CAPITOLO CLXX.

Venezia.

Colla pace di Passarowitz Venezia era stata spogliata della Morea,

e ridotta qual rimase fino alla sua caduta. Possedeva il dogado,

cioè le isole e i contorni delle lagune; le provincie di terraferma,

cioè Padova, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo, Crema, il Polesine

di Rovigo, e la Marca Trevisana che comprendea Feltre, Belluno, il

Cadore; al nord del suo golfo il Friuli; a levante l’Istria[182] e la

Dalmazia colle isole dipendenti; nell’Albania il territorio di Cattaro,

Butrinto, Parga, Prevesa, Vonizza; nel mare Jonio le isole di Corfù e

Paxo, Santa Maura, Cefalonia, Teak, Zante, Assò, le Strofadi e Cerigo.

Nel 1722 le anagrafi davano allo Stato quattro milioni e mezzo di

anime, la rendita pubblica di sei milioni di ducati[183], e il debito

di ventotto milioni. La sovranità spettava al granconsiglio, che

componendosi di tutti i patrizj maggiori di venticinque anni, talora

salì a mille ducento membri: ducento bastavano per le decisioni

ordinarie, ottocento voleansi per le più rilevanti, onde togliere la

possibilità di concerti e d’ámbito. Del doge sempre più restringeasi

il potere: due pagine erano bastate alla promission ducale di

Enrico Dandolo, alle quali aggiungendosi via via sempre maggiori

restrizioni, fin pel caso che alcun bisogno l’obbligasse a levarsi

dal consiglio[184], ne risultò un grosso volume, com’era quella

proposta all’ultimo doge. Tanti riguardi costringevano il principe

all’isolamento.

Il governare apparteneva al senato, annualmente eletto dal

granconsiglio, e portato a cenventi membri, oltre i magistrati patrizj

finchè duravano in carica; l’esecuzione affidavasi alla Signoria,

collegio formato dal doge, da sei consiglieri, tre capi della

Quarantìa, sedici savj; la giustizia, a quattro tribunali elettivi, tre

dei quali componeano la Quarantìa civile, ed uno la criminale, di cui i

presidenti sedevano nella Signoria e i membri nel senato. Il ministero

pubblico presso queste era sostenuto dagli avogadori. Il consiglio dei

Dieci, annuale, esercitava l’alta polizia, e sceglieva dal proprio

seno due inquisitori neri e dalla Signoria un rosso, che questo per

otto mesi, quelli per un anno, costituivano l’Inquisizione di Stato.

Gli _esecutori contro le bestemmie_ vigilavano sulle superstizioni,

le stregherie, le rappresentazioni sceniche, proibendo quelle di

soggetto sacro. I procuratori di San Marco, prima dignità dopo il doge,

gratuiti, e dispensati da ogni altro uffizio se non fosse d’ambascerie

a teste coronate, tutelavano la basilica, i poveri, i pupilli, le pie

istituzioni e le ultime volontà.

Questi erano a vita come il doge: tutte le altre magistrature erano

a tempo, e tante, che il granconsiglio faceva sin nove elezioni per

settimana, oltre quelle competenti al senato. I podestà di Bergamo,

Brescia, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Belluno, il luogotenente

d’Udine, il provveditor generale di Dalmazia, gli ambasciadori

a Roma, Madrid, Vienna, Parigi, il _nobile_ a Pietroburgo aveano

tenuissime provviste e arbitrarie gratificazioni, ma se ne faceano

scala al baliato di Costantinopoli, che fruttava copiosamente per

ricche eventualità, senz’aggravio della repubblica: anche tutte le

magistrature portavano tenuissimi stipendj, ma i patrizj le sostenevano

senza sparagno per decoro della patria e proprio.

Tra le famiglie nobili veruna distinzione, nè tampoco di primogenitura;

non titoli, non abito diverso: pure alcune si assicurarono i posti

migliori, e una clientela fra’ patrizj poveri, col che diedero scacco

al maggior consiglio deliberante, e trassero al senato la nomina, o

almeno la presentazione alle cariche principali; poi dal senato stesso

revocarono ogni cosa al collegio, e infine agli inquisitori. Di tal

passo un tribunale divenne il governo, mercè di quel suo potere senza

limiti nè appello.

Per conservare l’oligarchia si teneva chiuso il libro d’oro, mentre

nobili nuovi l’avrebbero arricchita d’altre capacità, di giovinezza

operosa e d’idee più franche. Nel 1775 fu riaperto per vent’anni a

famiglie anche di terraferma che godessero un’entrata di diecimila

ducati e nobiltà di quattro generazioni: ma sei sole concorsero, nè

col diploma si dà la tradizione dell’amor patrio e della grandigia.

Gli esclusi della nobiltà costituirono un terzo stato di _cittadini

originarj_: il popolo stesso si divise in cittadini e plebe, alla quale

non erano permesse che certe professioni e il traffico interno. Ogni

sestiere della città avea privilegi e amministrazione propria, e così

ciascun’arte, con capi e con distinte giurisdizioni di maggior o minore

ampiezza; viluppo che inaspa gli occhi al secol nostro, avvezzo come i

pupilli a lasciar far tutto dal babbo.

Come in tutte le oligarchie, frequentavano gli abusi e le malversazioni

sull’esercito e nelle finanze: vivissimo il broglio, dove i nobili

ricchi accarezzavano i nobili poveri per ottenerne i voti, e questi i

ricchi per averne impieghi, protezione, pranzi. Le donne costituivansi

mediatrici di questo traffico de’ voti, degl’impieghi, della giustizia;

nella quale i cancellieri potevano implicar gl’innocenti e dimettere i

rei; che talvolta anche furono sottratti dalle prigioni, come avvenne

a Galeano Lechi, nel 1785 lasciato fuggire dai piombi col pagare

ventimila ducati agl’inquisitori.

Ne’ possessi oltremare peggiore il disordine; gl’impiegati estorcevano

denaro e vendevano la giustizia, intanto che malversavano gli assegni

fatti dalla repubblica per mantenere le fortezze e i porti. Severissima

legge interdiceva ai nobili e ai loro dipendenti ogni relazione coi

residenti di potenze straniere nè colle loro famiglie, talchè se uno

dava una festa donde volesse escludere i non invitati, metteva alla

porta un servo colla livrea d’ambasciadore forestiero. A pochi si

permetteva il viaggiare, onde i costumi serbavano l’originalità.

Adunque concentravasi lo Stato nella città, la città in poche famiglie,

ed unica forza pareva la debolezza degli obbedienti. La politica

esteriore più non badava a Venezia che come a una preda agognata;

il Turco le lasciava pace, salvo a correre qualche volta sopra le

sue navi; i Barbareschi non erano repressi che da un tributo. La

prudenza vantata di que’ senatori si limitava a conservarsi neutri

fra le potenze belligeranti in Italia, in modo di non interrompere il

commercio con esse, di non veder ribellate le serve provincie, di non

aggravare i sudditi, e di non palesare la propria fiacchezza: ma questo

aborrimento dalla guerra facea rassegnati ad ingiustizie, violenze,

soprusi. Avendo l’ambasciador veneto sottoscritto per ignoranza alcune

cambiali false d’un mercante a carico d’un Olandese, ne derivò caloroso

carteggio, poi minaccia di guerra dall’Olanda, che viepiù imbaldanziva

perchè Venezia non poteva armare più di otto vascelli: fortunatamente

si finì con un accordo.

Alla briga della successione spagnuola non prese parte Venezia,

eppure si trovò costretta a mantener in armi ventiquattromila soldati;

grave jattura quando appena usciva dalla guerra turca, e senza di lei

fu sbocconcellata l’Italia. Le potenze violarono il suo territorio

qualvolta ne trovarono il conto: la fiera di Sinigaglia istituita dai

papi e presto divenuta primaria, faceva dannosissima concorrenza alla

veneziana: navi inglesi e austriache baldanzeggiavano nel golfo ch’esso

chiamava suo, e l’imperatore aperse a Trieste un porto franco, con

fortificazioni ed arsenale, in onta dell’antica regina dell’Adriatico.

Logorato il cassone dove riservavasi un fondo pei gravi bisogni,

il debito crebbe fin a ducento milioni, e si dovette ricorrere per

prestiti anche a forestieri, malgrado il divieto della legge.

Il commercio serbava appena ombra dell’antica floridezza[185], ritraeva

anzi una specie d’infamia dall’esser interdetto ai nobili; al che si

volle riparare nel 1784, animando i signori alle speculazioni. Ma il

credito, che n’è anima, deperiva: il bancogiro parve vicino a rompere,

ed emettere cedole invece di contanti: nella guerra per la libertà

d’America, allegando che i Veneziani fossero alleati coll’Inghilterra,

gli Spagnuoli e i Francesi assalivano le navi di San Marco, per modo

che l’assicurazione montò fin al cinquanta per cento, e le botteghe in

città diminuivano.

Cessato di guadagnare, sprecavansi i guadagni fatti, all’amor delle

ricchezze surrogandosi la cupidigia di goderle, all’amor del lavoro

la pretensione d’ozj fastosi, e quel vivere molle e pacato, che parve

l’aspirazione del secolo scorso, onde rimase tradizione proverbiale

della voluttuosa suntuosità de’ patrizj. Da Mestre fin a Treviso la

bella via detta il Terraglio era sparsa di ville signorili; tra una

continuità di queste serpeggiava il Brenta, dove primeggiavano quella

de’ Foscarini alla Malcontenta, architettata da Palladio, dipinta

da Paolo Veronese e dallo Zelotti, quella dei Pesaro alla Mira, ove

il Tiepolo avea storiato il ricevimento ivi fatto a Enrico III di

Francia; e l’altra a Stra, disegnata dal Frigimelica, dipinta da Fabio

Canale, da Jacopo Guarana, dal Tiepolo, con magnifiche balaustrate di

Giuseppe Cesa e Pietro Danieletti padovani, e stanze guarnite di rarità

cinesi, turche, persiane, e quadri e statue, con camere distinte per la

musica, pel giuoco, per lo studio, per la pittura; in quella d’Angelo

Quirini ad Altichiero abbondava ogni sorta d’anticaglie e di preziosità

raccolte ne’ suoi viaggi, illustrate dal Zoega, dal Morelli, dalla

Rosenberg.

E tutti faceano gara nelle fabbriche, ne’ numerosi cavalli, nel lauto

spendio, non limitato qui dalle leggi suntuarie della città; traevansi

dietro una folla di parasiti, che venduta l’anima e lo spirito per

lauti bocconi, ricambiavanli con celie continue e inesauribili

aneddoti, a scapito dell’onestà e della carità. Intanto l’asse

domestico abbandonavasi ad agenti scaltriti, che sapeano deviare

alla borsa propria i denari del padrone; l’educazione dei figli ad

abatuccoli, che gli allevavano a credere l’onnipotenza del denaro e il

delitto della povertà.

Nella dominante la corruttela trovava fomento dalle seduzioni della

gondola e della maschera. La maschera, cioè tabarro o bauta, cappello

a due punte e mezzo viso nero, permetteasi dal 5 ottobre al 16

dicembre, poi da santo Stefano fin a tutto il carnevale, oltre il

giorno di san Marco, la quindena della fiera dell’Ascensione, alla

creazione del doge e ai solenni suoi banchetti, e in altre feste

straordinarie e venute di principi. Allora il patrizio potea deporre

la toga e la parrucca, e colla maschera al viso o nel cappello girare

pertutto, e sin favellare coi ministri esteri in piazza, ne’ casini,

al teatro. I monasteri di donne ricche e nobili erano convegno di

brogli, di spassi, d’amori[186]; ne’ parlatorj atteggiavano pantaloni

e pagliacci, o ballavansi minuetti signorili e popolari furlane; e i

forestieri, compratori del nostro disonore, voleano acuire l’appetito

colla difficoltà, seducendo monache, in cui vece è vero che talora

trovavansi offerte dai mezzani pubbliche baldracche. Dietro le

procuratìe teneansi appartamentini messi con ogni squisito lusso, ove

i patrizj, disertati dalle famiglie, ritiravansi giorni e settimane

come nell’isola d’Armida, fra tutti i solletichi del lusso e i fascini

meretricj: e delle avventure, non che celarle, faceasi pompa, e d’aver

a braccio la mantenuta, e suscitare clamorose gelosie. Ne derivavano

conseguenze funeste, e dal 1782 al 96 si sporsero al consiglio dei

Dieci ducensessantaquattro petizioni per scioglimento di matrimonj, ed

ebbero corso.

Coll’immoralità forse intendeasi sviare le menti dalle cose

pubbliche[187]; proposito ancor più micidiale ove da altri interessi

non sieno elevati gli animi. Il cupo genio di quel tribunale dei Dieci,

che incuteva spavento ai forestieri e che porse tanti foschi colori

ai romanzanti de’ nostri giorni, riducevasi ad un abjetto spionaggio

che impediva lo sviluppo dell’energia morale, a dare qualche specie

di regola al mal costume. Una volta esso sbandì, ma tosto dovette

richiamare le _nostre benemerite meretrici_, perocchè le costoro case

o il parlatorio de’ chiostri erano i soli campi franchi dove non davasi

ombra al Governo, perchè vi manteneva spie.

Palestra d’immoralità era il ridotto, ove a sessanta o settanta

tavolieri il giuoco frenetico spostava le fortune: il presederli era

privilegio de’ nobili, che stipendiati dalle compagnie, stavanvi in

parrucca e toga da magistrato, mentre tutti gli altri portavano la

maschera; e ambasciadori e ministri venivano a cercarvi le alternative

d’opime illusioni e d’angoscie disperanti. Vi accorreano i bari

di tutto il mondo per truffare: molti non viveano che di quella

professione: sbanditi, cambiavano paese e nome, e proseguivano

e tornavano, usufruttando le stolide speranze. Quando nel 1774 i

correttori della promission ducale fecero chiudere il ridotto «come

sorgente perniciosa di mali alla repubblica e allo Stato», i giocatori

sparsero quella contaminazione in centinaja di privati casini, più

rovinosi perchè non più sorvegliati.

Anche Verona ebbe un famoso casino, al quale essendo comparse nel

1773 alcune dame col guardinfante men voluminoso del consueto, se ne

prese scandalo, tutta la città ne andò partita in pro e contro, e gli

spiriti s’infervorarono a tal punto, che per lasciar tempo di calmarli

fu chiuso il casino. Non bastò, l’affare fu portato alla suprema

magistratura della repubblica, e Giuseppe Torelli buon letterato ne

scrisse gravi apologie.

L’eccesso spinse un tratto a provvedimenti eccessivi, si chiusero i

caffè, si moltiplicarono ordini suntuarj, s’interdissero i libri empj:

ma la moda ruppe quegli argini; riaprironsi le botteghe, alle feste si

sfoggiò un lusso mai più veduto, i teatri superarono in magnificenza

quelli di tutto il mondo.

Continuavano le solite feste e per le commemorazioni nazionali, e per

le frequenti nomine di magistrati[188], e per venute di principi. E

poichè si suole far segnalatissime feste agli idoli che stanno per

andar a pezzi, memorerò le splendide accoglienze fatte in tutto lo

Stato a Pio VI nel suo pellegrinaggio a Vienna; e molte iscrizioni

ricordano anc’oggi i luoghi dove stette o celebrò e la benedizione

che diede sull’allora ampliata piazza di San Giovanni e Paolo[189].

Vero è che il papa stesso ebbe a dire di scorgervi più curiosità che

devozione; e gl’inquisitori di Stato disapprovarono le prostrazioni del

doge Renier, e l’ammonirono che in altra simil evenienza tenesse modi

convenienti alla dignità conferitagli dal granconsiglio. Quelle gelosie

non saranno occorse nelle altre feste di cui furono onorati Federico IV

di Danimarca, Gustavo di Svezia, Pietro czar, Giuseppe II.

Gran segno di depravato costume è l’esser potuto vivere a Venezia

quel Casanova, che poi di sue avventure contaminò il resto d’Europa, e

continua a farlo nelle impudenti sue _Memorie_; e l’avervi trionfato

il Baffo, che, nel patrio dialetto affrontando le frasi tecniche del

bordello, col brago della lascivia deturpò la devozione, l’onore,

la virtù, piantando i simboli osceni nel parlatorio e sugli altari,

incoraggiando gl’intrighi amorosi e il giuoco, gridando _viva il

vizio_, negando Dio per surrogare al culto suo «la santa semplicità

dell’oro». Eppur visse fra la gente d’onore, ottenendo quel rispetto

che sovente è ispirato dalla paura.

Il popolo restava abbandonato all’ignoranza, alla depravazione de’

forestieri, all’esempio de’ signori. Lettura consueta de’ buoni era

il _Perfetto leggendario_, zuppo di baje: certe cartine portanti una

preghiera all’Immacolata Concetta davansi da inghiottire a malati

e perfino a bestie, e ne conseguivano guarigioni[190]: la religione

faceasi consistere nelle grandi feste, nelle processioni sfarzose con

lanternoni e baldacchini d’oro e mascherate d’angeli e santi. Sulla

terraferma un umore bravo e manesco faceva frequenti le risse e gli

omicidj; e gl’illustrissimi si vendicavano dell’inferiorità loro

coll’esercitarvi una prepotenza di cui i plebei si rifaceano nella

ristretta loro cerchia.

Vedemmo (Cap. CLXVII) come la Signoria secondasse l’andazzo col

mozzare l’autorità ecclesiastica: allora parve non bastasse per la

revisione dei libri il solo inquisitore, e gli fu accompagnato, per

conto della Signoria, don Natale delle Laste, lodato erudito e censore

condiscendente, al quale rifuggiva chiunque incontrasse altrove

difficoltà. Poi fu vietato nel 1767 di vestire alcun nuovo frate o

di tramutarlo da un convento all’altro senza assenso del magistrato;

obbligo alle religiose comunità di denunziare con giuramento i beni, le

rendite, fin le limosine che riceveano; dipendessero dal vescovo per lo

spirituale, dal Governo pel temporale, non più da Roma: soppressi molti

conventi[191]; vietato ai secolari di disporre de’ beni a vantaggio di

comunità religiose. La beneficenza prese dunque altre vie, e la sola

confraternita dei poveri vergognosi di Sant’Antonino somministrava

medicinali a tutti i bisognosi della città.

Chiudere i monasteri e riaprir le bische e i lupanari non parve la

più liberale procedura ad alcuni[192], e il Labia torse la poesia

vernacola dal fomentare, com’è consueta, le vulgari passioni e i

malevoli istinti, e — Se un poeta che cantò solo per iscandolezzare

coll’oscenità e l’irreligione, era lodato da tutti, e nessuno zittì

contro di lui, perchè tutti gridano contro di me, mosso da patria,

religione e Dio?» Poi quando vedeva i padri della patria gravemente

occuparsi, come i re, di vessare monaci o emanar regolamenti sulle

messe e sulle fraterie, — Eh via (diceva), prendete piuttosto cura di

questa libertà, di questo lusso, delle truppe, dell’arsenale, della

mercanzia, così abbandonate. Una volta si era ricchi, con palazzi e

botteghe piene; ora ciò sparve, ma ci vantiamo d’essere guariti dai

pregiudizj. Questi spiriti forti dichiarano corbellerie i miracoli

e birberie di frati; e che basta creder in Dio, se pure, giacchè

neppur lui abbiam visto: così la pensano, e poi vogliono sostener

l’onore della moglie e della madre, incerti dei figli e del padre.

Vero cittadino repubblicano son io, che solo la mia patria ho in

vista; e come tale vi provo che in politica non si dà di peggio che

scemar la fede nel popolo. Provvedere alle pompe, chiudere i caffè,

altre correzioni particolari sono follie, mentre si vorrebbe eleggere

buoni magistrati che non dirazzassero dai primieri: impedire questa

depravazione delle donne, impedire l’infezione dei libri». E compose

un’arringa in versi al senato per mostrare che coteste abolizioni di

frati repugnavano alla ragion di Stato, alle leggi costituzionali, alle

arti e al commercio.

Pensate se le procuratìe e il ridotto fecero scene contro il retrivo,

il bigotto![193]

Che se in lui, nel Goldoni, nel Gozzi, nei gustosi dipinti del Longhi,

nel Pino, nel Bona, ci sembrano mascherate e sogni quel lusso mal

temperato da leggi suntuarie, que’ mucchi d’oro messi al repentaglio

d’una carta, se in costoro e in simili studiassimo i costumi d’allora,

troppo facile ci riuscirebbe metter in beffa que’ popolani, che si

divideano in fazioni non solo per Nicolotti e Castellani, ma pei varj

candidati a beccamorto; che dovendo partire anche per un solo giorno,

faceano addio di qua, addio di là; che all’udir una fucilata scappavano

come i colombi. Chi vede anch’oggi esprimersi le stesse meschinità

degl’istinti in iscene che non palesano tampoco bontà di cuore, sentesi

inclinato a compatire, e a piuttosto rimpiangere quelle giornate di

Venezia, ove il popolo intero e moltissimi forestieri in begli abiti e

in bauta passeggiavano sotto le procuratìe o scivolavano in gondola,

chiacchierando, celiando, pizzicando ciliegie, uva, fichi, gustando

un’infinita varietà di zuccherini e canditi, e di sorbetti e gelati, o

l’indispensabile vin di Cipro e il prelibato caffè di levante; mentre

la poveraglia dilettavasi ai poponi, ai cocomeri, alle zucche barucche,

ai frutti di mare; e i giovani _solazieri_ cercavano rinomanza di

eccellenti al vogare, al lanciar il pallone, ad abbattere tori; e i

_cortesan_ pompeggiavano[194]; e tutto ciò fra un’incessante armonia

di violini e ghitarre, e i lazzi d’un pantalone e d’un arlecchino, o

l’improvvisare d’un poeta, o il cantare Rinaldo ed Erminia; spensierati

sul domani, che sarebbe lieto non meno dell’oggi. E grandemente amavasi

il cantare; «cantano i mercanti spacciando le loro mercatanzie; cantano

gli operaj abbandonando il lavoro; cantano i barcajuoli aspettando i

loro padroni: il fondo del carattere nella nazione è l’allegria; il

fondo del linguaggio veneto è la lepidezza»[195].

Non v’era quel progresso ch’è laboriosa missione dell’uomo quaggiù:

pure quasi sono fiori sbocciati fra i bronchi della vita; e non

ci basta il cuore d’aborrirli quando li troviamo surrogati da un

sistematico fremere, e indignarsi e deplorare i tempi, e riprovare il

Governo qualunque sia, e piangere i figli rapiti dalla coscrizione, le

sostanze decimate dalle imposte, la gioja compressa dalla Polizia.

Quello sfarzo de’ patrizj, circondati da stuoli di servi e cameriere,

con ville pompose come reggie, gavazzanti di compagnia e di banchetti;

e i teatri divenuti materia di diplomazia, e il frenetico giuoco, e

il lusso de’ cavalli e de’ vestiti, e le donne sfavillanti di gemme

e di spirito quanto scarse d’educazione e di condotta; e le caccie

fragorose, e il ligio abate e le cameriere civette, e i gondolieri

mezzani, e i cortigiani bravacci, e i servigevoli parrucchieri,

disdicono a un gran popolo, ma non bastano a farlo perire. Perì

forse l’Inghilterra, che pur era la maestra di quelle e peggiori

depravazioni? Nè gli altri paesi d’Italia valeano nulla di meglio; se

non che Venezia spiccava di più per le gloriose tradizioni, ed ebbe

scrittori che ne tramandarono ai posteri, come le glorie, così lo

scadimento.

La nobiltà provinciale, improvvidamente esclusa da ogni partecipazione

alla sovranità della dominante, aborriva quel Governo perchè

l’invidiava; ma la plebe, in nullità così spregiata da soffrire

che i nobili sputassero sulla platea dai privilegiati palchetti,

mostrava sempre e riverenza e affetto ai patrizj, cui il costume

cercava avvicinarli con varie gradazioni di patronato. Talvolta

fin cencinquanta compari assisteano al battesimo de’ patrizj, e

sempre doveano essere plebei; pena l’esiglio al sacerdote che ne

tollerasse uno patrizio: fin coloro che portassero lo stesso nome

(_senso_) riguardavansi in qualche modo imparentati. Rispettosa fin

alla bassezza, la plebe sfuggiva d’urtare in questi, più fastosi che

soperchiatori, alle cui spalle viveva allegra, senza gloria ma senza

bisogni, piuttosto spensante che rassegnata. Quando Paolo di Russia e

sua moglie godettero lo spettacolo della caccia del toro in piazza San

Marco, stupirono al vedere tra gente affollatissima bastare a tener

l’ordine quattro fanti degl’Inquisitori colla loro bacchetta nera.

Nel 1783 s’una popolazione di tre milioni e mezzo le entrate non

eccedevano sei milioni e settecentomila ducati, e le spese sei milioni

e seicentoventicinque mila, con un debito di quarantaquattro milioni.

Questa tenuità dell’imposta obbligava nei bisogni a far prestiti o

aggiungerne di straordinarie, le quali mal ideate o mal percette,

rendeano scarsamente, e così esponeano la Repubblica a soccombere a

paesi, dove nell’esigere non s’avea rispetto a necessità de’ sudditi

e in tempi in cui non si trattava di far felici i paesi ma di farli

forti.

Noi veneriamo la libertà dovunque un lampo ce n’appaja, e comprendiamo

donde traggano gli astj coloro che, talvolta in senso opposto,

piaccionsi a calunniare Venezia o insultarla; ma inverte l’ordine della

libertà chi la fa protettrice del monopolio, de’ privilegj di pochi

sovra la moltitudine. È obbligo d’un Governo sviluppare gli elementi

vivificanti della società, e reprimere i deleterici. Or Venezia aveva

per assioma, — Di Dio si parli poco, della serenissima nè ben nè male».

Intelligenza unita al cuore forma l’eroismo, e per questo Venezia

era ingrandita, della cui storia il tratto più caratteristico può

dirsi l’amor di patria, che splende in ogni colpo di pennello e di

scalpello, in ogni libro, in ogni festa, ne’ grandiosi sagrifizj per lo

Stato, nel gratuito servirla. Or esso soccombeva al morbo del secolo,

il razionalismo, che spegneva tutti gli entusiasmi, e sostituiva

idee e costumanze forestiere col titolo di filantropia, d’universale

cittadinanza. Ed ecco agli abiti caratteristici sottentrare quelli

alla Montgolfier, alla Figaro, al globo di Roberto, e cappellini

alla Basilio, alla vedova di Malabar, e i Caracos; gli uomini vestir

all’inglese; leggersi gli Enciclopedisti, più pericolosi ove non

porgeasi educazione bastante per confutarne il dubbio epigrammatico o

la miscredenza; gli stessi preti talvolta dal pulpito o li lodavano o

gl’imitavano.

Poi si vollero aver qui pure, altra imitazione forestiera, le loggie

massoniche. Pare ve le impiantasse un Sessa napoletano; e v’erano

affigliati conti, abati, negozianti, massime gioventù, che da quella

consorteria trovavasi giovata nel viaggiare in paesi forestieri, e

dalla conoscenza delle straniere attingeva lo sprezzo delle patrie

istituzioni. Quegli oculatissimi Inquisitori non ne vennero a

conoscenza che pel caso, dicesi, d’un Girolamo Zulian che dimenticò

in gondola un rotolo di carte massoniche, il quale fu portato

all’Inquisitore di Stato. Subito invasa la loggia presso San Simon

Grande, se ne asporta quel mistico e burlesco corredo di teschi, di

pentagoni, di seste, di tamburi, di cazzuole, di grembiuli, e son

bruciati al cospetto del popolo, che li crede stregherie: vengono

proibite anche le loggie aperte a Vicenza e Padova, cui erano aggregati

il Carburi, il Festari ed altri professori; ma non s’inflisse castigo

agli aggregati, potenti troppo e numerosi; e ben presto nuove congreghe

furono surrogate.

Le idee dell’universale egualità ivi professate doveano rendere esoso

un Governo fondato sul privilegio d’una classe; e principalmente

arridevano ai nobili poveri, classe pericolosissima in libero

Stato, e che dalla chiesa di San Barnaba intorno a cui abitavano,

erano intitolati Barnaboti, discendenti dai cadetti delle famiglie

principali e da quelle aggregate in occasione della guerra di Chioggia.

Brogliar voti per le magistrature, sollecitare ne’ processi, scroccare

strisciando avanti ai ricchi, sbraveggiare sopra i poveri, biscazzare,

erano le occupazioni di costoro, le cui donne fra’ loro privilegi

contavano quello di poter mendicare in zendado. Carichi di debiti e di

superbia, insultavano ai creditori come a villani, e li costringevano a

lunghi processi, donde sguizzavano all’appoggio d’altri nobili.

Chi dicesse a cotesti che era un’ingiustizia il non equipararli agli

altri nobili, che aveano diritto naturale a tutti gl’impieghi e gli

onori, trovava facile ascolto e pronto fermento, siccome chi oggi vanta

al povero il diritto di aver lavoro o di dividere le ricchezze col

capitalista. Pertanto costoro ordirono di sovvertire la Repubblica,

uccidere il doge Paolo Renier, la Signoria e gli affezionati al

Governo, per surrogarvi Barnaboti. Si disse quel che si dice sempre,

cioè che avessero intesa coll’imperatore, ch’egli darebbe diecimila

soldati, ed essi gli cederebbero la Dalmazia. Gl’Inquisitori di Stato

scopersero dove Giorgio Pisani teneva il piano della congiura, e un

pitocco potè carpirglielo senza ch’egli se ne avvedesse. Il Pisani si

presenta candidato alla dignità di procuratore di San Marco; e riuscito

per appoggio dei Barnaboti, fa la solenne entrata, ma al domani è

arrestato e chiuso in fortezza, e così Carlo Contarini, Pier Alvise

Diedo, Matteo Dandolo; e la plebe si rallegra di non essere caduta

in man de’ nobili poveri, che ai vizj degli altri avrebbero unito

l’avidità stimolata dal lungo digiuno.

Primeggiava tra’ Franchimuratori Angelo Quirini, che ne’ viaggi

avea conosciuto i filosofisti svizzeri e francesi, riverito a Ferney

Voltaire, a Colmar Corrado Pfeffel, loro patriarchi. Molto egli aveva

studiato i libri del granconsiglio e la legislazione arcana, e divenuto

avogador del Comune[196] (1761) a concorrenza con Giovanni Donà, usò

ogni prova per mozzare la potenza dei Dieci. Ma gl’Inquisitori lo

fanno arrestare e tradurre in terraferma. Si esclamò alla minacciata

libertà, e siccome soleasi alla morte del doge e ne’ casi più urgenti,

si adunarono cinque correttori delle leggi, magistrato temporario che

proponeva riforme al maggior consiglio, il quale ne risolveva prima di

nominare il principe.

Quello spaventoso tribunale dei Dieci poteva essere distrutto da un

momento all’altro, bastando non dar a nessuno voti sufficienti per

entrarvi; e così avvenne allora in ben quattro votazioni, sicchè pareva

cassato. Alcuni però de’ correttori dissentivano; e Marco Foscarini,

insigne per letteratura e ambascerie, e per la franchezza d’un discorso

dove avea patrocinato la Dalmazia contro lo sciagurato governo che se

ne faceva, disse davanti al maggior consiglio un’arringa, ch’è delle

più eloquenti fra le politiche, mostrando esagerato il concetto della

fierezza di quel tribunale; giovar le denunzie secrete, altrimenti

per paura non si farebbero; mentre l’oscurità de’ giudizj pareggia

ogni esterna accidentale differenza della nobiltà veneta, e anche

i patrizj più altamente locati sottopone all’egual giustizia. Ogni

cambiamento nel governo tendere alla distruzione di questo; le

soddisfazioni concesse all’imperita moltitudine aprir la via a nuove

pretensioni; e ne sarebbe avvilita in faccia ai principi l’opinione del

governo, e minacciata la città di corruttele, ch’erano sconosciute ai

maggiori[197].

La proposizione per allora venne messa da banda, fra immensi applausi

del maggior consiglio e della popolaglia che volea bruciar le case

dello Zeno e del Malipiero oppositori, mentre faceva falò a quella del

Foscarini: ma nel 1779 fu riprodotta ad istanza di Domenico Contarini,

barnaboto che coll’avvocheria s’era acquistato denaro e nome. Egli

tratteggiò al vivo la corruzione de’ costumi, il caro de’ viveri, gli

abusi degli uffiziali, che carchi di miseria e di fame, non servono e

mangiano; e scarsamente provvisti, pure vivono da gran signori.

Molti anni si protrasse il dibattimento, e ne provennero

scissure. Paolo Renier, essendo bailo a Costantinopoli, speculò sì

opportunamente, da guadagnare novantamila zecchini, coi quali comprò

i voti degli elettori e gli applausi del vulgo per ottenere il corno

ducale. Forse le sono dicerie di partito; il fatto sta che, salito

doge, si oppose di tutta forza ai novatori coi quali avea intrigato

nel 1762, e diceva: — Le eccellenze vostre vogliono il ben apparente

o il ben reale? Se il reale, non v’è bisogno di correzione: basta che

lo vogliano e l’hanno. Il loro ben reale è di curar la Repubblica, è

la concordia degli animi, è il sospirar tutti d’accordo al decoro,

alla grandezza, alla gloria della nostra patria... Noi che abbiamo

servito e dentro e fuori, sappiamo come pensano i monarchi, e

avvertiamo le vostre eccellenze a pensare seriamente. I monarchi,

per la loro organizzazione, per la differenza del lor governo, per la

grandezza loro, per le speranze, per la soggezione dei loro sudditi,

odiano mortalmente tutte le repubbliche, e quest’odio è radicato fin

dai secoli più lontani in tutta l’Europa, e lo dice perfin Cicerone

parlando del popolo romano; oggi poi tutti i monarchi, muniti di

somme forze, hanno coperto di vilipendio le repubbliche, ormai ridotte

pochissime in Europa. Le eccellenze vostre fortunatamente per la felice

situazione del loro Stato sono sicure pel sito, ma non lo sono già

pel dominio. Oggidì tutti i monarchi stanno oculati sulla Repubblica;

tutta l’Europa aspetta di vedere lo sviluppo di nuove cose, per cui

sono sempre pronti: poichè se l’ambizione e l’interesse sono passioni

potenti in noi, sono potentissime ne’ monarchi, attenti sempre a

dilatarle, e a non perder occasione di dar loro nuova esca. Da queste

nostre presenti combustioni, i sovrani stanno per formare il loro

giudizio. Chiamo Dio Signore in testimonio; io mi trovai a Vienna nei

tempi torbidi della Polonia, e là ho sentito più volte a ripetere: _I

signori Polacchi non vogliono aver giudizio, vogliono contender fra

loro; l’aggiusteremo noi, ci divideremo la preda, perchè uno Stato

che si governa male da sè, chiama gli stranieri a governarlo_. Se c’è

Stato che abbia bisogno di concordia siamo noi, che non abbiam forze

terrestri nè marittime, non alleanze, viviamo a sorte, colla sola idea

della prudenza del Governo della Repubblica veneziana. Questa è la

nostra forza».

È lode l’aver preveduto i pericoli: ma è troppo vulgare il distoglier

dalle riforme col mostrarne le eccedenze; l’impedire che si correggano

istituti, colla speranza che si migliorino gli uomini. La proposizione

del Contarini, sulle prime sostenuta a gran voci, fu poi abbandonata

dai più; si continuò nel letargo vizioso, e la plebe applaudì agli

oppositori della riforma, insultò ai promotori, il Contarini fu

relegato a Cataro, altri altrove; e i conservatori applaudendo a se

stessi, aspettavano dal turbine quelle mutazioni che fatte a tempo lo

avrebbero prevenuto.

Pure questo poco che dicemmo basterebbe già a mostrare che Venezia non

rimase stazionaria allorchè il progresso avventavasi ad una rapidità

disordinata. Nel 1735 fu dichiarata portofranco la città, per imitare

ciò che l’Austria avea fatto con Trieste, e il papa con Ancona. Il

Goldoni, tornando da’ suoi viaggi, rallegravasi nel veder illuminata

Venezia, mentre buje rimanevano le vie delle metropoli da lui visitate.

Nel 76 l’architetto Macaruzzi inventò l’edifizio per la fiera, di

legno sì ben congegnato che in cinque giorni si piantava, in tre si

riponeva. Nel 70 il senato fece raccogliere tutte le leggi di _massime

di governo_, cioè di materia feudale dal 1328 innanzi: vera legge

nuova fu il codice per la marina mercantile, che si pubblicò nell’86:

il magistrato delle acque radunava pure tutte le ordinanze relative

ai porti e alle lagune: le prime leggi organiche sullo scavo delle

miniere sono dovute a Venezia (6 marzo 1679 e 18 settembre 1784), e

prepararonsi gli statuti civili e criminali, che furono presentati al

senato nell’89.

Venezia non era dunque così decrepita, e basti citare la gigantesca

opera de’ Murazzi, diga marmorea opposta al mare, _ausu romano, ære

veneto_, dal 1744 all’82[198]. Non che difettasse di lettere, pochi

altri paesi la poteano pareggiare. Oltre quelli di fama europea, quali

Marco Foscarini, Apostolo Zeno, i due Gozzi, il Goldoni, Benedetto

Marcello, Angelo Maria Quirini, vi fiorivano i poeti Ermolao Barbaro,

Daniele e Tommaso Farsetti, i Valaresso, la Cornelia Barbaro Gritti,

amica di Metastasio, di Goldoni, di Frugoni; suo figlio Francesco

che tradusse il _Tempio di Gnido_ e la _Pulcella_, e fece apologhi in

veneziano; il Vitturi e il Chiribiri, che fecero versi troppo lepidi

per prete[199]. Angelo Dalmistro, ammiratore del Gozzi, parve emularne

il brio e la correzione: Giuseppe Manzoni fu autor di favole che ancora

si ristampano: Leonarducci dettò la cantica della Provvidenza in modi

danteschi: l’abate Antonio Conti, buon matematico, fece anche tragedie

discrete: Zaccaria Valaresso nel _Rutzwandscand_ parodiò l’_Ulisse_ del

Lazzarini. Tre fratelli Barbarigo furono tutti frati e buoni letterati.

Zaccaria Sceriman fece il _Viaggio di Enrico Wanton ai regni delle

scimie_, e Francesco Gritti _La mia storia, opera narcotica del dottore

Pifpuf_ (1767), romanzi ben superiori a quelli del Chiari, come delle

migliori memorie del secolo erano quelle di Carlo Gozzi, del Gratarol,

e pur troppo del Casanova, che abbandonandosi agl’istinti d’una natura

frivola e sensuale, scrisse poi come operava, cioè senza pensarvi,

e fortunatamente non può prendersi per tipo nè del veneziano nè

dell’uomo.

Girolamo Giustiniani, lodato in magistrature, teneva in casa

un’accademia di eloquenza estemporanea. Una per le scienze

ecclesiastiche s’aprì in San Francesco delle Vigne, segretario Giacomo

Agostino Gradenigo, poi vescovo di Chioggia e di Ceneda, e scrittore.

Quasi un’accademia erano le case di Giustina Michiel e d’Isabella

Albrizzi, alle quali i forestieri sollecitavano l’onore d’essere

presentati. Flaminio Corner, illustratore delle chiese venete, una

raccolta di lettere e documenti regalava a San Michele di Murano:

Teodoro Correr con mediocri mezzi procacciò un tesoro d’arti e

letteratura patria, che poi lasciò al Comune: Filippo Farsetti, oltre

spendere un milione di ducati nella villa di Sala, fece modellare in

gesso i capi della scultura antica e moderna, in sovero e pomice i

ruderi di Roma, copiar le pitture di Rafaello nelle loggie Vaticane e

del Caracci nella galleria Farnese, e con bronzi, modelli, schizzi gli

espose nel suo palazzo a chiunque volesse profittarne, incoraggiandovi

anche con annui premj: suo cugino Giuseppe Tommaso, cavaliere di Malta,

invitò i poeti a illustrar ciascuno qualche capo di essa galleria:

Natale delle Laste ne fece la descrizione latina, sicchè la fama se

ne diffuse a tutta Italia. Il qual Tommaso scrisse versi in italiano e

meglio in latino, e raccolse una biblioteca che emulava la raccolta del

cugino, e che con pari liberalità apriva agli studiosi.

Il senatore Zulian incoraggiava il Canova e Pierantonio Serassi;

dal Volpato faceva incidere la pianta di Padova di Giovanni Valle;

e com’era consueto ai nobilomini, menò seco a Costantinopoli il

naturalista Fortis, il botanico Cirillo, lo Chevalier che illustrò

la pianura di Troja, e raccolse insigni anticaglie, fra cui il Giove

Egioco, uno de’ più vantati cammei antichi, che lasciò alla Marciana

con altre preziosità. Antonio Cappello, procuratore di San Marco, di

cui son famosi i dispacci che di Francia scrisse alla Serenissima,

procurò molte belle edizioni, fece eseguire a bassorilievo i fatti

della guerra di Troja dal Canova, al quale innalzò poi una statua nel

prato della Valle, come il senatore Falier aveagli ottenute le prime

assistenze e commissioni. Francesco Pesaro procurò l’edizione genuina

della storia del Bembo e delle opere del Gozzi.

Francesco Foscari senatore attese alla pubblicazione di grandiose

opere, quali il _Tesoro delle antichità sacre_ in trentasei volumi,

e la _Biblioteca de’ padri antichi greco-latini_. Sebastiano Crotta

lasciò _Memorie storico-civili sul governo della repubblica_; la cui

storia uffiziale, dopo l’aspro e incolto Garzoni fu scritta da Marco

Foscarini, poi da suo figlio Francesco nel 1774, e la illustrarono

pure Giannandrea e Gian Benedetto Giovanelli, e più rinomato Vittor

Sandi, che dettò la _Storia civile dalla fondazione di Venezia sino

al_ 1767, con goffo stile ma cognizioni estesissime, profittevoli ai

posteriori. Gian Domenico Tiepolo scrisse sugli uffizj municipali di

Chioggia, poi confutò il Daru. Giambattista Galliciolli, raccoglitore

instancabile e coscienzioso di profane e sacre memorie intorno agli

usi di Venezia, che le lingue orientali parlava come la natìa, fece

la _Fraseologia biblica_, un _Trattato dell’antica legislazione degli

Ebrei_, l’_Origine dei punti, Pensieri sopra le settanta settimane

di Daniele_[200]. Orientalista valentissimo era Carlo Visconti

prete di San Trovaso; e il Lalande dà per uno de’ maggiori ellenisti

Giambattista Schioppalba.

Illustri medici vi fiorivano, il Lotti, il Paitoni, il Pellegrini,

il Pezzi, il Cullodrovitz, ii Gallino, l’Aglietti: Gian Girolamo

Zannichelli di Spilimberto avea inventate le pillole di Santa Fosca,

mentre continuava in credito la misteriosa teriaca. Nel fôro, carriera

che tanti allettava per la pubblicità e per guadagni, ebbero fama

il Gallino, l’Alcaini, lo Stefani, lo Svario, il Santonini, Carlo

Cordellina, che per la reputazione di probo, pratico eloquente,

acquistò ingenti ricchezze, e ben ne usava, accogliendo il fiore

de’ grandi, de’ dotti, de’ forestieri; superbi palazzi alzò, uno

a Montecchio Maggiore, ove per cinquant’anni continuò splendida

villeggiatura, l’altro a Vicenza architettato dal famoso Calderari,

dove si ritirò a vivere gli ultimi anni, e di cui fece poi dono a

quella città.

Gianmaria Ortes abbiamo già mentovato fra gli economisti. Matteo

Dandolo alla traduzione dei _Saggi_ di Hume sul commercio prepose una

lettera sui modi di rifiorire quello di Venezia. Francesco Zanetti

per la dissertazione sull’Egitto avanti i Tolomei ebbe un premio

dall’Istituto di Francia, uno per l’altra sugli attributi di Saturno

e di Rea; suo fratello Anton Maria, custode della Marciana, pubblicò

il catalogo de’ manoscritti di questa e della pittura veneziana[201].

Mentre Zaccaria infervoravasi in polemiche letterarie e teologiche di

senso papale, il teatino Contini sosteneva le opinioni giansenistiche

e leopoldine. Giacomo Coleti gesuita continuò l’_Illyricum sacrum_

del Farlati e dissertò sugli antichi pedagoghi; Demetrio Coleti

proseguì l’opera dell’Ughelli, e fece un dizionario storico-statistico

dell’America meridionale(1772), dove a lungo dimorò; Nicolò Coleti

assistette alla ristampa del Labbe arricchendola, e in loro famiglia

si accolse la più ampia raccolta di storie generali e particolari

d’Italia. Il librajo Modesto Fenzo diè fuori la lodata _Biblia sacra

cum selectissimis literalibus commentariis_; il padre Giacomo Maria

Paitoni una _Biblioteca de’ volgarizzatori di greci e latini_, ben più

ricco dell’Argelati; il Canciani raccolse le _Leggi de’ Barbari_; altre

cose il padre Angelo Calogerà; il Rubbi un _Parnaso italiano_ e uno de’

traduttori, un epistolario, ed altre compilazioni non prive di gusto.

Il Mittarelli, oltre far il catalogo della libreria di San Michele

a Murano, ajutò il Costadoni nell’illustrare le cose ecclesiastiche

e principalmente l’Ordine de’ Camaldolesi, nel quale allora viveva a

Murano Mauro Capellari, divenuto poi Gregorio XVI.

Nelle scienze positive il padre Giovanni Crivelli diede elementi di

geometria, fisica, aritmetica, e prese parte alla quistione di Leibniz

sulle forze vive, come pure il Polleni. Giambattista Nicola trattò

della soluzione analitica del caso irreducibile. Lo Zendrini primeggiò

fra gl’idraulici. Ignazio Vio fu lodato naturalista. La musica vi

gareggiava colla napoletana.

Andrea Tirali ben architettava secondo il gusto d’allora; Pierantonio

Zaguri, discreto poeta, fu non felice artista; ben migliore il

Temanza. Pietro Longhi ritrasse i costumi con comica verità, ingegno,

allegria, e talvolta sconcezza. Era recente la memoria del Tiepolo,

del Canaletto, del Piazzetta. Lo scultore Ferrari Torretti sentiva il

bello, pur dolendosi di non saperlo raggiungere; ma quanto procedesse

al meglio appare dalla differenza che corre fra le statue della

facciata de’ Gesuiti e quella dell’Emo all’Arsenale, e fu maestro al

Canova, veneto anch’esso. Antonio Diedo architetto, poi segretario

dell’accademia delle belle arti, lasciò fabbriche e libri. Silvestro

Dandolo nella spedizione contro i Barbareschi acquistò l’esperienza di

mare, che il fece segnalato fin al 1847.

L’Università di Padova conservava l’antica reputazione, e oltre i

nostri, venivano a educarvisi i Greci, e ne uscirono Ugo Foscolo,

Delviniotti, Coletti, famoso nelle successive vicende: e là nel 1765

s’istituiva la prima cattedra in Italia d’economia rurale, coperta

dall’Arduino, che tanto favorì le società agrarie, formatesi in tutto

il dominio.

Ricche biblioteche possedettero il Giovanelli, che la sua lasciò alla

chiesa di San Marco; Giovan Giustiniani, che l’univa alla Marciana;

Pietro Grimani, d’eloquenza impareggiabile, membro della regia Società

di Londra, poi doge nel 1741. Quella di Matteo Pinelli, descritta in

sei volumi dal Morelli, fu poi venduta a Londra come quella del medico

Paitoni. Il quale Jacopo Morelli fece pure il catalogo de’ manoscritti

posseduti dai Nani, e delle storie d’Italia dei Farsetti; un trattato

_Della letteratura veneziana nel secolo XVIII_[202]; un _Saggio sulle

pompe nuziali de’ Veneziani_(1793); e fu un Varrone per dottrina,

giovandone chiunque il richiedeva; e introdusse di stampare qualche

antica scrittura inedita, invece delle scipite raccolte per nozze e

monacazioni.

Il gesuita Luigi Canonici adunava un medagliere prezioso, una raccolta

singolare di crocifissi e moltissimi libri, fra cui quattrocento

edizioni della Bibbia in cinquantadue lingue. Anche il poeta Girolamo

Ascanio Molin lasciò alla Marciana molti libri e numismi; e ricca

collezione di dipinti e incisioni all’accademia di belle arti.

Si hanno a stampa i cataloghi delle biblioteche Pinelli, Pisani,

Svajer, e di molte corporazioni religiose; e così della biblioteca

e del gabinetto del cavaliere Giacomo Nani, le cui monete cufiche

vennero alla Marciana. Il senatore Andrea Memmo, mecenate del

Lodoli, governando Padova vi fece il prato della Valle e l’ospedale.

Lorenzo Memmo stampò il _Codice feudale_ della repubblica. Nicolò

Antonio Giustiniani, vescovo di Verona e Padova, pubblicò molte opere

ecclesiastiche, e a Padova alzò un ospedale, e lasciò la sua biblioteca

all’Università. E ospedale e biblioteca pose a Udine ov’era vescovo

Gian Girolamo Gradenigo, autore delle _Cure pastorali_, della _Brixia

Christiana_, e della _Letteratura greca in Italia_. Pierantonio

Zorzi, vescovo di Ceneda, poi di Udine e cardinale, fu studioso della

poesia e dell’eloquenza. Gian Andrea Avogadro, vescovo di Verona,

era stato predicatore lodatissimo. Lodovico Flangini, traduttore

dell’_Argonautica_ poi cardinale, succedette nel patriarcato di Venezia

al pio quanto dotto Giovanelli. Pietro Zaguri vescovo di Vicenza a quei

poveri lasciò il poco che vivo non avea distribuito dell’aver suo,

e confutava Rousseau nel _Piano per dare regolato sistema al moderno

spirito filosofico_. Il seminario di Padova fu rifabbricato dal vescovo

Carlo Rezzonico, che poi fu papa Clemente XIII. Crema si ricorda

del vescovo Gandini, che combatteva i filosofanti, come il conte De

Cattaneo e Troilo Malipiero, e il Zorzi che divisò un’_Enciclopedia

italiana_.

A Venezia si stampavano i migliori giornali, siccome la raccolta

d’opuscoli del Calogerà e del Mittarelli; il _Giornale letterario_

di Apostolo e Caterino Zeno, proseguito poi dal Lami; la _Frusta

letteraria_ del Baretti; l’_Osservatore_ del Gozzi; la _Minerva_, il

_Corriere letterario_, la _Biblioteca moderna_, che dava estratti de’

libri nuovi; l’_Europa letteraria_ della Caminer Turra; il _Giornale

de’ confini d’Italia_; oltre i giornali medici dell’Aglietti e

dell’Orteschi, e quel di scienze naturali e commercio del dottore

Griselini.

Senza recitare tutti i nomi onde Venezia allora si abbelliva, tanto

basti a provare che non era nè più pervertita nè più ignorante d’altri

paesi, come si piacquero dipingerla quelli che vollero scolparne

l’assassinio. Bensì le mancavano le qualità che in altri popoli poteano

elidere i difetti, e tra esse il valor militare, in un tempo in cui

acquistava predominio la forza armata. Lusinga del secolo erano la pace

e i progressi pacifici, e nessuno in Italia pensava a sciupare in armi

i tesori ch’erano reclamati dai miglioramenti civili. Neppure Venezia

lo fece, laonde si trovò incapace di resistere alla nuova arbitra del

mondo.

La marina mercantile non contava meglio di quattro o cinquecento navi,

e la militare una dozzina in acqua, e venti interminabili sui cantieri.

Per aborrimento alle innovazioni, si conservò ai vascelli la foggia

antica; segrete le pratiche di costruzione, come i processi della

chimica.

Le galeazze erano state riformate nel secolo XVII; e la descrizione

e il disegno dati dal Coronelli mostrano che i remi aveano cessato

di disporsi a tre per banco come nelle antiche, ma equatamente lungo

i due fianchi, in numero di quarantanove, lunghi quarantadue piedi,

mossi ciascuno da sette uomini. Oltre questi trecenquarantatre

remiganti, ogni galeazza portava ducento soldati cogli uffiziali,

sessanta marinaj, un comíto, un pedota, uno scrivano, un chirurgo,

un medico, quattro capi bombardieri, otto bombardieri, due remaj,

quattro calafati, quattro marangoni. Il governatore e il nobile

teneano per proprio servigio un cappellano, un computista, e uffiziali

e ministri: sicchè l’equipaggio constava di settecento uomini. I

trentasei pezzi d’artiglieria di bronzo pesavano da ottantanovemila

libbre venete: aggiungansi i moschettoni da forcine, appoggiati alle

sponde, i brandistocchi, le spade ed altre armi. Una galeazza bellica

costava cenventimila ducati, e l’annuale mantenimento dell’arme ducati

ventiseimila quattrocento, non computando il biscotto, la polvere e le

altre munizioni. La Repubblica ne avea sei[203].

La miglior canapa si trae dal Padovano; e la Signoria, invece di farne

provviste pel sartiame, obbligava a deporre nell’arsenale tutta quella

che giungesse a Venezia; col che i mercanti trovavansi accomodati di

magazzino gratuito, e il Governo conosceva di quanta potesse disporre,

avea priorità nella scelta, e non comprava più dell’occorrente. Le

corde riuscivano sì bene, che si davano per ogni nave quattro soli

cavi di rispetto, mentre Inglesi e Francesi ne davano sei. Però le

navi di Venezia erano costrette avere poca carena in grazia de’ bassi

fondi[204], e quindi poco minacciose: alcune da cento cannoni non

uscirono che per pompa.

Al crescere della potenza turca erasi sentito il bisogno d’avere

galee stabili, e nel 1545 s’istituì il magistrato alla milizia di

mare. Le ciurme erano tutte d’abitanti del dogado, fra i sedici e

i cinquant’anni, che s’iscriveano ogni due anni; doveano sommare a

diecimila, ma poi furono or più or meno, e si potè anche redimersene

a denaro: in caso di bisogno levavansi, ed erano divisi in artigiani,

pescatori, gondolieri, i quali ultimi venivano posti su galere di

scuola, servendo al solo esercizio ordinario; e sebbene volontarj,

teneansi alla catena fin all’imbarco. Per le navi grosse voleansi

marinaj già sperimentati. I forzati aveano pessimo trattamento; non

ospedale, e ammalandosi doveano pagare medicine e medico; si permetteva

andassero a terra come facchini e servitori per guadagnarsi le prime

necessità; gravavansi di debiti, e così finita la pena bisognava

rimanessero per ispegnerli. Ai capitani stessi delle galee spettava la

spesa delle provvisioni e degli uomini; nè la Repubblica li stipendiava

se non dal punto che mettessero alla vela. Voleasi con ciò impegnare

i ricchi agli armamenti, e distogliere i nobili poveri dai comandi,

sicchè ne rimanesse il lucro ai denarosi. Gl’impieghi dell’arsenale

erano poco più che titoli senza peso, i figli sottentrando ai padri

se n’intendessero o no. Da seicento ragazzi, ignoranti malgrado i

dieci maestri, vagabondavano scroccando, finchè giunti all’età, per

impegni o per riguardo venivano accettati nell’arsenale, dove stavano

scioperi, essendovi obbligati al lavoro appena un giorno alla settimana

o al mese. I famosi boschi erano dilapidati, intanto che le navi non

reggeano al mare; mancavasi d’ingegneri, di maestranze, di marinaj;

tanto più dacchè la Russia, che allora compariva a competere la

padronanza del mare, ingaggiava i Greci e i Dalmatini. Nel 1774 si mutò

sistema, e lo Stato assoldò gli equipaggi, mentre il progresso degli

stranieri indusse a migliorare anche qui le costruzioni navali.

Venezia non era mai stata potenza guerresca di primo ordine, e più

che a minacciare Italia attendeva a difendersi in Levante; non volle

adottare eserciti stabili e nazionali come la restante Europa; e

nelle guerre comprometteva l’unità del comando col mettere a fianco

de’ generali un provveditore. Lo Schulenburg aveva nel 1729 esibito

un sistema d’armamento, che importava diciottomila cinquecento fanti,

e due mila fra cavalleria, artiglieria e genio: ma l’artiglieria

principalmente rimase trascurata. Pochissime truppe avea Venezia

in terraferma; di più in Dalmazia e nelle isole di Levante, formate

di forestieri, oltre il reale macedone, reggimento di Albanesi: ma

accettavansi senza cautele, non si esercitavano per risparmiar la

polvere, teneansi sparsi in modo da perdere ogni uniforme disciplina

e soggezione, ridicoli per divise cenciose, temuti per fame e sete

insaziabile, mal riparate sotto frasche, intesi coi contrabbandieri

e coi masnadieri, dei quali talvolta usurpavano il mestiere, o più

innocentemente applicavansi all’agricoltura. I tre reggimenti di

cavalleria, croati, corazzieri, dragoni, sparsi a drappelli per paesi

donde non erano mai mutati, il più che facessero era portar i messaggi

e le intimazioni curiali. Le cernide poi, che non assumevano l’armi se

non per guerra guerreggiata, vi si ascriveano solo per aver licenza di

portar armi e agevolezza di contrabbandare tabacco, sale, polvere. I

soldi facevansi stentare, e i provveditori bisognava supplissero con

prestiti sul proprio credito. Dopo la pace di Passarowitz le fortezze

lasciaronsi conquassate e cadenti, con moltissimi cannoni ma smontati,

moltissima polvere, ma spesso guasta e fradicia; sottilissime le

guarnigioni: nelle fosse si seminava; sugli spalti eransi piantati

ulivi e gelsi, e la vite intrecciava i pampani ai vilucchi e ai

caprifichi delle feritoje: di rado i bombardieri faceano spettacolo

di sè, del resto piazzeggiavano al sole della riva degli Schiavoni e

all’ombra delle procuratie[205].

Oh sì! appena jeri Venezia ha mostrato che l’incomparabile sua

posizione può farla resistere alle forze d’un grand’impero; ma a tal

uopo voglionsi ed esaltazione di sentimenti, ed esempio di vicini, e

speranza in lontani, e concordia interna; e di questa appunto sentivasi

il supremo difetto non colà solo ma in tutta Italia.

Pure sfavilla sugli ultimi giorni di Venezia l’astro di Angelo Emo.

Conobbe egli i difetti della marineria, e cercò introdurre nelle

costruzioni le teoriche di Bouguer; ed essendosi fatto un vascello da

settantaquattro con gli alberi connessi, mentre prima anche i maestri

erano d’un pezzo solo, quali ne porgevano le selve di Cansiglio e

di Avronzo, egli fu spedito (1755) con questo e con due fregate a

rincacciare i pirati del Mediterraneo, dove abituò le disusate ciurme

a sfidare gli elementi e il fuoco nemico. Come almirante governator

di nave (1765), cioè viceammiraglio, sforzò il dey d’Algeri alla

pace, e fu eletto capitano delle navi, cioè ammiraglio (1769). Ne’

magistrati pacifici fece migliorare il modo delle esazioni, levare

la pianta dell’estuario e impedirne le colmate: ottenne dalla gelosa

Inghilterra laminatoj pel rame da rivestire le chiglie: pensava

all’asciugamento d’un gran tratto del Veronese: coll’Austria, che pel

lido degli Uscocchi spingendosi al mare, aveva incessantemente turbato

i Veneti, fece un accordo per la navigazione del canale della Morlacca

(1784). Spedito poi contro Tunisi, inventò le galleggianti, con cui

affrontò e gli scogli di Fax e i bassifondi di quella Tunisi, che

sebbene assai meno fortificata, avea respinto Carlo V: e quivi formò

que’ marinaj, che da poi fecero bellissima prova, ma a servigio di

stranieri. Costretto a ridursi nell’Adriatico per l’infausta guerra

fra la Porta e la Russia, lasciò navi che tenessero in soggezione i

Barbareschi, contro i quali accingeasi di nuovo allorchè a Malta morì

(1792) non senza sospetto di veleno, prima di vedere i disastri della

sua patria[206]. La quale fu in tempo di fargli erigere un monumento

da un altro immortale suo figlio, di cui i primi passi erano stati

incoraggiati da patrizj veneti, le prime opere erano state applaudite

alla fiera dell’Assunta, ove, al modo de’ giuochi Olimpici, faceasi

mostra d’ogni bellezza d’arti ingenue e d’industri.

Storia degli Italiani, vol. 12 (di 15) · 第 14 / 32 题