolse

un museo d’antichità patrie, nelle _Origini italiche_ arrogò alla

penisola nostra la cuna della civiltà. Il torinese Carlo Paciaudi

(1710-85) radunò le antichità di Velleja allora dissepolta, illustrò

i monumenti peloponnesiaci del museo di Nani e i bagni sacri, il culto

di san Giambattista ed altri punti d’archeologia religiosa, alla quale

rivolsero l’attenzione e crebbero lumi il Boldetti, il Bottari, il

Mamachi, il Bonarroti, il Marangoni, il Sassi, il Campini, l’Ansaldi,

il Galliciolli.

Francesco Cancellieri romano, di molta dottrina sebbene sparpagliata,

illustrò i segretarj della Vaticana. Stefano Borgia (1731-1804) a

Velletri raccolse il museo più ricco che alcun privato avesse; come

segretario della Propaganda era in relazione coi missionarj, che da

tutte le parti del mondo a gara glie l’accresceano di manoscritti

e rarità; e vi spendeva ogni avere suo, fin a dare le argenterie

da tavola e le fibbie delle scarpe; vendette un bacile d’oro per

sostenere le spese della stampa del _Systema brahmanicum_ di Giovanni

Werdin, noto col nome di padre Paolino; ajutò le ricerche dello Zoega,

dell’Adler, del Giorgi intorno agli Egizj, agli Indi, agli Americani.

Valse anche nell’amministrazione, e da Benedetto XIV posto governatore

di Benevento, vi prevenne una carestia; da Pio VI creato cardinale e

ispettore degli esposti, fece regolamenti utilissimi, riformò molti

abusi, istituì case di lavoro; poi governatore di Roma quando la

rivoluzione si avvicinava, la tenne quieta senza delitti. Comparsi i

Francesi, arrestato, sbandito, ritirossi nel Veneto, e subito vi formò

un’accademia di dotti e una nuova Propaganda, che spedì missionarj in

Africa e Asia. Ripristinato il papa, il Borgia presedette al consiglio

economico, poi ordinato d’accompagnare Pio VII a Parigi, morì a Lione

di settantatre anni.

Giambattista Passeri (1694-1780) applicò utilmente alle antichità degli

Etruschi, ne’ quali pretese riscontrare i dogmi rivelati; e alle Tavole

Eugubine e ad altri documenti cercava spiegazioni recondite, invece

delle ovvie. Monsignor Marini discorrendo sugli atti de’ Fratelli

Arvali e sui papiri, avviò a sciogliere molti problemi d’antichità.

Alessio Simmaco Mazocchi (1684-1771) capuano illustrava il mirabile

anfiteatro della sua patria, e altri monumenti, e sovrattutto le due

Tavole Eracleensi: e sponendo la Bibbia nell’Università di Napoli,

stese il prezioso _Spicilegium biblicum_[254]. Erasi egli associato

l’abate Nicola Ignara, che gli succedette nella cattedra d’ermeneutica,

e che verso i settant’anni perdette la memoria, dopo avere

eruditissimamente scritto sulle fratrie antiche napoletane, mostrandole

non confraternite religiose, ma associazioni politiche. Degli Etruschi

si occupò il gesuita Luigi Lanzi, tutto derivando dai Greci. Il

Demstero aveva cominciato un _Museo Etrusco_, pel quale le nuove

scoperte offersero al senatore Filippo Bonarroti numerose aggiunte.

Iniziato da questo, il grecista Gori se n’appassionò in modo, che

tutte vedea negli Etruschi le verità e le invenzioni. Ne’ suoi studj

d’antiquaria e d’epigrafia fu giovato da Giovanni Lami (1697-1770) di

Valdarno, estesissimo erudito, amator della bellezza, del buon tempo

e dei motti che gli attirarono di molte brighe. I Gesuiti bezzicò con

satire latine e italiane di nessun valore; ma peggiori litigi mietè

colle _Novelle letterarie_, foglio ebdomadale, spinto a tal procacità

che fu soppresso. Nelle _Delizie degli eruditi toscani_ pubblicò

molti tesori della biblioteca Riccardiana; difese dal Le Clerc e

dai Sociniani il concilio Niceno riguardo al _logos_; dimostrò (_De

eruditione Apostolorum_) che gli apostoli erano troppo ignoranti perchè

potessero trarre da Platone l’idea della Trinità.

Francesco Zanetti (pag. 426) volle sostenere che i caratteri etruschi

siano i runnici, e scrisse della moneta veneta. Rambaldo Avogadro

da Treviso, nell’illustrare quella del suo paese, fu forse il primo

che porgesse qualche filo nel labirinto monetario del medioevo, al

che s’industriarono pure il Muratori e il Carli e Giulio Zanetti. Il

principe di Torremuzza, dal senato di Palermo incaricato di rischiarare

centoquindici iscrizioni d’ogni lingua che eransi improvvidamente

disgiunte dai monumenti per raccorle, in quel lavoro sentì il bisogno

di rifar il catalogo di Giorgio Gualterio, e vi destinò un’accademia

di sessanta Siciliani, come colonia della Colombaria. Altrettanto

imperfetta conobbe la _Numismatica sicula_ dell’Agostini, del Meyer,

dell’Auercamp, del Burmano, e la rifece. Il re di Napoli pagò la

stampa, e lui sovrappose ai monumenti siculi, con Ignazio Paternò

Castelli principe di Biscari, altrettanto appassionato; e a loro è

dovuta la conservazione di tante preziosità. Questo Biscari dissepellì

e illustrò antichità siciliane, e principalmente di Catania; al che

pure travagliò Gabriele Lancellotti Castelli palermitano, massime in

fatto di monete.

E già la numismatica era stata condotta al vero uffizio suo di

coadjuvare alla storia per opera di Spanheim, Le Vaillant, Pellerin,

Barthélemy, e del gesuita austriaco Eckhel, che ideò un complesso di

tutta quella dottrina. Alla quale non meno che alla storia naturale

giovò Domenico Sestini di Firenze ne’ viaggi ripetuti a Costantinopoli

e spinti fin nell’India. Incaricato da Ainslie ministro britannico

presso la Porta, di far una collezione di medaglie greche e romane,

s’innamorò di questi studj, e diede le _Classes generales geographiæ

numismaticæ populorum et regum_, poi molte descrizioni di musei e

medaglieri; e nel _Sistema geografo-numismatico_ in quattordici volumi

in-folio rimasto manoscritto, descrive tutte le medaglie conosciute,

più completo di Eckhel, sebbene inferiore di erudizione e sagacia.

Gli antiquarj fin là davano piuttosto commenti su usi degli antichi,

che non buone dottrine sull’antichità; s’atteneano principalmente al

romano e all’età imperiale come più conosciuta, scarsa la critica nello

studio de’ monumenti, senza applicar la logica ai fatti osservati,

senza il sentimento ragionato dello spirito di un’epoca e d’un popolo,

senza l’abitudine de’ ravvicinamenti; dissertavasi su tutto quanto

capitasse alla penna e pigliandola dalla lontana: nel che, a tacer

altri, acquistarono sciagurata rinomanza Paolo Pedrussi di Mantova

nel Museo Farnese, e il Martorelli valentissimo grecista, ma di strane

divagazioni e conghietture temerarie.

Ormai cessando d’essere mera curiosità o palestra di nojosa erudizione

e d’ipotetiche arguzie, l’archeologia imparava a smettere le

riflessioni accessorie che non rampollano dall’ispezione del monumento,

nè lo chiariscono, e a dispensarsi dal facile fasto di accumulate

citazioni; e Giovanni Winckelmann (1717-68), figlio d’un calzolajo

brandeburghese, venuto a Roma, e trovatovi protezione dai cardinali

Archinto e Albano, vi stette finchè, nel voler rivedere la patria, un

assassino gli troncò la vita a Trieste. Egli dirizzò l’antiquaria sulle

arti del disegno, delle quali pubblicò una _Storia_, prendendo tal nome

nel senso greco di sistema, e guardando all’essenza dell’arte non alle

vicende degli artisti, divinando quel che all’età nostra fu provato,

che la teoria dell’arte si riduce alla teoria delle epoche. Conoscea

quanto gli antichi aveano detto sul sentimento del bello, e come alla

fonte divina faccia rifluire i nostri pensieri; se non che alle loro

astrazioni surroga le realità storiche, le quali ne sono la traduzione.

Ma egli avea visto l’antichità soltanto a Roma, cioè la terza e quarta

epoca dell’arte, quando la grazia era valutata meglio che la forza e la

maestà; e sebbene conceda stima anche alle più antiche, imperfettamente

indicategli, e chiami grande e sublime la scuola di Fidia e Scopa, non

desunse gli esempj se non dalle opere che conosceva, e che erano quasi

tutte di Prassitele o imitazione romana. Pertanto i suoi discepoli

credettero che queste fossero le sole imitabili, nè poter l’espressione

trascendere l’Apollo del Belvedere; fin quando ai dì nostri la Venere

di Milo e i marmi d’Egina e del Partenone allargarono la veduta e la

comprensione, portarono occhio su l’arte egizia, che il Winckelmann

aveva accennata, senza saper nicchiarla entro la sua cornice,

senz’accorgersi che v’è un’arte anche fuor dei paesi dove l’uomo,

stupito di se stesso, ogni cosa vede traverso alle forme finite del suo

intelletto e del suo corpo.

Abbracciare l’arte intera, onde rivelare il soggetto, il tempo,

il merito di ciascun lavoro, seguire le vicende del gusto, leggere

ne’ monumenti la storia dell’uomo, delle religioni, della politica,

della civiltà fu opera di Ennio Quirino Visconti romano (1751-1818).

Meraviglioso di memoria, ben presto ebbesi assimilati i Classici

per modo da percorrere l’antichità con sicurezza. Quando gli scavi

d’Ercolano e Pompej invogliavano a questi studj, Clemente XIV pensò

comprare le ricchezze archeologiche sparse e cercarne di nuove; e del

museo che ebbe nome da lui e da Pio VI la cui munificenza lo finì,

collocò alla direzione il Visconti. Questo lo dispose nel quartiere

del Vaticano, contiguo al cortile delle statue che allora fu cinto di

portico; e nel descriverlo rifuggì da quell’aria d’arcano, da quelle

ambiziose digressioni che troppo costumavano, ed espose con chiarezza,

limitandosi a quel che di ciascun’opera è particolare. Inventò di

disporre nei monumenti in prima le divinità del cielo, dei mari, della

terra, degl’inferni; poi gli eroi, la storia antica e romana, i savj,

i filosofi, i dotti; infine ciò che riguarda la storia naturale,

i costumi, le arti; e ciascuna classe secondo l’età o il merito.

I sepolcri degli Scipioni, sterrati il 1780; le ruine di Gubbio,

dissepolte per cura del principe Borghese; quanto di nuovo uscisse o di

vecchio restasse ancora mal interpretato, aveva da lui illustrazione.

Allorchè la Francia rapì all’Italia le ricchezze artistiche, il

Visconti fu chiesto conservatore al museo a Parigi, ch’egli dispose

giusta il suo metodo. Della sua _Iconografia greca e romana_, raccolta

de’ ritratti autentici, Napoleone fece fare una edizione magnifica, e

la regalò alle persone dall’autore indicate: genere nuovo e delicato di

generosità.

Lo studio dell’antichità operò sulle arti belle; allora nelle case

si vollero imitate le loggie Vaticane, le pareti d’Ercolano, i

peristilj di Pesto con quel dorico ignoto ai Romani e al rinascimento;

suppellettili, decorazioni, pietre intagliate, candelabri, riprodussero

l’antico; e si prese schifo de’ dominanti smarrimenti.

L’incisione diffondeva i capolavori. Francesco Maria Francia bolognese

eseguì più di mille cinquecento intagli, scorretti ma con intelligenza

dell’ombreggiare. Francesco Bartolozzi fiorentino (n. 1730), in

Inghilterra coll’incidere a granito e a stampa colorita le opere della

Kauffmann acquistò a questa una reputazione superiore al merito, e

ne ritenne sempre un po’ della sdolcinatura. Da quei generi facili

tornava di tempo in tempo al buon taglio, come nella Clizia; ma vi

metteva il far proprio, più che non conservasse quello dell’originale.

Era ottagenario quando intagliò la Strage degli Innocenti di Guido. Il

Rosaspina suo scolaro conservò meglio le forme, e sono divulgatissimi

l’Amor saettante e la Danza degli Amori. Molti introdussero la maniera

nera, spedita e brillante. Giambattista Piranesi (1707-78) architetto,

fece briosamente le vedute di Roma in sedici volumi atlantici, e le

corredò di buone descrizioni, fattegli da altri, ma che egli spacciava

per sue sin cogli autori stessi. Non è che uno dei moltissimi tratti di

sua bizzarria, per cui era alla lingua e ai pugni con chiunque avesse

a far seco. Suo figlio Francesco (-1810), caldeggiante nella repubblica

romana, poi profugo a Parigi, aveva imitato il padre, e piantò colà lo

stabilimento calcografico, possedendo mille settecentotrentatre tavole

grandissime, sebbene senz’analogia fra loro. Pose anche una vendita di

vasi, candelabri, tripodi; ma ne scapitò.

Il conte Antonmaria Zanetti veneziano, incisore e antiquario, volle

rinnovare la maniera di Ugo da Carpi d’ottenere il chiaroscuro

negl’intagli in legno; al qual modo pubblicò molte cose del

Parmigianino, e le statue dell’antisala della libreria di San Marco, e

immagini del museo Arundel.

Allora gl’incisori tornarono a voler riprodurre i pregi degli

originali, come fecero all’acquaforte il veronese Domenico Cunego,

il pittore pistojese Giambattista Cipriani molto pregiato a Londra,

il Porporati torinese di taglio netto, tinte trasparenti, chiaroscuro

armonico, bellissimo nelle carnagioni, non tanto nei capelli. Giovanni

Volpato (1733-1802), povero bassanese, che cominciò col far trapunti

a’ fazzoletti con sua madre fu dal Remondini preso a lavorare per

la sua tipografia, poi dal Bartolozzi a Venezia, finchè gli si

offerse d’intagliare per una società a Roma le loggie Vaticane, e

quest’occasione il fece grande; anche dappoi ebbe la fortuna e l’arte

di scegliere belle composizioni, e restò lodatissimo benchè ruvido nel

tratteggio e opaco nelle mezzetinte. Ebbe ajuto, poi genero Rafaele

Morghen napoletano, di bulino diligente, che a Roma intagliò il

miracolo di Bolsena, l’Aurora, il Cavallo, poi ancor meglio la Cena

di Leonardo qual è conservata da Marco d’Oggiono. Chiamato a Firenze

vi fondò una scuola illustre, benchè mal conservasse il carattere. Le

costoro opere furono cerche e pagate lautamente, e la tradizione se ne

conservò poi con Longhi, Anderloni, Garavaglia, Jesi, Toschi.

Giovanni Gori da Siena, collo sposare una Gandellini sottentrò a questa

ricca casa che aveva principalmente negozj ad Augusta; colà fra i

traffici si perfezionò nell’incisione, e raccolse le notizie storiche

degl’incisori, che sebbene pubblicate nel 1771 due anni dopo la sua

morte, prevennero il _Dizionario_ di Stratt e l’_Idea generale_ di

Heineken. Suo figlio Francesco fu l’amico d’Alfieri. Francesco Ghinghi

senese lavorò stupendamente le pietre dure: quelle di Carlo Costanzi

napoletano, di Sirletti, Watter, Pazzaglia, Amastini, Marchant, Cades,

Caparoni, Rega, Cerbara, e massime di Giovanni e Luigi Pichler reggono

al confronto degli antichi. I musaicisti si esercitavano in grande

traducendo quadri pel Vaticano.

Così la riforma delle arti belle cominciava in Italia. Al principio

del secolo dominava nell’architettura Filippo Juvara di Messina

(1685-1735), ricco d’invenzioni ed aborrente dalla semplicità. Dal duca

di Savoja menato a Torino, che dovea rifarsi da tante guerre e divenir

italiana cioè bella, vi si adoprò in molti edifizj e meglio nel tempio

di Superga, fatto con abilità somma ed accortissime invenzioni, sebbene

la prodigalità di ornamenti storni quella maestà che nasce da un

pensiero grande e semplice. In Italia non faceasi opera senz’averne il

suo parere; poi a Lisbona disegnò la reggia e il patriarcheo, e v’era

chiamato a far il palazzo reale, quando morì.

Di Nicola Salvi romano, oltre moltissimi restauri, lodano la macchinosa

fontana di Trevi. Il fiorentino Servandoni diresse molte feste

nelle capitali d’Europa, e all’allettamento della musica e della

rappresentazione teatrale unì quello delle decorazioni, la bellezza

magica non iscompagnando dalla verità. Al San Sulpizio a Parigi stava

per apporsi una fastosa facciata borrominesca, quando il Servandoni

presentò un modello con linee dritte, regolare distribuzione di colonne

e d’ordini, e una correzione da gran tempo disusata: sebbene poi, più

decoratore che architetto, cercasse l’effetto teatrale sull’altare ove

la Beata Vergine riceve luce da una finestra nascosta.

Gaspare Van Vitel di Utrecht a diciannove anni fissatosi a Roma,

s’italianizzava di nome e di costumi, e come pittore d’architettura e

paesaggi era onorato dappertutto, e chiamato a Napoli dal vicerè de

la Cerda. Suo figlio Luigi Vanvitelli studiata l’architettura sotto

lo Juvara, a ventisei anni era già architetto di San Pietro. Alzò a

Napoli l’Annunziata, ricchissima di colonne ed altre fabbriche, con

gusto quasi sempre corretto. Occasione rara gli presentò Carlo III

quando volle erigere a Caserta una residenza che non fosse inferiore a

quella di verun altro re d’Europa (pag. 165). Vincenzo Paternò Castello

principe di Biscari siciliano, s’immortalò col ponte acquedotto sul

Simeto a trentun archi. Le fabbriche di Modena ebbero avviamento

di miglior gusto da Giuseppe Maria Soli da Vignola, le ravignane da

Camillo Morigia, le veronesi da Gerolamo del Pozzo e dal conte Pompej,

che studiando sul Sanmicheli combattè la moda, e molti lavori eseguì

in patria, massime la dogana e il portico ove Maffei dispose le lapide

antiche.

Il conte Carlo Pellegrini veronese, da poi maresciallo austriaco,

molte fortificazioni fece a Vienna e in Ungheria. A Vicenza il gusto

teneva del palladiano, e d’altro secolo si direbbe Ottone Calderari,

eccellente artista se gli si fossero offerte occasioni. Il Cerati

vicentino in Padova eresse la specola e l’ospedale, ed abbellì il

Prato della Valle. Bartolomeo Ferracina, figlio d’un falegname di

Solagna nel Bassanese, nojato di tirare la sega e girar la ruota per

affilare i ferri paterni, inventò ordigni che mossi dal vento faceano

questi servigi. Animato dal piovano, si diede a lavorar di ferro,

accomodò e fece oriuoli con ingegnose bizzarrie, sicchè i gentiluomini

veneti l’applicarono a opere più importanti. Tali furono il restaurare

il ponte di Bassano, difender Trento dalla Férsina, e altri lavori

idraulici: inventò la sega circolare sott’acqua, macchine da

trasportare immensi macigni, e altri congegni, tutti per pratica, non

potendo egli dar ragione di nulla, nè tampoco divisar l’opera prima di

mettervi mano, dicendo che tutto imparava nel libro della natura[255].

Anche Nicolò Zabaglio romano, da legnajuolo divenne per abilità

meccanica architetto di San Pietro, conservando la semplicità e

il disinteresse del primitivo stato a segno che avendogli chiesto

Benedetto XIV di qualcosa potesse gratificarlo, rispose — D’alcune

bottiglie di quel buono». Suoi sono la macchina con cui si pulisce e

ripara l’interno della cupola di San Pietro, e scale e ponti sospesi

e veicoli che furono descritti da Giovan Bottari. Anche Andrea Tirali

da muratore divenuto architetto, ben intendeva la meccanica, e fece a

Venezia fabbriche pesanti ma meno scorrette delle solite, quali sono

il palazzo Priuli a Canareggio, la loggia dei Teatini, la scala di ca

Sagredo a Santa Sofia.

Storia degli Italiani, vol. 12 (di 15) · 第 16 / 32 题