Costumanze. Il teatro.
Se facesse bisogno d’altre prove che l’importanza sociale non consiste
negli avvenimenti politici, il secolo passato ci attesterebbe come in
mezzo alla quiete si operasse una radicale trasformazione. Nel valutare
la quale, ciò che il secolo nostro più ricorda è la distinzione
dei nobili, legalmente dominatori nelle repubbliche, dappertutto
efficienti ne’ municipj. Il diritto del pugno era stato spento in ogni
luogo; andava pure togliendosi la giurisdizione feudale; e se nelle
Romagne[207] e in Sicilia i baroni si tennero indipendenti dal sovrano
e tiranni de’ popoli, nel Napoletano avevano sagrificato l’indipendenza
della forza alle appariscenze della Corte; in Piemonte la nobiltà
serbava aspetto militare, ma senza rappresentanza, benchè i titoli che
traeva dai castelli le attribuissero privilegi nocevoli al popolo,
fra cui lo sciagurato di dare essa sola uffiziali all’esercito; e
tenendosi legata fra sè, poteva respingere le prepotenze de’ superiori
ed esercitarne sugli inferiori. In Lombardia non serbavano che qualche
distinzione di vestire, di comparse, d’essere decapitati anzichè
impesi, e con patibolo ornato; del resto la mano monarchica gli aveva
pareggiati nell’obbedienza.
Dappertutto però erano collegi di nobili giureconsulti, di nobili
medici; essi soli componeano il consiglio municipale, essi coprivano
le dignità ecclesiastiche, essi l’amministrazione gratuita delle pie
fondazioni, essi le tante missioni a cui dava luogo la vita comunale,
quando, invece d’una folla d’impiegati, vi si destinavano persone
all’occorrenza. Tali uffizj produceano un dispendioso decoro, e la
tradizionale clientela facevanli primeggiare ne’ municipj, di cui erano
l’anima, l’ornamento, la tutela; e addestratisi nella giurisprudenza,
o raccomodavano come arbitri le differenze, risparmiando processi e
litigj, o sostenevano le ragioni del Comune o della corporazione, o
dell’istituto benefico di cui erano o presidi o parte, o versavano
in indagini economiche, ultima attività che si conservi dopo tolte le
politiche; e bastevole occupazione vi trovavano quando i Governi non
avevano ancora concentrati in sè tutti gli uffizj, le attribuzioni,
l’attività.
I più erano spolverati de’ classici; leggevano e scrivevano latino;
e furono nobili la maggior parte degli studiosi di quel secolo: chè,
oltre l’obbligo di educarsi per comparire, essi ne avevano comodità sì
per la tradizione domestica degli affari, delle gentilezze, dei libri,
sì per l’avere maestri e scuole, sì perchè non costretti occuparsi in
guadagni. Quei cadetti, cui i diritti del primogenito toglievano di
supremeggiare per grado e ricchezza, cercavano distinzione col sapere
e colle armi. Ma erano assai più coloro che, deposto nella lunga
pace l’umor bravo e il prepotente soverchiare, infingardivano nella
negligenza dei pubblici interessi, dei proprj diritti, della vera
dignità, de’ progressi a cui allora si affaticava tutta Europa, e a cui
i nostri ben poco coadjuvarono, lasciandosi mettere avanti il piede da
quelli, a’ quali erano stati maestri.
Nell’educazione cercavasi piuttosto la vernice; trattavasi dei doveri
verso di sè, più che di quelli verso gli altri; obbedire ai superiori,
mantenere il decoro, impratichirsi agli esercizj cavallereschi, non
fallire ai convenevoli, e le virtù di parata; e quanto alle dottrine,
coltivare l’immaginazione meglio che il raziocinio, studiare i classici
e non i filosofi e gli scienziati; procurare l’eleganza delle forme,
più che i pensieri sani e i sentimenti veri, più che raddrizzare i
torti giudizj e ampliare lo spirito. Conseguenza era l’accettare
la moda, cioè il pensare e l’operare comune, senza ardimento
d’originalità; donde una bonarietà uniforme, che fa perchè gli altri
fanno, rimanendo sempre eleganti fanciulli, guardando come necessario
ciò ch’è indifferente, lo che porta a tenere per indifferente ciò ch’è
necessario, e trovarsi irresoluti e pusillanimi ne’ grandi bisogni
della vita. Le pratiche pie, l’indocilimento della volontà, il rispetto
ai preti, il decoro, le abitudini patriarcali disponevano certo al
vivere onesto, alle virtù tranquille, all’amorevolezza soccorrevole;
ma non abbastanza premunivano contro il cozzo delle passioni e
degl’interessi, non rimediavano a quella fiacchezza di volontà da cui
deriva metà delle nostre colpe, non a quella esitanza che ai mali
della vita ci fa freddamente rassegnati, anche quando bisognerebbe
vigorosamente repulsarli.
Essendo poi l’educazione una cosa distinta dalla società, bisognava
rifarla quando in questa si entrasse. Che se volessero compirla con
qualche viaggio, nel quale la loro condizione gl’introduceva presso
le Corti dissolute di Francia e di Germania, o nei castelli inglesi,
smarriti innanzi a una realtà di cui non avevano idea, tuffavansi
facilmente in quella corruzione, accettavano gli esempj degli uni,
i sofismi degli altri, vergognandosi delle massime in cui unicamente
erano stati cresciuti.
Le ricchezze legate in fedecommessi e accumulate da tutta la parentela
sopra un capo solo, e le fruttuosissime magistrature faceano alcuni
somigliare a principi, non per potenza o autorità, ma per entrata e
spendio, con centinaja di servi e di cavalli, e fragor di palazzi, di
villeggiature, di caccie. Sopravvivono dappertutto chiese e cappelle
patrizie suntuosissime, ville somiglianti a reggie, con giardini
regolarmente disposti a viali, a carpinate, a siepi di bosso, in forma
d’animali, di sedili, di torri, fin di scene storiche; l’arrivo del
padrone dava vita al villaggio e ai contorni, e nei mesi ch’ei vi
restava era un continuo andar e venire di carrozze, e un popolo di
servitori, e un via va di visitanti, e balli splendidi, e rischiosi
giuochi, e i sinistri esempj urbani.
Per tali servigi strappavansi molte braccia alla più utile delle arti,
onde marcissero nell’abjezione e nella scostumatezza delle anticamere.
Anche quello sfarzo era una sottrazione all’operosità commerciale,
all’attiva industria, poichè riguardavasi scaduto il nobile che a
traffici attendesse; mancava quella solerzia ch’è indotta dal bisogno
di migliorare le rendite e perciò raffinare l’agricoltura, vantaggio
ben maggiore ai contadini che non l’indulgente remissione dei debiti od
il soccorso gratuito.
A quell’unico signore guardavano con invidia i fratelli minori,
obbligati a celare nel chiostro e nelle caserme la povertà cui erano
ridotti in grazia di esso, e a mendicare il piatto alla mensa del
fratello padrone, o a sollecitare la protezione di esso e de’ parenti
a favore di chi domandasse e pagasse; altro modo d’usufruttare l’ozio e
le aderenze, a scapito della giustizia.
Ma il primogenito stesso, separato da alcuni fratelli chiusi ne’
conventi, nojato dall’assiduità degli altri, con una moglie nè scelta
nè stimata, con beni di cui non potea disporre liberamente, che moglie,
fratelli, servi gareggiavano a dilapidare, che gravati di debiti
non potevansi depurare col venderne una porzione, sicchè bisognava
logorare il capitale destinato all’agricoltura; gonfio di sè, fra le
irremittenti cure di nonnulla, fra i continui disgusti della superbia,
gli urti della vanità, le soddisfazioni del puntiglio, certamente non
potea chiamarsi beato.
Durante il dominio spagnuolo, le donne erano rimaste appartate dalla
società maschile; ed avendo il duca d’Ossuna a Milano raccolto una
volta a circolo la nobiltà d’ambo i sessi, ne fu tanto a dire, che
ben si guardò di rinnovarlo. Ma il principe di Vaudemont, ultimo
governatore della Lombardia a nome di Spagna, cresciuto nelle maniere
francesi, radunava di frequente i nobili a corte e ad una sua villa
suburbana, che acquistò galante rinomanza. Poi sopravvennero i
Francesi, e si divulgarono le loro usanze; talchè i nostri, passati
rapidamente alla costoro leggerezza dal sussiego spagnuolo, perdevano
la bonarietà antica per investirsi de’ nuovi usi, e con essi della
frivola empietà, e di quella galanteria che è amore senza passione.
Allora si contrasse il morbo nuovo del cicisbeismo, legame insulso,
che non aveva tampoco l’energia del vizio; logorava la gioventù in
corteggiamenti, baciamani e fatue smancerie, con una dama scelta per
convenienza non per cuore, coltivata con ostentazione e con faticose
premure del vestire, del comparire, dello smaschiarsi. Quest’affetto
di mera vanità produceva alla donna i difetti della lubricità senza
che ne avesse le scuse; le dava un altro confidente che il padre de’
suoi figli, riconosciuto pubblicamente, talora stipulato nei contratti;
svogliava dalle dolcezze domestiche, dall’attenzione ai figli, dalla
riverenza al marito, che ridotto al secondo grado nella propria
famiglia, ed occhieggiato nell’intimo delle proprie abitudini, non
trovava in casa quell’onorevole e soave riposo che disacerba tante
amarezze della vita.
L’abbigliatojo usurpava lunghe ore anche agli uomini. La testa
architettata e sparsa di cipria, l’abito a recami e assestato,
calzoncini, calzettine, scarpettine come da ballo, fibbie al ginocchio
e al piede, costosi manichini, tutto pareva inventato per moltiplicare
legami, e costringere a non muoversi che in passi di minuetto. La spada
che portavano al fianco era una parodia delle imbelli abitudini; come
i voti di castità e povertà che faceano i cadetti entrando cavalieri
di Malta, per cui l’unico merito richiesto era la provata nobiltà.
Le visite, il corteggio, i prolungati desinari, il corso empivano la
giornata; alla sera teatro, più spesso i circoli e il giuoco, dove a un
voltar di carte si mutavano ingenti fortune.
Era possibile non acquistare aborrimento per ciò che costasse
sagrifizio, fatica, assiduità? Riponeasi il bene supremo nel riposo; si
camminava nel solco antico, o sugli esempj e il pregiudizio; si rideva
di tutto colla leggerezza che su tutto svolazza, in nulla s’arresta;
dalla vita domandavansi soltanto fiori, e per risparmiarsi la fatica
del pensare e dell’operare, si pensava e agiva secondo la moda altrui,
anticipandosi l’inoperosità della vecchiaja.
Pochi i viaggi, e i più non aveano mai perduto di vista il campanile
della terra natìa; onde mancanza di confronti. Neppur s’aveva, come
in Francia, una Corte unica, una gran capitale, dove tutti i nobili
facessero il tirocinio, e acquistassero uniformità d’usi e di tratti,
mutandoli dietro all’esempio, e trasmettendolo agli inferiori.
Già era lamentato il cambiar d’abiti a seconda della foggia; sebbene
lontanissimo dalla versatilità odierna. Nelle persone mediocri l’abito
di sposo serviva alla gala di tutta la vita; anche le eleganti avevano
un vestito, la cui immagine si associava a quella della loro persona.
Il gran costo e la ricca fattura delle stoffe si opponeva ai subiti
mutamenti, nè ancora i telaj inglesi avevano potuto somministrare
quelle indiane e quelle cotonerie, che tanta apparenza uniscono con
sì tenue costo, e che nell’eleganza pareggiano alla gran dama la
sua portinaja. Anzi la moda d’allora distingueva inalterabilmente
le diverse classi, nè l’artiere avrebbe potuto usurpare l’abito
del civile, o il nodaro quello del gentiluomo. Uno de’ nobili più
spregiudicati, Pietro Verri, fa colpa a Giuseppe II dell’ammettere
uffiziali nell’esercito anche persone ignobili, perocchè il sentimento
d’onore è educato fra i patrizj, non fra gli altri. Perfino ne’ teatri
il viglietto del nobile costava meno di quello del plebeo.
L’eguaglianza mancava dunque dappertutto; e i nobili traevano a sè
ricchezze, impieghi, dignità. E mentre essi stavano persuasi d’essere
superiori per natura ai plebei, atteso la serie degli avi, di cui i
poderi, i ritratti, gli uffizj si conservavano in famiglia, il povero
s’era rassegnato a credersi di razza inferiore; la legge sanzionava
le distinzioni, riservando gl’impieghi ai nobili, traendoli a fôro
privilegiato, ove il plebeo non potea citarli, come non poteva
chiamarli al feroce giudizio del duello, che essi costumavano fra
loro, cento atti, cento esclusioni lo avvertivano che il suo vicino
era superiore, non per merito ed autorità nè tampoco per denaro,
ma per nascita; la moglie d’un ricchissimo mercante non poteva
farsi reggere lo strascico come una dama pitocca e diffamata, nè un
abilissimo meccanico portare la spada come il marchese che gli era
debitore di lunghe liste, o come quelli che, venuti su dalla bottega
o coll’appalto, per denaro facevansi strada nell’aristocrazia. —
Io disprezzo quei che comprano la nobiltà», diceva Giuseppe II al
Casanova; il quale rispondeva: — E quei che la vendono, sire?»
Non per questo il popolo odiava i ricchi. A quel sovrastare era
avvezzo, come agli altri disordini della vita; e la dipendenza
procacciava protezione, giacchè si ricorreva al padrone o al signor
principale del villaggio, fosse per ottenere una dote o un posto o un
letto all’ospedale, o per farsi rendere giustizia. I signori a vicenda
consideravano come obbligo il proteggere i clienti; i servi nascevano
in casa dai servi ereditati; il contadino stava da più generazioni sul
fondo medesimo, e se poco si faceva per migliorarne la condizione,
nol si lasciava nell’estrema miseria; gli artieri, gli operaj
tradizionalmente mantenevano la pratica delle stesse famiglie.
Senza credere incivilimento il nausearsi del mestiero paterno,
ciascuno era curiale, sartore, contadino, barbiere perchè tale era
stato suo padre e suo nonno, dai quali avea ricevuto gli stromenti,
le tradizioni, le clientele. Chi volesse uscire dal vulgo bisognava si
facesse frate o prete; e saria parso reo di lesa società il gastaldo o
il pizzicagnolo che mettesse i suoi figli sullo studio. Molto insomma
conservavasi del patriarcale, così ne’ Governi come ne’ privati; il
grande volea poter fare tutto, ma col proposito di fare il bene; era
un dogma la padronanza, ma temperavasi colla benevolenza; e quell’aria
soldatesca, che appestò la società moderna, appena appena cominciava
per imitazione dei Tedeschi.
Questo complesso di tradizioni rendeva docili all’autorità, tanto più
che i Governi non avevano ancora dimenticata l’arte di farsi sentire
il meno possibile, di lasciar ire molte cose di loro gambe, molte
rimetterne agli uffizj municipali, non togliendo ai sudditi la dolce
compiacenza d’adoprarsi a vantaggio della patria. Le capitali non
usurpavano ogni importanza alle città di provincia; e il patrizio che
nel suo paese godeva dignità tradizionali, posto nel consiglio o nel
collegio dei dottori, antica clientela, palazzo avito annesso alla
storia del paese, non pensava a staccarsene per andare a sfoggio più
splendido ma meno distinto nella capitale.
Agli Ordini religiosi molta consistenza attribuivano ancora l’unità,
lo spirito di corpo, le dovizie, il carattere, e il non essersi la
coscienza risolta in opinione. Ma lo zelo della carità primitiva o
della conversione intepidì, dacchè il mondo era sistemato; da un lato
proibita la manifestazione dei dubbj religiosi, dall’altro vôlti in
riso l’autorità e lo zelo; sicchè i predicatori pareano intenti a farsi
perdonare il loro stato; e l’ingiuria che s’affiggesse agli zelanti,
ai dotti, ai pii era chiamarli gesuiti. Ecclesiastici d’alto merito
non mancavano, ma troppi abbandonavansi non tanto alla scostumatezza,
quanto alla negligenza, indotta dalla mancanza di contrasti e dalle
agiatezze; ad intrighi e cure e corteggiamenti secolareschi, derivati
dal non entrare nel clero per vocazione ma per domestiche convenienze;
mentre i Cappuccini e gli altri Mendicanti spargevansi tra il vulgo
consolandone i dolori, temperandone le miserie, celiati eppur riveriti
e consultati, altri nelle città s’insinuavano in ogni casa, in ogni
affare, consiglieri spesso, spesso intriganti, corteggiando la dama,
connivendo al cavaliere, mascherando l’intrigo, sottraendo il reo alla
giustizia, o questa indocilendo al raccomandato, sollecitando impieghi,
doti, eredità.
Peste del clero erano gli abati, cadetti di case principali, o
veramente plebei, che provvisti di buoni benefizj, dispensati dalle
cure secolaresche e dispensandosi dalle ecclesiastiche, divenivano
mobili necessarj d’ogni casa illustre, ove diceano la messa al comando,
faceano la partita, raccontavano le novità. Con ricche zazzere,
panni finissimi d’Inghilterra, sete di Lione, manichini di Fiandra,
grande anello all’indice destro, tabacco di Siviglia in scatola d’oro
cesellata, da tavola a tavola, da villa a villa portavano le celie e
le novelle, tesoreggiando epigrammi da ripetere, scrivendo sonetti e
madrigali d’occasione, facendo ridere degli altri e di loro stessi.
A dipingere quei tempi molti colori ci offrirebbero gli stranieri che
viaggiarono nel nostro paese, cercando qui le arti e il gajo vivere,
come in Inghilterra il pensare e il governare; portandovi compassione
più che insulti. Fra essi meritano ricordo l’inglese Sharp[208] per
la confutazione che ne fece il Baretti, esagerando per ribattere
esagerazioni[209]: e i francesi Lalande astronomo, che restò in un
discredito proverbiale, non forse meritato[210], e il De Brosse che
fu poi presidente. Raccomandato dal proprio nome e dalla compagnia di
Lacurne Saint-Palaye, autore del _Saggio sulla cavalleria_, osservò
con discreta leggerezza, se pur non sono alterate le lettere che tardi
se ne pubblicarono[211]; trascurate e scorrette, ma senza apparato
pedantesco, giudicando alla ventura e senza dissertare, e offrendo
immagine viva del paese; credeva barbari tutti gli artisti avanti
Rafaello, ma del resto dava giudizj liberi in fatto d’arte, deridendo
il barocco ed il grottesco che i nostri mescolavano al classico; e a
lui rimonta quel che ai dì nostri parve un ardimento dello Stendhal,
che non bisogna credere tutte le lodi date dal Vasari alla scuola
fiorentina, fors’inferiore a tutte le altre (_Lett. 24_).
Se vogliamo con questi e con altri scorrere il nostro paese, eccoci in
prima a Torino, talmente rinnovellata da quando la vedeva Montaigne,
che De Brosse la dichiara la città più bella d’Italia per filo delle
strade e regolarità degli edifizj. Lalande vi trovava meno lusso e
depravazione che nelle grandi città; «il re sopravveglia come un padre
in famiglia, e dà buoni esempj; non si ha l’abitudine di mantenere
attrici; la nobiltà può comprarsi ma a gran prezzo, mentre sono poco
ricchi i nobili, cui non è dato lucrare sopra le finanze, amministrate
per conto del re, tanto bene che un ambasciadore di Francia ebbe a
dire: _A questo modo, ciascuna provincia francese varrebbe quanto
un regno_[212]. «I nobili non possono uscire di paese, nè vendere i
feudi senza permissione, e sono obbligati servir nelle armi, ma con
poco guadagno; mentre neppure alle magistrature lascia gran rilievo il
governo alla militare». Di Piemonte uscivano sete per diciotto in venti
milioni, e molto riso; attorno a Torino coltivavasi il tabacco, la cui
privativa fruttava al re cinquecentomila lire[213]. Ogni appalto poteva
essere disdetto, qualora alcuno alla Camera offrisse un terzo di più.
A Genova, lo Stato più povero e coi cittadini più doviziosi, eranvi,
secondo il De Brosse, ricchi di quattrocentomila lire che ne spendeano
trentamila e fabbricavano palazzi per sè d’un milione e pel pubblico
di tre milioni, e stupende chiese: il fasto degl’Italiani, ben più
ricco, nobile, grazioso, utile, magnifico e grandioso di quel di
Francia, il quale si riduce al dare pranzi. Le donne coprivansi del
mézzaro, i nobili di nero, sempre senza spada; la gioventù morigerata
perchè occupata. Alle veglie regnava molta amenità, e profusione di
lumi e rinfreschi. Nelle carceri dell’Inquisizione stava solo un tal
Riva, che aveva predicato l’ateismo, e per venticinque anni non volle
ritrattarsi. Si lavorava assai di velluti, principalmente neri; d’una
carta immune dalle tarme, di paste, d’ebanisteria, di sapone, di fiori
artifiziali, di lampade a riverbero, quivi introdotte assai prima che
a Parigi. Porgevano occasione di divertimento le devozioni; e nelle
famose processioni delle Casaccie, il nobile che avesse saputo montare
la scalea di San Lorenzo tenendo il pesante crocifisso in bilico, senza
toccarlo colle mani, era vantato come oggi quel che abbia scritto un
articolo per diffamare un galantuomo.
In Lombardia noi sappiamo d’altre parti che sopravviveano pregiudizj e
istituzioni spagnolesche, e un tribunale araldico non solo verificava
la nobiltà e le sue gradazioni, ma regolava l’addobbo, l’acconciamento,
il cerimoniale; a chi l’uso de’ predellini sotto i piedi, e delle
borse pe’ libri in chiesa; o la tal forma del guardinfante, e il farsi
sostenere lo strascico, e portar le torce davanti al cocchio e nel
salir gli scaloni, o i fiocchi di seta ai cavalli, e le livree di color
variato ai servi e co’ galloni d’argento e d’oro, e aver sulla carrozza
lo stemma, e attorno a quella staffieri e lacchè, e mandar inviti a
stampa per circoli, matrimonj, funerali.
Notati i cattivi alberghi, Lalande appuntava a Milano le vie non
illuminate la notte, non segnate con nomi, inaffiate da galeotti. Il
teatro, su cui comparivano fin quattrocento figure e quaranta cavalli,
durava dalle nove ore sin all’una dopo mezzanotte, e molto strepito
faceasi durante la rappresentazione: l’unito ridotto era riservato
ai nobili, e i giuochi se ne appaltavano per quattromila luigi, che
servivano di dotazione al teatro. Al Corso sfilavano fin ducento
carrozze bellissime. Nello Stato v’avea da seimila soldati; trenta
birri bastavano al buon ordine della città, ventiquattro alla campagna.
L’ingerenza che conservavano nell’amministrazione del proprio paese,
valeva a ritenere a Milano e nelle provincie i nobili, che nelle
monarchie tendono ad affluire alla capitale[214].
I Milanesi passano per diffidenti; l’eccessiva economia li rende
operosi; scarsi d’ingegno, ma meritevoli del titolo proverbiale di
_bonacci, buoni buseconi_. I mercanti hanno l’abitudine di chiedere il
triplo del prezzo. Molto lavorasi di foglia e fil d’oro, e di velluti
e vetri: carrozze vi si fanno comode e robuste, cercate per tutta
Italia[215]. Il collegio di Brera conta ottanta gesuiti e mille ducento
scolari. Le signore hanno aria disinvolta, senza il compassato degli
altri paesi. Il cicisbeismo non v’è d’etichetta per le donne, nè di
servitù così dura per gli uomini quanto a Genova, a Roma, a Napoli; una
buona metà non è provvista di cavaliere servente; quelle che l’hanno,
non son notate come cosa straordinaria, sicchè più facilmente possono
cambiarlo, nè sono tenute a vedersi accompagnate perpetuamente da un
uomo nojoso.
Venezia era sempre oggetto delle meraviglie e delle favole de’
viaggiatori, e il De Brosse vi ammirava l’illuminazione dei tre ordini
delle procuratie, in cui la notte di Natale consumavasi più cera che
in un anno in tutta Italia. Poco s’invitavano a pranzo i forestieri;
e in generale per gl’Italiani il minore dispendio va nella tavola;
di mattina, ai visitanti offresi la cioccolata, di sera gelati. Le
famiglie a Venezia tenevansi molto unite, vivendo senza spartire i
beni. I giovani studiavano, poi a venticinque anni metteansi ne’
pubblici affari. L’accettar gl’impieghi era obbligo, ma poteasi
sottrarsene col farsi abati. Le mode francesi vi penetravano a stento.
I Veneziani erano sobrj, beveano poco vino, andavano a _romper l’aria_
in terraferma, dove in magnifiche ville riceveano molte persone e
bene, e dove radunavansi ogni giorno ai caffè. In questi, come ai
casini, andavano anche le signore, alle quali il cavalier servente era
necessario per dar la mano all’uscire e all’entrare in gondola.
Di convegni e intrighi erano campo i conventi, e l’allegria dominava in
quelli riservati alla nobiltà. In San Sepolcro erano professe cinque
fanciulle de’ Giovanelli; in una vestizione si spendea fin ventimila
scudi. De Brosse particolareggia troppo sulle cortigiane; e Lalande
stupisce come, senza truppe e con poche guardie, non vi succedessero
assassinj, neppur duelli. Ogni casa ricca aveva libreria, e collezioni
artistiche e naturali. Fin cinque giornali vi si pubblicavano, operosa
la tipografia, e lavoravasi molto di fonder caratteri. Continuava
l’arte de’ vetri, e facevansi lumiere (_ciocche_) fin di sei o sette
piedi di diametro.
In Toscana la nobiltà era la più parte d’origine popolesca; e i titoli
prodigati dai Medici, e le commende di Santo Stefano conferivano
privilegi futili, e non toglievano di conoscervi scarse le ricchezze,
le quali del resto erano molto livellate, e usavansi col buon senso.
A Firenze le fanciulle non poteano parlare a chichefosse; sol dopo
promesse aveano libertà di trattar collo sposo. A Siena era spasso
prediletto il far alle pallottole di neve. Gorani[216] descrive un
circolo in casa del Sinsinelli governatore, in una sala dov’era il
camino ma spento; sedeasi attorno a una tavola, sotto la quale stava un
braciere, e ciascuno tenea sui ginocchi un veggio per iscaldar le mani;
sulla tavola ardeva una lampada d’argento a due lucignoli, bastante per
chi non avea che a parlare.
A Bologna il cambiar del legato cambiava intera l’amministrazione della
giustizia, poichè egli menava seco fin i birri. Molto vi si lavorava
di veli crespi, sapone, rosolj, tabacco, carta; e principalmente di
carte da giuoco. Quelle donne, collo zendado parevano in lutto; gli
uomini, gran parlatori, mostravano estrema franchezza nello spacciare
cognizioni che non avevano.
A Roma poca nobiltà derivava dalle antiche famiglie e molta dalle
papaline; ma l’elemento democratico vi si mescolava mercè dei tanti
monsignori e prelati, che fra i grandi aveano probabilità di sedere
come cardinali. I signori non erano troppo ricchi; aveano ereditato
magnifici palazzi, ma poco riceveano, salvo che alla campagna. Vi si
pubblicò lungo tempo una gazzetta manoscritta, che a nessuna cosa o
persona serbava rispetto; il che faceasi pure a Venezia, e con tal
segretezza che mai non ne trapelò l’autore. L’antica reputazione
di gelosia era perduta, e nessuna dama appariva in circoli se non
accompagnata dal cicisbeo. Questo deve la mattina andar a farle visita,
aspettando in sala finch’essa sia visibile; assiste alla pettiniera,
la conduce a messa, fa seco la partita fin all’ora del desinare; dopo
questo, rimane presente al nuovo addobbo, la mena alle quarant’ore,
poi alla conversazione che comincia all’avemaria, e la riconduce
all’ora di cena. Tali ibridi unioni durano fin venti anni; e non
che cagionare scandalo, le dame vi danno tutta l’aria di decenza,
disapprovando la civetteria delle Francesi, la quale provoca molti
adoratori. Il cicisbeo è distinto affatto dall’amante, contro del quale
anzi egli serve di salvaguardia. Ove Lalande riflette ch’è meglio aver
un cicisbeo che cinquanta vagheggini, e che dimostra la depravazione
non esser ancora estesa a segno da introdurre col libertinaggio la
leggerezza.
Le Romane non metteano troppa attenzione all’abbigliamento, e in
generale le Italiane faceano maggior parsimonia di rossetto che le
Francesi. Molte limosine si distribuivano, e zuppe alla porta di tutti
i conventi. Assassinj anche nel cuor della città, non per rubare, ma
per passione; rarissimi i supplizj. Secondo il Gorani, frequentavano
gli avvelenamenti, massime fra parenti; e la terribile acqua tofana
stillavasi non più a Napoli, ma a Perugia. Gli uomini vestono
facilmente da preti. Della politica molto studio vi si fa; molto se
ne discorre nei circoli, dove Lalande trova non consueto il giocare,
mentre il Gorani dice che l’unico modo d’acquistarvi stima era il
giocar di grosso.
Costui segue a dire che ciascuna professione aveva un caffè proprio
dove raccogliersi i pittori, gli antiquarj, i cancellisti. Somma
potenza esercitavano gli abati: i prelati difettavano di virtù e
di scienza, mentre i claustrali erano colti e gentili: la classe
operosa fregiavasi di belle virtù: la plebe gran parlatrice, superba
del passato e del veder accorrersi da tutto il mondo ad ammirare le
sue ruine; dal continuo aver sott’occhio i capi d’arte acquista buon
gusto; non è avara, col che si scevera dall’insaziabile servidorame.
Il Governo spende assai in istrade; ma gl’intraprenditori mangiano
il denaro, e le lasciano pessime. I principi adoprano i servitori
come bravi, e il cardinale Albani più volte gli armò per sottrarre
delinquenti alla giustizia. Ma De Brosse avverte: «La libertà di
pensare in fatto di religione, e fin di parlarne è tanta in Roma almeno
quanta in qualunque città ch’io conosca: non si creda il Sant’Uffizio
così nero come si dipinge: non ho inteso parlare di verun caso di
persone messe all’inquisizione, o trattate con rigore»[217].
Egli si fa beffa de’ giardini in forme bizzarre; eppure, senza
approvarli, convien confessare che non mancano d’attrattive. Sono
cortili ornati d’antichi cimelj; scale sviluppate che non menano a
verun oggetto, labirinti inestricabili, parterri a disegni compassati,
e arabeschi e stemmi; e fra divinità e fauni di travertino, fra grotte
di tufi e conchiglie, fra castelli in ruina romoreggiano altissime
cascate od organi idraulici. Alla Rufinella il bosso nano figura nomi
d’illustri; alla villa Aldobrandini la roccia rappresenta un’enorme
faccia di Polifemo, la cui bocca dà l’accesso ad ampia grotta.
A Napoli si sfoggia lusso, ma spesso fraudando gli artigiani; spendonsi
dieci luigi il mese per la tavola, cento per la scuderia; conversazioni
magnifiche, e nel 1778 una mascherata, che rappresentava l’entrar
del sultano alla Mecca, componevasi di quattrocento figure. Usansi
grandi cerimonie e numerosi servi, perchè costano poco, e ricercansi
specialmente milanesi, come fedeli ed esatti; il cocchio d’ogni dama è
preceduto da più volanti. Non molti i cicisbei; e le donne vanno alle
conversazioni anche d’uomini celibi, come usa a Roma. Non v’abbondano
come a Parigi e a Londra quelle miserabili, che fan l’onta del loro
sesso coll’importunità. Diradavano anche le avventure galanti ne’
conventi, ma questi erano numerosissimi e per ogni condizione; molte le
esteriorità devote, magnifiche le feste, e con una specie di mascherata
a Napoli era il trionfo della musica, e orrido genere di speculazione i
soprani.
Non bisogna tacere quante donne si facessero ammirare per ingegno, ed
oltre le letterate, aveasi una Caterina Padovani Bonetti e una Beatrice
Cittadella a Padova; a Milano la duchessa Serbelloni, che tradusse le
commedie francesi di Destouches; a Venezia teneano convegni brillanti
e onesti la Albrizzi e la Benzon; Caterina Bonfini, stata cantatrice,
e tratto buon profitto dagli amanti, raccoglieva a Modena la società
migliore dopo partitone il duca; altrettanto faceva a Firenze la
contessa d’Albany moglie dell’ultimo Stuard; e a Roma la contessa
di Rosenberg inglese, la quale sposò il conte Bartolomeo Benincasa
modenese, poi separandosene gli fissò ottantamila lire di pensione,
ond’egli visse brillante a Parigi e a Milano, scrisse su giornali ed
ebbe impieghi.
Ma perchè si vivea spensierati non si figurino idillj di felicità; non
v’avea libertà nelle repubbliche, non indipendenza ne’ principi, non
garanzie fra i popoli; nè fu storia di questi la da noi narrata, bensì
de’ Borboni, Austriaci, Lorenesi, Savojardi che se li disputavano;
guerre o trattati non portavano a sviluppo morale, non nasceano da
eroismo e generosità. La nazione dunque si abbandonò a una lassitudine
di viver molle e spensierato.
Il commercio intisichiva in piccolezze di ritaglio; ed eccetto le
sete, verun’altra industria profittava al paese; le manifatture non
che attirar denaro forestiero, neppur provvedeano ai nostri bisogni,
giacchè i capitali che avrebbero dovuto alimentarle giacevano inoperosi
o consumavansi in frivolo lusso. De’ campi molta parte aspettava
cultura; molta era di proprietà comunale, cioè guasta da tutti, curata
da nessuno; molta in manomorta, dove più non si cercava migliorare
la rendita dopo averla creata; molta ristretta in primogeniture e
fidecommessi, dove l’ampiezza sviava dalle necessarie attenzioni, e
talvolta il sopraccarico dei debiti facea vendere le scorte e sottraeva
i capitali, necessarj alla buona gerenza, intanto impacciando le
transazioni. Lo sminuzzamento delle provincie e i privilegi faceano che
disuguali cadessero le imposte da paese a paese, da persona a persona.
Poche strade e mal tenute, e queste pure impacciate da pedaggi.
Il trattato di Kainargi del 1774 aperse il mar Nero ai Russi, che
vi coltivarono quegli ubertosissimi terreni, dapprima negletti
dall’accidia musulmana; e con pochissima spesa, in grazia degli uomini
mezzo schiavi, ottennero abbondantissimi grani che versarono in Europa,
sicchè d’allora restò avvilito il prezzo de’ cereali, principalmente in
Italia.
Masnade di ladri rendevano pericoloso il viaggiare, non nella Romagna
soltanto e nel Napoletano[218] famosamente funesti, ma fin nel cauto
Veneziano e nella regolata Lombardia; e il Governo or doveva prendere
in ispecial protezione i beni di qualche gran signore o qualche paese
minacciato, ora con premj eccitare i cittadini ad armarsi, arrestare,
uccidere i malviventi; or applicare ferocissime pene, con cui non si
facea che rintuzzare la sensibilità e mettere a pericolo la giustizia
col dispensarla dalle formalità della procedura. Armi non avevansi,
se non qualche reggimento reclutato coll’ignobile ingaggio: pochi
gentiluomini compravano un vano grado nelle milizie forestiere, o negli
Ordini di Malta e di Santo Stefano, sviati dall’istituzione primitiva
per divenire di pompa aristocratica e null’altro. Il clero, invece di
combattere in quelle fondamentali quistioni che sviluppano i grandi
talenti, perdevasi in frivoli eppure accanniti litigj d’un giansenismo,
qui imbastardito dalla protezione de’ forti. Dappertutto mancava quella
vigoria, che fa ripudiar l’errore sotto qualunque aspetto si presenti,
e voler sempre e solo la verità per quanto costi.
La letteratura ritraeva dell’affievolimento generale, ridotta ad
elegante loquacità, insulse galanterie, imbellettata goffaggine, ad
uccellar belle immagini, ingegnose similitudini, locuzioni eleganti, da
versare a piene mani per meritar larghissime lodi con ingegno mediocre.
La poesia arcadicamente bamboleggiante, era comandata d’umiliazioni
sempre nuove, alle minime occasioni della vita pubblica e della
privata. Libri popolari non si facevano, eccetto i catechismi, che
per verità suppliscono a tutti. I giornali, frivola lettura e dannosa
quando divengano monopolio de’ più inetti scribacchianti e dei più
assurdi ragionacchianti, allora erano pochi o pochissimo letti, nè
si curavano di sminuzzar il sapere, il quale rimaneva privilegio come
ogn’altra cosa; e in ogni città o provincia v’aveva quei due o tre in
fama di dotti, al cui parere si riportavano tutti, dispensandosi dalla
fatica del riflettere, e disapprovando chiunque pensasse diversamente.
La scarsa lettura e le difficili comunicazioni manteneano funesti
pregiudizj, privavano del vantaggio che deriva dal ricambio d’idee, dal
veder altri costumi, dal conoscersi a vicenda. I nostri ignoravano quel
che scriveasi fuori, a segno che i pochi che lo sapevano affidavansi
a copiarne le teorie, e fin le parole, sicuri di non essere scoperti.
Eppure di gran depressione nel carattere nazionale era sintomo l’eterna
imitazione dei Francesi; quanto da Parigi venisse sembrava un oro,
e beato chi primo vestisse quelle foggie; di Parigi doveano venire i
cuochi, i maggiordomi, i sartori; dovevasi cinguettar francese prima
di saper parlare italiano; a Venezia recitavasi commedia francese.
Scipione Maffei nel _Raguet_ pose in iscena quei che il paterno sermone
lardellavano di smorfie francesi: il Cesarotti trova che «la biblioteca
delle donne e degli uomini di mondo non è che francese»: il veronese
Becelli, dimenticato autore di dottrine anticipate, querelavasi del
gran leggere e tradurre che gl’Italiani fanno le cose straniere, e
dell’affettato lodarle per deprimere i nostri[219]; il Chiari si lagna
che «pensa francese chi nacque a Milano», che «pare credano nulla si
stampi in Francia di cattivo», che «le donne il parlar tosco ignorano
per balbettar francese»; e assennatamente soggiunge: — Abbiamo preso
dagli stranieri gli abiti, i linguaggi, i vizj, ma non però spogliati i
pregiudizj nostri».
Seguitavano i nostri ad andar fuori a procacciare guadagno co’ mestieri
e coll’industria, fra i quali il Galignani di Palazzuolo bresciano
a Parigi fondò il giornale del _Messenger_, che dura fin adesso.
Di rimpatto Tommaso Lambe fin nel 1719 veduti i nostri torcitoj, li
trasportò in Inghilterra e li perfezionò, ottenendovi quattordicimila
lire sterline di premio[220].
La plebe, sotto il qual nome va inteso tutto il terzo stato, conservava
il sentimento di religione e di famiglia, la riverenza all’autorità,
l’amore dell’ordine; ma anche molti pregiudizj, non contando quelli
che pajono tali ai pregiudicati dell’età nostra; al malocchio,
alle apparizioni di diavoli e di morti si credea generalmente, e
n’erano pieni i discorsi de’ nostri padri. La plebe dunque soffriva
men patimenti che oggi, ma più umiliazioni; e queste snervano il
carattere, mentre può esser rinvigorito dalle calamità. Cento paure la
circondavano; paura de’ nobili che poteano vessarla impunemente; paura
de’ ladri, e altrettanta degli sgherri e de’ giudici, mal frenati dalla
fierezza punitiva; paura de’ dazieri, che per qualche contrabbando
poteano mandar sossopra una famiglia; paura di potenze misteriosamente
malefiche[221].
Floscia dunque, annighittita, anche dove non era facinorosa, piena
d’ubbie, scarsa di coraggio, servilmente venerabonda, data a grossolane
sensualità, tutta nelle esteriorità della religione, temendo il male
e non riparandolo, nè conoscendo il bene nè cercandolo per avversione
alle novità, viveva giorno per giorno, senza gli spasimi della
speranza, ma senza le gioje virili che questa cagiona. Uscir dal suo
stato potea difficilmente con sì scarse occasioni d’arricchire, con
tanti impacci alle arti, al commercio, alla comunicazione de’ possessi;
nella milizia non poteva aspirare ad alti gradi; non mandare a studiare
il proprio figlio, se non fosse per metterlo prete; ma anche qui le
migliori dignità erano preoccupate dai patrizj.
Affollati da tante meno cure, poco tormentati dall’enorme fatica
del pensare, e da quella patologia morale, per cui si gode pestar
la testa contro il proprio gabinetto, figurandoselo una prigione;
adagiandosi in un facile presente senz’affannarsi del domani, avendo
tempo d’avanzo per le faccende e pei moderati bisogni, piacevansi di
mangiari, di sollazzevoli brigate, e del farsi burle reciproche, e
cercar occasioni di godere, di scialarsi, quasi il secolo ridesse di se
medesimo. Magnifici erano i carnevali di Venezia, allegri dappertutto
con maschere e cene e balli. Spesso rinnovavasi a Roma il combattimento
dei tori al sepolcro d’Augusto; e al carnevale serbavansi i supplizj,
e la corda da dare in pubblico ogni giorno, affine di prevenire i
delitti, più facili in quel tempo. Neppur del tutto v’erano dimentichi
i _Misteri_ a modo del medioevo, e nel 1706 vi si rappresentarono
la _Presa di Gerusalemme_ e la _Passione di Gesù Cristo_, dove
atteggiavano il Peccato, la Penitenza, la Grazia.
Molto piacevasi il mondo elegante al giuoco ed alle conversazioni.
Tutti i viaggiatori convengono che la passione del giuoco fosse
generale in Italia; e lord Marlborough nel 1760 perdette al faraone
ottomila luigi negli otto mesi che passò a Torino. Pel popolo s’aveva
il lotto di Genova, cominciato nel 1620, introdotto a Venezia il 1734,
portato in Francia da Calsabigi nel 1765. Distinguevasi in lotto delle
zitelle e de’ senatori: in quello imborsavansi cento nomi di fanciulle,
a cui toccava una dote sortendo, e scommetteasi sul nome che uscirebbe;
nell’altro giocavasi sui nomi che si trarrebbero dalla borsa, ov’erano
tutti quelli capaci d’ottenere dignità. Dieci volte l’anno faceasi
l’estrazione a Genova, nove a Roma, altrettante a Napoli, tredici a
Milano, quindici a Torino; e v’ebbe chi profittò dell’intervallo per
mandare telegraficamente a Napoli i nomi già estratti a Roma, e così
ciuffar un guadagno. Dappoi si semplificò riducendo l’estrazione a
numeri colle loro combinazioni di ambo, terno, quaterno, cinquina. I
teatri erano ancora accostati con una specie di ribrezzo: i rigoristi
escludevanli come assolutamente immorali; altri casuisti dicevano
potervisi andare, purchè fossero commedie savie e oneste: ma gli attori
rimanevano repudiati dalla buona società.
La musica tenne maggior posto nelle società moderne, quanto più si
raffinarono; e principalmente progredì nell’età che stiamo descrivendo.
Nelle antecedenti la teatrale era scarsa peranco, prevalendo quella
di camera o madrigalesca. Le cantate di camera a solo erano specie di
pastorali, di gemiti amorosi in tono minore, dove s’intrecciavano mille
fioriture e trilli e volate. Più che a farne vantaggiar l’espressione,
i maestri pareano intenti a cercare difficoltà e fioriture, strascichi,
tremoli, finte sincopi e altrettali bizzarrie, ed imitare col suono
il rumor materiale degli oggetti indicati dalla parola. Così una
musica senza espressione vestiva parole senza senso; e ne veniva di
conseguenza che i cantanti si arrogassero il primo posto, e volessero
che poeta e maestro servissero alle pretensioni loro.
I migliori compositori però si erano accorti che quel che tocca il
cuore è la melodia. Il Palestrina, che aveva salvata la musica sacra
rigenerandola (tom. X, p. 496), nelle composizioni profane seguì
le leggi della fuga, allora consacrate dai maestri, le difficoltà
superando con mirabile agevolezza, e con alcune dissonanze prodotte
dal movimento delle parti raggiungeva la vera espressione dell’affetto;
poichè non attinta la pienezza dell’arte, la melodia propriamente detta
non conoscevasi ancora, bensì gli effetti del contrappunto. Fiamminghi
erano i principali e più celebrati maestri della cappella di San Pietro
a Roma e di San Marco a Venezia, ed introdussero le numerose voci
divise in cori rispondentisi. La musica madrigalesca veniva affinata da
Luca Marenzio, Paolo Quagliati, Alessandro Strigio, altri compositori,
e meglio dal Gesualdo principe di Venosa, a cui la melodia deve il suo
sviluppo. Giovanni Gabrieli veneziano (-1612) mostrò ardita originalità
ne’ grandi accordi di due, tre, fin quattro cori, che alternandosi
formano contrasti imponenti, con ritmo già abbondante di combinazioni,
e arrivò meglio d’ogni altro agli effetti drammatici, carattere della
scuola veneta.
Gli stromenti, distinti in quattro classi, da corda, da vento, da
tasti, da percussione, non aveano musica loro propria, ma confondeano
gli effetti con quei della voce umana che seguivano all’unissono.
Dappoi furono disposti in gruppi men numerosi; ma ancora, eccetto
l’organo, limitavansi ad eseguire pezzi scritti per la voce umana.
Il Gabrieli seppe tener calcolo della voce e dell’estensione de’
varj strumenti, e combinarli in guisa da rialzare l’effetto generale;
scrisse pezzi per bassoni, tromboni, viole; alternò cori di voci umane
con altri di strumenti, e nonchè negligesse la parola, s’affaticò di
esprimere il senso generale e rialzare il particolare con figure di
ritmo e capricci di vocalizzamento[222].
La rivoluzione da lui cominciata fu compita dal cremonese Claudio
Monteverde, semplice violinista, poi direttore della musica del duca di
Mantova, infine maestro di cappella a San Marco, ove passò trentasei
anni. Contro le studiate combinazioni matematiche dei Fiamminghi,
proclamò che la musica non è fatta per obbedire a regole astratte,
ma per dilettare l’orecchio e dipingere i movimenti dell’anima; e
perciò emancipandosi dalle tradizioni del cantofermo gregoriano, nel
terzo libro de’ suoi madrigali a cinque voci, pubblicato il 1598,
arrischiava l’accordo della settima dominante senza preparazione e
le dissonanze doppie e triple delle prolungazioni. Si gridò contro
il novatore, ma il pubblico ne rimase allettato; e mentre egli ebbe
lode soltanto d’ingegnoso, aveva iniziato una rivoluzione radicale,
giacchè la dissonanza, non mostratasi fin allora che come anticipazione
o prolungamento d’una consonanza, da lui fu resa fino a un certo
punto indipendente, creando e la tonalità moderna e il vero accento
passionato. E come nell’armonia la dissonanza fu il mezzo di esprimere
le passioni, così nella melodia il ritmo, il quale inoltre dovea
logicamente risultare dalla dissonanza, che di necessità creava delle
cadenze periodiche. Per tal guisa la musica teatrale, fornita di tutti
gli elementi della sua potenza, procedette e modificò anche la sacra
da cui era nata, e venne a introdursi nella composizione l’unità
dell’ottava qual è data dalla natura, sbarazzandola dalle varietà
infinite degli accenti melodici, che equivaleano ai dialetti della
lingua. Nel tempo stesso Luigi Viadana da Lodi pensava a scrivere pezzi
di musica da chiesa, che potessero a volontà cantarsi a due, a tre,
a quattro, come ad una sola parte, conservando pur sempre un’armonia
piena; e gli venne trovato a tal uopo un basso stromentale continuo,
che dovesse eseguirsi dalla sinistra mano dell’organista, mentre la
destra sosteneva l’armonia delle altre parti, che accompagnano la nota
fondamentale, talchè il ritmo acquistò una cadenza più sensibile, e la
declamazione musicale assunse un genere di forme particolari.
Dalla sacra passava il perfezionamento alla musica profana, e
trovata l’armonia della dominante quando appunto nasceva l’opera,
la dotta melodia s’applicò a secondare la poesia sviluppandosi dalle
complicazioni della musica madrigalesca; onde si aprì maggior campo
all’originalità, distinta la musica in scuole, e variata non soltanto
nelle danze e nelle canzoni, ma anche in lavori pensati.
Di Giuseppe Zarlino (-1599) allievo del Villaert, fondatore della
cappella di San Marco, le _Istituzioni armoniche_ furono miniera
de’ teorici successivi: mentre le sue _Dimostrazioni armoniche_,
irte di calcoli, diedero origine a vane dispute intorno all’arte.
Per oratorj e musica da chiesa lodarono Antonio Bononcini modenese,
di stile elevato e artifizioso, e Bernardo Pasquini toscano,
careggiato da Maria Cristina e da altri principi. Benedetto Marcello
(1686-1739), veneto e magistrato, prima dei vent’anni compose un
corso d’istituzione musicale; puntò i primi cinquanta salmi, tradotti
da Girolamo Ascanio Giustiniani; pezzi variatissimi per una, due
o tre voci, con un semplice basso, e talvolta accompagnamento di
viola. Era l’ispirazione interpretata dalla musica, e spoglia de’
capricci ch’egli aveva rimproverati ai teatranti in un’arguta satira;
e tradotti anche in tedesco e in inglese, girarono tutta Europa. Uom
pio ed elevato, raccoglieva gli artisti, e proponeasi di evitare gli
abusi, che la vanità dei cantanti e la condiscendenza de’ compositori
avea introdotto, ridurre la musica al suo vero uffizio di secondare
la poesia nell’espressione de’ sentimenti e nell’interesse delle
situazioni, e ciò con bella semplicità.
Agostino Stefani da Castelfranco (1656-1728) trevisano, cantore
al Santo di Padova, poi a Venezia, indi in Germania con moltissima
lode, fu dal duca di Brunswick adoprato in diplomazia, poi entrato
negli Ordini, fu vescovo senza abbandonare la musica, e scrisse per
dimostrare che quest’arte ha principj certi. Jacopo Carissimi veneziano
(-1646), maestro della cappella pontifizia, che avea trovato gli
accompagnamenti d’orchestra nella musica di chiesa, modellò con maggior
grazia e semplicità il recitativo, pel primo scrisse cantate, diè
forma regolare all’oratorio, e restarono famosi il suo _Jefte_ e il
_Lamento dei dannati_. Così il miglioramento passava dalla chiesa al
teatro. Rossi e Corelli ebbero idee meglio decise dell’armonia, e gli
arzigogoli posposero all’espressione: Corelli innovò la stromentazione
introducendo le sinfonie numerose, onde si potè meglio disporre
l’orchestra, la quale anzi si arrogò l’importanza principale, fino a
comporsi le note prima delle parole e senza di esse.
Disusati il liuto e la tiorba, delizia precedente, venivano in favore
il basso di viola e il clavicembalo, ma pareano indecorosi il violone
e l’accompagnamento. Il piano-forte, che credesi invenzione tedesca di
Schröter, fu trovato nel 1750 da Bartolomeo Cristofori di Padova, che
lo disse cembalo a martelletti; e migliorato dal Lotti[223]. Nicola
Amati e la sua discendenza ebbero fama nel fabbricare stromenti a
Cremona, e il loro allievo Antonio Stradivario trovò le proporzioni più
convenienti pei violini, la cui sonorità non si potè più raggiungere
neppure dai Guarnieri suoi creati; e pagavansi da tre a cinquecento
lire, e sin ventimila un violoncello[224].
L’aria, sciolta dalla forma di recitativo, appare nel _Giasone_ del
veneziano Francesco Cavalli, rappresentato il 1649; ma direbbesi
piuttosto una specie di minuetto. A farne uno sfoggio dell’abilità del
maestro cominciò il Cesti (1651-1725) nella _Dori_ del 1663. Alessandro
Scarlatti napoletano diminuì le fughe e controfughe, i canoni ed altre
leziosaggini, al cuore avvisando più che agli orecchi; introdusse di
obbligar il recitativo, perfezionato poi dal Vinci, e colle dissonanze
risvegliava l’attenzione degli uditori, sopita dalla successione
degli accordi. Nella _Laodicea_ o _Berenice_ schiuse nuovo calle
alla musica drammatica, dando maggior vivacità alla stromentazione,
sostituendo alle forme sillabiche del canto una libertà fin allora
sconosciuta di vocalizzare. Ricco d’immaginazione e novatore nella
melodia, nel recitativo, nelle particolarità, nell’istromentazione, le
seicentodiciotto opere e ducento messe che compose divennero modello.
Dalla sua scuola uscirono, oltre suo figlio Alessandro, il gran
riformatore tedesco Händel, il Gizzi lodato per dolcezza, e il Durante
di Frattamaggiore, tutto patetico e più dotto d’ogni altro di quella
scuola, di cui formulò le dottrine, che viemeglio svolsero il canto
avvicinandolo all’espressione. Procedettero via via in meglio il Leo,
il Sarro, il Porpora, il Fea, l’Abas, fino a Pergolesi e Jomelli che
riepiloga tutti i progressi antecedenti.
Quando a Napoli gli Austriaci immolavano i fautori di Filippo V, un
fanciullo fu obbligato assistere al supplizio del proprio padre, e
n’ebbe quasi ad impazzire; e distrutta la famiglia e la sostanza sua,
fu menato in Ispagna e messo nel convento d’Astorga, donde, invece del
perduto, trasse il nome di Emanuele d’Astorga. Educatosi nella musica,
passò maestro di cappella alla Corte di Parma, poi a quella di Vienna,
dove ebbe onori, amori, denaro, e finì monaco. Le sue composizioni
spirano soave melanconia, e lo _Stabat_ e il _Requiem_ passano per
inimitabili.
Alla napoletana facea gara la scuola veneta co’ bei nomi di Giovanni
Croce, Baldassarre Donati, Cavalli, Legrenzi, Lotti severo e grandioso:
e Bonaventura Furlanetto che mai non volle scrivere pel teatro.
La sostenevano i conservatorj detti gl’Incurabili, i Mendicanti,
l’Ospedaletto, la Pietà, dove le fanciulle erano educate al suono e
al canto; e molto ambìto n’era il posto di maestri, i quali doveano
comporre ogn’anno alcuni oratorj in latino, che dalle zitelle stesse
eseguivansi le domeniche ai vespri, ed erano un altro degli spassi di
Venezia.
L’Opera dall’Italia si estese ai forestieri; e la scarsità di commedie
e tragedie buone le cresceva pregio, malgrado i difetti e le lascivie
dell’arte. Dopo Rinuccini, il dramma affogò tra il meraviglioso e
le sconvenienze. Nel _Rapimento di Cefalo_ il Chiabrera affastella
mitologia e allegoria, oceano, sole, notte, segni dello zodiaco che
parlano, trabalzi dalla terra nel cielo, nell’aria, nei mari. Nel
_Dario_ di Francesco Beverini, in tre atti volano quattordici volte
le scene, con campo, macchine, elefanti, cavalleria e fanteria. Nella
_Divisione del mondo_, rappresentata a Venezia il 1675, comparivano
le parti del mondo coi simboli proprj e con meraviglie di meccanica,
poichè a quel gusto soddisfacevano ingegnosissimi macchinisti,
principalmente alle Corti di Firenze e Torino. Talora avanti a
Cesare in Utica compariva un globo, mosso non si vedeva da chi, e
spaccavasi in tre parti; talaltra in aria apparivano a fuoco anagrammi,
bisticci, divise; poi si rappresentavano amori senza velo, rinforzati
dalla musica; oltre un buon corredo delle metafore di moda. Delle
sconvenienze storiche e morali non parlo, giacchè nessuno faceva mente
al senso, nè stomacava il vedere Persepoli mandata in aria da una mina.
Fra i poeti melodrammatici del Seicento ci corrono alla penna i
nomi dei veneziani Matteo Noris e Aurelio, di Sebastiano Biancardi
napoletano, Ippolito Bentivoglio d’Aragona e Grazio Braccioli
ferraresi, Giovanni Bernini prelato romano, Silvestro Branchi e
Giuseppe Maria Buini bolognesi. Filippo Acciajuoli fiorentino,
cavaliere di Malta, girò Europa, Asia, Africa, America, musicando
composizioni proprie; singolarmente lodato per meccanismi e
trasformazioni; inventò un teatrino di marionette con ventiquattro
mutazioni di scene e cenventiquattro fantoccini, che bastava egli
solo a dirigere. Leopoldo, figlio dell’imperatore Ferdinando II, nel
1626 vide a Mantova rappresentare dagli Invaghiti l’_Europa_ di Monte
Simoncelli, e tanto se ne piacque che introdusse l’opera a Vienna,
dove si ebbero poi sempre poeti cesarei, cominciando da Nicolò Minato
bergamasco e Francesco Sbarra lucchese.
I miglioramenti della musica contribuirono a migliorare le
composizioni; si cominciò a far parlare gli eroi con meno lezj, si
sostituirono soggetti storici ai fantastici, si separò il serio dal
buffo, il sacro dal profano; da cinque furono gli atti ridotti a tre,
tolti i prologhi, relegate in coda alla scena le arie, fatta parsimonia
di decorazioni. In tal fatto ben meritarono Silvio Stampiglia romano, e
più Apostolo Zeno (1668-1750), eruditissimo veneziano, che fu chiamato
poeta cesareo da Carlo VI; e «Non credo (dic’egli) essere mai stato
amato da alcun amico quanto dall’imperatore». Ne’ soggetti sacri
e negli oratorj meglio riusciva; ma in generale pecca di lentezza
negl’intrecci, di prolissità nelle scene, d’intrico negli incidenti; si
vale a man salva de’ francesi, talvolta fondendo due o tre composizioni
altrui, come fece di Euripide e Racine nell’_Ifigenia_; se va mondo
dalle consuete gonfiezze, manca di spontaneità ed eleganza nello stile;
e ben di rado raggiunge la fluida armonia che al canto si richiede.
Il Gravina, che, come di sommo legista, così affettava il titolo di
gran tragico, udì un giorno Pietro Trapassi (1698-1782) garzoncello
che vagava per Roma improvvisando, e presolo seco, ne grecizzò il nome
in Metastasio, e morendo gli lasciò quindicimila scudi. Il giovane
prestamente vi diè fondo, e costretto vivere di guadagno, cominciò a
comporre drammi; e Marianna Bulgarelli, attrice lodatissima col nome di
Romanina, prese a dirigerne gli affetti e il genio. Colla ospite sua,
tratto a Vienna poeta cesareo, colla provvigione di tremila fiorini,
e con la grazia e l’affetto di Maria Teresa, i re lo onorarono e
donarono a gara; tutti i mediocri sollecitavano da lui quelle parole
di cortesia, che la vanità interpreta per giudizj[225]. Così spontaneo
ci sembra, eppure componea con tal ritrosia, che per vincerla erasi
prefisse ore allo studio, quasi non dissi all’ispirazione. Le donne,
sue protettrici in vita, gli diedero fama anche presso i posteri;
e al voto di mezzo il genere umano chi negherà valore? La dolcezza,
suo carattere, gli fa perdonare sin le frequenti sgrammaticature; ma
degenera in bambolaggini, tanto più quando sceglie temi elevati, a
cui mal s’acconciano la perpetua armonia e il fare madrigalesco del
melodramma; e costretto dalla celerità del componimento ad esagerare,
l’eroismo trasforma in valenteria, l’amore in leziosaggine. Gli stessi
caratteri, le situazioni stesse riproduconsi; dappertutto amanti
che parlano di morire, scellerati di professione, donne di vendette
atrocissime, sentenze accumulate quanto in un predicatore. Gl’intrecci
geminò e fin triplicò; abituali le inverosimiglianze; frequentissimi
i riconoscimenti pei mezzi posticci d’una lettera, d’un segno; e gli a
parte e i monologhi obbligati per isviluppare le passioni; passioni del
resto brancicate non ritratte al vivo, con lineamenti generalissimi,
senza discernere paese o età. Della verità locale o storica non si
dà briga; una principessa di Camboja invoca le _Furie d’Averno_; un
re di Persia parla delle _sponde del pallido Lete_ e della _nera face
in Flegetonte accesa_; i Babilonesi di Semiramide inneggiano Imeneo;
Astiage padre di Ciro sagrifica nel tempio della _dea triforme_; Abele
invita _le genti_ a lodar seco il Signore; e tre fanciulle cinesi,
propostesi d’improvvisare un trattenimento, l’una sceglie la tragedia
d’Andromaca, l’altra un’egloga sotto il nome di Licori, la terza
racconta un viaggio ove si parla della _toilette_ e della _charmante
beauté_. Che importa? l’archetto abolì le leggi della verosimiglianza,
e l’intelligenza addormentasi nell’armonia: e il poeta fa tutto in
superlativo: le feste magnifiche, le foreste cupe, le procelle furiose,
i templi giganteschi, più che non siensi mai veduti: siccome i re son
sempre tipi di giustizia; l’amore sempre il più casto; l’eroismo è il
più esaltato, generosità impossibili, virtù incomparabili, e sempre
trionfanti: eroi che van a morte cantando, mentre il tiranno stesso li
supplica a dire quella sola parola che salvi e loro e tutti; romani
che sagrificano parenti, gloria, vita al dio patria; imperatori che
si ostinano a perdonare anche ai maggiori ribaldi; popolo che a coro
impone sempre il partito più magnanimo o impedisce il delitto. Eppure
va lodato di aver voluto arricchire il dramma con tutti gli spedienti
artistici, non stringerlo nelle fasce precettorie: alle unità di
scena e di tempo mostra che i Greci mai non s’erano attenuti; cerca
le situazioni, e con arte le conduce; e conoscendo a meraviglia la
teatrale decorazione, ritrova luoghi convenientissimi a colpi di scena
dignitosi; non si piace atteggiare fatti atroci: e benchè scrivesse
sempre d’amore, mai non errò d’oscenità. Quell’elocuzione svelta e
viva, quel dialogo rapido e intercalato possono insegnare qualche
cosa ancora al secolo che lo vilipende quanto il suo lo divinizzò. Per
verità sarebbe rigore il volerlo esaminare come un tragico; ma non si
può dissimulare che egli portò e distrazioni e sdolcinamenti, di cui
l’Italia aveva tutt’altro che bisogno.
Quelle similitudini con cui rallenta l’azione, introdussero nella
musica mille varietà e capresterie e imitazioni di suoni: ma allora si
finiva coll’aria, ora coi pezzi concertati; allora l’azione conduceasi
per mezzo del recitativo, il quale oramai ne fu sbandito; onde i drammi
del Metastasio cessarono dal teatro[226].
Su composizioni migliori, migliore fu la musica. Giambattista
Pergolesi da Jesi (-1736) studiò la natura, e riuscì inimitabile
per semplicità accoppiata a grandezza; elevò l’armonia alla massima
eccellenza; possedè tutti i modi della sublimità profetica alla cobbola
scherzevole, dallo _Stabat Mater_ all’opera buffa; ma primeggiò nelle
meste armonie, che sembrano l’impronta dei maestri di breve vita, come
Weber e Bellini. Perocchè moriva a ventisei anni; e mentre vivo non
ottenne che fischi, fu gridato il Rafaello della musica, e l’estremo
dell’arte consideravasi la sua _Serva padrona_, a pari col monologo
nella _Didone_ di Metastasio, musicata dal Vinci. Nicola Jomelli
d’Aversa (-1774) s’immortalò sul _Miserere_ e su molti drammi di
Metastasio, e divenne la delizia d’Europa. Domenico Cimarosa napoletano
(-1801), da tutte le Corti d’Europa accolto e rimunerato, musicò
più di cenventi opere, lodate per felici effetti scenici, unità nei
partiti, ricchezza d’accompagnamento; e il _Matrimonio segreto_ si
applaudisce ancora. Giovanni Paisiello da Táranto (-1816), allievo
del Durante, estese l’uso degli strumenti da fiato e le sinfonie, non
però sì che coprissero la voce umana; introdusse i finali nelle opere
serie e i cori nelle arie; l’unità del pensiero lumeggiava con mille
variamenti, e nel _Tedeum_ e nella _Nina pazza_ offerse modelli di
genere opposto. Esso e Guglielmini diedero forma nuova alle cantilene
e all’istromentazione; e sapendo d’essere i maestri più cercati,
s’accordarono di non comporre alcun’opera per meno di seicento ducati.
Il Cafariello (-1787), scolaro del Leo, poi successore nel dirigere
il conservatorio della Pietà a Napoli, indi la cappella reale, nella
musica da chiesa e da teatro sapeva adattare i motivi del sentimento,
senza sbalzi ma con progressione armonica e soavità. Antonmaria
Sacchini, anch’esso napoletano e allievo del Durante e molto dimorato
in Inghilterra, piace per amabile e facile fare, dolcezza, melodia;
e coll’_Edipo a Colono_ parve ai Francesi toccasse il punto supremo.
Prima di comporre leggeva qualche sonetto del Petrarca; e D’Alembert
disse che le sue sonate sono un sentimento e un linguaggio, piuttosto
che un suono e un’armonia. Giuseppe Sarti di Faenza (-1802) gli
succedette come maestro al conservatorio dell’Ospedaletto a Venezia,
poi a Sartori nella cappella del duomo a Milano, infine diresse
la musica alla Corte russa, e nel _Tedeum_ per la presa di Okzakow
introdusse anche i cannoni; eppure aveva grazia ed espressione, e fu
maestro di Cherubini. Il Pachierotti (-1825) fu filosofo della musica.
Il Salieri di Legnago, maestro di cappella a Vienna, attese ad opere
buffe, poi anche a serie sulle orme di Gluck, con condotta drammatica.
Boccherini, re dei quintetti, precedette Hayden nel perfezionare la
musica istromentale.
Giuseppe Tartini (1692-1770) istrioto di Pirano, resistendo al padre
che voleva mandarlo minorita, si pose alla legge in Padova, ma più
divertivasi della scherma e dell’amore; e sposata una parente del
vescovo, fuggì con essa, vagando finchè ricoverossi nel convento
d’Assisi. Quivi applicatosi alla musica, riuscì stupendo violinista;
allora perdonato, fu lungo tempo ad Ancona, poi per cinquant’anni
maestro alla cappella del Santo di Padova, ove cominciò una scuola
famosa. Erede degli scritti del Corelli, _princeps musicorum_,
anzichè _musicæ_, che aveva fondato su regole l’arte del violinista
e vincendolo in felicità di motivi, il Tartini estese le ricerche
sulla produzione de’ suoni, chiedendo la spiegazione dell’armonia
mediante sperienze acustiche ingegnose, che sfuggono alla comune dei
compositori, e ridurrebbero a mero calcolo un’arte che trae efficienza
dal sentimento, e dove le teorie dell’acustica mai non rendono ragione
del ritmo. Così scoperse il terzo suono che esce dal toccare due corde
all’unissono, del violino ingrossò le corde e allungò l’archetto, e
dettò _Lezioni pratiche_. L’accusano d’avere sagrificato il sentimento
alle difficoltà, ai trilli, ad altre fioriture; pure ne’ suoi adagio
il violino parve acquistare veramente un’espressione drammatica. Nel
1725 da Carlo VI invitato a Praga, diede buon indirizzo a Stamitz,
illustratosi poi a capo della scuola di Manheim. Morì di scorbuto
fra le braccia del Nardini, uno de’ suoi migliori allievi; fra’ quali
furono segnalati i Pollani, Pugnani e Giambattista Viotti (-1821) di
Fontaneto piemontese che nella musica volea grandezza non capricci,
e riuscito originale per grazia e sublimità, fu festeggiato in tutta
Europa, e lasciò a stampa molte composizioni. Insigne violinista e
compositore di drammi fu pure Antonio Bruni di Cuneo, vissuto fin al
1823.
Tradizionalmente continuavasi a guardare come disonorevole la
professione del teatro: nel Carolino a Palermo non si comportavano nè
donne nè amori; ed è a vedere nella _Storia letteraria del 1753_ lo
strano rimpasto che vi si fece della _Clemenza di Tito_ per poterla
rappresentare. Sui teatri di Roma, solo ai tempi di Pio VI, per istanza
della Principessa Braschi si permisero donne. Vi supplivano i castrati,
e la fortuna diede all’Italia molti egregi soprani, massime a Bologna
e Napoli; superbi infelici, che elaboravano la laringe a segno da
gareggiare cogli strumenti musicali, facendo quelle che Metastasio
chiamava sonatine di gola. Baldassarre Ferri perugino, lodato da
Rousseau per la voce più estesa, flessibile, dolce, armonica che mai si
fosse udita, in un fiato discendeva e saliva due intere ottave con un
trillo continuo senza accompagnamento, riscoteva applausi straordinarj;
a Firenze gli uscirono tre miglia incontro personaggi principali;
ritratti e medaglie e sonetti gli si profusero; la sua carrozza era
tirata da uomini; a Londra una maschera gli offrì un bello smeraldo.
Francesco Bernardi dalla patria detto il Senesino, era molto onorato da
Händel.
Il Caffarelli da Bari (1705-82), capace d’emulare gl’istrumenti più
difficili e melodiosi, e che mostrò quanti abbellimenti può dare
alla musica la voce, a Venezia toccò fin seicento zecchini per un
carnevale. Il re di Francia gli mandò regalare una tabacchiera d’oro,
ma egli al portatore mostrandone una raccolta di più belle e costose,
— Almeno (soggiungeva) vi fosse il ritratto del re. — Ma questo non
si dona che agli ambasciatori» replicò il segretario; e il cantante:
— Tutti gli ambasciatori del mondo non farebbero un Caffarelli». Il re
gl’inviò un diamante e l’ordine di andarsene subito. Sopra un palazzo
ch’egli si fece fabbricare scrisse: _Amphion Thebas, ego domum_. Tanto
guadagnò che comprossi la ducea di San Donato, cui unì la rendita di
quattordicimila ducati.
Carlo Broschi detto Farinelli, napoletano e scolaro del Porpora, con
una voce estesa di tre ottave eseguiva le arie più difficili di Händel,
di Hasse, di Vinci, e trilli in gara cogli stromenti di fiato; e i
contemporanei non hanno parole bastanti a lodare le corde sue robuste
e flessibili. A Londra accolto in trionfo, guadagnò fino cinquemila
sterline in un anno; un Inglese gridò in pieno teatro, — Non v’è che un
Dio solo e un solo Farinelli»; e facendo egli da schiavo, e il Senesino
da tiranno, questo nell’udirlo cantare dimenticossi del personaggio e
l’abbracciò, e gli spettatori a freneticamente applaudirli. Gareggiava
col Caffarelli: due usignuoli, dicevasi; l’uno che alla classe colta
strappava ammirazione e lacrime; l’altro delizia del popolo per le
vinte difficoltà. Il Farinelli a Madrid toccava quaranta mila lire
l’anno; e ogni sera cantando innanzi a Filippo V[227], a vincere
l’umor negro del quale l’aveva chiamato Elisabetta, seppe divenirne
confidente, consigliero ed arbitro: pure non abusò di quella grandezza;
e scadutone, si ritirò a Bologna esercitando splendida ospitalità.
Su questi esempj si formarono il Rubinelli, il Pachierotti, ultimo
de’ gran soprani, e il milanese Marchesi il quale, al tempo della
repubblica, invitato dal Miollis a dare un’accademia, ricusò con una
generosità ben insolita allora rispondendo, — Il generale straniero
può farmi piangere, non farmi cantare». Secondarj rimanevano i tenori;
però fu vantato il Burzolini cantante del duca di Mantova, poi Ettori
dell’elettore palatino, Rauzzini che anche compose, Crivelli sublime
nella _Nina Pazza_, Batino, Davide, Ansani ed altri: ma solo Rossini
diede importanza a queste voci, nelle quali poi primeggiarono Garcia,
David figlio, Nozzari, Mombelli, Bonoldi, Donzelli, Rubini, Moriani e
gli altri nostri contemporanei.
Così careggiati, pensate se i cantanti trascendessero in pretensioni
e ostinatezze; le _virtuose_ battevano il tempo collo scettro o col
ventaglio, sorridevano ai palchetti, prendeano tabacco, lanciavano
villanie al rammentatore, sfibbiavansi per gorgheggiare a miglior
agio, e alla fine uscivano mezzo svestite. Guadagni, facendo da
Ezio, al finale mutavasi in Teseo perchè gli piaceva combattere
col Minotauro: una bella non volle mai cantare il _larga mercede_
di Metastasio, ma _ampia_[228]. Lodatissime troviamo pure Vittoria
Tesi fiorentina e Faustina Bordoni veneziana; e famosa non meno pel
canto che per le bizzarrie la romana Gabrielli Caterina, scolara del
Porpora e del Guadagni pel canto e del Metastasio per la declamazione.
Dai grandi facevasi pagare profumatamente, per poi prodigare coi
teatranti. L’ambasciatore di Francia per gelosia le diè una stoccata;
ma schermitane dal busto, essa volle la spada del pentito, e destinava
conservarla per trofeo con un’iscrizione, se Metastasio non l’avesse
rabbonita. Un signore fiorentino mostratosi accorato per un manichino
suo ch’erasi stracciato ad uno spillo della Gabrielli, essa il domani
gli mandò sei bottiglie di vin di Spagna, ove faceano da turaccioli
altrettanti superbi merletti di Fiandra. Da Caterina di Russia
chiese per stipendio diecimila rubli. — Non pago tanto neppure i miei
marescialli», disse la czarina; e l’attrice: — Ebbene, fate cantare
i vostri marescialli». A Palermo avendo eccitato un inesprimibile
entusiasmo, quel vicerè la invita a un pranzo di cerimonia; vien
l’ora, ed essa non compare; mandasi per lei, e la trovano placidamente
a letto, nè per esortazioni volle muoversi. La sera cantò sottovoce,
dicendosi indisposta; e il vicerè mandò a minacciarla; ma essa: —
Mi farà gridare, ma cantar no». Finito lo spettacolo, è messa in
cortesissimo arresto per dodici giorni, ne’ quali essa diede pranzi
scialosi, soddisfece per debitori carcerati, la sera tenea circolo
cantando ai prigionieri con quella maggior maestria che sapesse; e
quando fu sciolta, una folla di poveri l’accompagnò dal carcere a casa
in trionfo. Quando nel 1780 cantò a Milano col Marchesi, si formarono
due partiti, che contrariavansi in teatro e sui caffè, sin co’ pugni e
colle spade.
Queste frenesie diventavano uno scandalo quando si portavano alla
chiesa. Ivi la musica si facea con fragore e schiamazzo; una volta
si infilarono quattromila _amen_; e perchè gl’istromenti da fiato
in qualche luogo erano proibiti, sonavansi di fuori; e gli astanti
applaudivano spurgandosi[229]. Ma i maggiori maestri scrissero anche
per la chiesa; e celebri furono lo _Stabat Mater_ e la _Salve regina_
del Pergolesi, la messa di requiem di Mozart; di Paisiello la cappella
reale di Parigi conserva ventisei messe, il mottetto _Judicabit in
nationibus_, il _Miserere_, l’oratorio della Passione.
Altri intanto raffinavano la teoria della musica, come Rameau di Dijon,
che superando Lulli, diffuse il _Sistema del basso fondamentale_;
come il nostro Tartini; come il padre Giambattista Martini bolognese
(-1784), allievo dell’insigne Giacomo Antonio Perti. Scrisse egli
sulle correlazioni della musica colla matematica, fece la più estesa
raccolta di trattati di quell’arte, e una storia, i cui tre volumi si
limitano alla musica ebrea e greca. Alla teorica associò eccellente
pratica, sebbene più d’arte che di genio; ed ebbe da tutti i sovrani
d’allora testimonianze, quali non ottenevano i pensatori; insisteva si
conservasse alla musica ecclesiastica il far grande e maestoso, e la
primitiva semplicità si surrogasse a strepiti da piazza e sdulcinature
da teatro.
Il padre Giovenale Sacchi (-1789) barnabita milanese, tentò ricomporre
il sistema musicale degli antichi, e volgere quest’arte più ad elevare
il sentimento che a blandire i sensi, e alla cognizione delle teoriche
univa l’eleganza dell’esposizione[230]. Eccellente compositore e
precettista fu pure il padre Sabbatini di Padova.
Nicola Piccini di Bari, scolaro del Durante, colla _Cecchina_
scritta dal Goldoni avea destato universale meraviglia, e dato il
primo esempio dei finali concertati, tanto poi estesi da Cimarosa
e Mozart; colla _Zenobia_ di Metastasio sorpassò i contemporanei,
e osò musicare di nuovo l’_Olimpiade_, già puntata da Pergolesi e
Jomelli. Molte novità introdusse egli; i semitoni nel patetico, gli
artifiziosi pezzi concertati, gli stromenti di rame nelle orchestre;
nel genere buffo l’espressione graziosa e l’armonia in luogo della
musica di note e parole. L’invidia gli pose a fianco Anfossi, che
attento all’espressione, puntò la _Nitteti_, la _Betulia liberata_,
la _Clemenza di Tito_ del Metastasio; del che Piccini insofferente,
lasciò l’Italia dove già avea messo in scena cento opere. In Francia
preso maestro da Maria Antonietta, e venuto di moda, a fronte alla
dominante di Gluck che asseriva poesia e musica doversi dare mano, nè
la verità dell’espressione poter mancare al bello drammatico, elevò
la scuola de’ Piccinisti, che nella melodia riponeva ogni merito, nè
la musica dover sovvertirsi per seguire le inezie de’ poeti. Musici
ignari di lettere, letterati ignari di musica, e la folla scioperata,
e i filosofi ringhiosi ne vennero a litigi non meno fervorosi di quei
che allora agitavansi per la libertà americana, e di mezzo ai quali
faticava a trovare via la _colonia_ fondata dal Sacchini pei migliori
intelligenti.
Scatenatasi la rivoluzione, Piccini, perduti i protettori e gli
stipendj, tornò a Napoli povero; dal re che sulle prime l’avea ben
accolto, fu abbandonato come propenso ai novatori; carcerato, poi
sciolto, non ebbe favore neppure dai repubblicanti, e tornato in
Francia, vi morì, lasciando più di cencinquanta opere. Singolare
vanto del conservatorio di Napoli è l’avere prodotto Majo, Trajetto,
Paisiello, Piccini, Guglielmi, Cimarosa, Sacchini, e quel Francesco
Araja, che introdusse fin dal 1735 l’opera italiana a Pietroburgo,
facendovi eseguire il _Cefalo e Procri_, primo dramma serio in quella
favella.
Poco graditi fra noi erano i sublimi forestieri Hayden e Mozart, per
opera de’ quali, di Beethoven, degli altri artifiziosi stromentatori,
la musica arrivò ad emanciparsi del tutto dalla parola; fin la musica
sacra ne restò ingombra e andò via via dibassando; in Mayer il canto
dovè servire agli accompagnamenti; il recitativo fu sbandito, come
dai disegni barocchi la linea retta. Il qual Mayer però fu maestro di
David, di Donzelli, di Bordogni, di Donizetti.
Anche il ballo venne a competere a vantaggio coll’Opera. Che i
pantomimici fossero conosciuti da antico in Italia, ce lo provarono
molte delle feste da noi descritte; accompagnarono per intermezzo le
prime composizioni teatrali come la _Calandra_; e avemmo eccellenti
inventori, quali il Ballasarini che preparò le feste alle Corti di
Caterina de’ Medici e d’Enrico III; il Durandi in Inghilterra; e Torino
principalmente acquistò rinomanza per intermezzi ballabili.
Dappoi vi s’insinuò la parte drammatica, raffinandola a segno, che
fin sedici sorta di caratteri conoscevano i maestri, e se all’Opera
bastavano due o tre scene nuove, sei ed otto ne pretendevano i
balli, ed ottenevano silenzio ne’ palchetti, ove durante il canto si
schiamazzava, giocava, mangiava. I Tedeschi li ridussero storici, e
tali furono recati in Italia col _Telemaco_ di Pitraol. Il Milanese
Gaspare Angiolini, rinomato direttore del teatro di Vienna, introdusse
anche la pantomima comica. Giannandrea Gallini ballerino, impresario
di teatri a Londra, ornato dal papa collo Speron d’oro, scrisse un
trattato della danza.
Il pittore Servandoni fece spettacoli di sola prospettiva, ed alle
Tuilerie rappresentò con null’altro che scenarj la storia di Pandóra:
sono ricordati molti di quelli, onde per diciott’anni egli incantò
i Parigini, sovrattutto una calata di Enea all’inferno, con sette
cambiamenti. Insomma pretendeano una vita loro propria le diversi arti,
il cui complesso aveva formato la magia dei vecchi teatri.
Qui ridottane l’importanza, non è meraviglia se pochissimo campo
rimaneva ai più intellettuali esercizj della tragedia e della commedia,
nelle quali viepiù si risentiva il divorzio fra letterati e popolo.
I letterati faceano componimenti d’arte fredda, convenzionale, che
nessuno leggeva, e recitati addormentavano; il popolo pascolavano
persone di mestiere, dando traccie di commedie a soggetto, di cui gli
attori medesimi improvvisavano il dialogo, giovandosi delle maschere,
caratteri generici, adattabili a qualunque intreccio. L’uditorio
era vulgare, e prendeasi spasso, per esempio, dell’abilità degli
smoccolatori, applaudendoli o fischiandoli. Gl’impresarj voleano
attirar folla col solleticare i bassi gusti. Attori erano sarti,
calzolaj, tesserandoli, che la sera tramutavansi in Nini e Arbaci, o
in Fiorindi e Lelj. Il Cerlone, setajuolo napoletano, segnalato nelle
maschere di Pulcinella e del Dottor Fastidio, fece un’infinità di
selve di commedie a braccio, tutte facezie, brio, satira, frequenti
scurrilità e lubriche allusioni; sostenute in atti interminabili, con
trasformazioni a vista e scannamenti da macello: riscosse lungamente
l’ammirazione de’ Napoletani, che vi vedeano ritratta la propria
vita, e rideano e applaudivano, con grave scapito di lui che avrebbe
potuto riuscire qualcosa se avesse compreso la propria vocazione, e
non si fosse, quando volea far meglio, storpiato nell’imitare. Famosi
divennero i Sacchi nel personaggio d’Arlecchino.
Da tre in quattrocento lire pagavano gl’impresarj una commedia al
Goldoni o al Chiari; tre zecchini quelle a soggetto, quaranta il
dramma. Si contò come uno straordinario che, al _Convitato di pietra_,
commedia a soggetto, la porta fruttò seicensettantasette lire. In
Bologna un teatro appigionavasi due mesi per sessanta zecchini. A
Venezia ce n’era quattro da commedia, e ai più cari il biglietto
valeva una lira, due (lire 1.20) per l’opera seria, una e mezzo per
la buffa, oltre una lira per la sedia. San Benedetto s’apriva al tocco
dopo mezzodì, San Moisè e San Samuele alle nove, altri all’_Avemaria_.
Le migliori parti nobili toccavano sessanta o settanta luigi l’anno,
quando in Inghilterra settecento.
Luigi Riccoboni modenese (1674-1753), acquistata fama come attore
col nome di Lelio, pensò rinettar il teatro dalle farse scurrili e
mostruose, e fece rappresentare le migliori nostre; ne tradusse e imitò
del Molière, ma vedendo fischiata la _Scolastica_ dell’Ariosto, disperò
e andossene in Francia, dove ottenne vivi applausi come attore. Diede
anche una _Storia del teatro italiano_, analizzando le principali
composizioni; lavoro nè esatto nè sagace. Nelle _Osservazioni sul
Molière_ critica gli spettacoli che crede pericolosi alla morale, e
nella _Riforma del teatro_ vorrebbe escluso il ballo e tutti i drammi
fondati sull’amore: e fin al voto di sopprimere il teatro lo portava la
pietà, per la quale poi si ritirò affatto dal mondo[231].
L’abate Chiari bresciano scombicherò un profluvio di commedie e
di romanzi, la _Cinese in Europa_, la _Vedova di quattro mariti_,
l’_Isola della fortuna_, i _Privilegi dell’ignoranza_..... ove la
slombata affettazione e la pomposa goffaggine e la mistura d’enfatico
e di fiacco tolgono ogni pregio alla ricca fantasia. Ma egli «spiando
il genio poetico e prosastico de’ leggitori», seppe attirare la
folla, massime nelle commedie a soggetto, con decorazioni, fuochi,
trasformazioni, e provò l’ebrezza degli applausi, quanto s’incallì agli
strapazzi[232]. Colla vita cessarono questi, ma anche la sua memoria.
Pochi uomini furono dalla natura dotati così riccamente come
l’avvocato veneziano Carlo Goldoni (1707-93): ma non si coltivò, e fu
nociuto dalla patria e dal tempo; perchè, invece di ribellarsi, come
Shakspeare, alle esigenze del gusto, vi si adagiò accidiosamente. Poco
badò ai libri ma alla società, e mai non si mostra nè melanconico nè
metafisico. Divagarsi nella politica non era permesso a Venezia, dove
un nobile che si fosse creduto offeso, bastava a farlo il mal capitato,
sicchè quella sua ricca varietà e finissima arte d’improntare i
caratteri non rivolse che a dipinger quella società, la quale spiana le
fattezze risentite e i colori ricisi, e si ridusse a fatuità d’uomini,
civetteria di donne, cozzo di frivole vanità, costumi triviali,
passioni superficiali, vigliacchi vantatori d’onorevolezza, donne
indilicate, fisonomie scorbiate, anzichè quelle vere che sono d’ogni
tempo. Ma chi meglio maneggia la scena e il dialogo? chi ne’ caratteri,
per quanto prosaici, adombra meglio quella mistura che s’incontra nella
realtà senza le idealità romanzesche? dove trovare tanta abbondanza di
stile famigliare? La lingua letteraria che mal conosceva, non porgeagli
il brio arguto, i frizzi efficaci, l’evidenza che solo dal dialetto
possono esser dati, e che fanno di gran lunga superiori le commedie che
dettò in veneziano. Fosse nato francese il suo _Bourru bienfaisant_
palesa qual sarebbe potuto riuscire: fosse nato fra que’ Senesi e
Fiorentini ch’egli chiamava _testi vivi_, quanta espansione non avrebbe
dato alla lingua parlata, se tanto vi giovò il Fagiuoli, il quale altro
pregio non ha che la dizione?
Le persecuzioni e le onte de’ compatrioti il Goldoni sopportò senza
fiele: poi ne cercò consolazioni in Francia: ma narrando gli applausi
che ivi lo ristoravano, non sa trovar espressione più efficace che
dire, — Mi parea di trovarmi nella mia patria». E colà morì, come
Metastasio era morto a Vienna. Degli avversarj suoi il solo degno
di menzione è Carlo Gozzi (1720-1801), il quale, irato al _ventoso_
stile del Chiari ed al _forense_ del Goldoni, li bersagliò con satire,
principalmente la _Tartana degli influssi_; e poichè gli si opponeva
il gran concorrere del popolo, alle rappresentazioni del Goldoni,
egli si propose di tirarne altrettanto a scempiaggini da veglia. E
scrisse le _Tre melarancie_, fiaba di pura fantasia; e gli applausi che
ottenne ancor maggiori dell’aspettazione l’animarono ad altre, il _Re
Cervo_, _Re Turandote_, i _Pitocchi fortunati_, la _Donna serpente_, il
_Mostro turchino_, l’_Augel belverde_, molto valendosi delle commedie
spagnuole, benchè le chiamasse strane e mostruose. Per vero, s’accorse
egli dell’efficacia popolare, onde proclamò non doversi abbandonar
la commedia dell’arte, produzion nazionale, bensì migliorarla; non
abbiosciarsi ne’ precetti, ma ringalluzzire nell’immaginativa. È in
fatto la via di giungere alla novità, ma purchè si sappia reggerla
colla ragione. Il Gozzi invece la sbrigliò; traeva sulla scena
gli accidenti del giorno, le baruffe letterarie; talvolta l’attore
volgevasi alla platea, talaltra additava uno spettatore; e si rideva,
e applaudivasi l’arguzia, per quanto inurbana e scorretta. Amoreggiava
egli una Teodora Ricci commediante, quando a costei pose assedio Pier
Antonio Gratarol, uom maturo e segretario del senato: se n’adontò il
poeta, più se n’adontò la Caterina Vitalba procuratoressa fin allora
corteggiata dal Gratarol, e si accordarono per la vendetta. Il Gozzi
adattò alle scene _Le droghe d’amore_, dramma spagnuolo di Tirso di
Molina, e sparsone il segreto, indicibile folla accorse al teatro di
San Luca: la Caterina aveva combinato che un attore, somigliante di
figura e più di addobbo e di portamenti al Gratarol, rappresentasse
il don Adone, e andava dicendo: — Venite a veder mio marito sulle
scene». Il Gozzi, sbigottito dall’eccesso dello scandalo, cercò invano
impedirlo: già il pubblico se n’era insignorito: gli applausi non
furono pari che alle risa, tanto più che il Gratarol istesso volle
intervenirvi: il quale però ne’ giorni seguenti trovandosi bersaglio
alle celie plebee, non ebbe pace finchè non andò a finire i suoi giorni
nel Madagascar[233].
Sorretta con tali artifizj, la fama del Gozzi dovette presto
traboccare: ma se fu assurdità da giornalista quella del Barotti che
chiamollo l’uomo più straordinario che siasi veduto dopo Shakspeare,
è vero che di fuori trovò ammiratori coloro che l’immaginoso o il
paradosso ricevono per segno d’originalità; Schiller tradusse alcuna
fiaba di lui; altre furon lette in cattedra a Halla.
Camillo Federici 1751-1802 di Garessio piemontese, pensò più ch’altro
a servire agli attori e all’effetto scenico, e imitando Kotzebue,
infelice sentimentalista, moltiplicò commedie non fondate sulla
vivacità scenica, la pittura dei caratteri, la scorrevolezza del
dialogo, ma d’intrecci complicati, di personaggi gemebondi, di stile
declamatorio; lavorando di fretta, ricadde ne’ mezzi stessi, nelle
stesse scene, nello stesso scoprirsi di qualche principe nascosto.
L’insieme in generale è ben concepito e distribuito, il dialogo
sostenuto, e il _Rimedio peggior del male, La bugia vive poco_ e
alcun’altra furono ancora tradotte e restano ne’ repertori; ma n’è
sempre vulgare lo stile, e la moralità non risulta dall’azione ma
da precetti introdottivi a pigione. Carlo Greppi bolognese colle
tre _Terese_ ottenne applausi; e la _Gertrude d’Aragona_, recitata
primamente a Milano nel 1785, parve delle migliori tragedie.
Il duca di Parma nel 1770 propose un concorso annuo di produzioni
teatrali da cui fu eccitato l’Albergati Capacelli, cattiv’uomo, ingegno
pieghevole e spiritoso, che dell’arte teatrale avea buone idee, e
fu tra i fondatori d’un teatro patriotico a Bologna per servir di
modello agli attori mercenarj. Le sue composizioni presentano condotta
e moralità, ma nè naturali fisionomie nè rapido dialogo. Uno di
que’ premj toccò a Napoli Signorelli napoletano, che stese anche una
storia critica dei teatri, scarsa di gusto, e ricca di quella boria
di paese che s’intitola patriotismo. L’Avelloni rubacchiò lo spirito
di Beaumarchais e d’altri, e da staffieri o gente infima fa scagliar
frizzi contro la classe media, con brio di dialogo, e anche verità in
quei caratteri che potè ritrarre dal vero.
E taciam d’altri, ciò bastando a provare che non a torto dicea
Voltaire: — I bei teatri sono in Italia, i bei drammi in Francia».