I re di Sardegna e quelli di Napoli.

Nei regni alle due estremità d’Italia sentivasi pure il movimento, ma

in senso diverso, giusta la diversa indole dei due popoli e quella dei

regnanti.

Vittorio Amedeo II, uomo di polso, da molti amato, da tutti temuto,

attentissimo agli incrementi di sua famiglia, a cui assicurò il titolo

regio, nella guerra aveva mostrato valore personale più che abilità

di capitano; nella pace, altamente persuaso della regia prerogativa,

voleva conoscere tutto, fare tutto, quasi a buon esito non giungessero

imprese e provvedimenti se non per suo mezzo. Ascoltava chiunque, e

nessuno voleva superiore alla giustizia, nè tollerava che i nobili

soperchiassero i plebei; e severamente condannò fin il conte di

Sales suo fratello naturale, e il principe di Carignano suo genero.

Girellando la notte per città, vedeva sempre un lumicino entro una

finestra della via degli Stampatori: curioso salì in quella casa col

pretesto gli si fosse spento il lanternino, e seppe ch’era Carlo Luigi

Caissotti nizzardo, che, eletto testè sostituto procurator generale,

consacrava la notte a disimpegnare gli affari, cui non bastavagli il

giorno. Il re gli affidò qualche affare, e presto lo assunse procurator

generale, ove meritò gran lode. Saputo che l’avvocato De Maistre,

pure nizzardo, difendeva vigorosamente davanti al senato i feudatarj

spogliati, lo fece incarcerare, poi avutolo a sè, gli commetteva rotoli

di cause da esaminare, e volta per volta lo compensava con piccole

monete sì a miseria, che quegli il pregò di lasciarlo ripigliare le

sue clientele; ma il re lo nominò avvocato de’ poveri, donde cominciò

la fortuna di quella famiglia, illustrata poi dal gran filosofo.

Trovandosi a Carmagnola, e udito un discorso di Carlo Vincenzo Ferrero

vassallo di Roasio, l’incaricò di scrivere una lettera importante;

della quale soddisfatto, il pose intendente a Susa, poi nelle finanze;

preso dal talento, dal maestoso aspetto e dal facondo esporre, lo

costituì generale delle finanze, poi suo tutto col titolo di marchese

d’Ormea, che indica il più grand’uomo di Stato del Piemonte. Per

somiglianti accidenti conosciuto Giambattista Bogino, figlio d’un

notaio e buon avvocato, lo fece procurator generale a ventidue anni:

poi chiamatolo gli disse: — Non t’ho dimenticato; e perchè poco mi

rimane da regnare, t’ho eletto consigliere di Stato. Se servirai bene,

Carlino (l’erede) farà di più per te, e sarai anche ministro; ma per

divenirlo bisogna avere qualche cosa, e tu sei povero. Perciò ti affido

la custodia de’ sigilli: ti frutteranno tanto; in capo a tanti anni

avrai risparmiato tanto, e basta. È anche necessario che abbi casa:

chiamerò a me tuo zio prete, perchè, senza aspettare la morte, ti

lasci la sua. Ma tu studii troppo: compra una vigna sulla collina e un

cavallo, vacci a dormire la sera, e rivieni ogni mattina».

Questo re borghese a tal modo potè conoscere e promuovere molte

persone, che poi con altrettanta facilità dimenticava e puniva.

Ciò rendevalo spesso arbitrario, e arbitraria la sua Polizia, che

spiava le case, le lettere, deteneva senza giudizio; le sentenze de’

tribunali sospendeva o cassava con biglietti regj o con ammonizioni.

Singolarmente ricordevole è il caso del senato quando non volle

infliggere al fiscale Revello la pena comminata ai portatori d’arme,

considerandolo esente come uffiziale del Governo. Il re mandò dire che

non aveva inteso escluderli; e insistette per la condanna; e poichè

non vollero infliggerla, sospese i senatori, e relegò il presidente

don Graneri, neppur concedendogli tampoco di ritardare finchè spirasse

la moglie inferma. Il Graneri se n’andò senza lamenti; e a chi dappoi

volevalo indurre ad un’umiliazione per mitigare il sempre sdegnato

re, — Duolmi (rispose) perchè egli siasi risentito, ma viepiù per la

certezza che il senato non poteva sentenziare diversamente senza ledere

l’onore e la coscienza».

Vittorio Amedeo per opera di Corsignani e Bersini compilò le Regie

Costituzioni, applicabili a tutta la monarchia. Nelle quali sono molti

miglioramenti, ma è notevole la sollecitudine che vi si prende delle

materie religiose: obbligo a tutti di comunicarsi a Pasqua; divieto

agli osti di servire carni in quaresima; esente da citazioni civili e

criminali chi ne’ quindici giorni venisse a venerare la santa Sindone a

Torino; gli Ebrei distinti con un segno sull’abito, e obbligati abitare

nel ghetto, e non uscirne dopo tramontato il sole, nè agli ultimi

giorni della settimana santa. Voleva abolire come restrittivo alla

piena sovranità il diritto al senato di sospendere la registrazione

degli editti regj sospetti d’orrezione o surrezione, o contrarj al

servizio regio o al pubblico bene; poi ai reclami della magistratura lo

confermò.

Invece dell’unica secreteria di Stato ne stabilì una per gli affari

esteri, una per gl’interni, una per la guerra; riformò la camera de’

Conti e il sistema economico. Un consiglio di finanza esaminava e

riferiva al re quel che concernesse l’economia; tre segretarj di Stato

trasmettevano gli ordini del re, contrassegnandoli; eseguivanli quattro

aziende, di finanza, di guerra, delle artiglierie e della regia casa.

La contabilità fu sistemata dal conte Groppello di Borgnone: e mentre

il bilancio attivo del 1680 sommava a 6,830,000 lire, nel 1721 giunse

a tredici milioni; a quindici quando sottentrò Carlo Emanuele III,

non per nuove tasse imposte, ma per migliore esazione delle vecchie, e

col farvi contribuire gli ecclesiastici e i feudatarj, e dar impulso

ai lavori; unica tassa nuova essendo la carta bollata d’un soldo al

foglio. Si riscattarono molte cariche, da prima venali; gli appalti,

esercitati da quasi soli Francesi, vennero meglio sistemati; esteso a

tutto il paese il monopolio del tabacco, abolito il lotto, richiamati

al demanio i beni feudali e le tasse alienate, turbando non poco la

proprietà coll’obbligare a provare i titoli davanti a un magistrato

speciale; e ai beni così ricuperati affisse titoli di nobiltà che poi

vendette, e donde nacque una _nobiltà del 1722_, sprezzata dall’antica.

Sollecitando il catasto colla spesa di otto milioni, uguagliò

le imposte alleviando i piccoli proprietarj col tassare anche i

feudatarj e gli ecclesiastici. Cercò togliere i pitocchi, consigliato

principalmente dal gesuita Andrea Guevara, che stampò la _Mendicità

sbandita_, con idee molto avanzate. Ridestò le manifatture di panno

e di seta, gli studj primarj, l’Università, cercando ridurre uniforme

l’insegnamento sotto la direzione di quella e di un magistrato della

Riforma: ristabilì il collegio dei Nobili, e fondò quello detto

delle Provincie, perchè ciascuna manteneva a proprie spese alcuni de’

migliori alunni, donde ben presto uscirono il matematico Lagrangia,

il fisico Eandi, il chimico Berthollet, l’anatomico Malacarne, il

poliglotta De Rossi, lo storico Denina, il tipografo Bodoni. Abbellì

Torino, rese inespugnabile la Brunetta, e procacciò buone armi. Ma

la cura di queste prevaleva, mentre gl’ingegni erano inceppati dalla

censura a segno, che molti de’ profughi siciliani preferirono andare

a pubblicare i loro scritti a Milano (Denina); facevasi mistero degli

archivj chiudendoli perfino al Muratori, il quale scriveva: — Io non

sarei stato un momento a Torino, chè l’uomo saggio non può trovarsi

bene in un paese ove si sta continuamente in pericolo di cadere.

Solamente il vedersi impedito il commercio letterario e intercette le

lettere basta per dare l’addio a quel cielo, e per correre ad altri

paesi di libertà»[158].

Riferimmo le sue ostilità colla Curia romana, durate trentatre

anni. Inesorabile nell’esigere che altri adempisse i proprj doveri,

strettamente economico[159], tenacissimo delle risoluzioni, dai mali

che non si potevano evitare voleva almeno trarre alcun vantaggio,

e giunse ad assodare la grandezza della sua Casa, i paesi in mezzo

secolo crescendone d’un terzo, e raddoppiando l’entrata. Di gusti

semplici, alieno dal lusso che l’esempio di Luigi XIV introduceva,

passeggiava a piedi con una canna di giunco dal pome di cocco,

tabacchiera di tartaruga, elsa della spada d’acciajo, coperta di pelle

perchè non guastasse il vestito. Perduta la moglie e il primogenito

suo prediletto, tormentato di mal di pietra, e stracco, com’egli

diceva, di tormentare se stesso e gli altri, a sessantaquattro anni

abdicò solennemente (1730 3 7bre). L’ultimo suo comando ai sudditi

fu che obbedissero a suo figlio Carlo Emanuele; a questo tre cose

raccomandava, l’integrità della fede cattolica, retta e incorrotta

giustizia, e cura de’ soldati, come tutori della quiete pubblica, della

regia autorità e dell’indipendenza; e riservandosi cencinquantamila

lire l’anno, ritirossi a Ciamberì con Carlotta Canale di Cumiana, sua

moglie morganatica.

È egli vero che, nell’affaccendamento de’ potentati d’allora ad

assicurarsi le imminenti eredità, Vittorio avesse ricevuto denaro e

dall’imperatore e dalla Spagna per fini opposti, sicchè non seppe

trarsi d’impaccio che coll’abdicare? o non volle nelle prevedute

guerre compromettere la sua fama d’invitto guerriero? o la stanchezza o

l’incontentabilità facevangli vagheggiare il riposo?

Ma quel riposo, nè tampoco ricreato da studj, gli pesò bentosto.

Aveva circondato Carlo Emanuele di sue creature, e raccomandatogli

specialmente l’Ormea, che subito fu fatto ministro; continuamente

carteggiava col figliuolo sugli affari di Stato, e proponevasi

d’infondergli quella fermezza e risoluzione di cui lo credeva

mancante. La Canale, che s’era dato ad intendere di sposare un re, e

trovavasi soltanto un marito stizzoso e uggiato, forse ne stuzzicava

le ambizioni; irritavalo la libertà con cui si disapprovavano i fatti

suoi o si correggevano; com’è di tutti gli uomini operosi, parevagli

che Carlino non facesse nè abbastanza nè bene, e allorchè questo andò

a trovarlo, gli fece, in presenza de’ ministri, rabbuffi violenti

come soleva prima, dichiarando che lo conosceva inetto a regnare, e vi

porrebbe riparo. E ripassati i monti (1731), si pose a Moncalieri, e

fidando sulla supposta debolezza di Carlo Emanuele, cercò ripigliare

gli affari e il lustro, ora con seduzioni, or di sorpresa. Carlo

Emanuele che fin a ginocchi l’aveva in prima dissuaso dall’abdicare,

allora firmò l’ordine di arrestarlo (27 7bre), e Ormea lo eseguì.

Abbattute dai zappatori le porte, a viva forza gli venne rapita dal

letto fra i soldati sua moglie, reputata istigatrice, e che fu sin

chiusa tra le male donne; egli il re, dopo inutili resistenze e smanie

di collera impotente, fu custodito a vista nel palazzo di Rivoli;

frugato ogn’istante; ordine alle guardie di non rispondere alle sue

domande se non con profondi inchini. Sevizie invereconde, se anche

era necessità di Stato l’arrestarlo. Reso poi al suo Moncalieri e

alla moglie, quando si trovò in fin di morte invocò che il figlio lo

visitasse; ma mentre si combinavano i modi egli spirò (1732 31 8bre).

Carlo Emanuele III[160], poco amato dal padre che procurava vincerne

l’ignoranza con continui precetti e col farlo assistere ai consigli

di Stato, ma non gli dava nè l’educazione nè l’esperienza migliore,

il maneggio degli affari, riuscì migliore dell’aspettazione, e con

lentezza prudente ajutò il prosperare del paese, giovato di ottimi

consigli dal marchese d’Ormea, il Richelieu del Piemonte. Vedemmo come

delle guerre profittasse tanto, che pel trattato di Worms si assicurò

bella parte del Milanese; del Piacentino che pretendeva, fu chetato

con un’entrata pari alla rendita d’esso paese, cioè trecenventottomila

lire. Nel _Codex carolinus_ riprodusse quel di Vittorio, con nuove

leggi per assodarne gli effetti, e ne prescrisse la pubblicazione

(1770) «acciocchè tutte le province, città e comunità ottenessero il

benefizio d’una legislazione conforme». Pure disponeva che, dov’esso

non provvedeva, supplissero gli statuti locali; in mancanza di questi,

la decisione del senato, e infine il diritto comune; ripristinata

complicazione. I diritti di feudo sì reali che personali il Governo

riscattava al cento per quattro, cavando i capitali da un’imposizione

generale sui fondi redimibili, obbligando i feudatarj ad investire

in fondi sodi le somme ricavate. Cercò buone armi, stabilendo

l’esercito a trentamila uomini in pace e quarantacinquemila in guerra;

a cui nel 1775 s’aggiunsero poi le truppe leggiere, destinate per

cordone alle frontiere, e dove gli uffiziali potevano essere non

nobili. Destinandovi un milione ducentomila lire l’anno, munì colle

fortezze d’Exilles il Monginevro, di Demonte la valle della Stura, di

Fenestrelle quella di Pragelato, che mediante le trincee dell’Assietta

congiungevasi col forte della Brunetta in modo di rendere insuperabile

il varco del Cenisio. Così credevasi!

L’Università di Torino aveva riordinata Vittorio Amedeo II sopra

i consigli del Gravina, che solo da morte fu impedito di venirvi

professore; v’invitò invano il medico Vallisnieri, il filologo

Lazzarini; ma vi ebbe da Malta il teologo Bencini, da Padova il

Pasini professore di sacra scrittura, da Napoli il Lama professore di

eloquenza, da Roma il Regolotti pel greco, da Parigi il medico Rohault,

da Piperno il Campiani canonista; e all’apertura nel 1720 v’erano

sedici professori e novecento scolari. Luigi Caissotti aveva sistemato

le scuole, escludendone ogni ingerenza di religiosi, e volendo non

s’insegnasse altra teologia che di San Tommaso. Girolamo Tagliazucchi

modenese venne poi a introdurvi una eloquenza compassata e una gravità

pedantesca, che durò tradizionale. Nel 1749 vi furono chiamati il

padre Beccaria di Mondovì e il padre Gerdil; oltre Vitaliano Donati di

Padova, valente naturalista, che mandato a viaggiare in Oriente, ne

riportò molte preziosità di natura e d’arte; e Giovanni Cigna, emulo

del Volta nella scoperta dell’elettroforo. Scipione Maffei indusse il

re a raccogliere nell’atrio dell’Università lapidi e cimelj: il medico

Caccia incominciò l’orto botanico, tanto poi arricchito da Allioni,

autore della _Flora pedemontana_, da Dana, Cappello, Moris: l’abate

Nollet aumentò il gabinetto fisico. Vi si aggiunse una collezione di

quadri e antichità, massime tolte dagli scavi d’Industria.

Il conte Giambattista Bogino (1701-84), dalla diplomazia passato allora

ministro di Stato, dirigeva in meglio l’amministrazione, sempre però

considerando il regno come un patrimonio privato, e col proposito

di non deteriorarlo. Attese a compiere il catasto, riformò la moneta

secondo gli studj del Neri e del Carli, e particolare premura applicò

alla Sardegna, isola d’un settimo più grande che la Lombardia, e

sottoposta a vicende degnissime di storia.

Natura, in lontane epoche sconvolgendola, determinò vanissima la

forma di quelle valli e di quei monti, che poco elevati, non nutrono

coi ghiacciaj fiumi perenni, ma istantaneamente versano torrenti

devastatori. Fra le dense selve e i pascoli irrigati dalle fredde

acque stillanti dagli spacchi de’ graniti, si mantenne forse sempre

quella stirpe primitiva, che fino ad oggi si veste e pettina al modo

degli idoli che il loro suolo restituisce dopo migliaja d’anni alla

curiosità degli archeologi. Là i Sardi resistettero alle immigrazioni

che tratto tratto vi sopravennero; spesso avventaronsi sopra le genti

che prendevano asilo nelle insalubri e ubertose maremme; e mantennero

quel vivere pastorizio, che aborre dalle dimore fisse e dagli

stabili possessi. Sotto la dominazione aragonese, la monarchia vi era

temperata da un parlamento composto di tre _stamenti_ o bracci, cioè

ecclesiastici, nobili e deputati delle città: uniti formavano la corte

generale, che sarebbe dovuta convocarsi ogni dieci anni con lettere

a ciascun membro, e preseduta dal vicerè consentiva i tributi annui,

le donazioni, faceva domande e ordini, benchè il re potesse senz’essa

promulgare leggi. L’isola era distribuita in trecensessantasei feudi,

centottantotto de’ quali appartenevano a sei signori spagnuoli, i

quali erano i marchesi di Chirra, di Villaforre, di Val di Calzana,

di Villacidro, il duca di Mandas, il conte di Montalbo, che nello

stamento erano rappresentati da un procuratore, da un reggitore

nell’amministrare la giustizia. Trentadue feudi erano intestati al re,

centottantotto a signori, per lo più spagnuoli, residenti nell’isola.

Rivoltarsi al principe non avrebbero questi potuto, allorchè i poderosi

dimoravano in Ispagna; i vassalli, obbligati all’armi, non conoscevano

che questi baroni, e ignari del mondo, non pensavano più in là che

a respingere qualche correria. Anche delle dignità ecclesiastiche

le più riserbavansi a Spagnuoli; cogl’impieghi cattivavasi l’ordine

cittadino; fra le città impedivansi gli accordi mediante la varietà

dei privilegi: sicchè non faceva mestieri di milizie per tenere in

fede il paese, dove i re utilmente intervenivano spesso a reprimere

nei signori la tirannide contro i poveri, la violata giustizia, la

protezione de’ facinorosi. Le nazioni vicine che vi trafficavano,

sparvero davanti al compatto feudalismo; l’inquisizione vi fu

introdotta nel 1492, ed espulsi gli Israeliti; ville fiorenti rimasero

deserte, disfatte dieci sedi vescovili per mancanza di greggia, a

Sassari non più di tremila abitanti; vendevansi gli uffizj, gabelle,

privative, e un Genovese comprò dalla Corona il privilegio di pescare

il tonno; a’ magistrati fallivano gli stipendj, sicchè bisognava si

rifacessero colla venalità; le infinite esenzioni dai pubblici aggravj

per clericato, per nobiltà, per privilegio, per aderenza cagionavano

la ricchezza di pochi, la miseria dei più, e un vivere da medioevo.

Ad un convito rusticale s’accolsero duemila cinquecento persone, e vi

furono imbanditi settecenquaranta montoni, ventidue giovenche, ventisei

vitelli, trecento fra agnelli, capretti, porcellini, seicento galline,

tremila pesci, e cinquanta libbre di pepe negl’intingoli. Dal porto di

Cagliari asportavasi appena il valore di centomila scudi, nè di più da

quel d’Alghero; non strade, non poste; le lettere d’uffizio spedivansi

a Napoli, acciocchè di là fossero inviate in Ispagna. Le città si

odiavano e rivaleggiavano; Alghero proibiva che verun Sassarese

comparisse colla spada al fianco; se Cagliari fondava un’Università,

un’altra ne metteva Sassari: ma gli studj restringevansi a teologia

e scolastica; unica lingua colta la castigliana, in cui traducevansi

gli antichi statuti italiani. Intanto però la schiavitù personale andò

abolita, giacchè il servo rimase attaccato non al padrone ma al feudo,

e in conseguenza acquistò stabilità di famiglia, e poc’a poco diritti

comunali; la giurisdizione de’ baroni non impediva di appellarsi al

re; e l’asilo concesso ne’ feudi regj ai fuggiaschi ratteneva i baroni

dall’esorbitare nell’oppressione.

Tale stette la Sardegna fin quando le guerre del principio del

secolo la sbalzarono di padrone in padrone, e alfine la diedero ai

duchi di Savoja. Contava essa allora trecentonovemila abitanti, e

rendeva appena quattrocentomila lire, che non bastavano a gran pezza

a sbarbarirla; ma fatta proprietà inalienabile ed eretta in regno,

cessava d’essere una di quelle provincie, di cui la diplomazia si serve

per ragguagliare i pesi sulla sua bilancia; ed acquistava maggiore

importanza unita al piccolo Piemonte che non alla vasta Spagna. Il

nuovo re stipulò d’osservarne i privilegi, ma v’introdusse un governo

più regolato: e per quanto sapesse di gretto a fronte della sontuosità

spagnuola, e l’oculatezza italiana offendesse chi era avvezzo alla

spagnuola trascuranza, pure, sembrando ormai duraturo, ammansava gli

animi, esacerbati da tante mutazioni. Solito postumo delle guerre

restavano bande di fuorusciti, perocchè le famiglie feudali eransi

osteggiate così accannitamente da combattere perfino le donne. Il

marchese San Martino di Rivarolo mandatogli vicerè, a sbarbicarli

adoprò relegazioni, bandi, forca, senza rispettare, non che le

giurisdizioni baronali, neppure le forme della giustizia nè le garanzie

dell’innocenza; egli stesso girava visitando le carceri, interrogando

rei e testimonj, sbigottendo chi tenesse mano.

Il Bogino, conoscendo il valore di quell’isola, s’industriò a toglierne

le disuguaglianze stabilitevi, e le rivalità che gli Aragonesi avevano

alimentate fra i due Capi, mescolando le fazioni nelle magistrature;

col pagare pronto e regolare faceva si tollerasse la disciplina;

introduceva giustizia regolare, computisteria, assicurazioni, regole

pel commercio e pe’ cambj, scuole di preti italiani che rinnovarono

l’uso della nostra favella, alimentandoli con benefizj; clero e

magistrati facevasi che disusassero il vestire spagnolesco; medici e

chirurghi spedivansi sul continente a scuola; altri v’erano chiamati

a cariche; formossi un reggimento sardo, e favorivansi matrimonj di

quelle fanciulle con militari savoiardi; si infeudarono terre a chi

vi menava colonie; una di Greci vessati in Corsica, fu accolta in

Sardegna; i corallieri genovesi, che abitavano l’isoletta di Tabarca

rimpetto a Tunisi, esposta perpetuamente a’ corsari, furono trasportati

nell’isola di San Pietro, opportunamente munendola, e infeudandone il

marchese della Guardia. Il Bogino fece descrivere da varj scienziati

quel paese incognito; rifondò le Università di Cagliari e Sassari,

donde uscirono valentuomini, sebbene sarebbero ite meglio allo scopo

le scuole popolari. Si moltiplicarono progetti di miglioramenti,

de’ quali svanivano i più anche per mancanza di capitali. Sistemata

l’amministrazione municipale, si riordinò l’antica istituzione de’

monti granatici, che davano a prestito ai poveri contadini le piccole

somme occorrenti a lavorare i campi; e per dotarli si obbligarono i

villani ad opere gratuite, per le quali alcuni nuovi terreni furono

messi a frutto. Si diminuirono gli asili e le immunità, si fecero

ponti, si asciugarono stagni; si apriva stamperia reale a Cagliari, e

il re approvò coloro che manifestavano verità, le quali da alcuni erano

denunziate come riottose.

Molti, e specialmente l’Angioi, il Cossu, il vicerè Thaon di

Sant’Andrea, introducevano il cotone e l’indaco, moltiplicavano i

gelsi e gli ulivi, come le razze di cavalli e le pecore. Francesco

Gemelli d’Orta gesuita, nel _Rifiorimento della Sardegna proposto nel

miglioramento della sua agricoltura_ (1796), gli esempj accoppiando ai

precetti, paragonava l’antica prosperità di quell’isola col deperimento

a cui riducevanla la comunione o quasi comunione delle terre. Perocchè

in paese di sì variata ubertà, può dirsi non esista proprietà stabile,

dovendosi lasciar i campi aperti acciocchè vi pascolino le greggie;

una porzione può prendersi a fitto dal Comune, e cingerla di siepe

secca e seminarla, ma per un anno solo, rimettendola dopo il raccolto a

_pabarile_, cioè a pascolo. Non dunque cascine, non stalle, non scorte,

non concimi; il contadino non s’affeziona alla terra che cambia ogni

anno: condizione antichissima e che, per quanto combattuta ai nostri

giorni, non potrà esser divelta dalle radici finchè il commercio non

abbia acquistato prevalenza tra un popolo che vi pare chiamato dalla

posizione, e non somministri all’agricoltura i capitali che le sono

indispensabili per trarre frutto adeguato a tanta feracità.

Anche in Savoja il re abolì le servitù appartenenti al dominio regio,

e cercò indurvi pure i signori per un determinato compenso; e poco

profittando dalla spontanea redenzione, la rese obbligatoria (1771),

dovendo lo svincolato pagare ventitrè volte la rendita; e si trovò che

questi aggravj feudali sommavano a più di dieci milioni di lire.

In Piemonte Maurizio Solera, vedendo non strade, non ponti, non

manifatture, scarso il numerario, scurante il Governo, pensò rimediarvi

aumentando il denaro per mezzo d’una carta moneta emessa da un

banco, che così porgerebbe e al Governo i mezzi di grandi imprese,

e al privato agevolezza ai miglioramenti. Piacque al re, spiacque al

ministro delle finanze, e fu messo in tacere. Giambattista Vasco di

Mondovì proclamò (verità allora nuove) non convenisse incatenar le arti

in corporazioni, nè alle manifatture interporre ordini amministrativi;

non fissar il prezzo del pane o l’interesse del denaro; e per impedire

l’accumularsi dei beni proponeva d’abolire il diritto di testare:

Spirito Robilant (-1801), dopo combattuto nelle guerre della metà del

secolo, fu mandato in Germania a conoscere lo scavo delle miniere

e le saline, e ne fu fatto ispettore in Piemonte, dove aprì scuola

di mineralogia e docimastica; regolò la zecca; successe come primo

ingegnere al conte Pinto, che aveva fabbricato i forti di Tortona e

della Brunetta.

Carlo Emanuele non se la diceva coi riformatori filosofi, pure lasciò

stampare le _Rivoluzioni d’Italia_ del Denina, benchè disapprovate

dalla censura, e a chi tacciava questo di novità rispose: — Amo più

gl’ingegni moderni che i vecchi pedanti»; come diceva che il metodo

migliore di studj è scegliere buoni maestri e lasciare che insegnino

a modo loro[161]; adottava quel che gli paresse il meglio, ma sempre

rifuggiva dal metter il martello nel vecchio edifizio; ceppi altrove

infranti, qui ribadivansi; Lagrangia, Denina, Berthollet, Bodoni

dovettero cercare altr’aria che la patria, «come se nel paese natio

di qualche uggia malefica temessero» (BOTTA); Alfieri si nojava d’un

«paese anfibio, con Governo e corte francese, costumi e credenze

italiane», e dove non si ode parlare che del re.

Vittorio Amedeo III, arrivando al trono (1773) di quarantasette anni

malissimo intalentato contro i ministri di suo padre, li congedò, e

prima di tutti il Bogino e il cardinale delle Lanze, chinevole alle

pretensioni romane[162]. Il popolo si empì della solita speranza di

larghezza maggiore: nè il re aborriva dalle innovazioni, ma smaniato

d’imitare Federico II di Prussia, in piena pace vagheggiava soldati e

fortezze, onde esausti i dodici milioni lasciati dal padre, diroccò

le finanze, e rinvigorì l’aristocrazia già superba e imperiosa

coll’ammettere soli nobili ad uffiziali. Finì il porto di Nizza,

la quale raddoppiossi d’estensione e d’abitanti; abolì i pedaggi in

Savoja, ricostrusse il palazzo di Ciamberì, abbellì i bagni d’Aix;

frenò l’Arve e il Rodano, e fabbricò Carouge a fianco a Ginevra;

a Torino provvide molte fabbriche, l’osservatorio, i cenotafj,

l’illuminazione; all’accademia delle Scienze, fondazione privata di

Lagrangia, Saluzzo e Cigna, diede stato, e in dote i beni di badie

secolarizzate; approvò una Società agraria; migliorò le strade, di cui

nel 1770 erasi pubblicato il piano; condusse canali irrigui; vietò di

sepellire in chiesa e, per consiglio di Gerdil, l’andare all’Università

di Pavia, focolajo di giansenismo, benchè nella torinese lasciasse

insinuare insegnamenti di quel colore.

Colla caduta del Bogino precipitò la Sardegna; dei quattrocensedicimila

abitanti a cui era cresciuta, trentatremila diminuirono; vi si

rinnovarono con orribile frequenza i delitti: l’abolizione de’ Gesuiti

tolse collaboratori attivissimi all’educazione dell’isola: se il re

protestava non volere diversità nel trattamento dei suoi sudditi di qua

e di là del mare, e soccorreva nelle carestie ai bisogni di chi gli

chiedesse, però un’amministrazione che crede aver fatto assai se non

peggiora, lasciava sottentrare il languore e corrompere la giustizia;

vi si mandavano nelle cariche i giovani nobili che le demeritassero in

Piemonte; i vicerè or negligevano, or precipitavano riforme senza gran

fermezza nell’attuarle, e con quel fare soldatesco, che poco s’impaccia

della regolarità nè sempre della giustizia.

Il re legò nuova parentela coi Borboni, sposando (1775) egli una figlia

di Filippo V, e dando a suo figlio madama Clotilde sorella di Luigi

XVI[163]; nella qual occasione spese due milioni, oltre due altri

datigli da quel re, a’ cui fratelli maritò due sue figliuole. Così

venivasi consolidando questa monarchia, la sola che non abbia sofferto

rivoluzioni e cambiamenti di dinastia.

Ora portiamo gli sguardi alla nuova, piantatasi all’estremità

meridionale. Il primogenito di Carlo III essendo imbecille, restava

designato (1759) successore al trono di Spagna il secondogenito, talchè

delle Due Sicilie diveniva re il terzogenito Ferdinando, fanciullo di

non nove anni mentre erasi stabilita ai sedici la maggiorità[164].

Il Tanucci (pag. 201) fu lasciato da Carlo per correggente al re

fanciullo, e facilmente prevalse agli altri, vecchi e volenterosi

di far nulla; e come informato delle intenzioni di Carlo, fingendo

operare a suggerimento di lui, dominò ad arbitrio, e dispose le cose

di maniera che Ferdinando non potesse più se non seguire la traccia

segnatagli. Secondo il filosofismo corrente, Tanucci voleva fiaccare

l’aristocrazia e il papato, ma sconobbe la crescente potenza del terzo

stato. Migliorare l’esercito, incoraggire le arti, l’agricoltura,

cercare la suddivisione de’ possessi, aprire porti, strade, canali,

moderare la regia prerogativa non pensò; altro spediente di finanza

non seppe che il gravar le dogane, e spesso mescolavasi delle decisioni

de’ tribunali. Essendo arrestati molti Franchimuratori, fece mettere in

accusa don Gennaro Pallanti capo di rota, che li avea fatti prendere.

Nella carestia del 1764 mandò severissimi bandi contro i _monopolisti

e gli usuraj nemici de’ poveri_, col che esasperò la plebe fin a

trarla a tumulti, che poi represse colle forche; sicchè tra di fame

e di supplizj molti perirono, mentre bastò che i mercanti forestieri

sapessero quel caso per accorrere e farvi rifluire il grano. Come

un uomo sì mediocre acquistasse tanta rinomanza[165] non potrebbe

spiegarselo chi non conoscesse che allora il coraggio riponeasi nel

contraffare ai preti, e che con ciò appunto il Tanucci si accaparrò i

dispensieri della fama.

Ferdinando veniva su robusto e ignorante, fra compagni forzosi, a

giuochi atletici, alla caccia, per la quale si estesero le già ampie

bandite e si comminò la tortura a chi le violasse; e i giornali

riferivano dì per dì quante bestie avess’egli ucciso. Acquistò così

que’ gusti che in sessantacinque anni di regno non l’abbandonarono;

aborrimento dallo scrivere, fin ad escludere i calamaj dal consiglio

di Stato, e far da altri apporre la sua firma; gelosia di chi sapeva;

trivialità di gusti e di maniere repugnanti alla dignità del suo grado.

Troppo sincero per nascondere i proprj difetti, giocava alla lotta e

al pallone in pubblico, e una volta fece cogliere un onorevole abate

che a quel giuoco assisteva, e sobbalzare sopra una coperta tenuta pei

quattro capi; qualche volta al palchetto del teatro affacciavasi con un

piatto di maccheroni; pescava presso Posilipo, poi vendeva egli stesso

i pesci, e batteali sul ceffo a chi esibisse troppo poco o non desse

il denaro prima di riceverli; talvolta comparve da bettoliere servendo

agli avveniticci; e i lazzaroni profittavano di quella libertà per

dirgli e villanie e verità: ed applaudivano al re lazzarone.

È importante il guardar questo Giano dalle due faccie: una da

grossolano dabbene, come parve ai nostri padri; una da mentitore

sanguinario qual lo esecrò il nostro secolo, perchè anch’egli ebbe a

fare in prima con un popolo sonnolento, poi con uno frenetico; e perchè

anche allora i liberali, quantunque meno cianciassero di nazionalità,

l’odio svolgeano da lui per concentrarlo sopra un’austriaca.

Imperocchè Maria Teresa, che considerava sempre il regno di Napoli come

usurpato a casa sua, volle almeno tenervi una mano maritando a quel re

sua figlia Carolina, col patto espresso che, appena madre, entrerebbe

nel consiglio di Stato; e così innestava anche nel Napoletano la

politica austriaca, che reggeva omai tutta Italia, tranne il Piemonte.

Carolina insegnò a leggere e a scrivere a suo marito, il quale perciò

la chiamava sempre maestra, e le avea rispetto più che amore; un

rispetto però che non escludeva gli schiaffi. Essa tollerava, ma sapea

scegliere i momenti d’indolenza per proporgli ciò che desiderasse;

e Ferdinando stizziva, pestava i piedi, ma infine sottoscriveva, poi

andava a consolarsi alla caccia. Alle sue guardie egli confidava tutto,

fin i diverbj colla moglie; ma neppure con questa sapea tacer nulla,

sicchè esponeva alle vendette chi gliene avesse sparlato. Eppur non

era male che di lei non si dicesse, fin a supporre che bistrattasse

i figliuoli, acciocchè morendo, come avvenne del principe reale, la

corona ricadesse in causa d’Austria. Imperiosa per naturale, per le

materne insinuazioni, per imitazione de’ fratelli, voleva disgiunger il

re dalla Corte di Madrid e dal patto di famiglia; laonde il circondò

d’uomini nuovi, ligi all’Austria, e rimosse il Tanucci, il quale dopo

avere, si può dire, regnato quarantatre anni, si ritirò in campagna coi

soliti umori degli scaduti, e poco sopravvisse. È sua lode il non aver

lasciato ricchezze.

La regina fece surrogargli il marchese della Sambuca (1776), propenso

agl’interessi austriaci; mentre lo spirito del Tanucci e l’avversione

di esso alla santa Sede furono ereditati da Carlo di Marco con maggior

cautela. Carolina non volea mostrarsi dissenziente dai fratelli

Giuseppe e Leopoldo nell’avversare i papi; Ferdinando la secondava,

ed essendosi assegnati ventiquattro scudi d’un’abazia laicale per

comprare l’abito ad uno che entrava domenicano, egli sul dispaccio

scrisse di proprio pugno: — Non voglio si butti denaro per fare un

frataccio»[166]. Si abolirono alcuni conventi, agli altri si proibì

di dipendere da _forestieri_; i vescovi concedessero le dispense,

non chiedessero le bolle da Roma, ma si facessero istituire da altri

vescovi; non che badare alle conciliazioni proposte da Pio VI per

mezzo del cardinale Buoncompagni, fu mandato via il nunzio per aver

rimproverato ad un vescovo alcuni eccessi di giurisdizione.

Il Tanucci, intento ad osteggiare i preti, poco avea badato alle armi;

pure il principe di San Severo propose un nuovo sistema di tattica,

Giuseppe Palmieri scrisse l’_Arte della guerra_, e Alfonso de Luna

lo _Spirito della guerra_ e altri trattati, lodati da Federico II

di Prussia. Questo re avea messo di moda gli eserciti, sicchè anche

Napoli volle averne di terra e di mare. A tal uopo si chiamò da Toscana

Giovanni Acton cavaliere inglese, il quale, glorioso di recenti

vittorie sugli Algerini, gagliardo, bello, condiscendente, carico

di titoli, pensò ingrazianirsi la regina ch’era tutto, e per tal via

divenne capo del gabinetto, maresciallo di campo, generale; e attento

solo a far fortuna e andar a verso ai regnanti, poco pratico del

governo, trascurante d’un paese non suo, eccitò dappoi tanto scontento,

quante speranze sulle prime.

Voltosi a riordinare l’esercito, vi abolì i privilegi; la guardia del

corpo affidò a granatieri al modo austriaco; licenziò gli Svizzeri

capitolati; gli Spagnuoli, Irlandesi e Fiamminghi restrinse in due

reggimenti; conservò il reggimento reale di Greci, con aggiungervi

un battaglione di cacciatori albanesi; spedì fuori uffiziali per

apprendere i migliori usi; stabilì due accademie pei corpi facoltativi;

chiamò di Francia e Svizzera uffiziali istruttori pel genio, la marina,

l’arsenale, il Salis grigione per l’esercito, il francese Pommereuil

per l’artiglieria; e piantò a Capua un campo d’istruzione. Ma tutti

quei forestieri voleano far riforme costose e non necessarie, menavan

seco persone da collocare ne’ gradi, invano sperati cogli onorevoli

servigi dai paesani.

Maggior attenzione volse Acton e ingenti spese ad allestire vascelli di

linea, flotta che cagionò gravi imbarazzi facendo figurar il regno come

potenza marittima, mentre sarebbonsi dovuti preferire legni sottili

per le comunicazioni colla Sicilia, e per impedire che gli sciabechi

barbareschi infestassero le coste: anzi alle navi mercantili non si

consentì d’avere cannoni come le inglesi. Intanto faceano guerra alle

strade i masnadieri[167], sicchè il Governo era ridotto a raccomandare

ai viandanti di andar in carovane: alla costa i Barbareschi, benchè

i re, a titolo di guerreggiarli, si fossero fatta cedere dal papa la

crociata, cioè l’indulto del mangiar grasso, che rendea cenventiduemila

ducati. Avendo il Tanucci popolata Ustica, isola dove costoro

ricoveravano, essi portarono via anche i coloni.

I ministri si proposero di emendar il paese, ma mescolarono

provvedimenti buoni e sinistri. Si favorì il dissodamento dei terreni,

abitaronsi isole deserte, s’istituì il regio archivio, e una custodia

delle ipoteche. Per opera di Michele Jorio, dottissimo nelle leggi e

nella storia, si preparò un codice di commercio e marittimo, ma rimase

in progetto. La prammatica del 1774 pose qualche freno ai curiali,

peste del paese; sbandita l’autorità degl’interpreti e commentatori,

ordinossi ai giudici di non decidere che sovra un testo preciso della

legge, e di pubblicar i motivi delle sentenze coi punti di fatto

e di diritto; la discussione delle prove e l’esame de’ testimonj

si facessero in presenza dell’accusato e dei difensori; però si

conservarono la tortura e la ferocia contro i borsajuoli; a chi leggea

Voltaire, tre anni di galera; sei mesi di carcere a chi la Gazzetta

di Firenze. Fu riformata l’Accademia Borbonica, ma presidente doveva

esserne il maggiordomo di Corte, e gli accademici ordinarj erano eletti

«dal supremo arbitrio del re nella sublime nobiltà»[168].

Gli abitanti di Torre del Greco, sempre minacciati dal Vesuvio,

eransi buttati arditissimi alla pesca del corallo, facendo stupire

coll’audacia e coi guadagni: ma quando il Governo volle brigarsene

e regolarli col _Codice corallino_, quell’industria intisichì. Il

tribunale delle grasce, che arbitrariamente esaminava le merci al

confine pontifizio, impedendo l’uscita d’ogni annona, del bestiame,

della moneta, e punendo a capriccio i trasgressori; le servitù del

pascolo invernale (_regj stucchi_), che avvinceano l’Abruzzo marittimo

a segno che nè si poteano assiepar le terre nè metter a biade o

piantarle d’alberi, furono tolte pei richiami di Melchior Delfico, che

propose anche lo svincolo de’ possessi feudali, uniformità di pesi, di

misure, di giustizia: ma non si seppe render uniforme l’amministrazione

comunale, nè sottrarla ai feudatarj; della generale mancava un centro;

e quelle che oggi sono attribuzioni del ministro degl’interni, andavano

ripartite fra gli altri ministri[169].

Peggio stava la Sicilia, amministrata a foggia di provincia, eludendo

le sue franchigie, lasciandovi dominare la feudalità, negligendovi la

coltivazione, e caricandola d’imposte. Maggiore v’era il numero de’

feudi, attesochè, per privilegio di re Martino passavano a tutti i

rami ed anche alle donne, non ricadendo al re nè estinguendosi. I beni

poi erano impacciati dalla _soggiogazione_; e non potendosi venderli

a causa dei vincoli fedecommessi, vi s’imponeano usure, doti per le

figlie, assegni pei cadetti, che assorbivano fin metà e più della

rendita. Il principe di Butera pagava per interessi quarantamila onze

l’anno, trentaquattromila Paternò, ventiduemila Terranova, undicimila

Trabía, mentre aveano gl’impacci d’una complicatissima amministrazione.

Masnade di banditi infestavano la campagna, e di tre numerose era capo

un Testalunga da Pietraporzia che impediva ogni traffico e guastava

l’agricoltura, finchè fu preso. Oltre proibire l’asportazione del

grano se ne faceano vasti magazzini con un capitale apposta (_colonna

frumentaria_) per comprarne al bisogno: eppure frequenti rinnovavansi

le carestie. Il marchese Fogliano, vicerè lodato dagli adulatori,

avea concesso al genovese Gazzini d’estrarre grano; e il popolo,

attribuendo a ciò il caro sopravvenuto, tumultuò finchè ottenne si

eleggesse pretore Cesare Gaetani, principe di Cassaro. Ma questo cade

gravemente malato, e il popolo ne imputa il vicerè; fa devozioni

tumultuose, e quante ha reliquie venerate porta fin alla casa del

malato (1773), preci alternando a minacce. Come poi egli morì, cercò

dare il sacco al banco e al tesoro, e dietro a un Giuseppe Pizzo arse

la casa del Gazzini, prese i cannoni delle navi in porto, liberò

i criminali, e voltosi sul palazzo, avrebbe trucidato il vicerè se

l’arcivescovo Filangieri non l’avesse ajutato a trafugarsi a Messina.

L’ottagenario generale Caraffa col rigore, e più il Filangieri colla

bontà sopirono il tumulto: il parlamento raccolto a Cefalù, espose le

lagnanze e i bisogni del paese, norma alle future riforme. Il Fogliano

venne destituito; sangue non fu sparso che ne’ supplizj; i bastioni di

Palermo venduti o demoliti.

Nel 1781 v’andò vicerè Domenico Caracciolo (1715-89) marchese di

Villamarina. Era egli stato ambasciadore in Inghilterra, ma presto

si stancò d’un paese «ove non c’è di pulito che l’acciajo, ed ove

si scommette di tutto». A Parigi legossi colla società brillante,

e con Diderot, D’Alembert, Garat e simili; e se Luigi XV chiedeagli

se facesse l’amore, rispondea: — No, sire; lo compro bell’e fatto».

Marmontel così lo ritraeva: — Al primo vederlo avea l’aria grossa e

massiccia d’un ignorante; ma appena parlasse, i suoi occhi s’animavano,

e ne scoppiettavano scintille; l’arguzia, la vivacità, l’originalità

del suo pensare, la naturalezza dell’espressione, la grazia del

ridere davano alla sua bruttezza un carattere amabile, ingegnoso,

interessante. Poco esercitato nella nostra favella, ma eloquente nella

sua, quando gli mancasse la parola francese prendeva dall’italiana i

termini, i giri arditi e pittoreschi; e animavala sì bene col gesto

napoletano, che può dirsi avesse lo spirito fin in cima alle dita. Avea

studiato gli uomini, ma da politico anzichè da moralista satirico:

con molta dottrina e un modo amabile e arguto di produrla, era un

eccellent’uomo, e tutti ne ambivano l’amicizia».

In quella compagnia imbevutosi delle idee novatrici, s’ingegnò

introdurle in Sicilia senza sobrietà, e con quella violenza che non

soffre contraddizione. Consigliato e spesso moderato dal napoletano

Saverio Simonetti, sopì le gare secolari tra paese e paese; tolse

il Sant’Uffizio, le comandate de’ contadini, le immunità de’ baroni,

aprendo il campo agli angariati di reclamare colla fiducia di vedersi

sostenuti[170]; riordinò il parlamento in modo che la deputazione del

regno, la quale negl’intervalli delle chiamate vigilava all’esecuzione

dei suoi decreti, non si componesse di soli baroni, ma vi si unissero

quattro ecclesiastici e quattro deputati delle città regie; tolse il

mero e misto imperio a quei baroni che non potessero mostrare i titoli

scritti; non partecipassero alla nomina de’ magistrati municipali,

nè all’amministrazione de’ fondi comunali; sicchè, diceva egli, non

s’avesse a riconoscere altro che re e popolo. La scuola da cui usciva

il facea vantare sè, sbeffare i depressi, vilipendere la pubblica

opinione; non sofferse che gli artigiani portassero le spade, riservate

ai gentiluomini; fece levare i busti, posti dalle città a benemeriti

magistrati, quasi fosse municipalismo; derideva la devozione alla

Lettera e a santa Rosalia, e il voto sanguinario dell’Immacolata,

mentre bazzicava ballerine e cantatrici; e chiamata una compagnia

francese invitò i vescovi a vederla. Favoriva anche le spie, turbando

il sacrario domestico, e agevolando le calunnie.

A Parigi aveva detto: — Se divengo ministro di Napoli, saprò ben

io emanciparla dal gran mufti di Roma»; eppure divenuto ministro,

conchiuse un concordato col papa, stipulando che ogni nuovo re

offrirebbe a San Pietro cinquecentomila ducati d’argento; al papa

apparterrebbe il conferire i benefizj minori, ma non li darebbe che a

nazionali; a lui lo scegliere i vescovi fra tre proposte dal re, e il

dare le dispense matrimoniali; l’omaggio della chinea però cesserebbe,

nè il regno si qualificherebbe più vassallo della santa Sede. In

conseguenza il Caracciolo fu denigrato come compro dai preti e dai

fanatici: poi quando udì la presa della Bastiglia di Parigi, egli

novatore, egli nemico della feudalità, accorossene tanto che morì.

Da sventure eternamente memorabili fu travagliato il regno. Nel 1716

Palermo fu sobbalzata dal tremuoto; nel 27, dopo lungo eruttare del

Vesuvio, si versò su Napoli una tal pioggia che allagò le case, ingorgò

gli acquedotti, svelse piante, dilavò i colli; poi i tremuoti si

rinnovarono spesso, e specialmente nel 31 a Foggia che rimase tutta

lacerata e sepolte da tremila persone, a Barletta, a Bari, a Napoli;

nell’anno seguente, a Napoli ancora e in Terra di Lavoro. L’eruzione

del Vesuvio nel 79 lasciò un fiero sgomento negli animi; e perchè lo

crescevano le tante descrizioni e immagini che se ne pubblicavano

tuttodì, il Galiani volle ripararvi con un opuscolo, intitolato

_Spaventosissima descrizione dello spaventoso spavento che ci spaventò

tutti colla eruzione degli 8 agosto del corrente anno, ma (per grazia

di Dio) durò poco; di Onofrio Galeota poeta e filosofo all’impronto_.

Si ridacchiò, e gli animi ne acquistarono tranquillità.

Già nel 43 la peste aveva tolto trentaquattromila abitanti a Messina,

poi il tremuoto scassinate di recente le case: quando nel febbrajo

dell’83, cominciò a sentirsi l’aria pesante, turbata da strani rumori,

e gli animali agitarsi d’irrequietudine inesplicabile; più forte e

irregolare la marea, e più vorticose Scilla e Cariddi. Poi il suolo a

tremolare, finchè sul mezzogiorno del 5 si scosse spaventosamente, or

ondulando, or sussultando, or abbassandosi, or urtando di traverso,

or roteando come spinto a turbine. Alla romba incessante ben tosto

si unirono il rovinío delle case, l’urlo degli abitanti, l’incendio

appiccatosi alle diroccanti fabbriche, e alimentato da una bufera,

che spirando a turbo levava in aria i mobili e le scalcinate pietre.

Il mare gonfiatosi si rovesciò nel porto, e di fango e d’alga empì la

panchetta del teatro marittimo.

La scossa si rinnovò ai 7, ai 26, ai 28 di quel mese, poi ai 28

del seguente. Allora principalmente fu sovversa la Calabria, ove la

terra apertasi ingojò uomini, castelli, paesi; il mare sollevato lavò

gran tratto delle coste; villaggi interi rimasero sobbissati presso

ad altri che neppure ne sentirono; tempj maestosi, robuste rôcche

scomparvero: alcuni, scampati alla prima, sprofondavansi a una nuova

scossa; le persone o le cose che jeri erano state inghiottite, domani

venivano rigettate dalle voragini, che or fanghiglia eruttavano, or

acqua schietta; talora si racchiudevano, poi con iato si aprivano,

e fu volta che ingojarono i lavoratori, o interchiusero le gambe de’

passeggieri che rimanevano a mezzo sepolti: dal mare veniva assorto

chi sfuggiva alla terra; torrenti e fiumi si perdettero o cambiarono

corso; i pozzi disseccarono, miseria nuova: e riffoli di vento, mugghi

di tuono prolungato accompagnavano quell’universale sovvertimento.

Lungo tempo padri e sposi vedeansi faticare attorno alle travi e alle

pietre sotto cui giacevano i loro cari, e supplicare invano d’ajuto i

passeggieri, o sbalorditi, o ciascuno delle proprie perdite occupato:

altrove già perduta la speranza, si scavava per trovare se non altro

le care reliquie. Madri sepolte coi loro figliuoli, e fattesi per lunga

pezza archi a sostenere le crollanti muraglie; bestie divenute salvezza

dell’uomo nel cercare la propria; diuturne fami durate; cadaveri

antichi sbalzati su per sovrapporsi agli ancor tepidi; miracoli,

voti di pellegrinaggi, di lunghi digiuni, di perpetue astinenze,

pietosissimi atti di carità, malvagissimi di cupidigia, di ferocia,

di libidine, e bande assassine che accorrevano a rapire ricchezze, a

speculare sull’ajuto prestato o negato, a coprire nuovi delitti sotto

la specie del pubblico flagello, resero memorabilissimo quel disastro,

descritto poi con pietà e con scienza.

Nello sgomberare si capiva che i più non erano soccombuti al crollo, ma

sopravvissuti a sorbire il dolore, l’aspettazione, la fame, e strazio

più incomportabile, la sete. Bruciavansi cataste di cadaveri man mano

ch’erano scoperti, acciocchè maggiormente non infettassero l’aria;

ristoppavansi gli spalancati sepolcri; e quei che camparono più non

risero, più non ebbero gioja. Si noverano precipitate ducento fra città

e villaggi, sessantamila Calabresi periti: a Messina da ottocento

rimasero vittime; gli altri fuggiti all’aperto, si trovarono senza

tetto, senza vesti, senza cibo; beato chi potesse foggiarsi una capanna

da selvaggio!

Perdute le scorte di grani, di vini, d’olj, guaste le fontane,

rotte le strade, le campagne coperte di macerie, la fame e le

malattie sviluppatesi fra gente esposta alle intemperie e alle

necessità sopraggiunsero ad esacerbare il disastro. I vicini non

portavano soccorsi per paura de’ morbi, l’avidità esercitava inumane

speculazioni, un fiero egoismo dominava, e una compiacenza insultante

nell’egualità de’ patimenti. I soldati delle compagnie provinciali

furono adoprati a sbrattare i terreni, e renderli di nuovo coltivabili:

pure nè la buona volontà del Governo, nè la pietà di ecclesiastici

e di baroni riuscivano pari a tante miserie; malattie contagiose si

ostinavano, un denso nebbione ingombrò quelle parti e le circonvicine;

temeasi rinnovato il disastro, non vedendosi perchè venuto, perchè

cessato. Quel lungo tremare sull’avvenire svogliava d’ogni lavoro

presente; lasciato ogni riguardo, moltiplicaronsi i parti illegittimi;

andarono repentinamente sovvertite le fortune per ricchezze perite o

per eredità accumulate, per terre isterilite o date, per documenti

perduti, per servigi caramente prestati, per la cessazione de’

lavori intrapresi; ne seguirono l’interruzione delle speculazioni, il

deviamento delle aspettative, un’infinità di accattoni che o veramente

avevano sofferto o il fingevano; e l’aspetto e il dissotterramento e il

racconto insistente di tante miserie le aumentavano.

Non sapea darsene pace il re; del che Carolina rimproverandolo, — Che

faresti (gli diceva) se perdessi un figlio? — Perdere tutta la mia

famiglia avrei preferito alla ruina di quelle provincie: tante migliaja

d’uomini non sono anch’essi miei figliuoli?» egli rispose. Il popolo

gli seppe grado di quella pietà, e del molto denaro che mandò, sebbene

soggiungesse che il ministro Pignatelli se l’usurpò, lasciando morire

sessantamila persone di fame. Così ogni calamità vuole una vittima su

cui svelenirsi.

Il re e la regina fecero poi un viaggio di pompa e curiosità per

la Toscana, a Genova, a Torino, spendendo un milione di ducati,

che sarebbero stati opportuno ristoro alla Calabria. Ferdinando vi

portava un desiderio d’imparare e un’ingenuità nel confessare la

propria ignoranza, che lo rendevano interessante ai filosofi, i quali

gli trovavano e carattere e buon senso, e ne facevano raffaccio alla

vanità di Giuseppe II e del granduca Leopoldo, sentenziatori arguti

e spacciatori di degnità filosofiche. Leopoldo un giorno fece una

predica a Ferdinando sulle dottrine economiche, sul modo d’educare i

suoi popoli al lavoro; e Ferdinando ascoltatolo, gli chiese in aria

di lazzarone: — Dimmi, dottore, hai tu molti Napoletani a servire

ne’ tuoi Stati? — Non uno. — Or bene, dottor mio, molte migliaja di

Toscani stanno nel mio regno e nella mia casa: vi sarebbero se tu

gli avessi istruiti a guadagnarsi il pane in casa?» E vedendo l’aria

contegnosa e scontenta dei sudditi di Leopoldo, soggiungeva: — Non ci

capisco un’acca. Tu sai tante cose; tu leggi sempre, i tuoi sudditi

fanno altrettanto; eppure guarda che musi lunghi! Io non so nulla, io

non ragiono di nulla; e il mio popolo è sempre in festa. Ben so che

anche Firenze era allegra al tempo de’ Medici. Credimi: governali un

po’ meno; la tua dottrina li secca». E a Giuseppe II che ricantavagli

sempre ben del popolo, amor del popolo, disse: — Già già; capisco la

differenza che corre fra te e me: quand’io mi posi in viaggio, dovetti

quasi rapirmi al mio popolo; i tuoi sudditi sono beati quando tu

sei lontano. Eppure io mangio, bevo, dormo, e non mi do tante scede

pel capo. Piglia anche tu un po’ di riposo, e lasciane pigliare agli

altri».

Ferdinando, non trovando alcun paese più bello del suo, tornò più

sprezzante degli altrui, e più restìo alle innovazioni. Solo in

Lombardia avendo veduto le pingui cascine, volle farne sperimento nel

suo paese, e sul colle di San Leucio presso Caserta fondò una colonia

di trentuna famiglie, cui foggiò come Stato indipendente, con leggi e

milizia propria e governo a comune. Nella bizzarra costituzione che

vi diede, metteva perfetta eguaglianza; vietato il lusso; aboliti

i testamenti e le doti; libera la scelta ne’ matrimonj, festeggiati

pubblicamente e dal re provveduti; gratuite ed eguali le esequie e

senza vesti di corrotto; tutti i fanciulli siano inoculati, tutti

abbiano scuole elementari. L’adunanza dei capicasa nomini per palle

secrete i seniori annui, che concordino o giudichino le contese,

puniscano correzionalmente le mancanze, vigilino all’adempimento delle

leggi.

Quei che si segnano d’orrore al nome di repubblica, non isdegnino d’uno

sguardo questo costoso trastullo repubblicano di un re, che almeno

potè fare contenti alcuni; oltre che in quella libertà, sebbene intesa

a rovescio, prosperò la coltura della seta, e s’introdussero telai di

_gros_, che ancora non perdette di credito.

Ma non con idilj poteano spingersi e dirigersi i miglioramenti; e il

nembo offuscandosi dissipava i regj sogni, come le filosofiche utopie.

Storia degli Italiani, vol. 12 (di 15) · 第 12 / 32 题