Le repubbliche. Lucca. Genova. La Corsica.
Fra l’assetto principesco dato all’Italia, appena rimaneva più posto
alle repubbliche; nelle quali sole conservava legale importanza
l’aristocrazia, percossa dal vento democratico per mano dei re.
Lucca, disturbata qualche volta dal passaggio delle truppe, si
crogiolava nella sua piccolezza, e tra sempre più ristretto numero di
_famiglie di cittadinanza originaria_ concentrava l’autorità sovrana.
Queste, da ducenventiquattro ch’erano alla chiusa del libro d’oro
nel 1628, trovandosi nel 1787 ridotte a sole ottantotto, fu preso
il partito che sommassero almeno a novanta, oltre dieci di nobili
personali, che sottentravano alle antiche estinte. Nel 1711 erasi
proibito ai cittadini originarj di sposare persone inferiori, «poichè
la giustizia non consente che chi è destinato a governare altri possa
avvilupparsi in modo, da meritare il disprezzo di chi deve stargli
sottoposto»; e attesochè una tale «viltà, denigrando la riputazione
delle famiglie particolari, ne rimane in qualche modo offuscato anche
il decoro di tutto l’ordine», stabiliva che, chi la commettesse,
fosse digradato, eccettuandone solo que’ matrimonj che «sebbene al
primo aspetto appariscano vili e indecenti, non siano poi in effetto
tali o per ragioni di grosse doti, o speranza ben fondata di crediti
considerevoli»[171].
Un gonfaloniere, eletto a vicenda fra i tre quartieri della città,
governava con anziani, risedendo la sovranità nel gran consiglio di
cenventiquattro membri annuali, ma che quasi sempre rieleggevansi
gli stessi; e la scarsezza dei nobili facea che tutti a ventitre anni
potessero entrarvi. Nelle numerose magistrature, che duravano solo due
mesi, la gente acquistava attitudine agli affari; la giustizia era resa
da forestieri, sottoposti alla _pubblica vendetta_ quando scadevano,
benchè in quasi due secoli non siasi trovato di doverne punire alcuno.
I nobili, così severi ad escludere ogn’altro, seppero mettere freni a
se stessi; chi di loro trafficava, foss’anche il gonfaloniere, subiva
i pesi e i dazj comuni; era punito quel che mancasse di riguardi
ad un inferiore; il plebeo offeso citava il nobile al tribunale
dell’osservanza, che lo puniva con almeno tre giorni di detenzione. I
Buonvicini, i Lucchesini, i Santini, i Guinigi, i Controni, i Bernardi,
gli Orsetti, i Garzoni, i Montecatini, gli Orsucci passavano pei più
ricchi; ma v’aveva de’ non nobili altrettanto arricchiti col commercio,
e a cui dovea pesare viepiù l’esclusione del governo.
Su tutti vegliava il _discolato_, che, simile alla censura romana
od all’ostracismo ateniese, tutelava l’ombrosa libertà: perchè, se
qualche cittadino nobile o popolano sormontasse per ricchezza o merito,
i senatori ne vergavano s’una polizza il nome, e quando venticinque
concordassero, egli teneasi discolato, e mandavasi a confine.
Quest’inquisizione ripetuta ogni due mesi, che puniva non la colpa
ma la possibilità della colpa, col sospetto scemava la franchezza del
conversare, e induceva gran riserbo ne’ costumi e a rimpiattarsi nella
mediocrità, come ottenne da poi la stampa sfrenata.
Faceansi leggi suntuarie di minutissima severità[172], e ancora nel
1748, «per impedire l’estrazione del denaro dallo Stato», fu proibito
all’ordine nobile «ogni abito che di color nero non fosse, sì a’ maschi
che alle femmine, fossero pure in festa di nozze e sposi all’altare»;
vietati tutti i drappi forestieri; calze, nastri, guernimenti o che che
fosse lavorato fuori di paese; chi n’avesse, potea solo portarli alla
campagna finchè durassero. La prammatica fu ripetuta nel 62, pena il
discolato pei nobili, e cinquanta scudi di multa al sarto che avesse
cucito stoffe forestiere.
Eppure l’industria era scaduta, o piuttosto gli stranieri l’aveano
sorpassata; e salve le seterie e la carta, poc’altro s’offriva ad
asportare. Ma i Lucchesi andavano a lavorare i campi de’ Romani, le
marniere senesi, le selve e le maremme sarde, a vendere figurine, o a
trafficare in grande per tornare arricchiti in patria. Quivi sino alla
vetta dei monti aveano spinto la coltura, favorita dalla suddivisione;
e de’ loro odj conservarono il vanto. Sobrj del resto, laboriosi,
amanti la patria, questa piaceansi magnificare, ai pochi stranieri
che vi capitassero mostrando que’ loro spalti, quell’arsenale, quelle
antichità; prodigando cortesie ed esibizioni, assai più larghe
dell’effetto: e uno spirito forte si burlava di vederli tutti, al
mezzogiorno e alle ventiquattro, cavarsi il cappello e recitare
l’_Angelus_.
E per verità, quegli aristocratici reggevano senza larghe vedute
nè politica arguzia e a modo d’una casa; ma questo era male? A tal
fine teneano magazzini ben provvisti di vino, olio, formaggio, orzo,
segale, avena, lenti, castagne, ceci, in modo che i prezzi mai non
incarissero di troppo; e se una famiglia o un villaggio fosse colpito
dal disastro, la soccorreano come faceano anche per le seminagioni, a
titolo però di prestito biennale; e conoscendosi tutti, non era facile
restar ingannati. A chi trafficasse di seta, prestavasi un capitale
a tenuissimo interesse, purchè assicurato su beni fondi o da qualche
mallevadore; e chi volesse denaro, bastava deponesse un ballotto di
seta o di stoffa. E non v’era debito pubblico, e i signori dicevano —
Bisogna fare star bene il vulgo perchè ci possa soccorrere»; e moderato
chi comandava, docile chi obbediva, tiravasi innanzi in una quietudine
da idilio. Il secolo nostro facilmente la deride: provi a raggiungerla.
Genova, povera di territorio e perciò obbligata all’attività, alla
quale era proposto premio non solo l’acquisto delle ricchezze, ma
il libro d’oro, sempre aperto ai doviziosi, aveva acquistato onore
colla nobile difesa contro gli Austriaci (pag. 152); ma sentivasi
insidiata dal Piemonte non solo, ma anche dall’Impero, che pretesseva
antiche ragioni di sovranità su paesi della Riviera, i quali poteano
e minacciare l’indipendenza di Genova, e offrire accesso per mare ai
paesi mediterranei del Piemonte e della Lombardia. Tal era la piccola
città di San Remo nella Riviera di ponente. Francia ne sostenne sempre
l’indipendenza, e la garantì Luigi XV nel trattato d’Aquisgrana; ma
nel 1753 i Genovesi, tenendosi insultati nel loro rappresentante, colle
armi la obbligarono a sottomettersi. Giuseppe II s’invogliò d’averla, e
la dichiarò feudo imperiale; ma Genova interpose reclamo, e il ministro
francese la appoggiò, sicchè l’imperatore fu costretto recedere.
Morbo e vitupero di Genova era da un pezzo la Corsica. Quegli isolani
verso il Mille avevano costituita municipalmente la Terra del Comune,
divisa in valli e distretti, formanti una pieve, e ogni pieve in
parrocchie, aventi ciascuna un podestà annuale, assistito da _padri
del Comune_, i quali nominavano un _caporale_ che facea da tribuno del
popolo; e i podestà eleggevano un consiglio di dodici cittadini con
autorità legislativa.
Ma contro al popolo stavano i baroni, e la lotta incessante abituò alle
armi e alla fierezza. Quello chiese protezione al marchese Malaspina
di Toscana, ed egli sbarcato vi restituì qualche ordine, e collocò
l’isola sotto la supremazia del papa, che v’istituì sei vescovi,
suffraganei a Pisa, la quale allora appunto vi avea preso signoria. Ma
questa le fu tosto disputata dai Genovesi, che poi l’ebbero intera, e
la governarono alla peggio. Per reprimere i baroni che non cessavano
la guerra fra loro e le prepotenze sui Comuni, armarono i popolani,
dando il diritto a diciotto famiglie _caporali_ di fare soldati
per resistervi, stipendiati da Genova. Ebbero così organizzata la
guerra civile, e se le case baronali perirono quasi tutte, i caporali
sottentrarono alle loro arroganze; ricorrendo chi al papa, chi agli
Aragonesi, chi ai Genovesi, che tutti vantavano pretensioni diverse
alla sovranità dell’isola, la quale continuò ad essere insanguinata
dalla rabbia civile. Per togliersi a un disordine senza pari, i popoli
si sottomisero spontanei al banco di San Giorgio di Genova, sperandone
migliori condizioni che dalla repubblica, e traendone intanto denari.
Secondo i patti, ai baroni doveano conservarsi i titoli e i diritti,
eccetto quello di sangue; stesse l’alto dominio della santa Sede,
libero il traffico del sale, giustizia a tutti, protezione dagli
esterni assalti.
Ma la pace non venne; e il banco, governandoli con avidità mercantesca,
smungeva i Cismontani, e faticava per sottomettere l’Oltremonti che
professava ancora fedeltà agli Aragonesi; finchè repressi i baroni, e
per ultima la casa di Leca, ebbe anche quel paese dove fondò Ajaccio.
Ma ecco la famiglia Della Rôcca erigersi centro de’ malcontenti; e
quando fu vinta, San Giorgio pretese non dover più osservare i patti,
come a gente ribelle e soggiogata, e oppresse in pace quei che si erano
straziati fin allora in guerra, e che mancavano d’ordinamenti civili da
opporre agli aristocratici arbitrj di Genova.
Sampiero, nato oscuramente il 1501 a Bastelica tra le aspre montagne
che dominano Ajaccio, militò nelle fazioni e nelle guerre italiche
d’allora, meritò la stima di Bajardo e di Francesco I pel valore
impetuoso, e ottenne in patria la mano della bella Vanina, ereditiera
della casa d’Ornano. Un affronto fattogli dai Genovesi lo irrita
contro questi tiranni della sua patria; e poichè Enrico II preparavasi
a osteggiare nel Mediterraneo Carlo V, gli propone di assaltare la
Corsica e toglierla ai Genovesi, alleati con questo. In fatto il
maresciallo di Thermes comandante la flotta, e il turco Dragut vi
sbarcano, e secondati dai paesani, uccidono e cacciano i Genovesi,
adoprandovi la forza, il tradimento e la barbarie turca. Sola ormai
Calvi resisteva, sorretta da Cosmo de’ Medici e da Andrea Doria, che
di ottantasei anni vi menò la flotta (1559) coll’altro famoso capitano
marchese Spinola. Sampiero, nel rallentamento de’ Francesi, sostenne
la guerra finchè, per la pace di Castel-Cambresis, la Corsica fu
abbandonata dai Francesi, e restituita al banco di San Giorgio. Questo
colpì d’un’imposta l’isola, già ridotta in miseria; poi a tradimento
incarcerò i più risentiti, producendo pessimi umori.
Il Sampiero non aveva accettato il perdono, e andò girando ovunque
sperasse trovar un nemico di Genova, a Caterina Medici in Francia,
al Barbarossa bey di Algeri, al gransignore Solimano che guardava
i Genovesi come irreconciliabili nemici. Genova lo seguiva d’occhio
attento, e non potendo colpir lui, trasse da Marsiglia la Vanina sua
moglie dandole speranza di recuperar il feudo d’Ornano pe’ suoi figli,
allor vaganti pel mondo. Ma Sampiero li prevenne, e giunto ov’ella era,
la strangolò. Non ajutato dai Francesi, pure confidando nell’universale
scontentezza, con quarantacinque uomini sbarcò in Corsica (1564) e la
sommosse, con coraggio e ferocia trionfò, e ne esibì la sovranità a
Cosmo granduca, il quale non volle intrigarsene. Sampiero, robusto,
intelligente, inaccessibile alle voluttà, non davasi requie a cercar
soccorsi e amici; guerriero non secondo a nessuno, possedeva anche
buone idee di governo; pensava rinvigorire le antiche istituzioni
municipali, far della Corsica una potenza marittima come erano Malta e
le barbaresche. Intanto Stefano Doria, venuto con quattromila mercenarj
tedeschi e italiani, diffondeva l’incendio e la strage; il patriotismo
lottava colle passioni personali, onde la guerra civile mescolava
la ferocia con tradimenti infami. Perocchè il Doria avea giurato non
importargli l’obbrobrio della posterità purchè ricuperasse l’isola a’
Genovesi, i quali, comprati quanti odiavano o invidiavano il Sampiero,
assalitolo nella valle di Cavro, l’uccisero (1565) di sessantanove
anni.
Ne esultò Genova, se ne desolarono i suoi, che però dissero, — Gli
schiavi piangono, i liberi si vendicano»; e in fatto ne prese il luogo
Alfonso, suo figlio diciottenne, che dalla madre chiamossi d’Ornano:
ma dopo due anni sentendosi spossato, procacciò un accomodamento;
e capitolato, andò con trecento compagni in Francia, dov’era stato
allevato, e dove primeggiò combattendo gli Ugonotti; poi ebbe fin
titolo di maresciallo da Enrico IV e il governo della Linguadoca[173].
Giorgio Doria, venuto governatore in Corsica, pubblicò perdonanza
generale (1669); e l’isola, che tuttavia ripeteva, «Piuttosto i
Turchi che i Genovesi», dovette rodere il freno: ma invece del banco
di San Giorgio, fu sottomessa alla repubblica, che la trattò come
vinta. Vi cambiava ogni due anni gli uffiziali; cioè un governatore
generale e capitano con autorità di sangue, e assistito da un fiscale;
e luogotenenti a Calvi, Algajola, San Fiorenzo, Ajaccio, Sartena,
Bonifazio, Vico, Cervione, Corte, per rendere giustizia. All’uscire
subivano tutti il sindacato sotto sei persone, genovesi o côrse
indistintamente, di cui tre erano popolani, tre della nobiltà. Presso
al governatore risedevano dodici Cismontani e sei Oltremontani eletti
dalle città principali; i Comuni si amministravano liberamente,
eleggendo il podestà e i sindaci e anziani comunali. Ma tutto era
guasto dall’imperfettissima giustizia. I nobili genovesi, cui erano
riservati gl’impieghi, vi venivano senza conoscerne le leggi, ma avidi
di guadagnare meglio che gli esigui stipendj, e rifarsi così di quanto
aveano speso pel broglio; e il governatore biennale di Bastía, di
potenza illimitata nella civile e nella militare amministrazione, oltre
un grosso stipendio, riceveva il mantenimento dal paese, il venticinque
per cento delle ammende e confische; potea condannare a galera o a
morte per sola convinzione propria, senza formar processo, e sospendere
ad arbitrio un’inquisizione criminale; a gara abusavano pure l’avvocato
fiscale, il mastro di cerimonie, il secretario generale; una catena di
corruzioni riduceva la giustizia ad impegni e ad un traffico lucroso.
Il diritto di grazia n’era un titolo principale, vendendosi non solo
perdoni e salvocondotti pei commessi, ma fino impunità per delitti da
commettersi. Vero è che sedeva a Genova un oratore côrso, e diciotto
nobili isolani consigliavano il governatore; ma è conseguenza fatale
delle tirannie il divezzare dall’opposizione legale per avventurare
nella irosa.
I Côrsi erano ricchi d’ingegno e di vivacità, come sogliono i mezzo
inciviliti; operosi, massimamente allora che il bisogno li spingesse
fuor di patria. Avvezzi da bambini alla sobrietà, all’agilità,
alla pazienza, sopportano le fatiche senza stancarsi, il dolore
senza lagnarsi: hanno per ricchezza poche castagne e qualche capra,
l’acqua per nutrimento, per veste ruvido panno tessuto dalle loro
donne colla nera lana de’ loro armenti. Barbosi, sucidi, selvaggi in
vista, taciturni, superbi, sono implacabili alle vendette, covandole
per anni e tramandandole per generazioni. Gli uomini, ricevuto un
affronto, lasciano crescersi la barba finchè non l’abbiano riparato;
le case mutansi in fortezze, s’abbarrano le porte, muransi le
finestre, lasciando appena una feritoja; e mentre e donne e vecchi
escono al lavoro e alle faccende, gli uomini stanno disposti a
dare o a respingere la morte. Gli abiti insanguinati dell’ucciso si
conservano per esporli ad opportuna occasione. Di rado si rompono
le nimicizie senza dichiararle, e senza fissar il tempo in cui le
ostilità cominceranno. Tutta la parentela e interi villaggi vi prendono
parte; e le torri pei ricchi, le macchie pei vulgari sono covaccioli
d’assassini, ai quali l’opinione applica il sigillo d’onore; nè cessano
finchè il sangue non abbia lavato il sangue[174].
Quanto dell’armi, son passionati del canto. Alle esequie tutto va in
caracolli e _vóceri_, come chiamano le nenie che fansi sul cadavere,
sia per celebrarne il merito, sia per invocarne la vendetta: alle nozze
accompagnano e spiegano ogni cerimonia col canto, il vestire e velar
della sposa, il moversi di casa, il giunger in chiesa, il levarle il
velo, poi le danze del domani e del terzo giorno, quando la sposa colle
parenti e le amiche va alla fonte, e attinge in una brocca nuova, e
nella fonte getta minuzzoli di pane e cose mangerecce: nelle serenate
alternano canzoni e spari di fucile, siccome nelle canzoni mescolano
il tenero e il feroce, la devozione e il misfatto. Anche gli altri
divertimenti tengono del fiero, come sono, oltre la caccia, il fermare
col laccio corsojo cavalli e tori correnti, e la moresca, dove sin
ducento uomini con armadura all’antica e spada e pugnale rappresentano
qualche antico fatto, non sempre senza sangue[175].
Insieme sono ospitali, cupidi di libertà, bisognosi di lottare, se
non altro per giuoco; lieti al pericolo, perseveranti alla prova,
tutti buoni a combattere quando occorra: tanto avea torto Genova
d’escluderli dalle armi. In patria infingardiscono senza lettere nè
arti, fin a chiamare i Sardi a coltivar le loro vigne, gli ulivi, le
ubertosissime arnie, mentr’essi accidiosi guardano que’ prezzolati, e
costringere le donne a fatiche, mentre essi baldanzeggiano alla caccia
e alla bettola. Eppure molti in Toscana e nello Stato romano andavano a
tentare culture felici; alcuni procacciando in negozj nelle Indie, in
America e altrove, salirono in ricchezza per vie diverse, tra i quali
uno, al tempo dello storico Filippini, era divenuto il maggior ricco
di tutta cristianità per mercadante privato. Di Corsica pure nacquero
segretarj di Stato, legati _a latere_, cardinali, vicerè, comandanti,
e nella capanna affumicata del povero tu ritrovi effigie di vescovi e
di colonnelli della famiglia. Un Côrso difese Brescia dall’imperatore
Massimiliano; un Côrso salvò ad Enrico IV Marsiglia; un Côrso co’ suoi
consigli ridà la corona all’imperatore del Marocco; Lazzaro di Bastía
rinnegato côrso fu bey d’Algeri; una Côrsa rapita dai pirati divenne
prima moglie all’imperatore di Marocco.
Un tale misto di qualità, tanto avanzo di primitivo, tanto sentimento
della personalità che altrove va perduta, tante virtù parche e austere
degeneranti in implacabili rancori, rendevano viepiù difficile il
governarli; e l’odio che li traeva a scannarsi fra loro concentravano
contro i Genovesi, alla cui servitù mai non si erano piegati; da
fanciulli abituavansi ad esecrarli; i trastulli puerili erano riotte
fra Genovesi e Côrsi; consideravasi merito l’uccidere qualche Genovese
che fosse così imprudente da avventurarsi solo nel paese, e altrettanto
i Genovesi dell’uccider un Côrso vantavansi come d’uccidere una
fiera. Gl’isolani più volte insorsero, coll’armi protestando dei
patti mal tenuti e della crescente oppressione: ma i Genovesi, o dirò
meglio gli oligarchi guardavanli tra paura e disprezzo; a guisa di
coloni pensavano a usufruttarli, non mai a educarli, con un governo
abjettamente corrotto e duramente irritante.
A prevenire le quasi annuali rivolte, Genova pubblicava statuti
fierissimi; morte a chi procacci l’offesa di qualsiasi agente della
repubblica, o venga all’atto prossimo d’offenderlo; morte a chi
mandi o riceva qualsivoglia oggetto da un ribelle, o gli parli, fosse
anche il padre col figlio, o non riveli le macchinazioni, anche solo
congetturate; fin i trapassati si perseguitavano e i loro figliuoli.
Queste ire incancrenite e la manifesta parzialità verso i compatrioti,
costrinsero ad escluder i Côrsi dalle magistrature; il che fu un
esasperarli viepiù contro i Genovesi.
L’esazione delle tasse porgea rinascenti occasioni di scandali, come il
divieto dell’armi, che fu fatto nel 1715 perchè ogn’anno commetteansi
più di mille assassinj, e ventottomila nei trentadue anni della
dominazione genovese. Quando l’odio è così profondo tra governati e
governanti, ogni partito riesce alla peggio, ogni rimedio torna in
veleno. Genova prestò denaro ai proprietarj affinchè potessero ridur a
frutto le loro terre, e i Comuni ne stavano garanti; ma nè quelli se
ne prevalsero, e questi citati al rimborso strillarono come di nuova
esazione.
Così preparavasi un cumulo di ire, che sanguinosamente proruppero
(1729). Nell’occasione che gli esattori andavano attorno a riscuotere
le tasse, s’appicca rissa per pochi quattrini, per qualche mobile
oppignorato: un Cardone di Bastelica arrestato dai dazieri, comincia
a gridare contro l’avidità genovese, passa a numerare i vecchi torti,
i diuturni oltraggi; è ascoltato, echeggiato; le armi, più care
perchè proibite, si traggono da’ nascondigli; i corni risuonano per
le montagne; le campane di Cismonti rispondono a martello a quelle
d’Oltremonti; Felice Pinelli allora governatore spiega quel vigore,
che chiamasi disopportuno quando non raggiunge l’effetto. Sbigottita
dall’estendersi dell’incendio, Genova manda patti amichevoli, ma gli
animi stavano in quella gonfiezza, ove ogni proposizione si battezza
di paura e aumenta il coraggio; non si vuole, non si domanda altro
partito che l’indipendenza. I sollevati, toltisi a capo Andrea
Ciaccaldi Colonna e Luigi Giafferi, intrepidi patrioti, respinsero i
Genovesi ch’erano venuti per domar colla forza, e adunati a corte, si
diedero governo nuovo: una consulta di teologi, interrogata se fosse
peccato sottrarsi a Genova violatrice de’ loro privilegi, rispose
di no, allegando Suarez e san Tommaso, e rinfiancandosi cogli esempj
degli Ebrei contro Roboamo, de’ Romani contro Tarquinio, degl’Inglesi
contro re Carlo, de’ Castigliani, de’ Portoghesi, de’ Fiamminghi, degli
Svizzeri. Il papa, invocato dai Côrsi come antico sovrano di tutte le
isole, procura ridurli ad accordi; ma Genova lo taccia di parteggiare
pei ribelli. La colonia di Greci che, ricoverati a Paomia, vi fiorivano
d’industria, e conservavano fede a Genova ospite loro, sono assaliti
dagli insorgenti; li respingono con valor grande; ma sopraffatti dal
numero, si ritirano ad Ajaccio, mentre i Côrsi ne svelgono le vigne,
gli oliveti, gli alberi, le abitazioni, tornando a deserto un paese, la
cui gratissima cultura facea raffaccio alla loro negligenza.
Che un pugno di gente povera ardisse domandar ragione alla sua
sovrana naturale, facea dispetto a Genova; e vedendo che Inghilterra
e Francia mandavano celatamente soccorsi agl’insorgenti, ricorse
all’imperatore Carlo d’Austria. Questo, temendo non qualche potenza
marittima si prevalesse dell’insurrezione per impadronirsi dell’isola
importantissima in mezzo al Mediterraneo, v’inviò ottomila soldati
sotto il generale Wachtendock (1731), e seimila quattrocento sotto
il principe di Würtenberg; e uniti con Genovesi e con Côrsi fedeli,
comandati da Camillo Doria, formavano un esercito formidabile, che
sulle prime sconfisse gl’insorgenti[176], e ne emulò le devastazioni e
le crudeltà.
I Côrsi, come deve ogni popolo sollevato, appigliaronsi alla guerra di
bande, cui danno opportunità meravigliosa i loro monti, la sobrietà,
l’abitudine della caccia; sicchè d’altro non aveano bisogno che di
castagne e palle; mentre i Tedeschi, sotto insolito clima e in guerra
irregolare e per causa estrania, venivano meno. Fioccavano intanto
manifesti ed esortazioni ai popoli e ai re, che si contentavano di
mostrar simpatie; ai Côrsi abitanti di fuori intonavano, lasciassero
via le penne e le cetre, e venissero a pigliar il fucile; intanto
procacciavano ogni mezzo di difesa, e fidando in Dio e nel popolo,
affrontavano l’apparato avversario, sempre più formidabile. Nè
mancarono di prosperi successi, e fin mille nemici uccisero in un sol
fatto; onde Carlo assunse aria di conciliatore, e giacchè diffidavano
dei perdoni di Genova, fidassero alla nota lealtà austriaca. Appena
però assicurati di larghe condizioni, deposero le armi (1732),
l’Austria consegna il Giafferi, il Ciaccaldi, il pievano Aitelli e il
segretario Rafaelli a Genova; infamia del Würtenberg e del Wachtendock,
al quale Genova regalò una spada e una canna d’India coll’elsa e
col pomo d’oro, e una fornitura di bottoni di diamanti che costava
duecento e chi disse fin cinquecentomila scudi. Allora si pubblica
nuova amnistia, e una forma di governo più larga ma non garantita ed
illusoria. I quattro capi, ottenuta la liberazione col rassegnarsi
alle scuse, portarono attorno la loro abilità e l’ira contro di Genova;
altri dall’Inghilterra mal accolti, passarono in Irlanda, in Germania,
in Egitto, alla Martinica, a Seilan: alla loro abilità aprendo così
campo più largo la sventura, e rendendo nota la piccola isola al mondo.
Neppur mancati i capi sbollì lo sdegno ne’ Côrsi: smaniati di
vendicarsi, omai risoluti all’indipendenza, eressero il capo, e per
non ricadere sotto la genovese dominazione, si esibirono alla Spagna;
ma questa era occupata ad acquistar Napoli, nè trovava decoroso il dar
mano a ribelli. Ed essi, sperando far da sè, proclamarono una _legge
del regno e della repubblica di Corsica_ (1734), elessero protettrice
l’Immacolata Concetta, primati del regno il reduce Giafferi, Ciaccaldi
e Giacinto Paoli. Nel comune intento della liberazione, gli odj di
paese risolsero in eroica emulazione. I Rossi e i Neri, due famiglie
numerose e potenti della pieve di Casacconi, vivevano in nimicizia
da più d’un secolo, e molti delle due parti erano caduti sotto la
privata vendetta; nè il Giafferi, nè la interposizione di potenti,
nè le preghiere di curati, nè la miseria che logorava i due partiti
avea posto modo alle stragi. Ma quando i due capiparte furono
chiamati a giurar fede alla repubblica, le loro destre sul libro sacro
s’incontrano, si stringono; promettono oblìo del passato, e non usar
le armi che in difesa della patria; e sempre si videro uniti, prestarsi
reciprocamente soccorso[177].
Ma contro dei tre primati si sollevava la gelosia dei piccoli
ambiziosi, che spassionavansi collo spargere i sospetti, solito
deleterio delle sollevazioni popolari. I Genovesi, che manteneansi
tuttavia nelle terre murate, intercettavano gl’invii di sale e
di provvisioni da bocca e da guerra, come l’uscita delle derrate,
ricchezza dell’isola; presero a soldo Svizzeri e Grigioni; perdonarono
a malfattori e banditi che si arrolassero contro la Corsica, e che
vi compirono d’ogni sorta barbarie; pure non riuscirono a soffogar
l’incendio, per quanto il commissario Rivarola instancabilmente
adoperasse e i mezzi pacifici e i guerreschi.
Qui un bizzarro accidente. Teodoro, barone di Neuhoff, nobile
westfaliano nato in Francia, infervorato dalla lettura di Plutarco
a un’ambizione irrefrenabile, gettossi alle avventure. Giovinetto
combattè col romanzesco Carlo XII; partecipò alla trama di Görtz per
abbassare l’Inghilterra, poi ai divisamenti dell’Alberoni per rialzare
la Spagna; era stato adoprato dagli Austriaci nel tentato sbarco in
Inghilterra; da Law nella sua banca, donde vide i tesori accumularsi
e dileguare con magica rapidità. Mandato a Firenze come residente per
Carlo VI, vi trovò alcuni Côrsi che avea conosciuti mentre stava per
debiti prigione in Genova, e che allora faceano il solito uffizio de’
fuorusciti, mestare alla liberazione della patria, e credere che a
ciò potessero condurre i mezzi più avventati. Facilmente s’indussero a
prenderlo come capo, ed egli vi s’accinse caldamente. Chiesti invano
sussidj a varie Corti, ricorre a due uomini di somma intrepidezza;
Ragoczy principe transilvano, che era stato a un punto di sottrarre
all’Austria il suo paese; e l’avventuriero conte di Banneval, che col
nome di Acmet bascià era divenuto potente presso il sultano Mahmud:
e combinano un gran disegno per sovvoltare tutta Europa. Falliscono;
ma Teodoro, sostenuto in secreto dalla Porta e palesemente dal bey
di Tunisi, ottiene da questo un vascello, dieci cannoni, quattromila
fucili e diecimila zecchini. Così preceduto, con larghissime promesse
arriva in Corsica. Quarant’anni, bella e maestosa presenza, facile
parola, atteggiamenti nobili, vestire bizzarro tra spagnuolo e
turco, con vestone scarlatto alla orientale, zazzera alla francese,
spada alla spagnuola, canna d’India alla mano; dietrogli cappellano,
segretario, staffieri, mori, tutti con piume, pistole, sciabole come
gli eroi delle insurrezioni: e così alletta le facili fantasie de’
Côrsi. Già si arrogava i titoli di lord della Gran Bretagna, pari
di Francia, principe dell’Impero, grande di Spagna, ma per trattare
colle corone bisognavagli quello di re; onde è accolto fra le grida
di _Viva Teodoro re di Corsica e di Capraja_; non essendovene d’oro,
gli è messa in capo una corona di fronde; e portato in ispalla dai
principali, e seguito da venticinquemila abitanti, scorre trionfalmente
il paese, rimprovera, incoraggia, spiega quelle idee diplomatiche,
politiche, finanziarie, che pajono profonde a chi non n’ha veruna. I
primati che non speravano farsi obbedire dai compaesani, confidarono
l’otterrebbe quest’incognito; onde il favorirono, e di fatto le
fazioni sono represse, due capipopolo impiccati, stabilita la
guardia nazionale. Ed egli intitolatosi «Teodoro I, per la grazia
della santissima Trinità, e per l’elezione dei varj e gloriosissimi
liberatori e padri della patria, re di Corsica» battè moneta[178],
nominò un consiglio di ventiquattro membri, e maresciallo il Giafferi,
tesoriere Giacinto Paoli, guardasigilli l’avvocato Costa, con quanta
serietà mai facesse qualsifosse altro avventuriero più furtunato; fece
riviste, regalò scarpe al vulgo, zecchini ai soldati. Ito di là dai
monti, ove abitavano i nobili, vi è festeggiato altrettanto; centinaja
di gentiluomini, gli Ornano, i Rôcca, i Leca, gli Istria corrongli
incontro; ed egli istituisce l’ordine della Liberazione, e in pochi
giorni vi sono ascritti quattrocento cavalieri, ciascun de’ quali
deponeva mille scudi d’oro, assicurato del dieci per cento.
Con questi mezzi preparavasi a far guerra ardita ai Genovesi.
I monopolisti dell’opinione annunziarono al mondo che egli era
adorato dagl’isolani; il popolo trionfava di vittorie che già
credeva immancabili; quei che non credevansi vulgo fantasticavano
su quest’ignoto, persuadendosi fosse un gran capitale, mandato chi
dicea dall’Inghilterra, chi dalla Spagna, fors’anche dal papa, benchè
venuto con Maomettani; del suo Ordine molti pagavano a buoni contanti
il brevetto, anche forestieri, anche protestanti per quel titolo
d’illustrissimo e di eccellenza; molti compravano da lui il grado
di marchesi, conti, baroni, a non dire i marescialli, i colonnelli,
i capitani, tanti che sarebbero bastati a un Napoleone. Guai a chi,
in simili casi, vuol richiamare al buon senso! I Genovesi dapprima
stettero peritanti, dubitandolo turcimanno di qualche gran potentato,
dappoi lo presero in celia, beffavano la sua povertà, contraffacevano
que’ suoi proclami, mescolati di bonarietà tedesca e d’enfasi francese:
ma egli prendeva sul serio il nome di re, e volea farlo rispettare
quanto si può senza soldi nè soldati.
Ma per quanto e’ fosse sempre a cavallo, e si facesse arrivare grossi
dispacci dal continente, e coi telescopj dalla spiaggia speculasse se
le navi amiche giungessero, nulla s’avanzava pei deserti del mare; i
Côrsi tornavano a uccidersi fra loro, oltre quelli ch’erano uccisi dai
Genovesi; le campagne rimanevano incolte, sciopero il popolo; alcuni
col nome d’Indifferenti pensavano ad assicurare la libertà della
patria, anzichè aderire a sua maestà, la quale li dichiarò ribelli; nè
le premure dell’instancabile Giafferi bastavano a tener la calma.
Dissipato il poco denaro e le prime illusioni, disonoratosi colla
menzogna e colle crudeltà onde ricambiò le crudeltà de’ Genovesi contro
i prigionieri, re Teodoro propose d’andare a chiedere soccorsi ai
re suoi alleati. Sbarcato incognito a Livorno, e non ottenuto che il
gran duca lo riconoscesse, errò da Napoli a Roma, poi ad Amsterdam,
dove arrestato per debiti, con promessa di vantaggi di commercio in
un’isola tanto ben situata indusse una compagnia di negozianti ebrei a
redimerlo, e a dargli cinque milioni, con cui formò una flottiglia con
ventisette cannoni, molti fucili e polvere e lance e bombe, e tornò
e ridestò ne’ Côrsi la risoluzione di difendersi, manifestando alle
nazioni come la «felicità della loro isola richiede d’essere governata
da un sovrano, il quale non possedendo altri Stati, ponga a questo
tutte le attenzioni, e aprendo i porti a tutte le nazioni estere con
perfetta neutralità, vi conduca l’abbondanza».
I Genovesi, che avevano già contratto con San Giorgio il debito di
tre milioni, vedendosi a un pelo di perdere l’isola, sapendo che
un acquisto fatto con armi forestiere è disonorevole non men che
pericoloso, trattarono di sussidj con Francia, la quale temendo che
Inghilterra o Spagna non vi ponessero addosso le mani, prese accordi
con Vienna (1737), e a largo prezzo comprò truppe che andassero a
rimettere l’ordine. I Côrsi anche allora non sapevano darsi pace che la
Francia, non nemica, non offesa, ajutasse gli aggressori, anzichè gli
oppressi; e sebbene i savj consigliassero a rassegnarsi, quelli, cui
giovava il comandare, risolsero di repudiar le larghe condizioni che
Genova offriva, e di resistere fino all’ultimo sangue; e subito ogni
villaggio ebbe la sua compagnia, ogni pieve il suo battaglione, ogni
provincia il suo campo, e tutti d’ogni età e sesso e paese accorsero
a respingere gl’indegni ausiliarj. Ma re Teodoro, abbandonato da
tutti e disperato della sua causa, errò per le montagne, poi fuggì a
Londra. I Côrsi resistettero ancora, e alle proposizioni di Genova e di
Francia rispondevano: — Anzichè vivere infelicissimi, torremo di morire
con gloria, non lasciando ai posteri la servitù, e come i Macabei,
esclamando, _Meglio è perir in guerra che vedere gli strazj del popol
nostro_». Pure furono costretti a piegar la cervice; Giafferi e Paoli
vanno profughi sul continente (1739); il generale francese Maillebois
severo e giusto, oltre vincere, seppe pacificare e impedire le riazioni
de’ Genovesi. Ma appena egli fu richiamato, terribili vendette
seguirono, e fatti che l’amor di patria mascherava di gloriosi,
e che come tali erano vantati dallo spirito liberale che andavasi
svolgendo in Europa, e che dà sempre ragione ai rivoltosi e alle cause
soccombute. Rinnovatasi la sollevazione, Teodoro accorse ad avviarla:
ma tra via dubitò che il capitano della nave, per ingrazianirsi i
Genovesi, volesse farlo saltare in aria; e nottetempo avendolo trovato
che allestiva miccie, lo fece impiccare all’antenna. Ogni prestigio
però era svanito, i Côrsi non badarono alle munizioni che recava e ai
proclami che spandeva, ond’egli tornò in Inghilterra. I Francesi risero
di lui; l’Europa tutta ne’ versi del Casti e nella musica di Paisiello
ne fece beffe; gl’Inglesi no; ed Orazio Walpole scrisse eloquenti
pagine a suo favore; il celebre attore Garrick consacrò a vantaggio
di esso una serata, sicchè potette vivere oscuro ma libero; e ancora
il suo epitafio (1656 11 xbre) rammenta come _Fortuna gli diede un
regno e gli negò un tozzo_. Del resto, per chi non creda al diritto
divino delle dinastie, era egli più ridicolo di quel Carlo Eduardo
pretendente, che nel 1745 sbarcò per conquistare l’Inghilterra con
ducentomila lire, duemila fucili e seimila sciabole, e che pure rimase
in cavalleresca venerazione?
Genova parve voler rimettere l’ordine, giacchè pubblicò l’amnistia, e
propose vescovi d’Aleria e di Nebbio due Côrsi, il che da un secolo
non erasi fatto. Ma quando i soldati francesi sono richiamati per
combattere nella guerra della successione austriaca, Saverio Matra e il
vecchio Giafferi, in cui pareva rivivere l’anima del Sampiero, tornano
a mettere in fuoco l’isola; il re di Sardegna e Maria Teresa, allora
ostili a Genova, vi soffiano, prendono in tutela i rivoltosi, mandano
armi, e adoprano gl’intrighi d’un conte Domenico Rivarola côrso,
nemico della patria a servizio del re di Piemonte, e che sostenuto
dall’Inghilterra alleata di questo, snida i Genovesi (1745), e
sarebbesi assodata l’indipendenza se avessero saputo reprimere gli odj
e le gelosie fra i tre capi, che invece sfogavansi in guerra civile.
Giafferi, rimasto solo al comando, valse a rassettare, e dava ordine
al governo, civiltà al paese, quando cadde assassinato per opera d’un
suo proprio fratello, e ogni cosa tornò a soqquadro, pur ostinandosi i
Côrsi alla difesa.
Giacinto Paoli, caldo patrioto rifuggito a Napoli, vi educava il
proprio figlio Pasquale con finezze letterarie e con esempi di virtù
semplicemente generosa e accortamente ardita. Già addestrato nelle
guerre della Calabria, esso il mandò a fare il suo dovere, cioè a
combattere per la patria: e Pasquale, approdato in Corsica (1735)
non colle spavalderie di re Teodoro, ma con modesta fermezza e nobile
semplicità, e meritato la confidenza ed il comando supremo, insinua
coi detti e coll’esempio che «colla libertà tutto si può soffrire, e
a tutto si può trovare riparo»; guida felicemente la guerra, mentre
sa frenare col boja e coi missionarj una nazione, la cui storia è una
sequela di rivolte.
Saverio Matra, offeso del vedersi posposto al giovine Paoli, egli
vecchio e discendente da caporali, eccitò guerra civile sposando la
parte di Genova, capitanandone le armi, e spargendo sospetti contro
del Paoli; ma perì combattendo. Capi d’insorgenti vittoriosi non
è difficile trovarne: rarissimi invece quei che sappiano sistemare
l’obbedienza, e tale fu Paoli. Quando venne nominato generale, suo
fratello Clemente fece mettere i vetri alla povera loro casa in Strella
presso Marosaglia; ma Paoli li spezzò dicendo: — Non voglio vivere
come un conte, ma come gli altri contadini». Scrivendo a suo padre, il
chiamava sempre signor mio; e già da alcuni anni comandava all’isola
quando per lettera gli chiese qualche posata d’argento; e Giacinto
gli rispose che Solimano granturco le usava di legno, tagliate da
lui stesso. Su un conto del calzolajo, Paoli notava di diffalcarne
il valore del tomajo, perchè era suo. A ragione diceva di stimare più
Guglielmo Penn fondatore della Pensilvania, che non Alessandro Magno
conquistatore dell’Asia. Preferiva a ogni altra lettura il libro de’
Macabei, che dipinge la resistenza di que’ generosi alla tirannia; e
stupiva e fremeva quando gente sensata chiamasse ribelli i suoi Côrsi.
Destro a tenere vivo l’entusiasmo senza lasciarlo trascendere, devoto
sì che mai non ometteva le preghiere e anche nella mischia col fucile
portava il rosario, riuscì a introdurre la concordia là dove mai non
era allignata, e mostrare che quella nazione è capace non solo di
vendetta ma e di generosità.
Nella costituzione che le diede, si tenne poteri grandissimi, necessarj
credendoli in istato nuovo. Nè era essa un ricalco di forestiere, ma
dedotta dalla comunale che descrivemmo, e stabilita su que’ suoi canoni
che la podestà deriva dal popolo; che le leggi hanno unico fine il
bene del maggior numero; e che il Governo deve operare al cospetto di
tutti. Ogni parrocchiano era elettore sotto la presidenza del podestà;
ogni mille anime mandavano un deputato all’assemblea generale, unica
sovrana, e che votava le imposte, la guerra, le leggi: dall’assemblea
generale traevasi il consiglio supremo, d’un membro per ciascuna delle
nove provincie, e che aveva il potere esecutivo, la diplomazia, la
sicurezza pubblica, e poteva opporre il veto ai decreti dell’assemblea
generale: tutti i membri erano responsali, e il presidente faceva
anche da generale, ma nulla poteva senza il parere d’essi consiglieri.
Cinque sindaci scorrevano le provincie per raccogliere i reclami contro
gl’impiegati e vegliare sugli esattori. Il generale poteva istituire
nelle provincie un governo militare, ma i membri di esso dovevano
subire il sindacato.
Paoli aborriva le truppe stanziali, arma del despotismo, non della
libertà, soggiungendo che «il popolo non deve lodare il valore del
tale o tal altro reggimento, ma bensì la ferma risoluzione di questo
o quel Comune, il sacrifizio della tal famiglia, il coraggio del tal
cittadino». Quindi ogni Côrso dai sedici ai sessant’anni doveva essere
soldato; ciascun Comune levava una o più compagnie, ciascuna pieve
aveva un campo sotto un generale; ogni quindici giorni cambiavasi il
servizio, e nella stessa compagnia cercavasi raccogliere i parenti,
pel qual modo quei d’una pieve e d’una famiglia impegnavansi viepiù
a mantenerne l’onore e la salute, e le antiche nimistà municipali
mutavansi in gare di prodezza. Non ricevevano paga se non il tempo che
passavano sotto le armi, e i villaggi li provvedevano di pane. Solo per
necessità della guerra formò un piccolo corpo regolare che presidiasse
le fortezze. Quando aveva prefisso una spedizione, Paoli scriveva ai
ministri di ciascuna provincia, gli mandassero il tal numero d’uomini;
e subito era obbedito. Diede estrema attenzione all’industria,
all’agricoltura; fece piantare ulivi e castani, seminare granoturco;
non neglesse la coltura intellettuale, trascurata dai Genovesi, e fece
porre scuole, massime dal clero, e aprì l’Università a Corte.
Non lasciossi accecare dalla moda in guisa, da non sentire l’importanza
della santa Sede, per quanto allora umiliata; e supplicò il papa
togliesse l’isola in protezione, e riparasse ai disordini allignati in
quella chiesa durante la guerra civile. Clemente XIII, chiesta invano
l’adesione da Genova, mandò un visitatore apostolico: ma la repubblica
genovese, esclamando ch’e’ ne violava i diritti e teneva mano con
ribelli, spedì navi per impedirlo e una taglia di seimila scudi. Pure
il visitatore approdò, all’isola credente recando le benedizioni che
confermano le speranze, e molto bene vi operò d’accordo col Paoli; il
clero ne attinse coraggio a grandi sacrifizj in pro della patria, nè
però il Paoli risparmiava di punire i preti e frati contumaci; diede
ricetto anche agli Ebrei, perfino ai Gesuiti, liberalismo allora
stupendo.
Non è dunque meraviglia se il Paoli era amato come un padre. E
l’isola ormai poteva reggersi senza soccorsi stranieri, lusingavasi
di diventare potenza marittima come le antiche di Grecia, viepiù da
che facilmente tolse ai Genovesi l’isola di Capraja, possesso un tempo
dei Da Mare. Ne restarono ontosi e desolati i Genovesi, e convinti da
quarant’anni d’inutili sforzi di non bastare contro la ben ordinata
resistenza, chiesero soldati alla Francia, che paurosa di vedere
annicchiarvisi gl’Inglesi, ne mandò col conte di Marbœuf (1764). Egli
portava anche patti d’accordo; occupò le fortezze, ma usò riguardi
agli abitanti; e non era guardato di mal occhio, ma una domanda sola
gli si faceva, — Lasciateci indipendenti». Il vessillo di San Giorgio
sventolava sulle fortezze di Bastia, San Fiorenzo, Calvi, Algajola,
Ajaccio: ma avendo i Genovesi avuto l’ardimento d’accogliere i Gesuiti
espulsi di Francia, i Francesi se ne ritirarono, e subito i Côrsi
ebbero occupato ogni cosa, eccetto le fortezze.
Ai Genovesi dunque non rimaneva altro partito che cedere i proprj
diritti alla Francia. Questa, credendo che tale acquisto la compensasse
del perduto Canadà, l’accettò nel trattato di Compiègne (1768 maggio),
a titolo di pegno per somme che eranle dovute, ma in realtà dandone
in prezzo quaranta milioni di tornesi, e assicurando il dominio
della Capraja e de’ possessi in terraferma. All’udire tale baratto
Giangiacomo Rosseau prorompeva: — Popolo servilissimo questi Francesi,
nemici a chi è in isfortuna; se sapessero che un uomo libero vive
all’altro capo del mondo, v’andrebbero pel piacere di sterminarlo».
I Bastiesi esultarono della nuova servitù; ma il vile mercato irritò
gli altri Côrsi, che inanimati dal Paoli, s’accinsero a mostrare
d’essere uomini, non bestiame vendereccio. Avevano i pochi cannoni
portati da re Teodoro, alcuni ripescati dal mare, alcuni comprati
col vendere i vezzi muliebri di corallo; ma gli insorgenti devono
affidarsi nella carabina e nella bajonetta. Qualche Svizzero,
qualche Grigione, e Baschi e Greci e Italiani, e un’intera compagnia
prussiana, disertata da Genova, vennero a combattere con loro; e nelle
rinnovate prove di stupendo eroismo, s’udirono i nomi dei Saliceti,
dei Buttafuoco, dei Buonaparte, dei Murati, degli Abbatucci, d’altri
destinati ben presto a sonare tant’alto. Domenico Rivarola andò a
combattere per la Corsica, benchè lasciasse due figli nelle mani de’
Genovesi. Gian Pietro Giafferi, assediando la città di Corte, vide
sulle mura il proprio figliuolo di quattordici mesi rapitogli con la
balia, ed esposto alle palle de’ suoi; eppure egli comandò il fuoco.
Clemente, fratello maggiore del Paoli, un de’ migliori condottieri,
erasi vestito da frate e dato alla vita contemplativa, pronto ad
uscirne ogniqualvolta tornasse bisogno del suo braccio. Con pochi prodi
assediato in Furiani, a settemila cannonate e mille bombe genovesi non
si dà vinto, e per cinquantasei giorni si sostiene fra le ruine, finchè
n’esce vittorioso; poi quando tutto fu finito, si ritirò nel convento
toscano di Vallombrosa. Nel campo di Loro, ventun pastori assaltati da
ottocento soldati d’Ajaccio, li respingono; ma da altri quattrocento
sopravvenuti alle spalle serrati nei paludi, muojono combattendo tutti,
tranne uno, che nascosto ne’ cadaveri e lordo di sangue sperava campare
la vita. Quando vennero per recidergli il capo, chiese misericordia:
ma il commissario, appesigli alla persona sei teschi de’ suoi, lo fece
impiccare e squartare.
Lazzaro Costa in quattro anni toccò trentotto ferite, predò due milioni
di franchi; in una settimana pigliò una nave carica di fucili e di
trecentrentaquattro barili di polvere, e una di sessantaquattromila
franchi e munizioni. Il capitano Casella, nella torre di Nonza,
circondato dai Francesi, stabilisce di disperatamente combattere, e
da ultimo di mandare all’aria le mura, e sepellirvisi; abbandonato,
resiste tutto solo; appunta il cannone, dispone a diverse feritoje
i fucili, spara gridando voci diverse. Il Francese, venuto a patti,
acconsente esca la guarnigione con armi, bagagli, bandiera e un
cannone, e con gli onori della guerra; ma qual rimase quando vide
uscire solo il Casella tra le due fila, armato di spada, fucile e due
pistole!
Un fratello, veduto cadersi a fianco il fratello, lo leva dalla
mischia, lo porta alla chiesa, prega, l’abbraccia e ritorna a
combattere. Quando il vecchio Angelo Matteo Lusi, che in casa avea
resistito con dodici de’ suoi, cadde colpito da una palla, il figliuolo
Orso Andrea, per non iscorare i compagni, chiude il cadavere in camera,
fingendolo ferito, e col fucile insanguinato del padre resiste e caccia
i Francesi: allora tornato, mostra ai parenti e alle donne il cadavere:
e le donne e i parenti lo piangono, confortandosi che la morte sua
fosse stata salvamento di tutto il villaggio. Un Francese, maravigliato
di quel tanto soffrire, domandava: — Ma quando siete feriti, come fate
voi senza medici, senza spedali? — Moriamo». Un ferito a morte scrive
al Paoli: — Generale, vi saluto. Vi raccomando il mio vecchio padre.
Fra due ore sarò con le anime di quelli che morirono per la patria».
Preti e frati incoraggiavano a difender la patria, unendo fede e
coraggio, amor di patria e religione, sopra i gemiti della battaglia
ergendo l’inno della speranza, e servendo da scrivani, da ambasciadori,
da pagatori. Il generale dei Francesi ne fece impiccare diversi, e due
zoccolanti con l’abito, e un pievano tra due contadini. Mentre i Côrsi
venivano a rendere l’armi al Maillebois, un colonnello francese lanciò
ingiurie alla nazione e ad un frate, il quale d’un’archibugiata lo
stese morto. Condotto sull’atto a impiccare, intuona il _Tedeum_, e lo
continua sin all’ultima stretta del carnefice.
I morti per la patria erano commemorati la domenica alla messa.
I vecchi, le donne, incitavano al valore; una chiedendo d’esser
introdotta al Paoli, diceva: — Lasciatemi passare; io ho perduto tre
figli»; un’altra gli disse: — Mio figlio è morto in guerra; me ne
resta un altro, e feci sessanta miglia per venire ad offrirvelo per
la patria». Paoli attonito la abbracciò, e diceva: — Non mi sentii
mai tanto piccolo come davanti a questa magnanima». Fra le donne non
va dimenticata la monaca Rivarola, che dell’amico Paoli divideva e
alleviava le cure e gli stenti; e scrivendogli dimenticava il sesso per
occuparsi solo di politica e d’affari.
E più volte furono vinti i generali francesi, che non aborrivano dal
ricorrere al tradimento e all’assassinio, e che erano sempre costretti
a giustificarsi presso il loro Governo d’essersi lasciati sconfiggere
da gente che combattea contro le regole. In Inghilterra il popolo facea
_meeting_ e soscrizioni a vantaggio de’ Côrsi, i quali prometteansi
appoggi da quel Governo costituzionale, e nemico di Francia: ma
prevalse la paura della democrazia, e Pitt fece proibire ogni soccorso
ai ribelli. Perocchè quei regnanti che compravano soldati tedeschi o
svizzeri senz’affetto di patria nè religion di bandiera, per ammazzare
chi essi designassero, intitolavano assassini e briganti questi
Côrsi, che colla fida carabina e con polvere e palle nel panciotto,
s’attestavano tra le foreste, esercitando la guerra di bande. Sino i
filosofi, ridenti dell’entusiasmo, cambiavano il ringhio beffardo in
applausi a quegli eroi; e Voltaire ebbe a dire che l’amor di patria,
istinto naturale in tutti, in essi era fatto dover sacro e furore[179].
Molte migliaja di soldati, trenta milioni di lire costò alla Francia la
campagna, ove l’eroismo e la disciplina combattevano colla disperazione
e colla perfetta conoscenza de’ posti. Il ministro Choiseul, ostinatosi
a riuscire raddoppiò gli sforzi; e gl’isolani, dopo la rotta di
Pontenovo (1789 maggio), e i tradimenti moltiplicatisi, e le corruzioni
introdotte dal profuso oro francese, disperati delle promesse inglesi,
disperarono, e Paoli co’ suoi uscì dall’isola.
Federico di Prussia chiamava Paoli il primo capitano d’Europa; e tal
fu, se merito si riponga nel risparmiar le vite, nel far valere i pochi
mezzi, nell’accomodar l’arte ai luoghi, nel superare enormi difficoltà,
nel cogliere ogni vantaggio che porga il nemico: egli avea fatto di
più, dando governo agli sfrenati, concordia agli odiantisi, ai liberi
abnegazione, operosità agl’inerti, forza a un dominio nuovo, prudenza
alle passioni proprie e alle altrui, importanza europea a un isolotto;
tramutato le fazioni in nazione; saputo comandare con rispetto, amar
la patria con severità, convertir l’onore della vendetta in marchio
d’infamia.
Sottrattosi a fatica entro una cassa, in Inghilterra fu onorato
e festeggiato; e di là scriveva a tutte le potenze le ragioni sue
e della patria, e riceveane quelle assicurazioni, di cui sogliono
largheggiare coi fuorusciti quei che sperano cavarne pro. Ricusava una
pensione di cinquantamila lire dalla Francia monarchica; poi ben presto
davanti alla Francia repubblicana fu obbligato a giustificarsi di
_particolarismo_, cioè di volere l’indipendenza del piccol suo paese;
e moriva povero e dimenticato quando satollavansi di dignità e d’oro i
Napoleonidi, suoi compatrioti e avversarj.
I Còrsi, che non sapeano rassegnarsi al giogo, mutaronsi in masnadieri,
fra cui l’intrepido prete Domenico Leca[180]: e per vent’anni tolsero
ogni sicurezza a quel possesso, che non poteva esser tenuto sulle
prime se non coi rigori marziali, squartando chiunque fosse trovato con
armi, punendo chiunque ricordasse il passato. Con diecimila vite e con
ottanta milioni la Francia ebbe acquistata un’isola di nessun prodotto,
ma supremamente importante alla sicurezza delle coste di Provenza
ed al commercio nel Mediterraneo. I nobili lasciavansi pigliare alle
blandizie; i popolani scrissero:
_Gallia vicisti profuso turpiter auro;_
_Armis pauca, dolo plurima, jure nihil._
Scoppiata poi la rivoluzione francese, l’Assemblea nazionale (1789 30
9bre), per proposizione del côrso Saliceti, decretò la Corsica formar
parte della Francia; i Côrsi banditi per averla difesa potessero
rientrare, colla pienezza dei diritti di cittadini francesi.
Narrati questi eventi, il Pommereuil conchiudeva con questa singolare
profezia: — Se è vera l’osservazione che dal seno delle discordie
civili nascono gli uomini grandi, dobbiamo aspettarci da quest’isola
genj possenti, e grandi conduttori d’eserciti, giacchè le calamità
devono avervi fecondato il germe della gloria»[181].