CAPITOLO CLXVII.

I principi novatori. Giuseppe II. Pietro Leopoldo. I Giansenisti. Pio

VI.

I Governi, fidando nei trattati coi forti, trascuravano il dissenso

dei deboli, congedavano i soldati, lasciavano sfasciarsi le fortezze,

e secondavano l’andazzo dell’innovare, purchè avvenisse per opera

loro. Nessuno ammetteva i filosofi più che in qualche magistratura

consultiva; pure fecero proprie le costoro proposte, e ne permisero

quella scarsa diffusione che allora ottenevano i libri, negozio

aristocratico. Regolare le imposte in modo che gravassero il meno e

rendessero il più; prosperare l’agricoltura; por termine alle lucrose

angherie degli appaltatori; mozzare la giurisdizione del clero e

dei feudatarj, e questi e quello sottomettere alle gravezze comuni;

ridurre più pronta e più retta la giustizia, più sicuro l’innocente,

più educato il vulgo, erano intenti dei Comuni; ma nessuno toccava alle

basi del potere, e a togliere il popolo dalla nullità di rappresentanza

e dalla incuria delle pubbliche cose.

Gli economisti e filosofi di Francia avevano messe in corso le

simpatiche parole di filantropia, diritti del popolo, libertà,

eguaglianza; re e principi le adottarono, professando volere

applicarle, e per ciò abbisognare di poteri illimitati, e che il popolo

si rimettesse tutto in loro: coi decreti si ottiene tutto, e i re non

devono avere ostacoli a fare decreti: tale era la scienza governativa.

Che temere dai filosofi non vedevano i principi, primo perchè anche

in Francia, donde veniva l’intonazione, non che essere ostili ai

troni, tendevano a rinforzarli per abbattere gli abusi feudali e le

ingerenze ecclesiastiche; poi perchè non uscivano dal tono benevolo,

e i miglioramenti suggerivano, non pretendevano, e dirigevansi a

sostituire l’azione governativa alla privata, gli impiegati regj a’

liberi amministratori. Principi e popoli sembravano darsi la mano

pel progresso: ma il progresso i principi non l’intendevano che come

emancipazione della propria autorità e accentramento dei poteri; e data

una seria lezione alla Chiesa coll’obbligarla a sopprimere i Gesuiti,

non vedevano più barriere, davanti a cui arretrare. Giungono poi

momenti ove i governanti, sentendo il nembo avvicinarsi e sperando non

che moderarlo farsene ajuto al salire, ne secondano il soffio, e dansi

aria di marciare trionfalmente là dove sono contro voglia trascinati;

mentre i popoli che se ne accorgono, ne deducono maggiori pretendenze.

Il Piemonte fu per avventura il primo a ricredersi, e le quistioni

dibattute con Roma accomodò, ottenendo il titolo di vicario perpetuo

sui quattro feudi disputati, mediante l’offerire a Roma un calice d’oro

ogni anno; e in un concordato si abolirono o almeno restrinsero gli

asili, giacchè i delinquenti (per confessione del papa) negli atrj e

sui sagrati delle chiese erigevano capanni, dove ricoverarsi con armi

e male donne. Gli altri principi invece rinforzavano di emanciparsi

da Roma. La Signoria veneta, sempre franca nelle cose ecclesiastiche,

tenne il clero in soggezione del principe; l’Inquisizione frenò, ma ne

faceva vece il magistrato pubblico de’ Savj sopra l’eresia; il quale,

per un esempio, condannò alle galere Giuseppe Beccarelli di Brescia,

specie di quietista. I papi che con ogni loro possa sostenevano Venezia

nelle guerre col Turco, se ne disgustarono a cagione del patriarca

d’Aquileja.

Avanzo d’una gran potenza decaduta, stendeva esso la giurisdizione

sul Friuli veneziano e sull’austriaco; sicchè erasi preso accordo che

l’eleggerebbe una volta la serenissima e l’altra l’arciduca: ma la

nomina si faceva sempre toccare a Venezia col procurare che ciascun

patriarca eleggesse un coadjutore coll’aspettativa. Maria Teresa, tanto

gelosa dei proprj diritti, volle rivendicare questo; e natane disputa

(1751), fu rimessa in Benedetto XIV, il quale proferì si dividesse

quella sede nell’arcivescovato di Gorizia e nel vescovato di Udine.

Venezia chiamandosene lesa, invitò il nunzio a ritirarsi e minacciò

Ancona; nè interposto di principi valse, fintanto che, succeduto

il Rezzonico veneziano, la cosa fu messa in tacere. Restava però il

rancore, onde la Repubblica gettossi anch’essa ai provvedimenti di

moda, col sottomettere all’Ordinario tutti i frati, determinarne il

massimo numero per ciascun convento, abolendo quelli che non bastassero

a dodici, regolatane la disciplina, vietate le relazioni con capi

forestieri. Da una indagine risultò che annualmente per rendita di

benefizj ecclesiastici, andavano fuori Stato ducensessantamila franchi

l’anno; per pensioni ecclesiastiche, settantadue in settantottomila:

ventotto bolle d’istituzione canonica per sedi patriarcali e vescovili

in dieci anni costarono cinque milioni, non contando le spese di viaggi

a Roma; le bolle di badie e priorati, franchi cinquantamila in dieci

anni; centodieci bolle per pensione accordate, franchi settantottomila

ottocento; ducenventicinque bolle per chiese parrocchiali, franchi

centrentamila; cenventisette per canonicati, franchi ottantamila; per

quarantacinque collazioni di benefizj semplici, franchi dodicimila

seicento: nel 1768 arrivarono da Roma mille centrenta rescritti,

indulgenze, privilegi di altari, dispense per ordinazioni, diplomi di

conti, ecc., dell’importare di franchi quarantaquattromila cinquecento:

inoltre cinquecentottantanove dispense di matrimonj, valenti circa un

milione.

La Signoria proibì di mandare denari a Roma; restrinse le facoltà di

lasciare alle manimorte; impose i beni ecclesiastici, senza licenza di

Roma; escluse la bolla _In cœna Domini_; tolse al papa la collazione

dei canonicati e benefizj in cura d’anime: nessuno si vestisse chierico

prima di ventun anno, nè si professasse prima dei venticinque; niuna

bolla valesse se non autorata dalla Signoria, nè veruna dispensa se non

data dal patriarca. Clemente, credendone pregiudicate le ragioni della

Chiesa, ammonì il senato colla mansuetudine che i tempi imponevano; ma

esso rispose con alterigia, ed avocò a sè le cause ecclesiastiche.

Carlo III quando regnava a Napoli, volendo trarre a lustro e ricchezza

del regno anche le esorbitanti rendite degli ecclesiastici, ordì con

Roma un concordato. Ma poi, seguendo i consigli del ministro Tanucci,

abolì le decime ecclesiastiche, vietò nuovi acquisti alle manimorte

e il ricorrere a Roma, restrinse la giurisdizione ecclesiastica, e

il numero dei preti a dieci, poi a cinque ogni mille anime; le bolle

nuove o antiche non valessero senza il regio beneplacito; il matrimonio

s’avesse quale contratto civile, e le dispense si dessero dai vescovi,

che venivano rinforzati in faccia a Roma, indeboliti in faccia al re;

assegnò una pensione «al figlio del più grande, più utile allo Stato,

e più ingiustamente perseguitato uomo che il Regno abbia prodotto in

questo secolo», cioè il Giannone; poi cominciò a cavillare le bolle e

i brevi di Roma e impacciarne la pubblicazione; le tolse lo spoglio

de’ vescovi e il frutto in sede vacante, varie retribuzioni alla

cancelleria romana, e la nomina de’ cento vescovadi di Sicilia; dove fu

abolita l’Inquisizione e costituito un vescovo pei Greci uniti, senza

farne motto al papa; sminuiti da sedicimila a duemila ottocento i frati

mendicanti; infine levato il tribunale della Nunziatura.

Guardandosi la Sicilia come antico feudo della santa Sede, ogni vigilia

di san Pietro da un connestabile venivano presentati al pontefice una

chinea e seimila ducati. Antico o no che fosse questo rito, espressa

convenzione n’era corsa fra Sisto IV e Ferdinando d’Aragona nel 1479:

nel principio del secolo avevano gareggiato a fare quell’offerta sì

Filippo di Borbone che Carlo d’Austria. Il quale poi, anche cessata

la rivalità, nel 1722 invocò dal papa l’investitura del regno, e «per

fini forse più alti e prudenti che a noi cotanto umili e bassi non

lice indagare»[125], gli prestò giuramento ligio, gli offrì la chinea

e pagò il solito censo. Carlo III ricevendo la investitura nel 1739,

solennemente vi si obbligò: ma poi espresse che rendeva quell’omaggio

ai santi Apostoli; indi nell’88 il suo successore non invia la chinea,

soltanto offrendo settemila ducati alla tomba dei santi Apostoli.

Allora il papa a lamentarsi del fallito canone feudale; centinaja

di libercoli nell’un senso e nell’altro con passione, e malafede

avvilupparono la quistione, osservandola come speciale fra il regnante

di Napoli e quel di Roma, senza avvisare il punto supremo posto dietro

a questa accidentale, e diciamolo pure, frivola apparenza[126].

Parma, Piacenza, Guastalla, coi principati di Sabbioneta e Bozzolo,

nella pace d’Aquisgrana eransi assegnate a don Filippo infante di

Spagna e a’ suoi discendenti; il quale ne pigliò possesso il 7 marzo

1749. Sua moglie Maria Luigia Elisabetta, avvezza alle suntuosità di

Luigi XV di cui era figlia prediletta, ne ispirò il gusto al marito,

sicchè non bastando le entrate del piccolo paese, si caricò di debiti:

e Ferdinando re di Spagna, che per molte ragioni lo disapprovava,

negò soccorrerlo, finchè per interposto di Luigi XV gli diede di che

spegnere i debiti e una pensione di ducenventicinquemila franchi; e gli

pose a fianco un buon amministratore, qual era Guglielmo Dutillot di

Bajona, che ebbe il titolo di ministro dell’azienda.

Da Filippo nacquero due figlie, una che sposò Carlo IV di Spagna,

l’altra Giuseppe II d’Austria; e il maschio Ferdinando, al quale fu

dato per ajo il filosofo francese abate Condillac, che per lui stese il

_Corso di studj_ in sedici volumi, come Millot di lui fratello il primo

_Corso di storia universale_, e Mably i _Discorsi sullo studio della

storia_: ma pare gli sopraccaricassero la memoria in luogo d’assodarne

il giudizio; onde una dama predisse: — Ne faranno un uomo a dieci

anni, un fanciullo a venti»; e quel ch’è più, secondo le astrattezze

filosofiche, volevano formarne uno spirito forte, fin colla violenza

imponendogli una devozione ch’egli spingeva alla santocchieria[127].

Ferdinando, succeduto di quattordici anni (1765), lasciò far ogni

cosa al Dutillot, che allora ebbe il marchesato di Felino, fruttante

da sette in ottomila lire di Parma. Economo con magnificenza, fermo

con dolcezza, disinteressato, sapeva entrare nelle infime minuzie,

come d’un patrimonio privato; eppure non perdea di vista l’unità

dell’amministrazione, e potè far bastare le scarse rendite, non che ai

bisogni, allo splendore del ducato. Tolta l’istruzione ai Gesuiti, si

riordinò l’Università, nella quale insegnarono il piemontese Paciaudi,

il Valdrighi, l’ebraizzante De Rossi, Silvani, il padre Venini, i

fisici Lesueur e Jacquier, il Contini veneziano, l’ex frate Amoretti

d’Oneglia, il poeta Angelo Mazza, Pujol, il Capretta, il Botta, Uberto

Giordani. Intanto Parma si abbelliva dei poeti Bondi, Mazza, Manara:

Adeodato Turchi, lodato per eloquenza rimbombante, fu maestro de’

principini[128], posto invidiatogli perchè era di oscura nascita, poi

fu assunto vescovo di Parma. Quivi il Bodoni di Saluzzo, emulando gli

sforzi dello spagnuolo Ibarra, degl’inglesi Baskerville e Bulmer, del

francese Didot, fondeva bei caratteri, e compiva eleganti edizioni,

troppo per verità sagrificando al lusso tipografico; il frate Fourcaud

radunava un gabinetto di antichità e di storia naturale; Delaire

scriveva nella gazzetta letteraria, dove avendo sparlato della nostra

letteratura, levò contro di sè il vespajo. Dapprima il Frugoni, poi il

conte Rezzonico di Como furono poeti di Corte e segretarj all’Accademia

di belle arti: al quale ultimo il duca diede incombenza di scrivergli i

viaggi che faceva per l’Europa, e venticinque anni sel tenne carissimo,

poi ad un tratto lo privò della grazia e di tutte le dignità e le

pensioni «per motivi riservati alla sovrana sua cognizione».

È naturale che quel duca fosse lodatissimo dai contemporanei, e

ricevesse innumerevoli dediche di opere, sebbene presto cessasse da tal

protezione. E per verità quella fu l’età dell’oro di Parma, abbondante

di denaro, visitata da forestieri, colta di dottrine. Il conte Jacopo

Antonio Sanvitale (1690-1780), amico dei migliori ingegni, apriva

spesso teatro nella propria casa, l’onorarono i regnanti, e i poeti gli

profusero lodi che la posterità non confermò. Gaspare Cerati oratoriano

(1690-1769), che a Roma si fece conoscere per uno de’ migliori

eruditi, da Gian Gastone fu chiamato provveditore dell’Università

di Pisa; viaggiò tutta Europa, e fu aggregato a molte accademie, e

non meno di seicento lettere all’anno riceveva, piene di lodi sue

e di particolarità che le renderebbero preziose, s’egli non avesse

creduto di distruggerne o restituirne gran parte; perocchè fra’ suoi

corrispondenti figurano i migliori personaggi da Voltaire, Montesquieu,

Maupertuis, Federico II, fino al Cóncina e al Patuzzi, a non dir quelle

direttegli dal Ganganelli, che sono della fucina del Caracciolo. Non

sagrificò ai pregiudizj irreligiosi, e sincero e tollerante otteneva la

stima sì dei Giansenisti che degli Enciclopedisti: ma di tanti viaggi,

di tante cognizioni nulla lasciò scritto, amava tornar ai campi, e

innestar alberi[129]; pur rispondendo ai tanti che chiedeangli pareri

sopra materie variatissime.

Dutillot sapeva accontentare e Francia e Spagna, e pensava a fondere

col Parmigiano lo Stato di Modena. Quivi si viveva alla cheta come

nel resto d’Italia, senza nè oppressura de’ principi, nè aspirazioni

de’ popoli. In tempo della fiera di Reggio l’appaltatore s’avvisa

di dare uno spettacolo buffo invece dell’opera grande; i cittadini

rumoreggiano, minacciano; il governatore trae fuori le truppe, ma

queste si lasciano disarmare dai cittadini, i quali rimangono alcun

tempo padroni della città, finchè il Governo si rassegna a dar

soddisfazione.

Il duca Francesco III (1737-90), magnifico, legislatore, il più gran

principe di Modena, fe bella la città; grandi edifizj dappertutto:

raddrizzò le vie, coprì le cloache, condusse la strada a congiungersi

con quella di Toscana, ampliò l’Università fabbricandone il palazzo

e dandole buone regole, ridusse tutte le opere pie in una sola

amministrazione, finchè si vide ch’era male, promulgò il Codice (1771)

uniforme in tutto il ducato, ma spese troppo e ne venne il fallimento.

Lo accusano che pensasse a tesoreggiare con traffici e monopolj, non

per avarizia, ma perchè aveva osservato che i signorotti d’Italia,

nei conflitti tra Francia ed Austria, erano sempre stati costretti a

fuggire e vivere mendicando. Di tale avidità non pativano i popoli,

anzi moltissimi viveano delle cariche di Corte e dei numerosi servigi:

essendo Reggio carica di debiti fin al cinque e mezzo per cento, esso

le fece un prestito al quattro e mezzo, col quale si redense degli

altri. Tenea per amica una Marini milanese, che provveduta di trecento

zecchini all’anno, non intrigava e viveva abbastanza rispettata.

Il duca aveva un solo figlio Ercole Rinaldo, che sposò Maria Teresa

erede di Alderano II Cibo, il quale possedeva il ducato di Massa e

Carrara feudo imperiale[130]. Nell’unica figlia Beatrice colavano

dunque le eredità dei Malaspini, dei Cibo, dei Pico della Mirandola,

dei Pio da Carpi e Correggio, degli Estensi di Modena; sicchè

ambitissima n’era la mano. Il Dutillot fece opera d’ottenerla al

duca di Parma, col che avrebbe costituito un grosso Stato nella media

Italia; ma tanto bastò per attirargli l’animadversione dell’Austria,

la quale riuscì a sposarla all’arciduca Ferdinando, promettendo

a Francesco III di costituirlo governatore di Milano, ch’egli ben

preferiva alla piccola Modena. Trasferitosi in fatto alla capitale

dell’Insubria, senza curarsi degli affari nè dell’opinione, viveva

da signore a Varese, dove sposò privatamente una contessa Simonetta;

intanto che nel Modenese la partenza della Corte lasciò in miseria i

tanti servidori[131].

Maria Teresa d’Austria fece sposare al duca di Parma (1769) la figlia

Maria Amalia. Bella, operosa, risoluta, costei al par delle sue sorelle

regine di Napoli e di Francia padroneggiò lo sposo più giovane di

lei, il quale, da devotissimo che era, si scapestrò e circondossi

di compagnacci e di vulgari amiche, siccome permettevagli l’abolito

cerimoniale; e perchè Dutillot avventurava qualche osservazione

sul derivatone scompiglio delle finanze, gli prese addosso pessima

volontà[132].

La duchessa, insofferente de’ convenevoli spagnuoli che impacciavano

i suoi piaceri, aveva negato ai ministri di Spagna e Francia certe

distinzioni consuete. Carlo III se ne lagnò severamente; Luigi XV

biasimò il duca e la moglie d’una condotta che faceagli torto in

faccia a tutta Europa, e gl’impose, in tono di avo, di ripristinare il

cerimoniale, escludere que’ libertini, e per quattro anni affidarsi

in tutto al Dutillot, cui lodava senza riserva, e nelle cui mani si

pagherebbero d’allora innanzi le pensioni di Francia e Spagna affinchè

ne disponesse al pubblico vantaggio. Ferdinando, benchè fremente,

soscrisse l’obbligo di stare ai consigli del Dutillot, nè far dispensa,

giustizia, grazia, se non secondo la prudenza e lo zelo di questo;

oltre che per sopravegliarlo si mandò il signore di Boisgelin da

Francia, da Spagna il signor di Ravilla. Detto fatto, alle allegrie

della Corte sottentrano malumori e intrighi; gl’infanti non poteano

rassegnarsi a quell’umiliazione, e tanto tempestarono, che Spagna

e Francia, dopo lungo resistere, furono costrette a dismettere il

Dutillot (1771) pur colmandolo di lodi. Appena congedato, egli si

vide assalito dalla plebe; ritirossi a Colorno, poi a Madrid presso

Carlo III, infine morì a Parigi il 1774. A Parma gli fu surrogato il

signor di Llano: ma Amalia si gettò malata per non vederlo, e invece

dei grandi non riceveva più che subalterni e fin servidori, mentre il

marito tornava a chiassosi piaceri. Il re di Spagna ricorse a Maria

Teresa, perchè «ponesse fine alla condotta violenta e sconsiderata di

sua figlia»; e Giuseppe II la minacciò perfino d’un monastero. Ella,

non che cedere, trasse seco il marito a Colorno per iscostarlo dal

Llano; onde Maria Teresa, uscitine vani altri compensi, interruppe

ogni corrispondenza con costei «che vitupera la sua famiglia per

amore d’un dominio dove non produce che confusione e ruina, e mentre

vuol far sentire la sua grandezza, s’avvilisce con servidorame e

scuderie»: altrettanto usarono i re di Spagna e di Francia quando

al nuovo ministro fu tolto il portafoglio. Allora il duca dovette

chiedere scusa a Carlo III, e richiamar Llano (1774), il quale però

bersagliato continuamente dall’odio degli infanti, chiese lo scambio,

e fu sostituito dal conte di Sacco, quello appunto al quale egli aveva

raccomandato di non affidarsi.

Prima che venissero le sue infauste giornate, il Dutillot, conforme di

idee a Pombal ed Aranda, e sostenuto dai teologi Contini e Turchi, avea

tratto il suo duca a cozzo colla Corte romana, siccome abbiam veduto

(pag. 202): più non poteva egli sostenersi dacchè con questa venivasi

a riconciliazione: e alla disgrazia sua seguì quella de’ suoi amici;

allontanati dalla Corte l’Amoretti, il Venini, il Soave, il Paciaudi,

il Contini.

Maria Teresa imperatrice lasciò un nome popolarmente caro agli

Austriaci, e non meno ai Lombardi: ma un alto concetto della sua

famiglia facea riguardasse come delitto qualunque resistenza, come

usurpamento qualunque attenuazione; Federico II chiamava sempre «quel

tristo, quel mal arnese»; le sommosse punì con atrocità; eppure tutta

affetto pel popolo, parlava il dialetto, e i Viennesi ricordano tuttora

le volte ch’ella stessa, affacciandosi al palco del teatro, annunziava,

— La moglie di Leopoldo ha fatto un maschio».

In quarant’anni di regno essa aveva adoperato a svecchiare la monarchia

austriaca, cercando bensì accentrare l’autorità, ma non volendo

abbattere i privilegi de’ varj dominj e i corpi municipali o paesani,

che sono l’ultima salvaguardia de’ vinti; e assistita dal principe

di Kaunitz, conobbe i miglioramenti che il secolo chiedeva, ma senza

precipitarvisi. Al marito non lasciò alcun’autorità; pochissima al

figlio Giuseppe, che fece coronar imperatore alla morte di quello.

Sull’Italia volea dominare per mezzo di matrimonj, avendo un figlio

granduca di Toscana, un altro marito della erede di Modena, una

figlia regina di Napoli, una duchessa di Parma, oltre la Lombardia

su cui direttamente regnava. Benchè piissima e devota al pontefice,

anch’essa scemò le corporazioni religiose, e volle sopravegliare alle

manimorte. La censura dei libri, che era sempre stata larghissima,

tantochè alquanti professori, fuggiti dal Napoletano in Piemonte con

Vittorio Amedeo, non trovandovi bastante libertà d’opinioni, vennero

nel Milanese ad insegnare e a stampare i loro libri, fu tolta ai

regolari per darla a laici; abolita l’Inquisizione e le carceri dei

frati e gli asili; ad una giunta economale si commisero le materie

miste ecclesiastiche, ad un’altra le riforme de’ luoghi pii e delle

parrocchie; ordinato ai vescovi di Lombardia di sopprimere la bolla _In

cœna Domini_.

La Lombardia aveva cessato dal decadere, appena passò dagli Austriaci

spagnuoli ai tedeschi; se le invereconde guerre dinastiche al principio

del secolo la gravarono d’imposte, sopraggiunsero poi quarantott’anni

di pace che ristorarono i danni. Sempre più perdeasi lo spirito

militare, nell’esercito non essendovi di nostri che un reggimento

di dragoni acquartierato in Ungheria, poche truppe raccoglievansi

coll’ingaggio, e si chiedeva che l’Austria ne tenesse qui buon

numero di sue affinchè consumassero le nostre derrate, lamentandosi

perchè invece di cinquantamila non ve n’avesse mai più di dodici

o tredicimila, e se ne spedisse il vitto e il vestito da Germania,

anzichè spender qui il denaro che qui si riscoteva, e che del resto era

prefinito. La gran vicinanza de’ confini veneti, grigioni, svizzeri,

modenesi, parmigiani, piemontesi, genovesi, agevolava il contrabbando

e l’impunità delle masnade, che mai non cessarono d’infestar il paese.

Rategno verso Modena era asilo e scuola di ladri; altrettanto Pozzuolo

Formigaro nel Tortonese, Castellazzo e Castel Fe nell’Alessandrino;

peggio le valli bergamasche sulla sinistra dell’Adda, e i famosi boschi

della Merlata[133].

Pure migliorando il pingue terreno, diffondeasi l’agiatezza; e il cheto

vivere e il ben mangiare formavano la delizia de’ grandi e de’ piccoli.

I regnanti erano amati perchè mostravano il desiderio di prosperar il

paese, non di smungerlo; rispettavano le convenzioni, i privilegi,

i corpi, le abitudini; non offendevano il sentimento nazionale col

mettere impiegati forestieri, e dell’andamento pubblico si brigavano

quanto solo fosse necessario alla suprema direzione; aveano insomma

l’arte di far poco, mostrarsi poco, e non togliere ai cittadini

la compiacenza di faticare pel proprio paese; talchè non v’era nè

abjezione nell’obbedire, nè caparbietà al resistere.

Maria Teresa, benchè mai non visitasse queste provincie, lasciò

migliorarne l’amministrazione. L’onnipotenza de’ governatori, che

tenevano forma di regime militare, fu temperata dacchè un ministero

robusto volle da Vienna sorvegliarli (1758) mediante una congregazione

speciale; meno poterono dacchè vi fu posto il duca di Modena, che per

verità lasciava ogni cura al Cristiani, poi al Firmian. Infine vi venne

l’arciduca Ferdinando (1771), buon tedesco fra buoni Lombardi, gaudente

fra gaudenti, amico del lusso, mentre Beatrice d’Este sua moglie

diffondea la letizia e la beneficenza.

Fin allora restavano privativa regia non solo il sale e il tabacco, ma

i solfini, le scatole, il ghiaccio. Mentre le tasse colpivano cento

volte la merce stessa, e mal ripartite erano le imposte secondo un

catasto invecchiato nè più in proporzione coi presenti bisogni, a

un nuovo censimento servì di base la misura dei terreni, decretata

da Carlo VI, e ridotta a termine nel 1759. Per esso ciascun fondo

fu tassato secondo il proprio valore e nel Comune dove realmente

esiste; tolto ogni divario tra nobile e plebeo, tra pubblico e

privato, cittadino e forese, laico e religioso; lo Stato riscuote le

imposte nel modo più piano, sicuro e men dispendioso, tenendo unico

debitore il fondo stesso. Così si potè crescere di molto l’entrata,

eppur alleggerire i sudditi coll’abolire tanti sopraccarichi, e col

ripartirla equamente. L’estimo venne felicemente combinato col sistema

comunale, avanzo delle istituzioni repubblicane, che al governo

generale ne opponeva uno locale, abbastanza indipendente nel limite di

sue attribuzioni, e con una deputazione eletta ne’ convocati comunali,

nei quali ha voce chiunque possiede.

La paura della fame nella pingue Lombardia suggeriva strani impacci

alla circolazione de’ cereali, e cagionava indagini a’ granaj, inutili

angherie, rimedj estremi, e in conseguenza carezza e fame. Nel 1770

ordinavasi ancora che in Milano si portasse tutta la parte dominicale

di grano delle pievi di Agliate, Appiano, Binasco, Bollate e delle

altre più ubertose; in Lodi metà del frumento, un quarto della segale;

in Como tutta la porzione dominicale del frumento e della segale; non

eccettuando i fittajuoli che pagano in denaro. Di peggio causava il

vendersi le regalìe ad appaltatori, con sgherri, ed arbitrio di frugar

le case, sicchè la quiete domestica era turbata, delatori faceansi

ministri di vendette, e non si osava lasciar aperta una finestra nè

giorno nè notte, perchè qualche malevolo non vi gettasse un pacco

di tabacco o di sale, e poi denunziandovi vi precipitasse in ultima

rovina. Un ordine pubblicato sotto il governatore Firmian teneva

solidali i padri pei figliuoli, i padroni pei servi nelle pene del

contrabbando.

Contro di tali abusi levarono la voce i filantropi: e in fatto il

commercio delle granaglie fu svincolato; le finanze nel 1766 furono

ridotte ad un appalto misto con un rappresentante regio, poi nel

71 emancipate del tutto, il che vantaggiò l’erario di centomila

zecchini l’anno; si fece una tariffa uniforme per le dogane; un monte

delle sete, che ai particolari togliesse la necessità di venderle a

precipizio; si creò il monte di Santa Teresa per concentrare in un

solo i debiti dello Stato, e una camera de’ Conti per esaminare e dar

pubblicità alle entrate e spese. Della moneta fu commessa la riforma

al Consiglio superiore d’economia, poi al magistrato camerale, in

cui sedeano Carli, Verri, Secchi, Annibale e Cesare Beccaria; e nelle

discussioni d’allora furono librate e sciolte le questioni sul corso

abusivo, sulla deficienza della moneta legale assorbita dai dazj e

dalle imposte, sul progressivo allontanarsene della abusiva: poi la

monetazione del 1777 fu trovata un capolavoro: i talleri di Maria

Teresa erano cercatissimi negli scali di Levante, e da Genova a Venezia

venivano tratti con aggio generoso: in conseguenza la zecca milanese

lavorava attivissima, il che è un vantaggio anche considerandola come

manifattura, oltrechè ajuta il Governo nel sostenere la spesa delle

macchine e degli operaj.

L’apertura del naviglio di Paderno compì l’impresa cominciata sei

secoli prima, di congiungere Milano col Ticino e coll’Adda. Si propose

una casa di ricovero pei poveri e di correzione pei delinquenti.

Si videro a Milano numerate le case, illuminate le vie, un giardino

pubblico, medici e farmacisti distribuiti a misura. All’Università di

Pavia furono invitati i migliori professori, senz’abjetta esclusione

dei forestieri; Scarpa, Borsieri, Rezia, Spallanzani, Tissot, Mangili,

Nessi, Carminati, Frank, Brambilla faceano progredire la storia

naturale e la scienza salutare; Mascheroni, buon poeta, e Gregorio

Fontana onoravano le matematiche; Bertóla e Teodoro Villa davano

esempj e precetti d’eloquenza e poesia; Nani e Cremani assodavano i

principj di giurisprudenza criminale; Volta preparava scoperte che

doveano mutar faccia alla fisica e alla chimica. A Brera fu fondata

la specola nel 1766 dal gesuita raguseo Boscovich, ampliata nel 73, e

apertovi un ginnasio imperiale e una biblioteca: nelle Scuole Palatine

fu eretta una cattedra d’economia pubblica e d’arte notarile; più

tardi, una d’idrostatica e idraulica: si ordinarono poi scuole normali,

sotto l’ispezione del luganese Francesco Soave somasco, il quale,

non capace a far procedere la scienza, ma a ridurla all’intelligenza

comune, fece libri elementari dall’abici sino alla filosofia, e coi

cremonesi Bianchi e Fromond, coll’agostiniano Amoretti d’Oneglia,

coll’Allegranza, pubblicava una _Scelta di opuscoli interessanti_, che

si possono leggere ancora. Una Società patriotica attendeva a esplorare

le ricchezze del paese, diffondere l’istruzione e l’industria anche fra

il popolo. Lo Stato, che nel 1749 contava novecentomila abitanti, nel

70 ne offriva un milione centrentamila, ed i vecchi nostri ricordano

con compiacenza quei tempi, fors’anche pel confronto dei succeduti.

Il Governo non prendeva ombra de’ novatori. Carli fu posto presidente

al Consiglio supremo di commercio e d’economia pubblica. Mentre

l’offeso egoismo portava accuse contro del Verri, l’imperatrice lo

nominò nella giunta per gli affari di finanza, poi in esso Consiglio

d’economia. Ella assegnò una pensione a Giorgio Giulini perchè

continuasse le _Memorie di Milano_, e una all’Argellati per la

_Bibliotheca scriptorum mediolanensium_. Del Vallisnieri, tacciato

di aver malversato il museo di Pavia a vantaggio del proprio, Firmian

proclama in lettera l’innocenza. Borsieri soccombeva alle persecuzioni

degli scolari e dei colleghi, e Firmian gli scrive confortandolo, ed

esser lui «necessario al decoro di quell’istituto letterario»; talchè

i vili, premurosi a calpestare il merito perseguitato, s’affrettano a

fargli giustizia quando il vedono appoggiato dai potenti, la gioventù

il vuole rettore perpetuo, e quando, chiamato medico di Corte, parte in

modesta sedia, l’accompagna in lungo treno.

Così procedeano le cose in armonia in quello stadio delle riforme, che

sorride agli uomini di buona volontà, e dove non si distrugge nulla, si

migliora tutto; il clero veniva ridotto entro confini competenti, senza

svilirlo; l’istruzione non toglievasi ai claustrali, ma vi si poneva

accanto una laicale più consentanea ai tempi; le piccole società,

che dopo il primo fiore pregiudicano alla grande, si limitavano o

correggevano, non s’abolivano.

La riforma, quando non sia semplice rattoppo amministrativo, nè prurito

di cambiare, richiede sicuro giudizio affine d’intenderne lo scopo

ed avvisarne il momento; richiede ferma ragione per non isbigottire

alle difficoltà, alle objezioni speciose dell’egoistico scontento, nè

avventarsi a radicali mutazioni, per logica impazienza.

E alla smania di riformare si sbrigliò Giuseppe II. Nominato imperator

de’ Romani (1765) alla morte di suo padre, col più sonoro titolo di

cristianità era il più povero fra i principi, neppur un palmo di terra

possedendo ove esercitar giurisdizione; e poichè sua madre voleva essa

veder tutto, far tutto, per quindici anni egli si trovò costretto a

frenare le sue voglie di guerra e d’innovazione. Intanto applaudiva

i propositi degli economisti e le loro astrazioni, ascoltava ai

ragionari dei filosofi e dei franchi pensatori; ne’ viaggi ostentavasi

liberale, come tutti quelli che sono presso al trono; lodava,

prometteva, divisava, ricevea suppliche, reclami, piani. Traverso

agli aristocratici e ai cortigiani intravide il cattivo governo del

suo paese, monarchia temperata piuttosto dalla debolezza centrale e

dalla forza d’inerzia degli usi locali e de’ corpi, che non da spirito

indipendente dei nobili o de’ borghesi; ignoranza nel popolo, ozio nei

monaci, ingiusti privilegi nei nobili, avvilimento nella moltitudine; e

animato dalla filantropia alla moda e da un amor di giustizia assoluto,

agognava a capovolgere ogni cosa, immaginando che i decreti potessero

tutto, che bastasse voler il bene per effettuarlo. Nel 1769 viaggiò in

Lombardia, ove da Carlo V in poi nessun imperatore era comparso; volea

parlar di tutto, di medicina negli ospedali, di teologia coi preti,

di legislazione cogli avvocati, d’economia coi finanzieri; affollava

domande e non aspettando le risposte, lanciava apoftegmi, di cui

nessuno doveva dubitare. Sono arti che spesso fecero effetto.

Cupido d’emulare Federico II di Prussia, che allora colla spada,

coll’astuzia, col pensiero acquistava il primato nella Germania, e

impedito dalla madre nei mutamenti grandi, metteva ostinazione nelle

bagatelle e violenza: poi quando si trovò libero di sè a quarant’anni

(1780), pensò attuare a precipizio ciò che avea lungamente ruminato.

Dicendo che i re hanno un particolare istinto di governare, sicchè

la loro opinione val più che non i consigli de’ ministri, attese

a trarsi in mano la direzione assoluta di tutte le forze della

monarchia. In un dominio composto di paesi e nazioni tanto divergenti

di civiltà, di lingua, d’indole, aggregate in diversi tempi, con

diversi privilegi, pensò introdurre unità e accentramento, secondo le

astrazioni filosofiche e l’esempio di Francia, quasi una regolarità

geometrica stesse meglio che non la varietà derivata dalla storia e dai

costumi, e che al Croato potessero convenire gli ordini stessi che al

Lombardo. Il concetto d’un’unione morale mai non gli si affacciò, qual

sarebbe stata per esempio la letteratura; ma credendo indegno di sè il

lasciarsi rattenere da diversità di razza, di coltura, di costituzione

civile, si accinse a rimpastare privilegi, consuetudini, nazionalità;

filosoficamente sprezzando gl’interessi lesi e i sentimenti urtati,

scriveva: — Il bene dei particolari è una chimera, ed io lo sagrifico

al bene generale». E altrove: — Un fatto non può giudicarsi se non

dallo scopo suo, nè gli effetti apprezzarsene che dalle conseguenze,

le quali appajono in capo ad alcuni anni. Vedo che la logica di Roma

non è quella del mio paese, e perciò sì poca armonia v’è tra l’Italia e

l’impero germanico».

Abolite le giurisdizioni feudali, dettò un codice, ove tutti erano

pareggiati in faccia alla legge, ma così precipitato che subito si

vollero e interpretazioni e cambiamenti; con attività morbosa in tre

anni buttò fuori trecensettantasei ordinanze, brigandosi delle minime

particolarità del vestire e dei protocolli: ma precipitoso a decretare,

irresoluto a far eseguire, per amor della giustizia voleva esercitarla

personalmente e aggravar perfino le condanne; per filantropia credeva

cambiar di tratto il genio dei popoli; facea dappertutto ruine, e

sulle ruine piantava l’aquila; sicchè eccitò in ogni luogo lamenti, in

qualche luogo seria opposizione e rivolte.

Dicemmo come si diffondessero le dottrine del falso Febronio (pag.

191), carezzate principalmente dalla Germania, sempre oculata a fare

smacco all’Italia: e Giuseppe ne trasse una sospettosa ostilità contro

le franchigie ecclesiastiche; onde proibì ogni relazione con Roma,

nè di recarvi le cause riservate; breve o bolla non si pubblicasse

senza il regio assenso; i vescovi dessero le dispense di parentela;

levata dai calendarj l’uffiziatura di Gregorio VII, e da ogni

luogo le bolle _In cœna Domini_ e _Unigenitus_, con proibizione di

disputare pro e contro le proposizioni di queste; tolleranza de’ culti

acattolici; non s’impugni verun’opera stampata negli Stati austriaci,

nè i predicatori entrino in controversie contro i dissidenti. Le

processioni, i pellegrinaggi, le confraternite furono abolite; ma «ben

lontano l’augusto monarca dall’intendere d’allontanare lo spirito de’

suoi sudditi da detti oggetti, ha anzi inteso interessarli sempre

più, invitando gli individui de’ soppressi corpi e gli altri suoi

sudditi a riunirsi in un solo, ch’egli ha già stabilito negli altri

suoi Stati, e che vuole che anche in questi si stabilisca col nome

di Confraternita della cristiana carità, onde tolta la varietà degli

spiriti o degl’impegni, tutti collimino ad un medesimo fine»; e ne dava

le regole, e tra il resto vi erano promotori e padri dei poveri che

doveano soccorrere a domicilio; ma l’istituzione non fu mai attuata.

Bensì coi beni tratti al fisco costituì un fondo di religione, parte

del quale convertì a salariare i parrochi, che aumentò di numero. I

capitali delle chiese e de’ luoghi pii s’impiegarono tutti sul libro

pubblico; e poichè il popolo balza sempre più in là del vero, corse

voce intendesse incamerare tutte le temporalità de’ benefizj, e render

il clero stipendiario dello Stato, far la liturgia in vulgare, levar

dalle chiese gli ornamenti e certe immagini. Il diritto di nominare i

vescovi, che già egli possedea per gli altri paesi, il pretese anche

per la Lombardia; elesse l’arcivescovo di Milano senza informarne nè il

corpo municipale nè il papa; e avendo questo mandato lamenti, Giuseppe

rinviò il breve come in termini non convenienti: sottrasse le fraterie

da’ capi forestieri o residenti fuor di paese, subordinandole a

provinciali proprj, dipendenti dal vescovo, nè alcun monaco viaggiasse

a Roma; Certosini, Carmelitani, Olivetani, Camaldolesi, Clarisse,

Cappuccini escluse, traendone al fisco i beni; appresso anche i

Benedettini, Premontresi, Cistercensi, Domenicani, Paolotti, Trinitarj,

Serviti, Francescani; quelli che tollerò doveano fare scuola,

dispensati dal cantare in coro e da altri oneri pregiudicevoli alla

sanità. I seminarj alti in Lombardia sottrasse alla direzione degli

ordinarj, sostituendo a Pavia un unico portico teologico, dove pure

trasferì il collegio Germanico di Roma. Che più? prefisse l’orario per

tener aperte le chiese e sonar le campane; queste non si tocchino ne’

temporali[134]; non più esequie pompose, perchè la tomba uguaglia tutte

le ineguaglianze; i cadaveri si sepelliscano nudi entro un sacco[135];

levinsi i doni votivi dalle chiese; non facciansi processioni se non

pel _Corpus Domini_ e le Rogazioni; non si portino statue e stendardi

troppo grandi; cessino la devozione del sacro Cuore di Gesù e del

cingolo di san Francesco.

Rideva Federico II di questo _re sagristano_, e soggiungeva che costui

al desiderio d’imparare non univa la pazienza d’istruirsi, e che faceva

sempre il primo passo dopo il secondo. Infatti operava coll’assolutezza

di chi è convinto d’operar il bene; a un superiore di convento che gli

palesava i suoi scrupoli, disse: — E voi andate dove questi ordini

non ci sieno»; a un vescovo che, per conformarsi ai decreti di lui

senza mancare ai proprj doveri: gli chiedeva istruzioni; rispose: —

L’istruzione è che voglio esser obbedito».

Pari intenzioni e pari modi davano feconda agitazione alla Toscana.

I Lorenesi, a cui i trattati la assegnarono, trovavanla foggiata a

obbediente mitezza, ma esposta agli abusi d’un’amministrazione che, del

resto non peggiore delle sue contemporanee, non erasi mai modificata

a seconda del voto dei cittadini, nè reso conto degli atti proprj se

non in secreto e al principe. Ora il secolo con nuove idee domandava

nuove cose, e fu fortuna della dinastia austriaca il giungere nel buon

momento di effettuarle.

L’antica repubblica, formata colla successiva aggregazione di piccoli

paesi, ciascuno con privilegi e fôro particolare, avea lasciata

viziosissima la giustizia civile, e leggi varianti dalla città alla

campagna, da una provincia all’altra. I Fiorentini godeano vantaggi

sopra la campagna e le provincie, e il Senese era considerato tuttavia

come paese di conquista: le università di arti conservavano statuti e

giudici proprj; sicchè in Firenze contavansi trenta tribunali oltre

il magistrato supremo, il qual magistrato, investito un tempo delle

attribuzioni della Signoria, erasi ridotto a tribunal civile; così al

senato de’ quarantotto notabili era stata tolta ogni giurisdizione;

il consiglio dei duecento capi di famiglie plebee sussistea di puro

nome, traendosi invece gli affari al fisco e alla consulta. Lo statuto

fiorentino, riformato il 1415, suppliva alle imperfezioni di mille

cinquecento statuti parziali non mai aboliti; e raccogliendo il meglio

dell’antica esperienza, reprimeva la feudalità. Le leggi granducali,

savie spesso, non di rado erano gonfie e oscure nella redazione, e

non abrogandosi le anteriori, portavano un inestricabile viluppo,

opportunissimo ai mozzorecchi. Spesso atroci e sproporzionate le

pene; e gli editti sanguinosi di Cosimo I contro i ribelli duravano

in vigore, sebbene non s’applicassero. Molti impieghi passavano in

eredità; le cariche, un tempo distribuite dai consessi popolari, per

evitar i brogli si conferivano a sorte: ma con ciò cadendo in persone

inette, bisognava porre a lor fianco chi gli ajutasse, e lo Stato

pagava gli uni e gli altri.

Malgrado l’intento di togliere il feudalismo e le giurisdizioni

patrimoniali, Cosimo I volle procurarsi denari e appoggi e attirar

forestieri col conferire feudi; onde, tra imperiali e granducali,

a mezzo questo secolo ne sussistevano quarantasette, dai quali i

prepotenti signori insultavano la legge. Alla famiglia Bourbon era

stato dagl’imperatori infeudato Monte Santa Maria, posto sul confine

papale in alpestre situazione, e perciò opportuno a facinorosi e

banditi, che i marchesi adopravano alle loro prepotenze. Il ramo che

v’abitava era poverissimo; ricco assai l’altro, piantatosi in Cortona,

e perciò invidiato dai primi. Dei quali Giambattista con nove fratelli

di pari bizzarria, e massime Raimondo, frate apostato e libertino,

si gittò alla strada, terribile a tutta la vicinanza, e provocò a

guerra rotta il marchese Anton Maria di Cortona; ma i fratelli sonato

a stormo, con più di cento satelliti vanno a liberarlo; nè si potè

chetare lo sbigottimento delle vicine città se non mandando truppe.

Allora i Bourbon ripararono sul territorio pontifizio; frà Raimondo e

un fratello furono poi condannati alle galere per assassinj; gli altri,

ricoveratisi in un convento francescano, ne sbucavano tratto tratto

a predare. Avendo assalito il castello di Pian Castagnajo nel Senese

(1754), furono respinti a forza, ma molte vite n’andarono. Pertanto

la reggenza pubblicò editti e taglie spiranti ferocia; premiato chi ne

assassinasse qualcuno; e si cominciò un processo, che intralciato dai

privilegi, si trascinò per più anni, mancando l’effetto dell’esempio

anche in quelli che furono puniti[136].

Quanto il legislativo, era complicato il sistema delle finanze; mal

distinto il patrimonio pubblico dall’allodiale de’ Medici; e Cosimo III

avea tentato nullameno che ridurre suo patrimonio tutti i beni stabili,

urbani e rustici dello Stato, e gli acquisti fatti sia con bonificare

terre, sia per confische o pene pecuniarie, successioni, imposizioni,

regalìe. Il debito pubblico, che al venire de’ Medici non passava

i cinque milioni di ducati, al loro finire giungeva ai quattordici;

aggravio enorme sur una popolazione di appena novecentomila abitanti,

e privata degli antichi proventi. Il commercio era decaduto, sì per le

ragioni generali, sì per avere i primi duchi continuato a trafficare,

con evidente disagio dei sudditi; ai quali pure restavano chiusi

i porti d’Africa e di Levante dacchè l’Ordine di santo Stefano si

considerò in guerra perpetua co’ Musulmani. Le commende di quest’ordine

e di quello di Malta, le manimorte, i fidecommessi, le molteplici

servitù di pascolo, di macchiatico, di legnatico, impacciavano la

proprietà; e fin l’opera del prosciugar le maremme fu resa impossibile

dal diritto che agli armenti spettava di pascolare nei campi sementati;

anzi in alcuni luoghi era obbligo di lasciare tre annate al pascolo,

una alla sementa; in altri il comunista avea diritto di far una nuova

seminagione dopo la prima raccolta del proprietario. Al contadino

incombeva il dovere di tener spazzate le fosse in margine alle vie, e

servire colla persona o coi carri a richiesta delle comunità.

La Toscana fu peggiorata dalle dispute per la successione: inondata di

Spagnuoli quando era destinata a don Carlo, inondata di Tedeschi quando

i barattieri di popoli la destinarono a Francesco (1737) già duca di

Lorena e marito di Maria Teresa d’Austria, il quale, pretendendo che

il suo ducato valesse troppo meglio che la Toscana, chiedeva gli si

aggiungessero anche i beni allodiali di Casa Medici[137]. In fatto

la Elettrice morendo il chiamò suo legatario universale; ed egli si

valse di quelle ingenti ricchezze a pro di Maria Teresa, per quanto a’

Fiorentini dolesse di vedere portar via tanti tesori e ornamenti della

loro città.

Il Governo austriaco cominciò dall’esigere una _colletta universale_

pel debito fatto nel mantenere le truppe spagnuole, esentandone però il

clero; si proibirono i giuochi di rischio, eccettuato però il casino

de’ nobili; il lotto si ridusse a regalia; date in appalto le finanze

toscane per lire fiorentine 4,220,450, di queste 2,800,000 andavano al

granduca per suo appanaggio, oltre che egli partecipava ai guadagni

degli appaltatori. Tale somma continuò ad uscir di Stato anche dopo

che il granduca, eletto imperatore, non dimorò che in Germania; allora

la Toscana cessò anche d’avere diplomazia propria, confondendosi

coll’austriaca.

Francesco avea cominciato a distruggere abusi e ceppi, svincolare

le proprietà, trarre dai feudatarj a sè la potestà legislativa e

giudiziale, la scelta delle milizie e l’altre regalie; accettò il

calendario gregoriano nel 1750, abolendo l’êra pisana; riordinò

l’amministrazione, coll’annuenza pontifizia fece concorrere gli

ecclesiastici a spegnere il debito; tolse le linee doganali fra lo

Stato vecchio e il nuovo; dappertutto introdusse economia. Assente il

granduca, governava una reggenza di quasi tutti Toscani, preseduta

dal Richecourt dispotico illuminato, ma tratto in discredito dalla

emulazione di Carlo Ginori, ricco e destro governator di Livorno, e

ravvivatore dell’industria e dell’agricoltura, il quale ottenne di

succedergli. Ma l’uno ne morì di crepacuore, l’altro di gioja; e il

granduca non esitò a mandargli successore quel Botta Adorno, che s’era

infamato a Genova e a Brusselle. L’opinione pubblica si manifestò nelle

imprecazioni lanciategli di mezzo agli applausi della sua entrata: ma

quand’egli fu trasferito vicario imperiale a Pavia, la Toscana dovè

continuargli la pensione di ottantaquattromila lire.

Essa fu pure obbligata a somministrare truppe per la guerra dei Sette

anni; e poichè furono sconfitte, l’imperatore domandò altri mille

uomini da paese sì piccolo e disavvezzo; talchè moltissimi migrarono.

Dei quattromila marciati, appena trecento tornarono; onde si prese

l’accordo di contribuire invece sessantamila fiorini, con cui soldare

Tedeschi. Poi si dovette un _donativo_ pel matrimonio di Giuseppe II:

e perchè alcuni vescovi con sommessissime parole cercarono esimerne

il loro clero, ebbero da Vienna, non volere sua maestà imperiale udir

più reclami e piati su tal materia; pagassero, e tutto fosse finito.

Piccolómini vescovo di Pienza, che resistette, ebbe carcere ed esiglio.

Nel trattato di Hubertsburg fu convenuto non dovesse mai la Toscana

esser unita all’impero, ma restasse una secondogenitura della Casa

d’Austria Lorena; in conseguenza cessò dalla misera condizione di

provincia, ed ebbe un signore proprio in Pietro Leopoldo (1765), col

quale cominciò un’êra nuova.

Scarso ingegno, retta volontà, ebbe l’arte di scegliere i consiglieri,

fra cui primeggiarono Angelo Tavanti buon finanziere, Francesco Gianni,

Giulio Rucellaj, Pompeo Neri. Ispirato da questi e dalle idee allora

correnti, s’accinse a riformare nel modo che allora praticavasi,

coll’onnipotenza dei decreti. Uniformò le leggi togliendo gli statuti

particolari, le giurisdizioni feudali, i magistrati inutili, il

Consiglio dei ducento, i tribunali delle arti, surrogandovi la Camera

di commercio; tutti i cittadini fossero sottoposti alla medesima

giustizia, fin il principe ed il suo fisco; ristretti e scelti i

giudici; pubblicato un nuovo regolamento di procedura; a Giuseppe

Vernaccini, poi a Michele Gianni si affidò l’incarico d’un codice,

proseguito poi dal Lampredi, ma interrotto dalla Rivoluzione. Da

quell’ostentazione di atrocità e violenza che credeasi propria di

governi ordinati s’avvide il granduca che non restavano impediti

i misfatti, bensì da punizioni moderate, ma pronte e sicure, e

dall’esatta vigilanza. Pertanto abolì ogni immunità o privilegio

personale o asilo, e insieme la tortura, la confisca, il giuramento

de’ rei, le denunzie secrete, le accuse contro i parenti, i _processi

di camera_ ove l’accusato non era ammesso alla difesa, le deposizioni

di testimonj uffiziali, la condanna in contumacia. A ciascuna colpa

era prefissa la pena, togliendo la speranza di vederla diminuita nè

per remissione dell’offeso nè per grazia sovrana. Alla pena capitale

sostituì i lavori forzati: colle pecuniarie dovea formarsi un fondo di

che compensare gl’ingiustamente carcerati. Escluse i delitti d’alto

tradimento, sapendo qual terribile estensione soglia darsi a questo

titolo.

Il senatore Gianni professava che «la libertà e non il regolamento sarà

sempre il voto di chi brama il commercio felice». Ancor più coerente

il Fabbroni diceva: — Acciocchè abbondi in un dato luogo un genere

qualunque, non avvi altro arcano che di far sì che siavi sicurezza di

venderlo con vantaggio; per venderlo con vantaggio è d’uopo che sianvi

molti compratori; e per aver molti compratori non dobbiamo tenerci

a soli nazionali»; e mostrava «i danni delle dogane che frastornano

l’ordine generale della natura, impediscono il commercio, non

impinguano l’erario, trasformano molti onesti in delinquenti».

Pertanto alle molteplici dogane fu sostituita una gabella unica per

tutto il granducato, e libero l’entrare, uscire, circolare di qualunque

merce, compresa la seta; libero il prezzo, libera la vendita dei beni

d’ogni sorta; tariffa unica; non più vincolata l’industria da matricole

d’arti e mestieri, da privative, esenzioni, fidecommessi; esonerati

i contadini dai servigj di corpo, i possessi dalla servitù di pascolo

pubblico; si fan vendere i beni comunali; l’amministrazione dei Comuni

è affidata a quei che hanno interesse alla loro prosperità, cioè ai

possessori medesimi; più di sei milioni si spendono in istrade e ponti;

si aprono lazzaretti, canali, case d’educazione, di cui ottantatre

per le fanciulle, rifugj pei poveri, un’accademia per le belle arti,

conservatorj per le utili; sono riordinate le Università di Pisa e

Siena, e in generale gli studj e i musei, gli archivj e gli ospedali;

si sepellisca nei campisanti; si consideri cittadino lo straniero che

abbia possedimenti in Toscana.

Furono cassati gli appalti che angariavano il popolo eppure

scarsamente fruttavano, e l’obbligo che ciascuna famiglia comprasse

una fissa quantità di sale; si rinunziò a certe propine e privative

gravose, lasciando libera la coltivazione del tabacco e lo spaccio

dell’acquavite e le fucine di ferro. Con una percezione più economica

non solo Leopoldo riparò a questi vuoti, ma crebbe l’entrata di

1,237,969 lire l’anno, e in trentasette anni da ottantasette e mezzo

ridusse a ventiquattro milioni il debito pubblico, adoprandovi anche

del proprio e la dote della moglie; trenta ne consumò in miglioramenti,

e cinque ne lasciò nel tesoro al suo successore, dopo abbellita la

città e le ville imperiali. Subito se ne vedono splendidi effetti:

la legislazione uniforme conduce un più equo riparto di diritti

e di sostanze; l’agricoltura si rifà; Ximenes, Fabbroni, Fantoni

curano il prosciugamento delle maremme; e se in quella di Siena

fallì, vantaggiarono le valli di Nievole e di Chiana e i contorni di

Pietrasanta, dove s’invitò gente col dare sovvenzioni e terre a tenui

livelli.

L’Università di Pisa, già prima abbellita dal Cerati, dal Tanucci, dal

Grandi[138], dall’Averani, dal De Soria, dal Politi, dal Marchetti,

dal De Papa, ebbe gloria dal Vannucchi, dal Pellegrini, dal Guadagni;

il Pignotti favolista, il Galluzzi storico, il Pagnini traduttore,

la poetessa Fantastici, l’oraziano Fantoni, il petrarchesco Salomon

Fiorentino, il robusto satirico d’Elci attestavano il fiore del piccolo

paese; i Neri-Badía, i Bizzarrini, i Meoli, i Vernaccini, i Neri, i

Bandini, i Tavanti, i Rucellaj ispiravano retti principj giuridici ed

economici al principe novatore. Il quale, persuaso che «il miglior modo

d’acquistare la confidenza del popolo al Governo è il far conoscere

ai cittadini i motivi degli ordini che man mano divengono necessarj,

e informarli senza velo dell’uso delle entrate pubbliche, giacchè il

mistero ispira diffidenza, e svisa le intenzioni del principe e de’

suoi agenti», pubblicò lo stato delle finanze, e l’erogazione d’ogni

piccola somma, e le principali disposizioni intorno alle varie sorgenti

della pubblica prosperità[139]; poi rese ragione degli atti suoi in un

libro intitolato _Governo della Toscana sotto il regno di Leopoldo II_.

Al tempo che dicevasi «Il re è tutto, la nazione è nulla»,

quest’austriaco proclamava dunque i diritti della nazione, e ispirava

al popolo una sana libertà civile. Anzi o voleva od eragli suggerito

di dar una costituzione (1781), «non potendo sussistere felicemente

uno Stato o Governo senza una legge che determini fra il pubblico e

il sovrano l’autorità e i diritti delle parti, e senza che il corpo

de’ sudditi, interessato nella prosperità comune, usi di tutto il

suo diritto naturale, e possa proporre e chiedere ciò che gli possa

giovare, e respingere ciò che gli nocesse». Così il Gianni in uno

sbozzo che ne stese, secondo il quale volea restituire a tutti i

sudditi la piena libertà naturale acciocchè intervenissero validamente

a celebrare e accettare questa legge di convenzione, non ritenendo il

sovrano che la podestà governativa. Il sovrano dunque avrebbe divieto

di far guerra o alleanza, dare o ricevere soccorsi di truppe, mandar

fuori soldati, nè fabbricar fortezze senza consenso de’ rappresentanti;

manterrebbe i privilegi di Siena e di Livorno, l’indipendenza de’

giudici, la separazione del patrimonio dello Stato da quello del

principe; non s’alienino i beni dello Stato, non si accrescano le

imposte nè si diano in appalto o vendano; non si creino nuovi feudi;

assicurata la libertà del commercio dei grani, la guardia civica, le

leggi delle comunità e de’ luoghi pii; resi pubblicamente i conti; sono

riservati al sovrano il comando delle armi, l’elezione agl’impieghi non

comunitativi, la collazione de’ benefizj di patronato regio, il diritto

di grazia, il potere discrezionale nei limiti della costituzione. In

queste materie non si brighino i rappresentanti, i quali del resto

propongono nuove leggi o la riforma e deroga delle vecchie, e votano su

quelle proposte dal sovrano; esaminano il conto pubblico, moderano le

pensioni; provocano i provvedimenti per gli abusi in fatto di giustizia

o di commercio; illuminano il sovrano sulla condotta dei ministri, e su

quanto concerne il bene pubblico.

In ciascuna comunità ognuno che abbia il diritto politico e che non

sia impiegato, elegge un oratore; gli oratori all’adunanza provinciale

scelgono il rappresentante da mandarsi all’assemblea. Libero a chiunque

il far proposte e petizioni, ma non se ne tenga conto se non sieno

votate dal consiglio generale comunitativo. Pubbliche le adunanze

provinciali; le petizioni presentate devano qui pure mettersi a voti

prima di sporgerle all’assemblea generale. Comminate pene agli eletti

che non accettassero l’elezione.

Le assemblee generali raccolte ogni san Giovanni, presedute da un

regio luogotenente, con un cancelliere che non sia impiegato regio,

discuterebbero le proposizioni fatte dalle assemblee provinciali,

e doveano esser vinte con due terzi di voti. Da poi si mettono

in delibera le petizioni de’ privati o rappresentanti, si sentono

le proposizioni che il sovrano volesse trasmettere per mezzo del

luogotenente, e se alcuna venisse ridotta a legge, dovrà promulgarsi

come volontà del sovrano concorde col voto pubblico. In occasione di

nuovo regno, l’assemblea è radunata dal gonfaloniere di Firenze: di

straordinarie possono convocarne il granduca e domandarne le comunità.

Noi ci diffondemmo su tale costituzione, come lo stillato della

sapienza governativa di quel tempo, ma sebbene Leopoldo regnasse altri

nove anni, mai non le diede effetto[140]; onde non può tenersi in conto

che d’un progetto, alla cui attuazione non ci pare si dirigessero

le riforme di Leopoldo, tendenti piuttosto, al modo d’allora, a

concentrare nel principe tutta l’autorità. Per ciò Leopoldo è levato a

cielo da coloro che badano ai detti anzichè ai fatti, e della storia

fanno una satira o un’allusione: ma realmente le riforme di lui non

erano che amministrative; egli faceva tutto, e il popolo nè intendeva

nè si curava; i Comuni perdettero fin la parte d’autonomia che si erano

riservata aggregandosi a Firenze, e trovaronsi ristretti alla semplice

amministrazione patrimoniale, anche questa sotto il beneplacito

del principe; onde sempre più negligevasi la cosa pubblica, dacchè

era incombenza del granduca. Egli dunque potè senza ostacoli fare e

disfare, urtare gl’interessi e le opinioni, essere despoto filosofo

senza tampoco l’originalità, poichè imitava il fratello Giuseppe in

campo più angusto e con viste più ristrette. Che se va lodata la sua

riforma economica, fondata su canoni che la scienza non aveva ancora

messi in sodo, e di cui già egli traeva francamente le conseguenze; se

precorse alla vantata rivoluzione francese coll’eguaglianza di tutti in

faccia alle leggi e colla semplicità vigorosa delle finanze, esagerò il

concetto del potere principesco, e dell’ingerenza di questo negli atti

privati e nella vita; per riformare costumi e idee, prefisse limiti fin

al lusso dei ricchi, alle spese di monacazione; si lasciò invanire da

quegli encomj sguajati da cui abbiam veduto altre volte ubbriacarsi un

buono ma debole spirito, e travisarsi l’opinione.

Il precipizio stesso delle riforme valse a chiarire che non ogni bene

è attuabile. Col far libere le selve denudò le spalle dell’Appennino;

colla mitezza delle pene attirò nel suo paese la feccia del vicinato;

le classi privilegiate rimasero scontente delle innovazioni, prima

che le rialzate ne capissero i vantaggi; intanto quelle ordinanze

quotidiane toglievano ogni fiducia nel domani, e lo stesso Pompeo

Neri, che quantunque progressivo, parve lento alla precipitazione

di Leopoldo, scriveva: — La buona fede è come la moneta, che se dal

sovrano viene peggiorata, esso medesimo ne risente i più pericolosi,

più estesi e più diuturni effetti. Il sovrano in ogni dominio,

per essenza della sovranità, è e dev’essere il più galantuomo del

paese»[141].

Leopoldo invece scostumava il potere colla doppiezza; mentre decretava

che di nessun’accusa si tenesse conto se non firmata, istruiva i

tribunali di ricevere le delazioni cieche; mentre per legge proibiva

i processi economici e camerali, gli autorizzava in secreto; imponeva

che un compenso si desse agli accusati scoperti innocenti, ma non fu

fatto mai[142]. Il presidente del buon governo era esecrato, eppure

non temuto; al bargello e a’ suoi birri fu contrapposto un ispettorato

di polizia, ma l’uno intralciava l’altro. Curiosissimo de’ fatti

altrui, Leopoldo qualche anno spese fin settantatremila scudi in

spie, avvezzando i Toscani alle soppiatterie, alle piccole frodi, alle

perfidie dissimulate; e l’ispettore Chelotti, fomentando bassamente

quel basso prurito di delazioni, potè sull’animo del granduca più che

qualsifosse ministro, e ne abusava a segno che Firenze si ammutinò

(1780) e i granatieri voleano trucidare i birri. Il granduca chetò non

senza molto sangue, e punì massimamente i soldati, col che diroccò quel

poco che restava d’ordinamenti militari, poi abolì la guarnigione,

affidando la difesa e la tranquillità a compagnie civiche. Tagliava

così i nervi del Governo: e noi veneriamo i riformatori quando operano

persuasi e robusti, non quando adulano i vulgari istinti, per moda o

per paura.

In politica egli si propose perfetta neutralità per mare e per terra

con tutte le nazioni, anche barbaresche; non alleanze difensive od

offensive, non ricevere protezione; in conseguenza non nuove fortezze;

le vecchie non doveano contenere artiglieria; piccolo esercito, e tutto

nazionale; nessune navi di guerra, abolendo per ciò i cavalieri di

santo Stefano. Regolamenti da Arcadia in una società come la moderna,

dove è pur troppo necessaria la forza.

A nuovo scoglio lo fecero urtare le materie ecclesiastiche. La Toscana,

contigua collo Stato Pontifizio, più frequenti occasioni aveva avuto di

dispute colla curia, infrenata ma pur potente. Al nunzio competevano

le cause che il concilio di Trento attribuì al fôro ecclesiastico, e

le appellazioni interposte dalle decisioni dei vescovi; il concedere

alcune indulgenze e dispense dei cibi proibiti e in materie beneficiali

e per peccati occulti e casi riservati; commutar voti, legittimare

spurj, e sanare altre irregolarità per essere ordinati; vendere e

livellare beni ecclesiastici per evidente utilità, amministrare i

benefizj vacanti, inibire i sequestri, e concedere la restituzione in

integro; creare notari, dottori in ambo i diritti, in medicina, in

arti; misto di giurisdizione civile ed ecclesiastica, incompatibile

colle nuove idee del potere.

Un frà Cimiro napoletano, cancelliere dell’Inquisizione in Siena, fece

cogliere e battere un marito che, diceano, gl’impacciava certa tresca:

ma il capitano di giustizia lo pose in carcere, donde essendo fuggito,

vennero condannati i suoi complici, e convenuto di non ammettere al

Sant’Uffizio che nazionali. Questo fatto volse i discorsi e l’esame

sull’Inquisizione[143]; e tanto più quando, essendosi sparsi colà i

Franchimuratori, di cui diceasi contarne trentamila la sola Firenze,

il Sant’Uffizio ne colse alcuni, fra cui Tommaso Crudeli, che nei

discorsi mettea più fuoco, e ne’ versi più idee che non si volessero.

Imputato anche di convegni irreligiosi col barone Filippo di Stosch

prussiano, egli subì un processo secreto, allungato dal dover le carte

andare e venire da Roma; finchè il Governo lo trasse dalle prigioni

ecclesiastiche nelle sue; poi fu relegato per tutta la vita nella

propria casa a Poppi, giurando sul Vangelo di dire i salmi penitenziali

una volta al mese[144]: atti che sapeano di strano ai contemporanei di

Voltaire.

Il resistere a Roma non era cosa nuova in Toscana, e fin il debole

Gian Gastone nel 1732 proibiva che l’arcivescovo Martelli pubblicasse

il sinodo diocesano, e «gli si faccia intendere che non può ingerirsi

che nel mero spirituale, e che non vogliamo proceda contro i laici

con pene temporali per qualunque titolo che potesse allegare». Giulio

Rucellaj capo della giurisdizione, contrariava sempre le pretensioni

ecclesiastiche, nel che animò la reggenza, poi Francesco di Lorena,

il quale limitò gli acquisti delle manimorte, tolse al Sant’Uffizio la

censura dei libri, e le aggiunse due assessori nei processi, vietò le

missioni in Firenze e alcune processioni. Benedetto XIV se ne risentì,

alcuni vescovi si opposero, fra cui quel di Chiusi, e ne scrisse al

Rucellaj: ma questi chiamandosi offeso, ne portò lamento alla Corte

imperiale e al papa, il quale indusse il vescovo a una lettera di

ritrattazione, la cui bassezza può mostrare a che volesse ridursi la

Chiesa d’allora[145].

Viepiù procedette Pietro Leopoldo, onde imitare il fratello Giuseppe

II; ma se le riforme di questo erano da filosofo (riflette il Botta),

quelle di Leopoldo erano da giansenista. Fu de’ più avversi ai

Gesuiti, i quali in Toscana tenevano dieci collegi, colla rendita

di lire 146,671; e nel comunicare il breve della loro soppressione

all’arcivescovo di Firenze gli diceva: — Obbedisca subito a chi gli sta

sopra; e n’avrà merito da Dio e dagli uomini; ad ogni modo noi sapremmo

farci obbedire»[146]. Tolse l’immunità dei beni ecclesiastici, gli

asili, il mendicare, gli eremiti, duemila cinquecento confraternite

e molte fraterie, tra cui anche i Barnabiti, dediti all’educazione;

impacciò le monacazioni; dell’osservanza delle regole stessero

responsali i superiori; le parrocchie si conferissero per concorso;

vietato il pubblicar le censure contro i violatori del precetto

pasquale, le flagellazioni, i pellegrinaggi e tutte le devozioni

non approvate dal Governo; le devote immagini stessero sempre senza

mantelline; non si facessero esteriorità nei trasporti funerali; fin

la Compagnia della misericordia non raccogliesse chi fosse colpito

di morte fuor di casa; si sepellisse solo in campisanti a sterro; le

curie vescovili si restringessero alle cause ecclesiastiche, e queste

pure si trattassero in vulgare; i vicarj generali doveano ogni tre anni

essere approvati dal sovrano; nessun decreto valea senza l’_exequatur_

governativo; i vescovi attribuissero ai parrochi le facoltà dei casi

riservati; da ultimo abolito il tribunale della Nunziatura, e voleva i

vescovi si rivolgessero a lui direttamente nei loro bisogni, disposto a

soccorrerli ogniqualvolta chiedessero; ma guai se cercassero ingerirsi

del Governo.

Lo animava Scipione Ricci, uomo pio e dotto: ma imbevuto nelle dottrine

dei teologi francesi, confuse colla superstizione alcune pratiche per

lo meno innocenti, e nel suo vescovado di Pistoja emendò la devozione

della _Via crucis_[147], soppresse quella del Sacro Cuore, processò

reliquie e immagini miracolose, levando le meno autentiche, abolì

le cappelle private e le feste superflue: eppure al tempo stesso

promoveva la devozione verso santa Caterina de’ Ricci, si lamentava

del rilassamento nel digiuno quaresimale, e che la refezione non si

restringesse a fichi secchi e zibibbo.

A Pistoja si era messa una stamperia «per isvelare le ingiuste

pretese di questa Babilonia spirituale, che sovverse e snaturò tutta

l’economia della gerarchia ecclesiastica, della comunione de’ santi,

dell’indipendenza de’ principi»; e di là uscivano i mille opuscoli

giansenistici allora di moda. Col diffondere i quali, e col parlare

continuo contro «le pretensioni ildebrandesche, il regno fratino e

romanesco, la pertinacia dei preti e frati nel vendicarsi de’ torti non

solo, ma d’ogni opposizione»: il Ricci seminò quistioni, fin allora o

ignorate o non curate fra noi.

Egli corresse abusi gravissimi in monasteri[148], e nominatamente

procedè contro due monache, accusate d’un nefando quietismo: ma Pio

VI ne disapprovò i modi, raccomandandogli modestia e prudenza. Di

ciò volle tenersi offeso il Governo, e il Piccolomini ministro degli

affari esteri scriveva al pontefice: — Sua altezza reale si lusinga

che il santo padre, facendo sopra di ciò migliori riflessioni, si

determini a dare a quel prelato qualche contrassegno di maggior

propensione ed affetto, ed a sua altezza reale qualche motivo di

essere meno disgustata di simil passo, e dell’avvilimento in cui

vede che la Corte romana pone i vescovi quando non sacrificano col

proprio dovere i loro diritti, per lasciar tutta l’estensione a

quelli che Roma pretende»[149]. Così scriveano al papa i ministri

di Leopoldo austriaco. Il quale poi pubblicò due, vorrei chiamarle

istruzioni pastorali (_Punti leopoldini_), dove ingiungeva ai vescovi

di congregare un sinodo diocesano almeno ogni due anni per trattare

di cinquantasette punti che s’indicavano; come formar libri migliori

di preghiere, e breviarj e messali; se convenisse meglio la lingua

italiana nell’amministrazione dei sacramenti; il clero sia educato

uniformemente; tutti si conformino alla dottrina di sant’Agostino

sulla Grazia[150]. Il quinto de’ suddetti punti (perchè non fosse

dubbia l’intenzione) esprimeva di voler rivendicare «all’autorità dei

vescovi i diritti originarj loro, statigli usurpati dalla Corte romana

abusivamente».

Seguendo tali ordini che forse egli aveva ispirati (1786), il Ricci

intimò un sinodo a Pistoja invitandovi altri del partito che dicevasi

regalista, cioè che aveano accolte in Italia le dottrine di Febronio.

Fra questi nomineremo il bresciano Giambattista Guadagni; il genovese

Dégola, che poi fu legato col famoso vescovo Grégoire e compilò gli

_Annali di religione_; frà Vittorio Sopransi (1722-1806) milanese,

che assalì accannitamente il Turchi; Gianmaria Pujati friulano

professore a Brescia poi a Padova, somasco indi benedettino, che

stese un’infinità d’opuscoli, e molte mortificazioni soffrì senza

mutare; i fratelli Cestari, l’orientalista padre Giorgi, il Gautieri

filippino torinese, il Vallua astigiano, Benedetto Solari vescovo

di Noli, il veneto Giovanni Cadonici canonico di Cremona, che voleva

il clero incondizionatamente sottomesso ai principi, e pregasse per

loro quand’anche tiranni, secondo formole adottate nei primi tempi,

soppresse nel medioevo, ma conservatesi ne’ messali ambrosiano

e mozarabo. Alla costui opera mise una prefazione Giuseppe Zola

bresciano, autore d’una storia ecclesiastica fin a Costantino, e che

con Martin Natali professore di teologia, e con Pietro Tamburini,

autore della _Vera idea della santa Sede_, promulgavano nell’Università

di Pavia le dottrine antipapali.

A questi ed altri fu fatto invito, e massime a Toscani, fra’ quali

primeggiavano Fabio De Vecchi senese e l’abate Tanzini di Firenze;

il Ricci fu presidente, vicepresidente Giuseppe Paribeni professore;

Tamburini lesse l’orazione inaugurale e col Palmieri ebbe incarico di

redigere i decreti; e ogni passo fu dato sull’orme degli Appellanti

francesi. Nelle sette sessioni fu deciso, i vescovi esser vicarj di

Cristo non del papa, e da Cristo immediatamente tenere le facoltà per

governare la loro diocesi, nè quelle poter essere alterate o impedite;

anche i semplici preti avere voce deliberativa nei sinodi diocesani, e

al pari del vescovo decidere in materia di fede; nelle chiese s’avesse

un altare solo; vulgare la liturgia, e ad alta voce; non quadri

rappresentanti la santissima Trinità, non venerar un’immagine più che

l’altre; favola il limbo de’ bambini; non poter la Chiesa introdurre

dogmi nuovi, nè i decreti suoi essere infallibili se non in quanto

conformi alla sacra scrittura e alla tradizione autentica; ogni fedele

deva leggere la sacra scrittura; l’indulgenza assolve solo da penitenze

ecclesiastiche, e il tesoro soprarogatorio de’ meriti di Gesù Cristo, e

la sua applicazione ai defunti sono invenzioni di scolastici; abolita

la riserva dei casi di coscienza e il giuramento de’ vescovi prima

della consecrazione; la scomunica non avere che un’efficienza esterna;

poter i principi stabilire impedimenti al matrimonio, il quale si

pregava il granduca a dichiarare contratto civile.

Oltre ducento sacerdoti aderirono alla dottrina che dicevasi di

sant’Agostino intorno alla Grazia, accettarono le quattro proposizioni

della Chiesa gallicana e i dodici articoli del cardinale di Noailles,

approvarono le riforme introdotte dal granduca e dal Ricci, e si

prescrisse il catechismo allora pubblicato da Montazet arcivescovo di

Lione.

— Calvino invade l’Italia», diceano gli uni spaventati. — Finalmente si

vedrà repressa la tracotanza dei papi», diceano gli altri esultanti: e

Leopoldo, che giorno per giorno teneasene informato, come vide alcuni

vescovi isolatamente dissentire dalla sua enciclica, pensò raccorre

un concilio nazionale (1787). Per disporlo volle che tre arcivescovi e

quindici vescovi del ducato tenessero una conferenza nel palazzo Pitti,

potendo condurvi consiglieri e canonisti, purchè non frati[151]: ma

intanto alcuni facevano opposizione al sinodo pistojese, appoggiati

anche dal giurista Lampredi; pronunziavasi lo scontento generale

del popolo e de’ religiosi che chiamavansi fanatici; talchè Leopoldo

s’avvide che un concilio gli darebbe causa perduta.

Solo il Ricci non si rallentava; faceva recitare in vulgare i salmi,

mutava qualche parola nell’_Ave Maria_, levava gli ornamenti preziosi

dalle chiese, i brevi e i cartelli d’indulgenze. Quando si celebrò in

italiano, al _Sia ringraziato Dio_, e all’_Andate, la messa è finita_,

il popolo rise e null’altro: ma quando si volle a Prato togliere

l’altare dov’è venerata la cintola della beata Vergine, i Pratesi

tumultuarono; armati invasero la chiesa cantando e sonando al modo che

il Ricci aveva proibito; arsero il trono e gli stemmi di lui e i libri

di novità; trassero di sotterra le sepolte reliquie, sepellendo in

loro vece le pastorali; e in onta di lui si diedero a fare processioni

e litanie, e venerare le immagini. I teologi poi lo scopersero di

errori grossolani; la resistenza si diffuse fin nei capitoli delle due

cattedrali; sicchè le riforme vennero casse, ed egli fuggiasco abdicò.

Contro di tali spiriti aveano a lottare i pontefici. Alla morte di

Clemente XIV lungo e tempestoso fu il conclave[152], principalmente

per la paura che il nuovo pontefice ripristinasse i Gesuiti; e alfine

sortì papa Pio VI (1775). Fin quando col nome di Giannangelo Braschi

era tesoriere, avea mostrato integrità esemplare, quarantamila

scudi d’indebite pensioni recuperando al tesoro; avea disapprovato

la soppressione de’ Gesuiti; il popolo poi l’amava sì perchè

bello e fastoso e di ricca famiglia, sì perchè incorruttibile ed

operoso. Appena papa, profuse in largizioni, si circondò di persone

d’ingegno e di virtù, e promise vegliar egli stesso a tutte le parti

dell’amministrazione, pose conservatorj per fanciulli poveri, per

educare i quali eresse un ospizio ai Fratelli della dottrina cristiana;

restituì alle funzioni papali lo splendore, scemo nel pontificato

precedente, e in mezzo a quelle intenerivasi fino al pianto.

Francesco Beccatini, in una laudativa e retorica Vita di lui, confessa

che, ad eccezione della Turchia, lo Stato pontifizio era il peggio

amministrato. Delle fertili spiaggie dell’Adriatico giaceva più d’un

quinto infruttifero, talchè davasi autorità ai vicini di coltivarle

per proprio conto. Vietata ogni asportazione di grani, impacciatane

l’interna circolazione, l’annona aveva diritto di comprare quanti

gliene occorressero, al prezzo che fissava; e col concedere le tratte,

arricchiva chi voleva. Altrettanto vessatorio il tribunale delle

grasce, tassava le bestie a voglia sua; comprava l’olio tutto, per

poi rivenderlo caro. Non manifatture; carissima l’introduzione delle

forestiere, e perciò lauto il contrabbando; le rendite territoriali

erano appaltate per quattrocentomila scudi, mentre avrebbero

comodamente reso il doppio; negli undici anni che regnò Clemente XIII,

si registrarono dodicimila omicidj, di cui quattromila nella sola

capitale. I rimedj appostivi da Pio VI riuscirono inefficaci.

Dopo di ciò manca la lena di lodare una munificenza che prosperava

le arti belle, e lasciava languire le utili[153]. Pio crebbe d’assai

il museo Clementino, vi accoppiò il suo nome, e lo fece disporre ed

illustrare dal sommo archeologo Ennio Quirino Visconti; aggiunse a San

Pietro la ricca e non bella sacristia, estese il palazzo Quirinale,

migliorò il porto d’Ancona e l’abadia di Subiaco; dall’Austria comprò

la Mesola nel Ferrarese per novecentomila scudi; e dappertutto poneva

vanitosamente il suo nome e iscrizioni, nessuna delle quali vale quanto

quella degli allievi delle scuole cristiane, _A Pio VI, padre dei

poveri_.

Tante spese non faceva egli del proprio o sopra avanzi dell’entrata, ma

emettendo nuove azioni del debito pubblico, o carta monetata: e perchè

questa scadde di valore, vi si surrogò un debito vitalizio; si decretò

anche di accatastare tutti i beni, si tolsero le dogane interne.

Neppure Pio VI seppe guardarsi dalla smania di riformare, conculcando

il vecchio. Aveva cominciato dal sanare gli stagni nelle legazioni

di Ferrara e Romagna; e Ignazio Buoncompagni a ciò deputato, facendo

e bene e male come incontra in simili tentativi, realmente mutò in

campagne e praterie le macchie e gli stagni, ma si condusse verso i

terzi con una prepotenza che il lasciò in disonesta memoria, malgrado

le postegli iscrizioni. Nominato cardinale e delegato di Bologna,

pensò mutare lo stato di questa, che, pei patti del 1278 e del 1447,

conservavasi repubblicana sotto la protezione del papa, con un governo

misto di consiglio comunale e d’un senato di quaranta di nobiltà

ereditaria; nè altri pesi aveva che i dazj, rendita incerta che non

raggiungeva le spese, onde accumulò un debito ingente. Una riforma

proposta venne rejetta dal clero e dai nobili, e da quei molti che

si gloriano di poter dire di no: que’ sotterfugi che gli scaltri

conoscono nè sempre riescono, e snobilitano se non si riesca. Pio

dunque, consigliato dal Buoncompagni, e fidato nella fiacchezza della

nobiltà, ivi data al lieto vivere come altrove, mandò due _motuproprio_

(1780), con cui riformava i dazj, poneva una taglia sulle terre; e una

guarnigione in Bologna farebbe obbedire. Nè tampoco si era consultato

il senato, e il Buoncompagni affrontò l’ire, non lasciò dare udienza

a una deputazione mandata al papa, si derisero le _istituzioni

decrepite_, non si tenne verun conto del gonfaloniere, e Bologna

seguitò a far reclami, e rimase città scontenta. Il Buoncompagni

divenne poi primo ministro, molto utile in tempi difficili, sinchè

Fabrizio Rufo riuscì a sbalzarlo, e morì nel 1790.

L’operazione di cui si menò maggior vanto fu l’asciugamento delle

paludi Pontine, vasto terreno che occupa la parte meridionale degli

Stati pontifizj, bagnato a ponente e a mezzodì dal mar Tirreno, cinto

nel resto dalla catena degli Appennini, stendendosi parallelamente

al mare quarantadue chilometri da Cisterna a Terracina, internandosi

diciassette o diciotto. Il terreno convince che il mare doveva

giungere fino alle falde dell’Appennino, elevandosi da esso il monte

Circello a modo d’isola. Come le dune ebbero separato quel piano dal

mare, e gli scoli delle montagne Lepine e le piante cadutevi l’ebbero

rialzato, l’opera dell’uomo secondò quella della natura per modo,

che prestissimo v’affluì gente, onde Appio fabbricò la famosa strada

per congiungere con Roma le città ivi fiorenti, ed era colà la più

parte di quell’_ager publicus_ che il popolo romano reclamava con

secolare perseveranza. Ma le dune formatesi alla parte occidentale ed

altre circostanze rallentavano le acque, che da varie parti sboccano

nell’unico emissario detto Bodino. Un secolo dopo di Appio Claudio,

Cornelio Cetego prese a disseccare que’ pantani, operazioni interrotte

come quelle ideate da Giulio Cesare. Augusto fece scavare una gran

fossa che porta ancora il suo nome; poi non n’è più parola fino a

Teodorico, che le diede a sanare al patrizio Decio, accordandogliene la

proprietà. Sotto Leone X e Sisto V vi si fecero l’emissario generale

e il canale interno, detto fiume Sisto; altri lavori sotto Urbano

VIII; ma di più grandiosi ne eseguì Pio VI dal 1777 al 96. Il terreno

si trovò di quattrocentrentacinque miglia romane, di cui un quinto

copre l’acqua tutto l’anno, due quinti solo nella stagione piovosa. Il

papa spendendo nove milioni, e colla direzione dell’ingegnere Rapini

di Bologna, ristorò la via Appia, i ponti antichi, il canale che la

costeggia, gli stupendi magazzini di Terracina ed altri edifizj, dando

a tutti carattere monumentale, perfino alle osterie. Sciaguratamente

erano mal diretti, e quando tardi si vide il meglio, non vi fu tempo

che d’abbozzarlo, e sopravvenne la tempesta.

Per tali spese Pio creò 14,303 nuovi luoghi di monti da cento scudi,

dalla cui vendita si ritrassero 1,621,983 scudi, onde al tre per cento

l’erario pagava 43,179 scudi annui: la manutenzione si stima dodicimila

scudi; sicchè ogni anno costano quelle paludi meglio di 55,000

scudi, mentre dalle enfiteusi non se ne ritrae che 32,600. Duole che

quest’opera da antico romano fosse destinata a formare un principato

ai nipoti del papa, i quali egli favorì come da gran tempo più non si

usava.

Pio, sgomentavasi delle innovazioni di Giuseppe II, non vedendo ove

riuscirebbe l’irrazionale incammino; ed uscite vane le rimostranze

e i _riverenti riflessi_, propose andar egli stesso dall’imperatore.

Come erano mutati i tempi da quando i papi citavano i Cesari a rendere

ragione degli oltraggi recati alla fede e alla giustizia! Invano

dissuaso dalle avventurose sconvenienze d’un tal viaggio, Pio, fidando

nella causa propria e nell’efficacia della bellezza sua maestosa e

della viva eloquenza, dopo vegliato una notte sulla tomba dei santi

Apostoli, s’avviò.

Giuseppe gli avea scritto gradirebbe quella visita (1782) come

una dimostrazione d’affetto, ma «non si potrebbe immaginar ragione

o addurre esempio che valesse a rimoverlo dal già fatto»[154]. A

Ferrara mandò a complimentarlo un ussero protestante, poi gli diede

una guardia tutta di acattolici; da Vienna gli mosse incontro ad

onoranza, ma sfuggì di venire alle strette, e non gli lasciò vedere

se non le persone che esso permetteva. Kaunitz ricevette la visita

del papa in abito di confidenza; avendogli il papa sporta la mano, e’

gliela strinse come fra pari; d’arti belle soltanto gli parlò; affettò

di menarlo in tutti i bugigattoli e fargli prendere tutte sorta di

positure per osservare le sue raccolte artistiche; onde Pio, educato da

gran signore, ne partì _tutto stupefatto_.

Pio mostravasi disposto ad approvare certi provvedimenti, ma gli si

fece comprendere che nol si credeva necessario; onde profondamente

trafitto dall’inflessibilità di Giuseppe, e mortificato da un vano

cerimoniale e da una mendace venerazione per la santa Sede mentre si

stava spogliandola delle sue più vantaggiose prerogative, lasciò Vienna

dopo esservi soggiornato un mese a guisa di supplichevole a piè d’un

trono, che i fulmini del Vaticano avevano spesso crollato.

Appena lui partito, Giuseppe II spacciò al governatore della Lombardia

che dovessero restar ferme le sue deliberazioni circa ai monasteri e

alla tolleranza religiosa; i libri fossero sottoposti alla censura

regia, al regio _exequatur_ le bolle romane; regia l’ispezione dei

seminarj e la nomina dei vescovi, i quali doveano giurare fedeltà al

sovrano; non potesse alcun suddito ricorrere direttamente a Roma per

dispense.

Pure non fu senza grand’efficacia quel viaggio ch’era una specie di

appello a quelle plebi, cui da gran tempo più non si dirigevano i

pontefici; un riunirsi a quelle nazioni, da cui era venuta la loro

grandezza temporale. I popoli sentivano la dignità del pontefice, e

pressavansi a mostrargli venerazione: traverso a tutta Italia e alla

Germania ebbe omaggi e feste, sebbene talvolta a lui paresse scorgervi

più curiosità che ossequio: e quel ravvivarsi della democrazia

religiosa[155] dovette convincere Giuseppe ch’egli non era padrone se

non della metà materiale dell’uomo, e che v’aveva una podestà superiore

alla sua. Egli poi restituì la visita al papa in Roma, vivendovi da

privato sull’albergo, e in San Pietro inginocchiandosi per terra;

e sebbene la popolaglia, sempre chiassosa all’idolo del giorno, gli

gridasse, — Viva l’imperatore! siete in casa vostra, il padrone siete

voi», quel viaggio gli rivelò più al vero la posizione. Il cavaliere

d’Azára, rappresentante di Spagna, cui palesò il divisamento di

ridurre il papa a vescovo di Roma e i possessi riunirne all’Impero,

lo convinse che gli altri principi non soffrirebbero che il capo

della religione stesse suddito di qualsiasi sovrano; e col cardinale

Bernis, ambasciadore di Francia, lo indusse ad accettare l’indulto

che il papa gli offriva per la nomina dell’arcivescovo e dei benefizj

concistoriali di Lombardia. Fu dunque concordato che al duca di Milano

e Mantova competerebbe il nominare agli alti benefizj ed alle dignità

ecclesiastiche fin allora riservate a Roma, e il papa rilascerebbe la

bolla. Dovette dunque cedere anche la nomina dei vescovi d’Italia a chi

avea abolito il convento dov’era venuto a colloquio con esso.

Con pari assolutezza procedette Giuseppe nelle cose di Stato in

Lombardia, e fatto tiranno per amore di libertà, lasciossi scappare

il presente per fare violenza all’avvenire. Un editto 25 novembre 1784

incorporò il ducato di Mantova con quel di Milano, formandosi così un

solo paese col nome di Lombardia Austriaca. Giuseppe in un consiglio

di governo riunì il magistrato camerale, la commissione ecclesiastica,

il tribunale araldico, e di sanità, la commissaria generale e la

congregazione di Stato; pose guardie di polizia, di giorno col bastone,

di notte col fucile, e adoperavano l’uno e l’altro; a molte cose cambiò

i nomi antichi pel solo fine d’innovare. S’incarceravano i mendicanti;

ma perchè il mantenerli costava, erano rilasciati col giuramento di non

più accattare; e perchè tosto il violavano, erano rimessi in prigione.

Così a pressa a pressa faceva e disfaceva: col togliere gli arbitrj ai

corpi per accentrarli nel ministero, tolse pure al paese quelle forme

tradizionali d’amministrazione, che un provvido legislatore rigenera ma

non istrappa, e che i popoli sentono essere ultima barriera contro gli

arbitrj[156].

Pure egli operava con rette intenzioni, e in una ordinanza interna

del 1785 ai capidipartimento raccomandava di sbandire le formalità

pel sostanziale; dare ascolto a tutti senza divario di condizione, di

lingua, di culto; dovere il principe non guardare come sua la proprietà

dello Stato, nè creati per sè milioni di sudditi, anzi credersi elevato

dalla Provvidenza per servigio di questi; ministro buono non essere

quello che aumenta le rendite; i sudditi dover contribuire sol quanto

sia d’assoluta necessità per mantenere l’autorità, la giustizia,

il buon ordine e migliorare lo Stato; il monarca non aver diritto

d’esigere al di là, e di ciò che leva deve rendere pubblico conto.

Eppure credeva l’incremento d’uno Stato consistesse nell’ampliarne

il territorio, sicchè contribuì caldamente allo sbrano della Polonia;

tentò carpire la Baviera; confortato dall’imperatrice di Russia, voleva

rimpastare l’Italia, unendo Trieste, Milano, il Tirolo, e togliendo

a Venezia le terre interposte; al Modenese, che ricadeva a suo

fratello Ferdinando, aggiungerebbe il Ferrarese tolto al papa; dalla

Sardegna ricupererebbe il Tortonese e l’Alessandrino; e in onta de’

recenti trattati incorporerebbe la Toscana all’Impero, assegnando un

arcivescovado di Germania in compenso al futuro granduca, che intanto

volle educato a Vienna dal conte di Colloredo, con dispiacere della

Corte toscana. Meditava anche l’unità dell’Impero, e prevenendo ciò che

la Rivoluzione francese effettuò in paese molto più omogeneo, scomporre

tutte le nazionalità per dividerle in tredici Governi, de’ quali

l’undecimo era la Lombardia, e ciascun Governo in circoli, retti da un

capitano.

In Lombardia così indifferente era la plebe, così ligi erano i

pensatori, che non opposero a Giuseppe se non qualche susurro e

qualche pasquinata: essendosi in quel tempo allontanato l’arciduca

governatore, i Milanesi vollero vedervi un segno di disapprovazione, e

quando tornò gli corsero incontro in folla festiva. Ben più seriamente

andò negli altri Stati: Transilvania e Ungheria colle armi difesero

gli aviti privilegi; nel Belgio i seminaristi non vollero sottoporsi

agli insegnamenti ed ai libri prescritti, nè i popoli a quel profluvio

di decreti, e con potente concordia vi cominciarono una sollevazione

che finì col sottrarre all’Austria quelle belle provincie. Anche la

Germania sgomentavasi del volere lui conquistare la Baviera, e far

mantenere dall’Impero i proprj soldati: e Bretagna e Olanda, disgustate

dall’apertura della Schelda[157], si allearono colla Prussia per

reprimerne le esorbitanze. L’imperatore, caduto da tutte le illusioni,

sconfitto anche dai Turchi che aveva provocati, non poteva se non

protestare delle buone sue intenzioni, e morendo giovane e amareggiato,

volle per epitafio: _Qui giace Giuseppe II, sfortunato in tutte le sue

imprese_.

Storia degli Italiani, vol. 12 (di 15) · 第 10 / 32 题