CAPITOLO CLXVI.

Idee innovatrici. Economisti, filantropi, filosofi.

Chi dice che la gran rivoluzione susseguì alla caduta dei Gesuiti,

dunque ne fu l’effetto, dà nel vulgare sofisma del _post hoc ergo

per hoc_: ma il congratularsi che ne fecero i filosofi convince che,

sotto quel nome, combatteasi l’autorità, la tradizione, vale a dire il

cristianesimo, e che la soddisfazione data dai principi e dai papi,

incorò a maggiori ardimenti lo spirito irreligioso. Noi lo dicemmo

incarnato in Voltaire, cui teneva dietro uno stuolo di libellisti,

romanzieri, epigrammatici, combattenti una faceta guerra, ridenti sulle

miserie di questo «ch’è il migliore dei mondi possibili».

Quello scherno perpetuo non trovò grand’eco nell’Italia, più morale,

più seria, più affettuosa: e maggiormente vi fu gradito il ginevrino

Rousseau, il quale, disgustato da quella negazione d’ogni fede e d’ogni

virtù, volea ridestare le simpatie, addurre ad una morale filosofica

quei che avevano cessato di sentire ed operare cristianamente;

predicava che il cuore non inganna mai, che la natura ha sempre

ragione, sempre torto la società, la quale però è correggibile:

onde, traviando gli spiriti mentre Voltaire gl’intorpidiva, censurava

tutte le istituzioni sociali, fin anco la proprietà; e dava risalto

ai contrasti fra le colpe dell’incivilimento e la bontà dello stato

naturale, alla cui ripristinazione devono rivolgersi tutti gli

sforzi, e all’acquisto d’una libertà illimitata per via della pura

ragione e senza tenere calcolo dei fatti e dell’esperienza. Gli

uomini, originariamente barbari, costituirono la società mediante un

contratto espresso; laonde essa derivando la volontà del popolo, questo

è sovrano, e il suo volere è unica base storica e razionale degli

istituti. La scolastica ammirazione pei Greci e Latini, e la recente

per gli Americani che, scosso il giogo dell’Inghilterra, proclamavano

allora i diritti primitivi dell’uomo e del cittadino, fecero prevalere

quella dottrina e l’ideale universalità; sicchè immolando l’esperienza

e l’autorità, voleasi innovare il mondo secondo canoni prestabiliti,

non dipendenti da luogo nè da tempo.

La filosofia sociale pertanto non era più un robusto studio d’associare

il progresso politico con quello della società; di conciliare lo Stato

antico che assorbiva le individualità, coll’evoluzione spontanea

personale della società moderna; ma riduceasi a dire, «Tutto il

passato è un male, e deve considerarsi come non avvenuto. Si innovi

il mondo sopra canoni filosofici prestabiliti, eguali dappertutto,

senza riguardo a storia, a nazionalità, ad abitudini, a sentimenti; per

ottenere ciò basta volere, perocchè sono i grand’uomini, i filosofi che

mutano le nazioni, e i decreti ottengono quel che si vuole; e perchè

i decreti vengano emanati ed eseguiti, occorre che i Governi sieno

dispotici, non incagliati da nobiltà, da clero, da corporazioni, da usi

antichi». Posti questi termini, la libertà non è più l’indipendenza

dell’individuo, ma il potere assoluto, esercitato in nome di tutti;

eguaglianza è l’obbedire tutti a quel potere. Non altro fu il

liberalismo d’allora.

Tolta l’idea d’un fallo originale e della conseguente espiazione, e

le speranze di un paradiso, bisognava all’uomo prepararlo in terra, o

fare ch’egli vi si trovasse il meno male. Di qui l’altro aspetto del

filosofismo d’allora, la filantropia, diversa dalla carità in quanto

faceva il bene non per Dio ma per gli uomini, e perciò facilmente

cianciera e millantatrice. Amare l’uomo e aborrire il peccato era

stato imposto dal vangelo: la filantropia amava l’uomo ma non aborriva

il peccato; dubitava del dovere, dogma fondamentale, senza cui non

sopravanza che azione fisica; e praticava quel che un filosofo nostro

contemporaneo formolò dicendo, — Ama te stesso sopra ogni cosa, e il

prossimo per amor di te». Quindi un parlare universale di moralità,

di ragion naturale, di diritti degli uomini, di carceri e giudizj da

correggere, di case di lavoro da istituire, di migliorare abitazioni

e pratiche agricole, d’estendere l’educazione, di propagare i lumi

sulle moltitudini, di cure pel povero popolo, pei poveri contadini, pei

poveri malati, per la povera infanzia, pei poveri trovatelli.

Qualunque valore avessero in sè e nell’applicazione questi concetti

separati dalla vera loro fonte, ne derivava un’ammirazione piena

di speranze; cognizioni sempre nuove, rapidi progressi, espansivo

incivilimento; i costumi si addolcivano, gli spiriti si dilatavano,

la vita faceasi sempre più facile ed animata; tutti credeansi buoni e

capaci, e non vedeano l’ora di mostrare e bontà e potenza.

Continuavano i Governi economici, fondati su usanze tradizionali;

le leggi erano motu-proprj; viglietti del principe sospendeano le

procedure, cassavano le sentenze, restituivano in integro le ragioni

prescritte. Ma que’ despoti patriarcali s’accorsero che la loro

missione consisteva nel dilatare la bontà e il benessere; onde si

accinsero a migliorare la coltura intellettuale del popolo, rivedere

le leggi, coordinare l’amministrazione, favorire il commercio,

l’industria, l’agricoltura, svincolare il terreno e le arti, abolire

i monopolj e le reliquie della feudalità, sminuire le disuguaglianze

delle classi e i privilegi de’ singoli a favore del diritto di tutti.

Gaja campagna contro il passato, tutta di frizzi, aneddoti, cene,

pastorellerie, sensibilità, chi avrebbe preveduto dovesse riuscire

alla sovversione d’ogni ordine? che negato alla società il diritto

di mandare un reo al supplizio, si lascerebbe che gl’invasori della

società piantassero tante ghigliottine quante la Francia ha città e

borgate, quasi a dimostrare indelebilmente come l’uomo, abbandonato che

abbia Iddio, non è che abisso di contraddizioni, mostro d’immanità?

Poderoso stromento a diffondere lo spirito filosofico divennero le

società segrete, e principalmente quella de’ Franchimuratori. La vanità

pretese di darle radici o remote od illustri; nè v’è insigne nome,

dall’arcangelo Michele fino a Socino e a Cromwell, cui non siasene

attribuita l’istituzione: chi la derivò dal tempio di Salomone, chi

dai misteri egizj, chi da Manete; avere la massoneria insegnato nei

primordj la civiltà agli Europei sotto il nome di Pitagora, poi nel

medioevo conservato le tradizioni scientifiche; colle crociate arrivò

in Europa per via degli Spedalieri e Templari, alla cui distruzione

sopravvisse arcana[92]. Nel fatto, le loggie muratorie erano una

delle molteplici associazioni, per cui mezzo nel medioevo l’industria

cercava tutela fra tanti nemici, sussidio in tanta scarsezza di

mezzi; e i metodi architettonici v’erano tramandati col segreto e la

gelosia allora comune. In Germania quell’associazione fu riconosciuta

dai principi, e Massimiliano imperatore ne confermò gli statuti.

In Inghilterra ne appajono traccie storiche fin dal 1327, donde si

estese a Parigi, ove nel 1725 fu aperta la prima loggia sotto tre capi

forestieri: proibite nel 44, crebbero e si diffusero in provincia. Un

Venerabile presedeva a ciascuna loggia; il Vigilante ne tenea le veci;

il fratello terribile riceveva i neofiti, che poi erano istruiti dal

maestro delle cerimonie; il grand’esperto faceva i sermoni: aggiungete

il tesoriere, l’elemosiniere, il secretario. Nell’assemblea portavano

sopravvesti particolari a modo di tonache, e con emblemi di spade e

squadre; per la camera vedevansi sospesi quadri emblematici, motti,

geroglifici, e attorno un letto a bruno colla croce e l’ulivo; il

tamburo di pelle d’agnello; i grembiali di pelle, cazzuole, martelli,

stili, fazzoletti chiazzati di sangue, ossa e teschi ed altri apparati

da far colpo sulle immaginazioni.

In Inghilterra la compagnia conservò carattere serio: altrove si

risolse in convegni di buon tempo, in un’eresia galante che giovava

coi mutui soccorsi, ed offriva il tipo d’una società costituita sovra

principj differenti da quelli della civile. Perocchè nelle sue loggie

niuna prerogativa ereditaria conosceasi; sulle pareti del _gabinetto

delle riflessioni_, tra i parati neri e gli emblemi mortuarj si

leggeva: _Se curi le distinzioni umane, esci; qui sono sconosciute_.

L’aspetto di benevolenza ch’essa vestiva, le relazioni che agevolava

in ogni paese dando protettori e amici e mezzo d’introdursi nella

bella società, quell’universale eguagliamento, quel libero pensare

lusingarono molti anche onestissimi; a tacere gli spiriti torbidi, che

vi vedeano la speranza di fare fortuna e di sommuovere gli Stati.

In Italia la massoneria non fu mai molto estesa, e solo fra la gente

colta e con grandi cautele. Ne’ cimelj di quella società troviamo

una medaglia, fin dal 1733, coniata al granmaestro duca di Middlesex

dalla loggia fiorentina: nel 39 fu introdotta in Savoja, nel Piemonte,

in Sardegna, e pei tre paesi un granmaestro provinciale fu nominato

dalla gran loggia d’Inghilterra. A Roma, convegno de’ forestieri,

molte loggie esistevano nel 42 quando esse decretarono una medaglia

a Martino Folkes presidente della Società Reale di Londra; ma non

presero pubblicità fino all’89. Principale v’era la loggia degli Amici

Sinceri, che indipendente prima, si fece poi istituire regolarmente dal

grand’Oriente di Francia nel dicembre 87, quando contava circa venti

anni di vita, componeasi di Francesi e Tedeschi, e n’era Venerabile un

tal Bello; e s’affigliò a molte loggie, quali la Perfetta Eguaglianza

di Liegi, il Patriotismo di Lione, il Secreto e l’Armonia di Malta,

il Consiglio degli Eletti di Carcassona, la Concordia di Milano, la

Perfetta Unione di Napoli ed altre. Sui diplomi di essa era disegnato

a mano un simbolo che figurava il triangolo dentro al cerchio, e nel

centro la lupa che allattava i figliuoli.

Alquante loggie ebbe Napoli nella prima metà di quel secolo, e nel 1756

formarono una gran loggia nazionale, in corrispondenza colla Germania.

Ma il mistero li rese sospetti ai Governi; onde Clemente XII scomunicò

i Franchimuratori in Italia, poi di nuovo Benedetto XIV nel 51;

Carlo III applicò ad essi le pene de’ perturbatori della tranquillità

pubblica. Poi il Tanucci non gli amava perchè, accostandosi al re,

potevano dirgli verità ch’esso non volea; ed essendo una neofita

talmente scossa dalle cerimonie dell’iniziazione, che cadde malata e

morì in breve, e il popolo ne mormorò, quel ministro ne profittò per

escludere la massoneria dal regno; ma Carolina d’Austria la ristabilì,

onde ne’ loro brindisi auguravasi salute ad essa. Giuseppe II, in una

circolare ai governanti del 1º dicembre 1785, professò non conoscere la

frammassoneria nè le sue buffonerie; però sapere che quella società fa

del bene, sovviene de’ poveri, coltiva e incoraggia la scienza; onde

la prendeva sotto la sua protezione, a patto non v’avesse nelle città

principali più di tre loggie, nessuna dove non risieda il Governo,

facciano conoscere i loro membri e i luoghi e giorni di loro adunanze.

Ebbero poi rincalzo dagli Illuminati, istituiti in Germania da

Weishaupt nell’intento d’annichilare ogni superiorità ecclesiastica e

politica, restituire l’uomo alla originaria eguaglianza donde l’avevano

sottratto la religione e i Governi. Il primo attentato alla libertà

(insegnavano essi) furono i consorzj politici; i Governi e le proprietà

non si appoggiano che sopra convenzioni religiose e civili, laonde

queste bisogna disfare per giungere all’abolizione della proprietà[93].

In Roma si piantarono loggie d’Illuminati della Svezia, d’Avignone, di

Lione, e formavano un tribunale. Uno de’ proseliti più attivi, Costanzo

di Costanzo napoletano, ito a Berlino in servizio della setta, ispirò

sospetti a Federico II, e questi ne avvisò la Baviera, che colse le

costoro carte e le pubblicò.

Nominanza più estesa conseguì Giuseppe Balsamo di Palermo. Giovane

entrò ne’ Fatebenefratelli (1743), ma li prendeva in celia, ed uscitone

si buttò alla vita gaudente fra attrici, duelli, ciurmerie. Col greco

Altotas, uno degli ultimi depositarj delle scienze occulte, percorse la

Grecia, l’Egitto, Malta, in cerca del grande arcano, finchè quel suo

maestro morì per esalazioni de’ suoi preparati. Il Balsamo continuò

a girare cambiando nomi; e principalmente venne noto con quel di

conte di Cagliostro, sebbene più spesso rispondesse _Sum qui sum_.

Prese a Roma una moglie che ne secondava le ciurmerie, vide Spagna e

Inghilterra, vestendo suntuoso, imbandendo lautamente, vendendo polveri

rinfrescanti, vino d’Egitto, pomata ringiovanente, de’ cui effetti dava

in prova se stesso, nato fin dai tempi d’Abramo, vissuto con Cristo;

mentre con altri spacciavasi discendente da Carlo Martello, generato

dal granmaestro di Malta in una principessa di Trebizonda. Le sue

grandi spese giustificava dal sapere, a forza di calcoli, indovinare

i numeri del lotto; più volte processato in Inghilterra per iscrocchi,

ne uscì assolto: fatto è che a nessun genere di frodi rimase estraneo;

s’intese con monetieri falsi, con plasmatori di gioje; quando Mesmer

introdusse il magnetismo animale, e’ se ne fece apostolo; e predizioni

e guarigioni andò portando in Russia, in Polonia, in Germania; se non

riuscissero, ne imputava la mancanza di fede o i peccati degl’infermi.

Istituì i Franchimuratori egiziani, proclamandosene gran cofto, e non

ammettendo se non chi già era appartenuto alle altre loggie: ai quali,

tra idee e formole mistiche, insegnava che qualunque religione è buona,

purchè si riconosca Dio e l’immortalità dell’anima; abituavali alla

vita contemplativa e alle quaresime, cioè a un regime dietetico che

dava esaltamenti; e gli uomini prendeano i nomi de’ Profeti, le donne

quei delle Sibille. Prometteva condurre i suoi adepti alla perfezione

mediante il rigeneramento fisico e il morale: pel primo doveano

trovare la pietra filosofale e l’acacia dell’immortalità; per l’altro

procacciava ad essi un pentagono dove gli angeli aveano scolpite cifre,

e che riconduceva all’originale innocenza.

Acclamato da tutta Europa, avuti segni di venerazione profonda e di

sommessione servile, s’avventurò nella maggior palestra del bene e

del male, Parigi. Preconizzato dai giornali, appena giunto alloggiò

in grande appartamento, e nella magnifica sala affluì quanto aveva di

più splendido e dotto la gran città, per lui cadendo in dimenticanza

Puységur, Mesmer, gli apostati di Mongolfier, le economie di Turgot; il

suo busto collocavasi dappertutto, il suo ritratto sulle tabacchiere

e sugli anelli; avendo sua moglie promesso un corso di magia naturale

appena trovasse tre dozzine di adepte, prima di sera le ebbe, tutte

gran dame, che dovevano giurare fede e secreto, e ciascuna contribuire

cento luigi.

Curava malati, nulla ricevendo dai poveri; e la guarigione del duca di

Soubise gli crebbe fama; poi avendo tenuto mano al famoso furto della

collana della regina, fu viepiù applaudito da quella società credula e

immorale per far izza alla Corte: quando re Luigi graziollo, somigliò

a trionfo la sua uscita di prigione; e in trionfo comparve a Londra,

ma quell’aristocrazia un istante sedotta, presto lo smascherò, sicchè

dovette sottrarsi. Stette a Basilea, ma la semplicità svizzera poco

gli si affaceva: a Torino il re gl’intimò lo sfratto: a Roveredo gli

fu interdetto d’esercitar la medicina: il principe vescovo di Trento lo

espulse. Capitato a Venezia col nome di marchese Pellegrini, giuntò un

mercante della Giudecca col promettere di cambiar il mercurio in oro,

la canapa in seta. Al fine screditato andò a Roma con raccomandazioni

del vescovo di Trento, che lusingavasi d’averlo convertito; e visse

cautamente alcun tempo; poi per mancanza di denari tornato alle sue

ciurmerie, fu denunziato al Sant’Uffizio per eresia, arrestato (1789

27 xbre), dopo lungo processo condannato alla morte, commutatagli in

carcere perpetuo, e bruciato dal boja il suo libro della _Massoneria

egizia_. In carcere tentò strozzare il cappuccino a cui avea chiesto

confessarsi, per fuggire sotto la tonaca di lui; e dopo d’allora

custodito meglio, più non se ne intese parlare.

Alla filantropia, parola d’ordine di costui e de’ Franchimuratori

come dei ben pensanti, si acconciavano la scienza antica della

legislazione e la nuova dell’economia. La banca istituita a Parigi

dall’irlandese Law, supremo tentativo della potenza del credito,

d’un guizzo fece correre fiumi d’oro, poi abusata nel principio e nei

mezzi, sovvertì le fortune, e lasciò amarissimi disinganni, avea però

rivelata l’importanza de’ fenomeni economici, sicchè gl’ingegni si

volsero sul congegnamento della ricchezza sociale, sui modi d’abolir

l’ozio, la povertà, l’oppressione, perfino la guerra. Due sistemi

opposti ne nacquero: il medico Quesnay sostenne che unica fonte della

ricchezza sia l’agricoltura, come la sola che può dare prodotti nuovi;

e Gournay che fonte ne sia l’industria, senza la quale non han valore

le produzioni naturali. Il primo ne induceva che tutte le gravezze

dovessero cadere unicamente sul proprietario e sul _prodotto netto_,

cioè quell’eccedenza di valore che resta disponibile al proprietario

dopo rifattosi delle spese: l’altro mostrò il concatenarsi de’ diversi

generi d’industria, domandando solo che il Governo «lasciasse fare,

lasciasse passare». Ma se la ricchezza consiste nel denaro, ogni

cura non deve essere rivolta a tenerlo in paese? Così faceasi, e al

tempo stesso si vietava o restringeva l’asportazione di ciò che può

procacciare denaro.

Adunque si osteggiavano gli Economisti coi Fisiocratici, i quali se

errarono in quel loro dogma del prodotto netto, e non avvertirono la

solidarietà delle varie specie di lavoro distinguendo il produttivo

dall’improduttivo, piantarono però l’economia politica sulla base

del diritto, le prefissero uno scopo più largo che non gl’interessi

materiali, e dalla predilezione per l’agricoltura dedussero il canone

della libera concorrenza.

I nostri camminarono sulle traccie degli stranieri, cercando le

applicazioni più che i sistemi, proseguendo non tanto l’ideale

astratto, quanto la lenta trasformazione del mondo effettivo. E per

verità molti disordini restavano a designare e correggere. Le arti

erano legate in corporazioni che impacciavano colle pretensioni

loro, e rimovevano ogni novità per ispirito di corpo; regolamenti

amministrativi gettavansi attraverso a tutte le industrie, onde

prescrivere o vietar metodi, talvolta, ignorantemente, sempre con

iscapito del libero incremento: molte regalie vendute a particolari,

esponeano i contribuenti a tiranniche vessazioni.

Che dirò delle leggi vincolanti e dei dazj? Una balla di lana del

valore di circa lire 260, per passare da Livorno a Cortona dovea

toccare dieci dogane, e per quarantaquattro titoli diversi pagare

lire 31 soldi 6 e mezzo[94]. In Romagna, per mantenere il buon mercato

obbligavansi le comunità a comprar grani, e rivenderli a disavvantaggio

qualora passassero un certo prezzo: il che le costrinse a debiti

e fallimenti. Così era proibito che il grano _voltasse le spalle a

Roma_, cioè si vendesse a paesi più distanti; onde da Perugia non

potea condursi a Civita di Castello, non da Terni a Spoleto: dalla

Maremma senese non potevasi estrarne che a misura e con licenza; forse

principal causa dello isquallidire di quel paese. Ne’ bisogni della

guerra gravati a esorbitanza, i Comuni affogavano nei debiti: appaltate

le finanze a _fermieri_ tirannici, che voleano aver a loro disposizione

la sbirraglia per adempiere gli obblighi verso l’erario, e che al

contrabbando faceano severamente applicare quelle pene, da cui sapeva

sottrarsi il delitto o astuto o prepotente.

Qui esercitavansi i nostri statisti, ma nei più non possiamo

riconoscere che copie od utopie. Il più originale fu Gianmaria Ortes

(1713-90), frate veneziano, il quale, indispettito con «un popolo

di studiosi, che fatto uno zibaldone d’economia, di ricchezza, di

politica, di letteratura, confondevano e corrompevano le une colle

altre, e in luogo d’insegnare e promuovere il possibile e il vero,

insegnavano e promuovevano l’impossibile e il falso», volle esporre

le sue dottrine, che reputava «migliori di tutte quelle degli altri»;

ma comunicarle solo «a que’ pochi che credeva disposti a riceverle».

In fatti de’ suoi libri poche copie distribuiva, e pochissimi vi

prendeano interesse, massime che rinvolgeasi in formole matematiche e

bujo gergo, senza gusto e discernimento nella molteplice erudizione:

onde passò non solo inefficace ma ignorato, fin quando apparve nella

raccolta degli _Economisti italiani_ del 1804. Se egli non è «profondo

e rivale de’ più illustri economisti stranieri», come in questa lo

giudicò coll’abituale leggerezza il barone Custodi, cercò dare alla

scienza un’unità, dell’_occupazione_ facendo il principio, da cui

muove a tutte le particolari analisi delle funzioni civili. Il capitale

delle nazioni (a dir suo) è prefinito, talchè una non può arricchire

se non ispoverendo un’altra; la quantità delle ricchezze sta a

proporzione del numero degli abitanti: teoremi repugnanti all’idea del

progresso, ed ai quali consuona il suo predire che l’Inghilterra stava

sull’orlo del precipizio. Trattò anche _della religione e del governo

dei popoli_, ponendo che la Chiesa rappresenta la ragion comune, il

principato la forza comune, mediante la quale la ragione di tutti è

difesa contro la forza di ciascuno; laonde i due ministeri di Chiesa

e principato combinati costituiscono il governo. Diamogli lode di non

aver incensate le opinioni correnti, e «Chi pubblica giornali deve

adulare la letteratura ch’è in gran reputazione, deve adular i sovrani

fin a chiamarli filosofi. La mia letteratura è diversa; coi letterati

di maggior reputazione non mi trovo molto d’accordo; e finchè i sovrani

governeranno i popoli colle armi, per me non saranno mai filosofi,

non eccettuati il gran Federico e il gran Giuseppe: i filosofi non

mantengono truppe».

Pompeo Neri fiorentino, che col Carli avea collaborato al censimento

del Milanese, ne pubblicò una _Relazione_ preziosa, e osservazioni sul

prezzo legale delle monete, ove porge le regole direttrici in questa

scabrosa materia; e vorrebbe le spese di monetazione cadessero sullo

Stato; pratica che già il Montanari disapprovava in Bologna, e che

tanto costa all’Inghilterra. Ne trattò pure Gian Francesco Pagnini

volterrano, poi del giusto pregio delle cose, e proclamò la libertà di

commercio: col che non s’intendeva già lo scambio fra tutte le nazioni,

bensì che non vi fossero dogane tra un paese e l’altro dello stesso

dominio, qual era per lui la Toscana.

Lodovico Ricci da Modena, scelto con altri da Ercole III per riformare

gl’istituti pii della sua patria, discorse della povertà e del

ripararvi; disapprova le elemosine, i donativi, le case di lavoro e

le spezierie gratuite, gli asili per trovatelli e puerpere e i grandi

spedali, le doti per le zitelle, attesochè la popolazione si mette

sempre a livello dei mezzi di sussistenza, verità di cui si dà lode

a Malthus; e conchiude, il Governo abbandoni ogni cura alla carità

privata, s’occupino i mendichi a lavori di pubblico vantaggio, si animi

il commercio, e basta.

Il conte Gian Rinaldo Carli istrioto (1720-95), esteso erudito,

confutando i paradossi di Paw intorno agli Americani, mise fuori idee

non ismentite dalle successive scoperte: delle monete cerca la storia

da Carlo Magno in giù, con pazienti indagini sulla loro bontà, il

valore, le alterazioni, le giuste proporzioni: sostenne della libertà

del commercio non potersi fare una quistione isolata, ma connettersi

con quella della forma di governo, e che è follia il voler solo

agricoli o solo manifattori: del resto nelle materie economiche si

mostra in ritardo. Maria Teresa gli affidò la presidenza al Consiglio

supremo di commercio e d’economia pubblica istituito a Milano, dove

ajutò la confezione del censo, e ne persuase i vantaggi al popolo.

Zaccaria Belli veronese (1732-87), flagellato dal Baretti per un suo

poema sul baco da seta, oltre molte dissertazioni storiche scrisse

della coltivazione dell’amerino selvatico (_cerasus sylvestris_);

delle leggi universali intorno all’agricoltura; della moltiplicazione

de’ bovi nel Veronese; propose l’asciugamento di quelle valli che

ancor l’aspettano; promosse strade per poter cavare abeti dalle

selve lessine, la sistemazione dell’Adige, il miglioramento alle

strade postali; fece altre scritture, spesso a nome dell’Accademia

d’agricoltura, arti e commercio del suo paese, che nel 1770 erasi dal

senato dichiarata pubblica.

L’abate Antonio Genovesi da Castiglione (1712-69) napoletano, voltosi

dalle dispute teologiche alle scientifiche, alla gioventù preparò

un corso di logica, scevro da ambiziosa dialettica e da sistemi

d’ideologia e di metafisica, e con precetti di semplice pratica,

comprensibili al popolo e di facile applicazione, sebben non veda più

in là che il metodo, e si diriga più sull’arte dell’argomentare che su

quella d’indurre, vacillando nell’eclettismo; esaminò le massime che

regolavano il commercio nel Reame; e benchè s’appoggiasse unicamente

ai Fisiocratici e alla mercantile protezione, abbracciasse tutti gli

errori vulgari intorno alla potenza governativa, e arrivasse talvolta

a proporre la comunanza dei beni[95], la pratica delle scienze morali

lo rattenne da molti errori di quelli, e gli mostrò quanto le abitudini

intellettuali e morali sieno efficienti in fatto d’economia politica.

Flagellava le cattive pratiche agricole, mentre con indipendenza

criticava gli autori più venerati e lodava i proscritti, moltissima

gioventù traeva, ed acquistò tanto credito, che sebbene un consesso

di teologi l’appuntasse di proposizioni eterodosse, la Corte non

volle recargli disturbo. La novità del dettare in italiano piacque, e

l’economia pubblica entrò di moda, in mezzo all’opposizione venutagli

principalmente dal clero, di cui impugnò le pretensioni e cercò

incagliare gli acquisti, parendogli che «il più de’ contadini lavorasse

per ingrassare le budella dei frati», e che, andando a precipizio i

beni nelle mani di costoro, ben tosto anche i baroni sarebbero loro

schiavi della gleba.

Di Celestino Galiani da Foggia, Eustachio Manfredi diceva che «le

matematiche, nelle quali era sommo, erano la più tenue delle sue

cognizioni». Chiesto da molti paesi a professore, nella Sapienza di

Roma dettò storia ecclesiastica, fu arcivescovo di Taranto, primo

cappellano del re, prefetto degli studj, consigliere intimo, e molto

adoperato nelle contese colla santa Sede; ma non volle mai stampar

nulla, nè ambì onori o fortune.

Educò egli il nipote Ferdinando (1681-1753), che messosi poi del tutto

coi filosofi d’allora, secondo le idee di Locke dissertò sulle monete,

sull’utilità del lusso, sul libero interesse del denaro.

L’affluenza di forestieri a Napoli e il denaro mandatovi di Spagna

v’aveano prodotto abbondanza di numerario, e in conseguenza carezza

delle derrate; del che il pubblico e il Governo spaventati, proponeano

i soliti assurdi rimedj o di prefigger il prezzo, o d’alterare

le monete, o d’introdurne una di conto. Questo Galiani, ancora di

trentun anno, stette per la libertà; ma se desidera il momento che la

popolazione sia cresciuta a segno da non aver grano da portar fuori,

vuole che intanto la si promuova coll’impedirlo. Su ciò scrisse in

francese dialoghi, il cui brio adescò il bel mondo: Voltaire li trovava

«dilettevoli quanto i migliori romanzi, istruttivi quanto i migliori

libri serj»: i Parigini ne smaniarono, e «la sentimentale (scrive

Grimm) dimentica l’amante, la devota il confessore, la civettuola

chiude la porta agli adoratori, per trovarsi testa testa col grazioso

abate; il patriarca di Ferney sospende gli apostolici suoi lavori per

bearsi in questa lettura». Nella gran città dimorava il Galiani come

segretario d’ambasciata, legatissimo cogli Enciclopedisti e colle loro

amiche; egli abate e satollo di benefizj, sbertava la religione e il

pudore[96]; e colle inesauribili originalità si buscò fama, carezze e

dispiaceri. Indovinava che gli Economisti miravano a sovvertire gli

ordini del regno; onde rispondendo al Morellet, da cui gli venne il

più serio ripicchio, diceva: — Vi capisco benissimo: ma per ridurvi

a silenzio basterà ch’io vi fissi lo sguardo tra ciglio e ciglio».

Scettico e burlevole sempre, allorchè tratta del diritto de’ neutri

si appoggia a due canoni morali ch’egli crede verità, lampanti niente

meno degli assiomi geometrici; gli uomini hanno il dovere di apprestare

agli altri quel che serva agli agi ed ai bisogni della vita, qualora

il possano senza danno o con profitto; e non solo di non far male

agli altri, ma di rimuover le cause del nuocersi tra loro qualvolta il

possano senza proprio danno. Ma sempre alle verità mescolava paradossi,

e di paradosso dà spesso l’aria anche alla verità, atteso il voler

continuamente sfavillare di spirito, e mirare all’effetto.

A Napoli fu consigliere della magistratura suprema del commercio,

assessore delle finanze; fra altri impieghi, ebbe l’incarico di

sovrintendere alla ricostruzione del porto di Baja, aprendo il mar

Morto, e mettendo in comunicazione i laghi Averno e Lucrino, in modo

che, oltre un magnifico porto, si risanassero l’aria e le paludi che

deturpano le un tempo deliziose spiaggie di Miseno e di Cuma: opera

rimasta soltanto desiderio. Commentò Orazio in modo bizzarro, e sulla

sola autorità e i fatti di quello formò un trattato dei gusti naturali

e delle abitudini dell’uomo; volle mostrare che il dialetto napoletano

sia stato la lingua primitiva d’Italia; coltivò molto l’antiquaria

e la storia naturale; ma il più del tempo consumava in un carteggio

estesissimo con quanti avea begli ingegni l’Europa d’allora.

Del resto, non che partecipasse alle benevole illusioni de’ suoi

compatrioti, dai cenacoli dei filosofi di Francia contraeva

il disprezzo degli uomini e d’ogni entusiasmo, e l’affettare

insensibilità; sostiene la tratta dei Negri; beffasi della gloria

quando non frutti oro; sollecita pensioni, onori, agiatezze, banchetti,

godimenti. Negli ultimi suoi giorni edificò, devotamente ricevendo i

conforti d’una religione, che potè il suo sepolcro ornare colle insegne

vescovili, da lui non valutate se non pei benefizj che godeva.

Filippo Briganti da Gallipoli, nell’_Esame analitico_ del sistema

legale e del sistema civile, s’accapiglia con Mably, Rousseau e

quest’altri predicatori della povertà; e sostiene che l’uomo al pari

che la società tendono a perfezione, e che a ciò avviano l’attività,

le sussistenze, l’istruzione. Giuseppe Palmieri di Lecce, il quale

scrisse anche sull’arte della guerra[97], come magistrato fece togliere

i pedaggi e alcuni monopolj e il dazio sull’asportazione del zafferano;

e stando alla pratica senza divagare in utopie, suggerì di far il

catasto delle terre, di redimere dai nobili le regalìe e il diritto

di giudicare; combattè il pregiudizio che il commercio snobiliti;

essere empie le tasse del testatico e del sale; guerra a morte contro i

masnadieri, peste del regno.

Targioni Tozzetti, che mostrò poter le scienze naturali parlare un

linguaggio corretto ed elegante, nel _Ragionamento sull’agricoltura

toscana_ ne indicò i difetti e i rimedj. Gabriele Pascoli perugino, nel

_Testamento politico_, presentava concetti per un regolato commercio

negli Stati della Chiesa e la navigazione del Po. Del senese Bandini

(-1775) vollero alcuni far un precursore de’ Fisiocratici; ma realmente

non istabilì nè seguitò teorie, bensì diede buoni divisamenti intorno

al sanare quella maremma, i quali furono adottati dal Ximenes. Egli

favoriva la libertà, s’intenda sempre l’interna, togliendo le gabelle

molteplici, le restrizioni, i bandi; «i prezzi delle grasce sono

stabiliti dai bisogni e dal consumo; i ricchi terrieri restano poveri,

colle cantine e co’ granaj ricolmi; i terreni perdono di prezzo, e

mancando il credito allo Stato, viene a scemarsi il tributo fondiario;

una circolazione rapidissima e continuata moltiplica in proporzione

i capitali, e fa prosperare tutte le classi d’una popolazione».

Ferdinando Paoletti fiorentino, ne’ _Pensieri sull’agricoltura_,

suggeriva savj spedienti di politica pratica; poi le lezioni che

ne dava a’ suoi parrocchiani pubblicò col titolo di _Veri mezzi per

rendere felice la società_, libro letto e lodato anche fuori d’Italia.

Della carta circolante che stronizzava l’oro e l’argento, del credito

pubblico che raddoppiava i capitali circolanti, e della potenza e delle

illusioni di esso, della navigazione, delle colonie, non ebbero ad

occuparsi i nostri, bensì degli emporj franchi, dell’estimo, de’ monti

di pietà ed altri istituti di beneficenza, delle monete, delle zecche;

amministratori in generale più che filosofi; e miravano anche a qualche

artifizio d’esposizione, benchè nessuno facciasi leggere volentieri

quanto i francesi. Nei più si riconosce una giovinezza inesperta e

piena di fede, la quale avrebbe voluto abbracciar insieme e la realtà

e l’ideale; chiedeano la libertà, ma solo nell’interno, coll’abolire

privilegi, corporazioni, brevetti, ma osteggiando i forestieri, e

gravandone di dazj le merci, impedendo l’asportazione delle materie

prime, e al par degli storici mostrando d’essersi educati unicamente

sui libri, non a fronte della realtà. E quei libri erano i francesi;

e il non trovarsi mescolati nelle cose pubbliche e colla moltitudine,

e da questa non intesi o non curati, li ratteneva dal sublimarsi fino

a sentir la possanza del popolo; ma riguardandolo unicamente come

oggetto della carità o delle superiori premure, volgeansi ai principi,

aspettando da loro e a loro chiedendo i miglioramenti, riponendo il

liberalismo nel ridurre in mano di essi l’autorità, sparpagliata fra i

corpi e fra i magistrati municipali, volendo sempre governi operosi,

intromettentisi, decretanti, come oculati tutori di nazione pupilla,

anzichè limitarli all’uffizio di assicurar a ciascuno il libero

esercizio della propria autorità.

Il conte Pietro Verri da Milano (1728-97), educato insulsamente dai

maestri, frivolmente dalla società, ove la nobiltà, la bellezza, lo

spirito faceanlo sfavillare, militò breve tempo nel reggimento Clerici,

poi stabilitosi in patria intese tutta la vita a dire e ad incoraggiare

chi dicea verità di tal fatta. Con alquanti giovani pari suoi compilò

il _Caffè_, serie d’articoli che diffondessero massime di buon senso,

con poca connessione e coerenza, ma colla franchezza che convince più

della verità. In questo e in certi almanacchi ghiribizzosi bersagliò

l’infingardaggine arrogante d’alcuni nobili, la supina ignoranza di

altri, e proponeasi di «domare la pedanteria de’ parolaj, la scurrilità

degli spauracchi dell’infima letteratura, quel continuo ed inquieto

pensiero delle minute cose, che tanto ha operato sul carattere, sulla

letteratura, sulla politica italiana». La statistica, secretaria

indispensabile di tutte le pubbliche amministrazioni, e precedente

necessario d’ogni novità allorchè fatta con talento e sincerità, mentre

è trastullo di prestidigitazione quando non cerchi che puntellar colle

cifre un assunto prestabilito, applicò egli nelle _Considerazioni

sul commercio dello Stato di Milano_: e per quanto i suoi bilanci

siansi trovati falsi nel principio, erronei nell’attuazione[98],

egli raffaccia l’antico fiore al successivo scadimento del paese, ove

«deserzione d’abitanti, oscurità d’ogni cosa, obliquità di costumi,

incertezza di possessi, ignoranza, timidezza, superstizione furono

le qualità impresse allo Stato dalla dominazione spagnuola»; ne

indaga le cause e i rimedj; raddrizza le assurde tariffe; combatte le

distinte giurisdizioni a cui competeano i varj dazj; scassina l’appalto

delle regalie e le leggi vincolanti il commercio dei grani. Nelle

_Meditazioni sulla economia politica_, se troppo difetta in quistioni

oggi fondamentali, allora a mala pena enunciate, se attinge a man salva

dai Fisiocratici, e mette l’importanza nel diminuire le importazioni

ed accrescere l’asportazione, pure cerca l’appoggio dell’esperienza:

fu dei primi a dar chiara idea della moneta, qual merce universale, e

com’essa non abbia valore se non in quanto rappresenta le cose che per

suo mezzo possono ottenersi, e sia vanità e null’altro il voler monete

coniate da zecca nazionale: cercò ridurre la pratica a crescere il

numero dei venditori e diminuire i compratori, perciò disapprovando e

le grandi amministrazioni e le manifatture prepollenti, e i privilegi

d’inventori: vide l’utilità che ridonda dal trasporto, e dal ridurre

il prodotto a portata del consumatore; vide che non è vero i dazj

stimolino l’industria; che dovunque fiorisce il commercio, minimi sono

i lucri sopra le singole merci, grandi invece ove torpe l’industria:

idee sconnesse però, e da cui non traeva le illazioni. Quando per

condiscendenza a Rousseau lodavansi il selvaggio e l’uomo isolato, egli

osserva che un fil d’erba mietuto non val nulla, mentre ammucchiato

con altri produce fermento e moto fin a divampare; un grappolo d’uva

pigiato è materia feciosa, mentre molti uniti formano un liquore

fragrante ed esilarante; e così «l’uomo isolato è timido e inetto;

unito a pochi, poco può; ma molti ristretti in piccolo spazio s’animano

e perfezionano, e spandono la vita e la riproduzione[99]».

Quanta importanza attribuisse ai possessi mostrò allorchè esortava

a domandare una costituzione, stabilita sulla _sicurezza delle

proprietà_, da ciò deducendo ingegnosamente le pubbliche garanzie

non secondo le idee di Locke e di Montesquieu d’arrestare il potere

mediante il potere; nè tampoco cercava un organamento de’ varj

poteri. Scrisse contro la tortura, la quale era stata difesa da suo

padre Gabriello, uomo di tanta erudizione legale e storica, di quanta

mostrossi deficiente il figlio in una _Storia di Milano_, digiuna di

critica, incompiuta nei fatti, che, al modo d’allora, sono assunti

per provare delle tesi, abbandonando le vitali particolarità per

divagare in generalità, dimenticando che un fatto solo istruisce più

di cento raziocinj; e dall’incidentale racconto traendo l’occasione

a dottrine usuali e retorica declamazione, sempre in istile scipito

ed esangue, benchè subordinasse ogn’altro intento a quel di farsi

leggere. Però neglesse le favolose origini della città, volse l’esame

sulle istituzioni e i costumi, mostrò la prepotenza dei pochi, e come

fosse fiaccata dall’unione de’ molti; seguì le vicende del clero sebben

coi rancori d’allora, e i progressi e lo scadimento della libertà;

e ripete ogni tratto che i presenti sono assai migliori dei tempi

passati. Un volume solo pubblicò; l’altro fu alla meglio raccozzato sui

suoi manoscritti; ma l’autore un’unica copia n’ebbe venduta; ed egli

lamentava di vedersi così poco apprezzato, e di non aver altra speranza

che quella d’essere dimenticato dai ribaldi e dagl’intriganti. «Per la

fatica di molti anni, per molte spese fatte per consegnare nelle mani

dei Milanesi una storia leggibile della loro patria, e un libro che

senza rossore potessero indicare ai forestieri curiosi d’informarsene,

io non ho avuto dalla città di Milano nemmeno un segno che s’accorgesse

ch’io abbia scritto. Ma già lo sapeva prima d’intraprendere un tal

lavoro, e conosceva _rerum dominos gentemque togatam_. Nella Toscana,

nella terraferma veneta, nella Romagna vi è sentimento di patria e

amore della gloria nazionale. Ivi almeno una medaglia, un’iscrizione

pubblica, un diploma d’istoriografo, qualche segno di vita si darebbe,

se non altro per animare all’imitazione: ma noi viviamo languendo

_in umbra mortis_. Non si sapeva il nome di Cavalieri; la Agnesi è

all’ospedale; Frisi e Beccaria non hanno trovato in Milano che ostacoli

e amarezze. Il sommo bene di chi ardisce far onore alla patria è

se ottiene la dimenticanza da lei. Nazioni che han sofferto assai,

lasciansi cadere in quello scoraggiamento, nel quale si teme e il male

e il bene; la tarda retribuzione è consueta in Italia, nè viene che

traverso alle ire contemporanee»[100].

Molti provvedevano più direttamente al ben pubblico introducendo

parziali miglioramenti, senza studio di teorie, senz’altra missione

che la propria buona volontà; parlo de’ migliori, non de’ presuntuosi

che il facevano per ostentazione, nè de’ fiacchi che per imitazione.

Verun paese d’Italia restò diseredato de’ miglioramenti, e dicasi a

lode dei nostri, realmente diretti all’utile dei più, anche quando

errassero nei mezzi. Il marchese Carlo Ginori fiorentino introduce

fabbriche di porcellana, macchine idrauliche per lavorar le pietre

dure, piante esotiche; e sotto la sua direzione una nave con bandiera

ed equipaggio toscano salpa per la prima volta da Livorno per America.

Luigi Ricciomanni di Sabina fa stabilire a Montecchio la prima società

agricola degli Stati papali; e a tacer molte opere legali ed erudite,

lasciò un diario economico, un giornale d’arti e commercio, altri

scritti d’agricoltura. Per Pietro Arduino botanico veronese la prima

cattedra d’economia rurale in Italia fu istituita dalla repubblica

veneta nell’Università di Padova (1765), il cui giardino egli provvide

di tutte le piante utili, insegnandone la coltivazione e le opportune

a introdursi, e largheggiando di consigli alle società agrarie, allora

crescenti in quel dominio. Anton Zanoni udinese, migliorò nel Friuli

le viti e i gelsi, aperse commercio operoso coll’America spagnuola,

istituì in patria una società georgica e una scuola per disegnare

stoffe di seta, e dettò con buone idee pratiche. Nel paese stesso il

conte Fabio Asquini ravvivò l’agricoltura, tornò in onore le viti del

_piccolit_, introdusse la patata e la robbia vegetale, conobbe gli usi

della torba, usò nelle febbri l’erba sentonica (_artemisia cærulescens_

L.), propose ripari alla devastazione dei boschi, fin d’allora

deplorata. Bottari di Chioggia nel Friuli stabilì un podere modello

(1782) rimpetto a Latisana, che dura tuttora, e vi estese la coltura

delle rose damascene, molto usate allora per la teriaca; degli ortaggi,

delle frutte, migliorò i vini, ma soprattutto studiò attorno al gelso,

talchè quella provincia diventò una delle più sericole: ajutandosi

coll’istruire i contadini, cangiarne le abitudini, e restò un suo buon

libro sull’accoppiamento delle viti ai gelsi. Il marchese Manfrini

piantò tabacco a Nona in Dalmazia; il conte Carburi naturalizzò

l’indaco, lo zuccaro, il caffè a Cefalonia, dove nel 1760 il governo

veneto apriva una accademia agraria-economica: di otto anni l’aveva

preceduta la società de’ Georgofili in Firenze, ch’ebbe pure cattedra

di agraria.

Jacopo Nani veneto, oltre il piano per la difesa delle lagune e altre

scritture di guerra, diede impulso e istruzione per lo scavo dei

combustibili fossili, e regole alle miniere; trattò tutte le parti

dell’economia, e ne sollecitò le migliori applicazioni. Carlo Bettoni

bresciano, operoso a migliorare la moralità de’ suoi paesani, e

prevenire i frequenti omicidj, propose due volte cento zecchini agli

autori delle migliori novelle morali, e altrettanti per chi suggerisse

come risvegliare l’amore dei nostri simili nei giovanetti. Alvise

Zenobio veneto coltissimo, esibì all’accademia di Padova l’ugual

somma per chi «indicasse il mezzo più efficace a fiorire il veneto

commercio». Vero è che la Signoria veneta vi si oppose, perchè non

s’addice ad un corpo dipendente dal governo occuparsi d’oggetti di

pubblica amministrazione, se non invitato da esso[101]. L’accademia di

agricoltura, commercio ed arti di Verona nel 1792 domandava «se giovi

o no tener le arti unite con discipline, privilegi e contribuzioni

al corpo; e quali siano i vantaggi tanto generali come particolari

rispettivamente al commercio, alla nazione, al pubblico erario»: la

miglior risposta fu di Giambattista Vasco, stampata poi dal Veladini

a Milano col titolo _Delle università delle arti e mestieri_, 1793,

e risolve che non giova tener le arti unite in corpi, maggiori assai

de’ vantaggi essendo gli sconci che ne derivano. L’accademia agraria

di Conegliano nel 1789 poneva a concorso le cause, gli effetti, i

rimedj della povertà quasi universale de’ contadini: e l’accademia di

Udine raccomandava all’attenzione del senato veneto una _Memoria_ del

cappuccino Giambattista da San Martino sulla più utile ripartizione fra

le praterie e i seminati. I Georgofili nel 1702, chiedevano se i prezzi

dipendevano dalla legge o dal mercato.

Il conte Filippo Re di Reggio introduceva piante inusitate, e stese

_Elementi d’Agricoltura_ adatti alla Lombardia, applicandovi le

teoriche fisiche e chimiche, e volendo mostrare che noi Italiani non

avevamo bisogno d’impararla da forestieri; insegnò l’educazione delle

pecore e de’ fiori; analizzò le malattie delle piante, opera a cui poco

o nulla s’aggiunse di poi. Il marchese Domenico Grimaldi di Seminara

studiò assai l’agricoltura viaggiando, e introdusse nel Napoletano

macchine sconosciute, pomi di terra, prati artifiziali, mulini da olio:

ma con ciò sbilanciatosi dovè limitarsi a scrivere, ed incaricato dal

Governo di sorvegliare in Calabria la seta, introdusse i torcitoi da

organzino. Paolo Balsamo siciliano fece molti trattati d’agronomia e

d’economia, fra cui il _Villano filosofo_. Giovanni Presa di Gallipoli

combatteva le cattive pratiche agricole, e introduceva nuovi metodi

per preparare i tabacchi e l’olio. Aggiungiamo i _Saggi d’agricoltura_

del parroco Landeschi (Firenze 1782), quelli del curato De Capitani

lombardo.

Raimondo de Sangro principe di Sansevero (1710-71) fece e perfezionò

un’infinità d’invenzioni; un nuovo sistema di fortificazione e

di tattica per la fanteria; un cannone che pesava appena trenta

libbre, un fucile che poteva caricarsi e a polvere e a vento, carta

per le cartuccie che si polverizzava istantaneamente; una lampada

inestinguibile, un panno finissimo e impermeabile, del quale vestivasi

Carlo III; tappezzerie belle ed economiche; nuovi metodi di pitturare e

di conservare le pitture, di colorire i marmi, d’imitar le pietre fine

o di colorirle, di stampare a più tinte; una carrozza galleggiante.

Lalande, Björnsthal, Nollet e altri viaggiatori non rifinano di dirne

meraviglie; fu creduto mago; fu tacciato d’immorale per le figure di

cui ornò la privata sua cappella, da lui stesso disegnata; fu creduto

empio perchè aggregato a Franchimuratori.

Bartolomeo Intieri fiorentino (1680-1737), matematico ed abilissimo a

invenzioni meccaniche, prosperò gli affari dei Corsini, dei Medici,

de’ Rinuccini; a Napoli introdusse un nuovo modo di magazzini del

grano e una stufa per conservarli, perfezionò il palorcio con cui gli

abitanti d’Amalfi e di Vico calano le fascine e la neve dalle vette

dei monti fino al mare; e il modo di stampare le polizze del lotto;

cercò prosperarvi il commercio e le manifatture, e fissò trecento

ducati annui per una cattedra di commercio e meccanica, a patto che

l’insegnamento si facesse in italiano, il professore si eleggesse a

concorso pubblico, e non mai religioso, e il primo fosse il Genovesi.

Pasquale De Pietro andò ad osservare le scuole di sordomuti in tutta

Europa, e nel 1733 spedì a Parigi Tommaso Silvestri, il quale poi

tolse a istruire que’ meschini a Roma, sostenuto dal cardinale De

Pietro. Nel 1765 il gesuita Federico Sanvitali (1753-1829) dissertò sui

metodi d’educarli. Battista Assarotti genovese oratoriano si segnalò

per carità nella cura di questi infelici, e ne preparò gli odierni

istitutori.

Anche la giurisprudenza s’avviava a sostituire una buona analisi

all’opprimente erudizione, l’autorità logica alle arguzie scolastiche

dei giuristi: ma de’ nostri la più parte si applicarono a casi o

discussioni particolari, pochi alla scienza generale. Arcasio di

Bisagno (1712-91), autore di stimati commenti di diritto civile, fu

il primo professore dell’Università torinese, cui nel giubilarlo fosse

concesso il titolo di senatore. Maurizio Richeri diede un riputatissimo

corso di giurisprudenza. Giuseppe Aurelio Gennari avvocato napoletano,

fra gl’impieghi fedele agli studj, nella _Respublica jureconsultorum_

(1731) finge che i giureconsulti dopo morte vadano in un’isola del

Mediterraneo, ove posero una repubblica modellata sulla romana;

senatori sono i prischi che fiorirono da Papirio sino a Modestino;

cavalieri quelli che fino ai dì nostri posero ingegno e coltura in

quella dottrina; al popolo appartengono Accursio, Bartolo e gli altri

arguti e ridicoli. La descrizione e gli accidenti di una gita ch’ei

vi fa, porgongli modo di qualificare i varj. Fu opera applauditissima

intrammezzata da versi, fra cui un poema in mille ottocento versi

latini sopra le XII Tavole. Lasciò pure un trattato _Delle viziose

maniere di difendere le cause nel fôro_ (1744), dove accoppia la regola

e lo esempio, e dà la storia della professione d’avvocato.

Monsignor Giovanni Devoti (1744-1820) vescovo d’Anagni scrisse il

dialogo _De notissimis in jure legibus_, poi le _Istituzioni di diritto

canonico_, adottate in molte scuole anche fuori d’Italia; materia non

abbastanza ordinata, nè fusa, donde un ingombro di note: poi lo _Jus

canonicum universum_, nel cui primo volume posa l’origine e i progressi

di tale scienza; seguono le Decretali con appendici preziose. Famoso

legista fu il romano Barberi, che fece il processo di Cagliostro, e più

tardi una difesa dell’assassinio di Bassville, onde fu perseguitato dai

Giacobini.

Il marchese Cesare Beccaria milanese (1735-93) nell’operetta _Dello

stile_ si striga da que’ precetti che non formano nè un oratore

nè un poeta; ma dalla pura impulsione del sentimento cui rimaneva

abbandonato, si propone richiamare lo stile alle regole dell’analisi e

del ragionamento, siccome parte della metafisica, perocchè le scienze

del bello, dell’utile, del buono, cioè le belle arti, la politica,

la morale, considerava come del pari fondate nella natura dell’uomo e

sopra il concetto della felicità, sì che i principj ne sono identici,

ma più o meno estesi. Bel lampo della grande unità, cui ora le scienze

s’incamminano. Solo per via delle sensazioni il piacere delle cose

materiali si fa avvertire all’animo; onde la bellezza dello stile

deriva immediatamente dallo esprimere le impressioni, e dal senso

che eccitano nell’animo le parole che le rappresentano. Adunque lo

stile maggior piacere produrrà quanto più interessanti sensazioni

accessorie si addenseranno attorno alla principale, purchè l’animo sia

addestrato a quel pronto e vivace risentimento, che in sè ecciti copia

di variate impressioni. Tutti, a dir suo, nascono con pari capacità

alle arti umane; datevi istruzione ed esercizj uguali, e si ridurranno

a parlare e scrivere tutti al modo stesso. Paradosso ch’e’ deduceva da

Elvezio, confondendo l’identità delle facoltà colla eguaglianza delle

intelligenze; ma ch’egli accarezzava forse per togliere scusa a quelli,

che dell’inettitudine propria imputano la natura matrigna.

Reputazione immortale gli venne dal libriccino _Dei delitti e

delle pene_. La procedura criminale, di cui indicammo altrove gli

svolgimenti, reggevasi sopra le ordinanze di Carlo V del 1532, e

di Francesco I del 39, che statuivano il processo inquisitorio, le

interrogazioni e i confronti a porte chiuse, le sentenze rendute

sovra gli atti verbali. La prova doveva essere materialmente affissa

al fatto, anzichè alla stima del giudice, al quale non rimaneva che

a verificare le circostanze di fatto e il loro valore. S’avevano un

titolo autentico, la confessione dell’accusato, due testimonianze,

gravissimi indizj? bastava che il giudice li avverasse e proferisse

la sentenza. Erano meno evidenti gl’indizj, un solo il testimonio,

stragiudiziale la confessione? ne nasceva la prova semipiena, non

bastevole a motivare la condanna, bensì a chiedere il compimento della

prova mediante la tortura, o ad infliggere una pena minore. Di qui gli

sforzi de’ giudici per ottenere la confessione degli accusati mediante

la sottigliezza delle interrogazioni o il raffinamento de’ tormenti.

Perocchè il delitto non deve rimanere mai impunito; e affinchè ciò non

avvenga, deve la legge interpretarsi nel senso più lato[102].

I commentatori delle leggi romane tendevano a diffondere la

interpretazione logica piuttosto che la letterale nel determinare i

casi e le condizioni d’applicare le pene; e Farinacio e Menochio, per

dire solo de’ nostri, ammettevano che, qualora i termini degli editti

fossero oscuri o insufficienti, i giudici potessero senza scrupolo

supplirvi; ne’ casi non previsti, applicassero la pena che più fosse

analoga al fatto incriminato. L’articolo 105 dell’ordinanza di Carlo V

permetteva di pronunziare pene anche fuori de’ casi da essa preveduti;

e Bodino spingeva tale concessione fino alla pena di morte.

La sapienza romana non aveva imposto castighi diversi agli umili e agli

ottimati?[103] Tutti i giuristi ammisero tal distinzione: e la gogna,

la galera, la forca, le pene infamanti non toccavano ai nobili[104]

ed anche nell’altre dovevano averne il minimo. Oltre che franchigie di

cortigiani, di nobili, di preti intralciavano la giustizia; le preture

feudali costituivano giudice e parte lo stesso padrone, o quando meno,

rendevano ragione sotto l’influenza di lui che le stipendiava.

Innocenti e rei, sospetti e convinti, cittadini e proscritti trovavansi

messi a livello entro orribili prigioni. Venezia aveva decretato

qualche miglioramento, ma rimasero infami i pozzi e i piombi suoi. A

Roma erasi tentato introdurre il sistema penitenziario (Cap. CLX, in

fine); ma non ottenne applicazione nè durata. La Chiesa aveva rimediato

con pie fraternite, cui uffizio era visitare i carcerati, sollecitarne

i processi, impetrare grazie: or che volevasi togliere alla Chiesa

l’_arroganza_ d’essere l’unica benefattrice, bisognava provvedere che i

Governi migliorassero le carceri. Quest’intento propose all’intiera sua

vita l’inglese Howard, ogni paese girando per conoscerle, confrontarle,

ottenerne qualche mitigazione. Limitandoci a dire dell’Italia,

pessime le trovava a Torino, nè migliori a Milano, salvo che quivi

erasi introdotta una casa di correzione[105], col proposito, se non

coll’atto, di migliorare i detenuti, e non di soltanto castigarli.

In Toscana se ne preparavano di migliori che non i soliti fondi di

torre d’Orbetello e dell’Elba. Lucca, in mancanza di proprie, mandava

i condannati nelle carceri di Venezia e di Genova, nelle quali ultime

stavano opportunamente distinti i debitori e le donne. Quelle di

Roma avevano almeno buona apparenza: quelle di Napoli rigurgitavano

di detenuti, mancanti d’aria e di lavoro: quelle delle fortezze

austriache, disse Howard a Giuseppe II, esser peggio della forca.

Fra le pene erano i lavori pubblici, fosse nelle fortezze, fosse a

spazzar le città, trascinando le sonanti catene in mezzo al lusso e ai

passeggi; il remare sulle galere, al qual uopo ogni anno la Lombardia

consegnava molti rei a Venezia; le battiture ad arbitrio, il marchio,

la scopatura, la morte[106] esacerbata da squisiti tormenti. Nel

diutile dei notari per l’anno 1775 sussiste ancora la tariffa delle

competenze del carnefice per l’esecuzione di sentenze fuori di Milano,

dove gli sono assegnate lire centoventisei per dare morte colla forca o

ruota o decapitazione; ottantaquattro per fustigazione, berlina, taglio

della mano; venticinque di più qualora il condannato deva esser tratto

a coda di cavallo; altro per la ruota, la colonna, le scale, le gabbie

in cui esporre una o più teste, l’assa su cui distendere il condannato

per tirarlo, i sacchetti da cavallo in cui riporre la testa o teste.

I giuristi avevano scritto contro qualche modo di procedura, ottenutene

anche modificazioni; Montesquieu non pone altra restrizione al potere

penale della società, se non lo spirito di dolcezza e di equità, benchè

mostri l’assurdità delle giuridiche forme, come già avevano fatto lo

Spee ed altri oppugnatori de’ processi delle streghe; Servan, avvocato

generale al parlamento di Grenoble, occupossi d’applicare alle leggi

criminali i miglioramenti indicati da Montesquieu; ma nessuno aveva

impugnato l’insana libertà lasciata ai giudici d’aggravare le pene, non

la sproporzione e i delitti, non l’abbandonare l’imputato senza difesa,

senza modi di giustificazione, senza che la società sapesse perchè le

era tolto; non riguardare l’accusato come reo e nemico della società,

proponendosi unico scopo l’intimidire. Leggi romane, consuetudini,

statuti, precedenti di giurisprudenza, tradizioni di pratica

costituivano un corpo di diritto, di cui l’applicazione, non l’esame

era l’oggetto degli studj; «un’opinione di Carpzovio, un uso antico

accennato da Claro, un tormento con iraconda compiacenza suggerito da

Farinacio, sono le leggi a cui con sicurezza obbediscono coloro che

tremando dovrebbero reggere le vite e le fortune degli uomini»[107].

Così diceva il Beccaria, giovane di ventisette anni, discorrendone con

altri giovani amici, e infervorato scriveva pagine, da cui risultò

un libretto, che ad impulso di Pietro Verri, e «animato da amore di

letteraria reputazione e di libertà, e da compassione per le miserie

degli uomini, schiavi di tanti errori», lasciò stampare alla macchia; e

che, mentre rimaneva ignoto in patria, diffondevasi fuori perchè breve,

italiano, e giunto in momento opportuno.

L’opinione era preparata dai lavori de’ filantropi e degli

Enciclopedisti; aggeniava tutto ciò che digradasse il passato ed

avviasse all’avvenire; alcuni processi famosi, ove la innocenza

era soccombuta alle forme, aveano provocato le declamazioni del bel

mondo contro la giustizia criminale. E il Beccaria appunto veniva ad

abbatterla dalle fondamenta, per sostituirvi il rispetto ai diritti

dell’uomo; piacque il tono sentenzioso, risentito, assoluto, che

enuncia in tono di legislatore senza brigarsi di provare, mette

la conclusione sopprimendo le dimostrazioni: piacque la veemenza,

col disordine ma coll’impeto dell’ispirazione; il non trovarvi o

cumulo di citazioni od ostentazione matematica o la beffa, maniere

allora usuali, bensì aria di candida persuasione. L’abate Morellet

trombettiere degli Enciclopedisti poco fedelmente lo tradusse in

francese, dandovi ordine migliore e una distribuzione che ne agevolava

l’intelligenza, e che l’autore adottò; Voltaire commentollo; a gara gli

Enciclopedisti lo levarono a cielo, colla soddisfazione che si prova

nell’applaudire in altrui le idee nostre stesse. Di rimpatto Venezia

si tenne particolarmente designata in quel libro, e lo suppose opera

della fazione che poco prima n’avea minacciato la quiete, e lo fece

confutare dal padre Angelo Fachinei, il quale in un grosso volume lo

denunziò fanatico, impostore, pericoloso ai Governi, satirico ai frati,

calunnioso alla Chiesa, seduttore del pubblico: altri lo avversarono

come arrogante che sprezzava leggi ammirate da secoli, e ch’egli

voleva abbattere senza conoscerle[108]: coloro che l’intera vita aveano

consumato nello studiar le pratiche avviluppatissime, o compassionavano

o vituperavano questo giovincello che di punto in bianco mettevasi a

saperne più di loro: astiosi gli uni, entusiasti gli altri, nessuno

ben ponderandolo, come avviene de’ libri di occasione e che sono

l’espressione della coscienza pubblica.

Nel fatto egli non era novatore, ma stipava in poche pagine ciò che

in moltissimi opuscoli e volumi si leggeva sparso; autoravasi colle

idee filantropiche del tempo, e col tono declamatorio che Rousseau

avea messo di moda. Ma invece d’avvilupparsi in quel labirinto di

leggi, ove egli avrebbe scapitato a fronte di consumati giurisperiti;

d’intaccare qualche uso particolare, dove cozzerebbe colle abilità de’

pratici, assalisce il sistema in generale per abbatterlo, e vedere

qual legislazione razionale potrebbe surrogarsi, fondata non più

sulla pubblica vendetta, ma sui sentimenti di giustizia e umanità.

Non dunque discussioni che portano discussioni, non tesi di diritto,

ma un’esposizione chiara davanti al senso comune, e come questo

richiede, breve, interessante. Realmente conosce poco di leggi, meno di

storia, giusta il vezzo del secolo che delle cognizioni positive non

tenea conto e meno delle tradizioni, surrogandovi il raziocinio; non

architettò il suo libro artisticamente; non ne chiedea lode letteraria,

ma di scuotere col sentimento, colla declamazione, coll’apoftegma;

«fortunato se potrò ispirare quel dolce fremito, con cui le anime

sensibili rispondono a chi sostiene gl’interessi dell’umanità».

Trovatosi uomo grande senza saperlo, volle attribuirne merito ai

Francesi ed agli Enciclopedisti.

Perocchè avendogli il Morellet mandato la sua traduzione colle cortesie

che si costumano in tali evenienze, egli rispose una lettera, di

cui qualche frase ripeteremo, come prezioso testimonio de’ tempi e

dell’uomo:

— La graziosa lettera che vi siete compiaciuto dirigermi, ha destato

in me i sentimenti della più profonda stima, della maggior gratitudine

e della più tenera amicizia; nè saprei con parole esprimervi quanto mi

tengo onorato di vedere l’opera mia tradotta nella lingua d’una nazione

che è maestra e dispensatrice di lumi a tutta Europa. Io debbo tutto

ai libri francesi; essi hanno risvegliato nell’animo mio i sentimenti

d’umanità, ch’erano stati soffocati da otto anni d’educazione

fanatica.... V’assicuro che nella sesta edizione seguirò intieramente

o quasi intieramente l’ordine della vostra traduzione, che pone in

miglior luce le verità che ho cercato esporre. Quanto alle oscurità

che vi trovaste, io udii il fragore delle catene che la superstizione

va squassando, e le grida del fanatismo che soffocano i gemiti della

verità; e la vista di questo spettacolo spaventevole m’ha indotto a

velare talvolta di nubi la luce. Ho voluto difendere la verità, senza

farmi martire di essa....

«D’Alembert, Diderot, Elvezio, Buffon, Hume, nomi che nessuno ode

senza sentirsi commuovere; le vostre immortali opere sono mia lettura

continua ed oggetto delle mie occupazioni nel giorno, delle mie

meditazioni nel silenzio della notte! Pieno delle verità che voi

insegnate, come mai avrei potuto ardere incenso all’errore adorato, ed

avvilirmi fino a mentire alla posterità? Trovomi ricompensato più che

non speravo, nel ricevere segni di stima di cotesti celebri personaggi

che sono miei maestri.

«Mia occupazione è coltivar in pace la filosofia, ed appagare così tre

sentimenti in me fortissimi, l’amore cioè della riputazione letteraria,

quello della libertà, e la compassione pei mali degli uomini, schiavi

di tanti errori. Da soli cinque anni data la mia conversione alla

filosofia, e ne vado debitore alla lettura delle _Lettere persiane_.

La seconda opera che compì la rivoluzione della mia mente, è quella

d’Elvezio. Questo mi spinse con forza irresistibile nel cammino della

verità, e risvegliò pel primo la mia attenzione sull’acciecamento e sui

mali dell’umanità[109].

«Il mio paese è tuttora immerso nei pregiudizj che v’hanno lasciato

i suoi antichi padroni. I Milanesi non la perdonano a coloro che

vorrebbero farli vivere nel secolo XVIII. In una capitale che

conta cenventimila abitanti, appena trovereste un venti persone che

amino istruirsi, e che sacrifichino alla virtù ed alla verità.... I

filosofi francesi hanno in quest’America una colonia, e noi siamo loro

discepoli, perchè siamo discepoli della ragione.... »

Facciasi pur larga parte al complimento, al ricambio delle lodi, fa

dolore il vederlo confondere tutti que’ filosofi in un’irragionevole

ammirazione fin a questo mediocrissimo Morellet, fino allo sguajato

barone d’Holbach; e professarsi interamente loro scolaro, quasi non

sia diverso il ricevere l’impulso ed il copiare. Nè quel che copiò è la

parte lodevole del suo lavoro.

Grande ne fu l’effetto: le mille voci di quel demonio chiamato legione

ch’era l’_Enciclopedia_, ripetevano su mille toni gli assiomi di questo

coraggioso che tanto osava nel paese (dicevan essi) del Sant’Uffizio,

e la cui forza facea più colpo appunto perchè moderata. Poco andò, e

l’Austria abolì la tortura, benchè vi si opponesse il senato, come

il Sacro Consiglio di Napoli erasi opposto allorchè Tanucci ordinò

di pubblicare i motivi delle sentenze, quasi ciò fosse un diffidare

della sua equità; Caterina II di Russia, imperatrice filosofessa,

adottò i suggerimenti di quel libretto; la Società di Berna fece

coniare al Beccaria una medaglia; lord Mansfield al parlamento

inglese nol nominava che con atto di rispetto; Brissot de Warville non

credette poter cominciare meglio la sua _Biblioteca filosofica del

legislatore, del politico, del giureconsulto_ che da quell’operetta

«ardita e luminosa, che pare impossibile sia uscita da paese ove domina

l’Inquisizione»; Servan, Pastoret, Bexon, Philpin de Piépape si posero

sotto la bandiera di lui nel combattere il diritto criminale in Francia

con tal forza, che la riforma di esso, mediante le regie ordinanze del

1780 e dell’88, è la sola che precedesse la rivoluzione; di là preser

le mosse tutti i trattatisti posteriori, come le città dell’America si

fondano sul terreno donde furono estirpate le intatte boscaglie.

Assicuratone il merito come opera critica, possiam dirne altrettanto

quanto a teorie fondamentali? Quella dottrina dell’espiazione che

mette il male nell’intenzione non nell’atto, che vuole il castigo sia

una soddisfazione dovuta dal colpevole, il quale lo riguardi come un

rigeneramento della sua coscienza, risale fino a Socrate[110], e fu

ammessa da molti Greci. I Romani parvero nella pena avvisare unico

scopo l’interesse dello Stato e l’esempio[111]; rispettando essi

l’uomo unicamente perchè cittadino, nè senza di ciò valutandone i

patimenti o la vita. Ma dacchè il cristianesimo insegnò a venerare

l’uomo come figlio di Dio, i Padri scôrsero nella pena una riparazione

ed espiazione, un debito che la giustizia ha diritto d’esigere. I

Barbari riscattavano il delitto a prezzo, secondo viste di cui la

storia dà ragione: nel medioevo si conservarono pene atroci per delitti

assurdi; pure i teologi e alcuni filosofi religiosi consideravano

il castigo come un’espiazione morale. Al contrario, i giuristi e i

filosofi puramente umani s’appigliarono al diritto di difesa, derivato

dal patto sociale. Il Beccaria avea (lo vedemmo) in una quistione

estetica stabilito l’ordine sociale sopra la natura dell’uomo[112]:

eppure adesso nella quistione giuridica lo poneva, con Sydney e Hobbes

e Locke, sopra un contratto, per cui gli uomini eslegi convennero

di radunarsi in civile consorzio. Gl’individui cedettero porzione

di loro indipendenza allo Stato, o al sovrano che lo rappresenta,

affine di godersi con sicurezza l’altra: or quando nasca collisione

fra gl’interessi collettivi ed uno individuale, può la società forzar

questo a rispettarla, o punire chi la offese: ma niuno potè cedere

il diritto di togliergli fin la vita. Perciò il diritto di morte, del

quale non dubitavano nè Montesquieu nè Rousseau nè Voltaire, egli forse

primo dichiara illegittimo, a fronte della coscienza universale.

Accettando il canone di Montesquieu, che d’origine, d’oggetto, di

natura differiscano le divine dalle leggi umane, dovea negare che

scopo della penalità sia ripristinar l’ordine sociale, scompigliato da

un’immoralità, non avendo la giustizia umana avuto questa missione,

esercitata com’è da esseri deboli e limitati, fallibili, incapaci di

valutar le lotte della coscienza e la forza delle tentazioni; dove,

separando la giustizia divina dall’umana, il Beccaria non intese

negarla, ma voleva segnarne i confini e impedire gli eccessi ai quali

traeva il pretesto di vendicare la divinità.

Insomma alla pena lasciava il repressivo, toglieva il carattere

morale; e fin nel domandare che avesse conformità colla natura del

delitto, la porta a una materialità inattingibile, mentre non v’induce

l’elemento riparatore. Ma ristretta la giudicatura a valutar solo

gl’indizj esterni e punire il male cagionato alla società, anzichè la

spinta criminosa, egli non s’adagia affatto nel diritto di difesa o

di vendetta, dal quale possono dedursi esagerazioni; e la necessità

dell’utile comune che costituì la società, deve anche esser il limite

delle pene: ond’ecco la capitale esser di nuovo illegittima, perchè non

necessaria. È vero che quell’utile sociale egli nol vuole disgiunto

dalla giustizia, la legge politica appoggia alla legge morale: ma

queste sono frasi, non corollarj scientifici, e introdurrebbero nel

delitto un elemento morale, e nel castigo un’idea d’espiazione, le

quali non vi appajono scientificamente; incongruenza suggeritagli dalla

sua bontà. Tant’è vero che i suoi seguaci Filangeri, Bentham, Feuerbach

non videro questi limiti pur adottando il principio[113].

Meglio fortunato nelle applicazioni, il Beccaria prefigge limiti pel

legislatore e pel giudice: quello non deve proferir sentenze, nè questo

interpretare la legge: ma solo applicarla nel senso letterale[114];

quello fare che tutti sappiano e comprendano i suoi ordini mediante

una lingua comune e una fraseologia evidente, questo esporre i motivi

degli imprigionamenti e delle condanne; non accuse clandestine, non

la schifosità delle spie[115], non arresti arbitrarj, non procedure

secrete; al giudice si diano a sorte degli assessori, vale a dire i

giurati, il buon senso tornando più opportuno a verificar il delitto

che non l’abilità d’un giudice, ostinato a trovar la reità, e ridotto

a valutare le mezze prove, le prove per fusione, il frutto insomma de’

suoi studj, piuttosto che quella convinzione morale, che «è più facile

sentire che esattamente definirla». Del difensore non fa parola. Il

delitto di maestà restringasi ad azioni che veramente l’offendono; non

si puniscano quelli che la pena non infama; non le colpe riservate al

giudice supremo; puniscasi l’ozio politico: ma in niun caso la podestà

sia in diritto di castigare finchè non abbia fatto tutto quello che

può onde prevenire. I castighi sian eguali per tutti i rei del medesimo

delitto; teoria oggi comune, allora repugnante ai dominanti privilegi

e alla sapienza romana: siano moderati, ma inevitabili; dunque non

asili, non rifugio su terra straniera, neppur il diritto di grazia

al legislatore[116], affinchè sia tolta al delinquente ogni lusinga

di sottrarsi al castigo, che come l’ombra al corpo deve associarsi

all’idea del delitto. La confisca è un’ingiustizia a danno degli eredi.

Le pene infamanti sono un’assurdità; e conchiude: — Perchè una pena

non sia una violenza d’un solo o di molti contro un privato cittadino,

dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle

possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata

dalle leggi».

In questa esaltazione filantropica, allorchè imputa le legislazioni

esistenti ha quasi sempre ragione; non così quando risale alle cause;

e secondo le generalità d’allora, non valuta abbastanza la connessione

tra le pene e la forma de’ governi. In quelli costituiti per vantaggio

di tutti e dal volere di tutti, ogni violazione sarà pessima; in

quegli, ove fa legge il capriccio dell’imperante, si può egli esigere

assoluta osservanza? se le nostre disposizioni condannano al celibato

metà della gioventù, come mostrarsi severi contro il libertinaggio?

se restringete la ricchezza in mano di pochi, non dovrete alterar la

misura nella punizione dei furti e delle frodi? come condannerete i rei

di Stato ove patria non s’ha?

Vuolsi poi nel Beccaria sceverare ciò che è speciale al diritto di

punire, e ciò che vi pose quasi di episodico, desunto spesso dalle

idee anticristiane de’ suoi contemporanei. Questi faceano guerra alla

famiglia in nome della libertà individuale, e il Beccaria sostenne

con Rousseau che le «sempre mediocri virtù di famiglia» si oppongono

all’esercizio delle pubbliche (§ 59); dichiara che l’aver considerato

lo Stato come un’aggregazione di famiglie anzichè d’uomini, autorizzò

funeste ingiustizie, perocchè le famiglie sono monarchie, laonde la

soggezione domestica abitua alla soggezione civile, e insinua nelle

società lo spirito monarchico; laonde si avranno ventimila liberi,

cioè i capicasa, ma ottantamila schiavi; e a misura che i sentimenti

nazionali s’indeboliscono, rinforzano quelli di famiglia, comandando

un continuo sacrifizio di sè all’_idolo vano_ che si chiama bene

domestico; mentre invece «quando la repubblica è d’uomini, la famiglia

non è subordinazione di comando, ma di contratto, e i figli si

assoggettano al capocasa per parteciparne i vantaggi»[117].

Ecco dunque il legame più sacro ridotto a un’accomandíta[118]; ecco

la dipendenza confusa colla schiavitù, l’autorità colla tirannia; ecco

smentito il genere umano che tra le garanzie d’ordine pubblico ha posto

l’avere famiglia. Egli trova strano il beneficare i suoi prima degli

altri, dicendo che «l’amor del bene in famiglia, idolo vano, insegna

a restringere le beneficenze a piccol numero», quasi che idolo vano

non possa dirsi anche l’amar il bene della società in cui si nasce,

vale a dire la patria. Ma lo spirito nazionale per noi è lo spirito di

famiglia ingrandito, e la costituzione politica deve farsene appoggio

contro la mobilità dello spirito individuale. Distrutta la famiglia,

la repubblica cadrà nel despotismo. Chi ne la salverà? «un dittatore

dispotico, che abbia il coraggio di Silla, e tanto genio per edificare

quanto egli per distruggere». E così infatti dovrà intervenire. Ma

il Beccaria procede più innanzi, e con Rousseau va sino a chiamare la

proprietà «diritto terribile e forse non necessario» (§ 22), egli il

quale pure avea difesa «la sacra proprietà dei beni» (§ 32) e detto

che «scopo dell’unione degli uomini in società era godere la sicurezza

della persona e de’ beni».

Tali sfuggite sono viepiù strane in lui, che molto s’occupò

d’economia pubblica. In gravissimo disordine era caduta la moneta

nello Stato di Milano, collo sparire alcune specie, affluirne altre,

colpa dell’autorità che avea voluto intrigarsene con tariffe, dove

valutavansi le monete forestiere meno esattamente che non sapesse

farlo l’interesse privato. La causa non saltava così agli occhi ai

contemporanei; e invece di qualche provvedimento amministrativo, se

ne fece un’indagine scientifica, appoggiandosi i più ai concetti di

Locke, il cui libro _Sulla moneta e sugli interessi_ era stato tradotto

nel 1751. Il Beccaria, come il Neri, sostenne il valore intrinseco

del denaro dover equivalere al legale, nè computarsi la lega e la

monetazione; chiari gli errori di calcolo incorsi nella tariffa,

propose un magistrato che vegliasse alle successive variazioni di

corso, e proponesse i mutamenti che bisognassero.

La sua fama era volata lontano, e Caterina di Russia lo invitò a sè;

ma il ministero austriaco trovò indecoroso il lasciarlo partire, e per

lui istituì una cattedra di economia pubblica. Per quella il Beccaria

compose lezioni sull’agricoltura e le manifatture, che poi furono

raccolte dalle sue bozze non forbite; eppure sono opera più originale

che non quella _Dei delitti e delle pene_. Oggetto dell’economia

pubblica pone la ricchezza, la quale consiste nell’abbondare delle

cose necessarie, delle comode, delle aggradevoli; sicchè riguarda

l’agricoltura, le manifatture, il commercio, le finanze, la polizia,

sotto tal nome abbracciando l’educazione, la sicurezza, il buon ordine.

Omettendo le ciancie e le digressioni, prese a fondamento la _massima

quantità di lavoro utile_, cioè che somministra la maggior quantità di

prodotto contrattabile. Sopra questa teorica, che prevenne quella dei

valori permutabili di Smith, proclamò la divisione del lavoro prima

di questo, ma come fenomeno, non come causa principale dei progressi;

determinò i criterj di regolare il prezzo dei lavori; analizzò le vere

funzioni dei capitali produttivi e le vicende della popolazione; volle

moderata la libertà nella contrattazione de’ grani; e cogli Economisti

proclamò la sterilità delle manifatture e la dottrina del prodotto

netto.

Pochissimo confidava ne’ suoi concittadini, molti dei quali in fatti

mormorarono contro di lui; ma il governatore, dico il governatore

austriaco, lo tolse in protezione, lo pose nel magistrato politico

camerale e a capo dell’istruzione, e ne chiese i consigli, fra’ quali

furono quello d’una moneta conforme in tutta Italia e di misure divise

per decimi, e desunte dal sistema mondiale. Colla buona indole poi

acquistava credito alle dottrine che professava; scrisse contro il

lotto, e sebbene chiamatovi dalla sua carica, non assistette mai alle

estrazioni: eppure placido e fin timido, non credea doversi sagrificare

la pace all’amore della verità; e appena il mondo l’ebbe conosciuto,

egli si tacque.

Giovanni Lampredi fiorentino (-1793), oltre indagare debolmente la

filosofia degli antichi Etruschi e confutare Rousseau e Samuele

Coccejo, stampò _Juris publici universalis, sive juris naturæ et

gentium theoremata_ (1776), testo in molte Università, ove coordina le

migliori opere anteriori, s’emancipa dai principj del diritto romano

divenuti disopportuni, e sostiene che alle leggi positive precede

sempre una immortale: vorrebbe le leggi diminuissero in proporzione

dei progressi della civiltà, poichè il bene non si fa che spontaneo, e

una legislazione complicata può divenire tirannica anche negli Stati

liberi. Il diritto delle genti deduce da quel di natura, e annunzia

non darsi verun legittimo impero se non sopra chi vi acconsente; e

quando un principe cede qualche suo Stato, i cittadini di questo non

essere tenuti a obbedire al nuovo padrone. Intorno alle relazioni fra

i popoli neutri in tempo di guerra, stette per l’opinione più liberale

confutando Galiani. Fu tacciato di ligio perchè sostenitore della

maggioranza de’ vescovi contro il Ricci.

Domenico Azuni pubblicò (1827) un _Dizionario universale ragionato

della giurisprudenza mercantile_, ben diverso da quello del Savary,

giacchè tira a mostrare i principj della ragion commerciale, e

risolverne le controversie: invece di trarre i _Principj del diritto

marittimo dell’Europa_ dai puri fatti, rimonta alla ragione universale.

Poi in francese trattò sull’origine della bussola, una storia della

Sardegna ed altri lavori di legge o di erudizione. Seppe spogliarsi

del gergo legulejo e non isfrantumare la materia, per modo che ciascun

articolo riesce un trattato compiuto. Egli erasi valso a man salva

d’una storia del diritto marittimo, che il napoletano Jorio avea

premessa a un codice mercantile, di cui gli avea dato incarico il re

delle Sicilie: l’Azuni la spogliò delle formole e citazioni e la rese

leggibile; e divenne egli stesso la fonte a cui largamente attinse il

Pardessus.

Mario Pagano della Lucania fece un esame della legislazione romana,

e _Saggi politici de’ principj, progressi e decadenza della società_,

sulle idee di Vico, ma svisate dalle leggerezze francesi e dall’innesto

del sensismo corrente, e nell’andamento del civile consorzio non

serenasi nel progresso, ma vede sempre la decadenza. Perì martire

della Rivoluzione, e con lui Domenico Cirillo medico, che commentò e

crebbe la botanica di Linneo, il quale gli si professa obbligato della

conoscenza di molti insetti; trattò delle prigioni e degli ospedali,

declamando contro gli abusi di que’ ricettacoli dell’umana miseria.

Vigilio Barbacovi trentino (1738-1825), come cancelliere sostenne

contro il magistrato civile le pretensioni di quel principe vescovo,

il quale, ad istanza di Giuseppe II, gli commise di fare in _due mesi_

un codice giudiziario, che inchiudeva buone riforme, ma incontrò tante

opposizioni fra ragionevoli e pregiudicate, che non si potè attuare.

Nè i popoli mostrarono gradire il Barbacovi, e infine il padrone

lo congedò; e quando, scoppiata la Rivoluzione, il Trentino divenne

provincia austriaca, il Barbacovi non ebbe più che a fare apologie

sue e brigare lodi, le quali non gli manterranno quel primato che a

lui pareva di meritare. Sarebbe però ingiustizia il negargli merito in

alcune quistioni particolari, come sulla decisione delle cause dubbie,

e sul giuramento nei giudizj civili.

Il suo compatrioto Carlantonio de’ Pilati di Tassulo (-1802),

dettò leggi in patria, poi volle scorrere l’Europa studiando i

Governi; dappertutto ben accolto, da Leopoldo chiesto più volte a

Vienna; e scrisse i proprj viaggi nelle _Lettere di un filosofo_ e

l’_Osservatore francese in Amsterdam_. Nel libro _Intorno alla legge

naturale e civile_ enumerò con acume e verità i principali difetti

delle istituzioni romane, domandando sieno abolite come nocevoli

alla giustizia, peste della moderna società. Nell’altro _Dei mezzi di

riformare i più cattivi costumi e le più perniciose leggi d’Italia_,

invelenito in successive edizioni, se prima contentavasi di domandare a

Clemente XIII parziali rimedj e l’abolizione della mendicità, in fine

si scagliò furibondo contro i papi, i preti, i frati, con idee ancor

più protestanti che giansenistiche; e insomma vorrebbe che i principi

traessero ogni azione a sè, istituissero collegi dai quali toglier poi

le cariche dello Stato; «donde nascerà che col tempo la miglior parte

della nobiltà e delle altre più agiate persone dello Stato verranno

tutte ad avere delle cose quelle idee che al principe piacerà di far

loro istillare per mezzo de’ professori; avrà il clero e la miglior

parte del popolo secolare dalla parte sua; la maniera di pensare delle

più riguardevoli classi de’ suoi sudditi sarà conforme alla sua, ed il

resto del popolo si lascerà pian piano vincere anch’esso» (pag. 209).

Così in nome della libertà saldavasi la tirannia, e doveano scorrere

sessant’anni di durissime prove prima che il più alto magistrato d’una

gran nazione pronunziasse: — Il maggior pericolo de’ tempi moderni

viene dalla falsa opinione che un Governo possa tutto, e sia essenza

d’ogni sistema di soddisfare a tutte le esigenze, rimediare a tutti i

mali»[119].

Invece di arrestarsi su qualche punto particolare come i precedenti,

Gaetano Filangieri di Napoli (1732-87) disegnò una _Scienza della

legislazione_ abbracciante l’economia politica, il diritto criminale,

l’educazione, le proprietà, la famiglia, la religione. Noi professiamo

che il diritto è un lato dell’intera vita d’un popolo, il quale

inseparabilmente si connette cogli altri lati e colle diverse

manifestazioni dell’attività di quello; laonde non origina dalla

riflessione e dalla scelta, bensì da un senso intimo e fisso, dalla

coscienza (per usare la parola di Hegel e Schleiermacher) di un

elemento necessario, manifestantesi nella pratica; e perciò nazionale

e variabile, non universale e immanente. I legislatori non sono che

l’organo di questa coscienza nazionale, e danno perfezionamento alle

sue produzioni, forma precisa a’ suoi sviluppi. I prammatici invece

fanno tutte le norme e istituzioni giuridiche nascere dalla riflessione

e dal tendere a uno scopo: i promulgatori del diritto naturale lo

fondano s’un principio astratto, non connesso cogli altri elementi

della vita d’un popolo, e tale che, come razionalmente necessario, si

applichi a tutti i tempi, cioè non sia capace di progresso.

Montesquieu nelle speciose sue superficialità non credette le leggi

avessero una bontà assoluta, bensì relativa ai tempi e ai luoghi,

essenziale condizione d’una buona legge ponendo il corrispondere ai

bisogni del paese per cui è fatta; e cercava la giustificazione, il

motivo di quelle che più sembrano scostarsi dall’ideale: Filangieri, al

preciso contrario, ammette leggi buone per tutti i tempi e i luoghi.

Montesquieu osserva le ragioni di ciò che si fece: il nostro addita

ciò che doveasi fare, supponendo sempre all’individuo un senso più

retto del comune, e attribuendo a quello il regolare le leggi a norma

della ragione. Sono i filosofi che fanno le leggi, ad essi spetta ora

cancellare il passato, distruggere quelle lasciateci dagli _Irochesi

dell’Europa_. «L’autorità può tutto quanto vuole; per mezzo di una

tenue ricompensa accordata con qualche splendida dimostrazione, essa

fa nascere i genj e crea i filosofi; essa forma le _legioni intere_

dei Cesari, dei Scipioni, dei Regoli, col comprimere la sola molla

dell’onore» (ii. 16). Eppure egli era concittadino di Vico: ma col

costituire una legislazione universale mostrava di mal intendere il

progredire e svolgersi dell’umanità, che altri ordini e leggi richiede

nella sua maturità. Che se voleva prefiggere questi generali canoni

di legislazione, avrebbe dovuto in prima analizzare le norme della

perfettibilità umana, e forse allora sarebbegli apparso la vanità

di precetti astratti, che vorrebbero rendere immobile un’arte, la

quale non vale se non in quanto si piega alle modificantisi relazioni

sociali.

Il governo inglese tutto storico, il quale conserva tanti abusi perchè

proteggono tante libertà, pareagli dover essere riformato secondo le

idee speculative correnti; e pur mostrando capirne anche le difficili

particolarità e lodando l’istituzione de’ giurati, in generale lo

crede peggiore del potere assoluto, disapprova l’autorità conservata

alla corona, e la Camera alta, e la felice attitudine di modificare

le leggi. Venerando i filosofi d’allora, di cui non solo riprodusse

molti raziocinj, ma pagine intere tradusse, ne adottò la favola del

patto sociale: nel diritto penale non ha novità, ma va pedissequo al

Beccaria senza i suoi ritegni; poichè, come Benthain e Feuerbach, disse

i castighi essere legittimi perchè necessarj a custodire i diritti e

l’interesse dei più, e secondo questi doversi misurare. Più si badò

sulla procedura, con calore svelando gli abusi che del resto al suo

tempo già erano crollati o scossi. Felicemente indicate le somiglianze

fra l’istruzione giudiziaria inglese e la romana, invoca il processo

pubblico e contraddittorio, vitupera il segreto e le orride prigioni,

eppure impugna il sistema dell’accusa per mezzo del ministero pubblico,

e la vorrebbe libera a qualunque cittadino.

Nelle leggi della ricchezza segue nel bene e nel male gli Economisti;

ma poichè allora l’esperienza avea tolto credito al sistema mercantile,

egli propende alla piena libertà, disapprova le dogane come infausta

eredità de’ Romani; deplora le nazioni costrette a ricevere le

pacifiche merci quali un nemico, o farne seme di corruzioni e frodi:

quindi al modo de’ Fisiocratici graverebbe tutta l’imposta sopra

le terre; eppure conchiude al colbertismo, alle bilancie, con que’

vacillamenti che troppo sono consueti ai nostri economisti. Se

deperirono l’agricoltura, l’industria, la popolazione, ne incolpa

l’intromettersi del Governo: eppure secondo l’andazzo, concentra

tutte le funzioni sociali in mano del principe, volendone continua

l’ingerenza; ad esso chiede la riforma del popolo, modellando le

moltitudini sul tipo de’ filosofi, e affidando le sorti del genere

umano all’individuo. Attribuendo suprema importanza all’educazione,

ne delinea una pubblica, ove i giovani, sottratti alla domestica

affezione, sono dall’autorità foggiati come le aggrada. Poco poi

Robespierre proclamava la stessa dottrina fra mucchi di cadaveri[120],

cioè l’immolazione dell’indipendenza personale e della famiglia

sull’altare di quel panteismo politico che Rousseau avea predicato

volendo «trasportare il me nell’unità comune».

Il Filangieri, giovane, benevolo, persuaso che basti enunciare la

verità per farla adottare, non calcola le difficoltà, e perciò

non limita le speranze. Il prolisso sermoneggiare, la teatrale

improvvisazione erano vizj del tempo; e come Hutchison, Smith, Buffon,

Raynal, Rousseau, credette l’eloquenza convenisse alle scienze, viepiù

qui per iscuotere la letargia dell’egoismo. Pure di sotto a quel fasto

non trapela l’orgoglio personale, come dagli Enciclopedisti; e il

Filangieri mostrasi verace amatore dell’umanità, di cui deplora i mali,

cerca coscienziosamente i rimedj; e a quest’espansione di benevolenza

è dovuta l’efficacia che esercita sui lettori, e ch’io vorrei provata

da tutti i giovani di venti anni, a costo di sorbirne alcune idee

incompiute od eccessive.

Ed egli allora aveva trent’anni, e a trentasei morì, prima d’aver

conosciuto, nel ministero delle finanze a cui era chiamato, le

difficoltà pratiche e l’impossibilità di rinnovellare di colpo un

popolo; prima d’avere, nell’imminente rivoluzione, veduto dileguarsi le

utopie dinanzi alle severe lezioni della sventura; prima d’aver potuto

espandere le sue agitatrici verità ne’ parlamenti della sua patria, e

d’esserne forse la vittima.

E appunto questi ardimenti, anzichè anticipassero le verità che i

tempi maturarono, nasceano dal non avere que’ nostri partecipato agli

affari, sicchè non valutavano gli ostacoli che alle massime speculative

e astratte sono poste dai fatti e dalla necessità; e la mancanza di

libertà legali spingeali in quel vago ed esagerato, che non potrebbe

essere corretto se non dalla sperienza; come le allucinazioni di chi

visse al bujo, si guariscono non col ricacciarvelo, bensì col dargli

piena luce.

Insomma i nostri che volevano lode di pensatori, seguivano più o

meno servilmente le idee degli Enciclopedisti. Anzi l’_Enciclopedia_

venne tradotta in italiano a Lucca, e perchè le anime timorate non

se ne sgomentassero, si prese il compenso di mettervi delle note; e

l’arcivescovo Manso aveva assunto di così correggere gli articoli di

scienze sacre; come chi credesse potere impunemente dare a bere la

stricnina unendovi dello zucchero; e ben presto egli desistette da un

uffizio, ove reale era il pericolo, ipocrito il rimedio.

Deplorando i guasti di quell’opera, l’abate Zorzi veneziano ideò

un’_Enciclopedia italiana_ che vi facesse opposizione; piantando un

albero del sapere, differente da quello di D’Alembert, e mandandolo

fuori per programma con due articoli di capitale importanza sulla

libertà e sul peccato originale: ma poco dopo moriva di trentadue anni

e con lui il suo divisamento[121].

Per resistere alla piena richiedeasi coraggio, dovendo attendersi

insulti ed epigrammi dai despoti dell’opinione, pronti invece ad

inneggiare chi andava colla corrente. Non ne mancarono alcuni de’

nostri, ed oltre i teologi, e massime il Concina e il Finetti,

avversarj risoluti del gius naturale acattolico, fra’ veneziani

Antonio Gandini scrisse _Le verità di teologia naturale e le verità

cattoliche_; il conte Giovan De Cattaneo nella Uranide confutava atei

e machiavellisti, Voltaire e Montesquieu[122]; Troilo Malipiero dettò

quattro _Notti_ in versi contro Rousseau; encomiate e tradotte furono

le opere di Antonio Valsecchi veronese dei _Fondamenti della religione

e fonti dell’empietà, La religione vincitrice, La verità della Chiesa

cattolica romana_.

I filosofi teorici seguitavano l’empirismo inglese e il cinismo

francese; e come continuazione di Locke, Condillac presto invase le

cattedre, e tutta la filosofia si ridusse ad analisi delle idee, ad

una miserabile esilità, che genera presunzione d’essere filosofo a

chi nè tampoco dai limitari salutò questa scienza. Antonio Genovesi

proclamò la libertà del raziocinare, quando ancora le scuole partivansi

fra Aristotele e Cartesio; le più volte si limita al senso comune,

e doversi filosofare sulle idee che possono aversi, non sottilizzare

sull’indovinello; caratteri del vero essere la chiarezza e l’evidenza;

dalle dimostrazioni stabilite non doversi dipartire per rispondere ad

opposizioni difficili; e confessava di non sapere ciò che non sanno

tutti. Egli divulgò Locke; poi il padre Soave volgarizzò il _Saggio

sull’intelletto_ (1775) di questo ch’e’ chiama «e il primo e il più

grande fra’ metafisici»; e dietro ad esso parlò della formazione della

società e del linguaggio, e stese un corso di filosofia dove la virtù

è definita «l’abito di fare azioni buone non comandate, o superiori

al dovere», onde non sarebbe virtù la giustizia, non l’essere buon

re, non il salvare la patria. Paolo Doria cartesiano combattè Locke

perchè non intese le idee innate, e suppose certi i principj come in

geometria così nella metafisica; e dopo avere questa esclusa senza

ragione, ammise poi la sostanza infinita, e per lei la cognizione

di Dio. Scarella, negli _Elementi di logica, ontologia, psicologia e

teologia naturale_ pel seminario di Brescia (1792), propose una novità

del sillogismo particolare, conciliando i principj della contraddizione

e della ragion sufficiente, combattè lo scetticismo non meno che gli

Scolastici, e ripose il principio della certezza in quel _predicato_

che chiaramente vedesi esistere o no nel _soggetto_.

Il padre Ermenegildo Pino milanese, geologo, architetto, idraulico,

nella _Protologia_ professa rivelata la parola, e batte le meschinità

condillachiane; ma rimase inefficace perchè scrisse in latino, e

confuso per ricerca d’eleganza. Cesare Baldinotti (_De recta mentis

institutione. De metaphysica generali_), in latino elegante lucidamente

espose i sistemi filosofici, con rapidi e sicuri giudizj su’ suoi

predecessori[123]: che se, come i suoi contemporanei, mostra disprezzo

per gli Scolastici e non vede che futilità nella quistione degli

universali, ben valuta Cartesio ed anche Kant, del quale fa una buona

confutazione, mostrando come tolga quella certezza, per cercare la

quale inventò il suo sistema.

Jacopo Stellini somasco (-1770), figlio d’un sartore di Cividale,

geometra, poeta, teologo, chimico, fisico, indaga il nesso di tutte

le scienze; stabilisce la filosofia sui sensi e sulla ragione o sulla

intera natura umana; il bene dipendere dall’equilibrio delle umane

facoltà. Nel trattato sull’_Origine e i progressi de’ costumi_ assegna

tre epoche della natura umana: nella prima i sensi dominano sull’animo,

quando gl’istinti han prevalenza, onde nessuna onestà o giustizia;

nella seconda alla giustizia si mescono lussuria, vanità, ambizione;

viene poi la terza del mutuo commercio fra l’anima e il corpo, quando

appajono la vera virtù, i precetti morali, le leggi. Svolgeva dunque

le idee del Vico in senso contrario, giacchè questo cercava la morale

delle nazioni mediante quella dell’individuo; Stellini fece la storia

de’ costumi degl’individui mediante la morale delle nazioni; Vico

additò le origini della civiltà negli asili aperti intorno agli altari;

Stellini prese qual principio di nazione qualunque ricovero dove la

madre tra i figliuoli sapesse a paterna carità commuovere i maschi

vagabondi[124].

Appiano Buonafede (-1793) con varietà e cognizioni scrisse _Delle

conquiste celebri esaminate col diritto naturale delle genti_,

impugnando la ragion delle spade; la _Storia critica e filosofica del

suicidio_ e principalmente la _Storia ed indole d’ogni filosofia_, dove

giudica autori e sistemi con lealtà e indipendenza, imitando ma troppo

disugualmente lo stile irrisorio di Voltaire. Bersagliato dal Baretti,

rispose con pari villania e maggior lepore. Nella _Restaurazione della

filosofia ne’ secoli_ XVI, XVII, XVIII esamina le differenti scuole,

men negli autori stessi che ne’ loro critici, lavorando di seconda

mano, ma con estesa lettura. A quel «giorno ampio e perpetuo, di cui

dicono che noi ora creature privilegiate e luminose godiamo» non pare

credere troppo: ma insinua la necessità d’esaminare il passato; chè,

«quando ancora non incontrassimo sempre quella luce continua che gli

amici dell’età nostra raccontano, avremo almeno, in luogo di un sogno

allegro, questa vera luce di più, la quale potrà insegnarci a tentar

nuovi scoprimenti e a non essere tanto superbi nella mediocrità».

Crede che, se i Cinquecentisti «in luogo di tanti sonetti e canzoni

e prosette atticissime, e latinissime, e ricchissime di tutto fuorchè

d’anima e di vita, si fossero rivolti alle regie strade della solida

verità, avrebbero eguagliati e fors’anche vinti i progressi delle

seguenti età». Combatte gagliardo le dottrine machiavelliche e

irreligiose, e cotesti legislatori della natura, e moralisti della

materia organizzata, che facevano ricalcitrare il mondo contro i

missionarj del vero; e li paragona a nembi, vulcani, precipizj, mentre

sta fermo l’eterno assioma che «senza l’ordine del cielo non ci fu

e non ci sarà mai ordine in terra»; sicchè finiva rallegrandosi che

«questo sia il fondamento della evangelica e cattolica repubblica

nostra», e guardando con pietà «i vagabondi smarriti per le selve del

caso e per li deserti del nulla».

Con ben altro vigore il savoiardo Sigismondo Gerdil (-1793),

nell’_Introduzione allo studio della religione_, in italiano alquanto

prolisso, assume che i più grand’uomini fiorirono senza la vantata

libertà del pensare; francheggia la scuola italica di Pitagora contro

gli empirici; contro Locke l’immortalità dell’anima e delle idee

secondo Malebranche; contro Raynal la religione e la sana economia; le

pratiche dell’educazione contro Rousseau, il quale lo diceva l’unico

de’ suoi contraddittori che meritasse di essere letto intero: tratta

del duello contro i pregiudizj comuni; contro i pregiudizj filosofici

discorre della libertà e dell’eguaglianza; contro Hobbes confuta

la materialità della sostanza pesante: mostra quanto ingiustamente

Giuliano sia detto da Voltaire modello dei re, e da Montesquieu

il più degno di governare uomini. Benedetto XIV, usatolo a molti

lavori, lo compensò colla porpora chiamandolo _notus orbi, vix notus

urbi_; e sarebbe potuto salire al trono pontifizio, se l’Austria non

l’escludeva.

Storia degli Italiani, vol. 12 (di 15) · 第 9 / 32 题