Alito irreligioso. Abolizione de’ Gesuiti.
Dopo mezzo secolo di battaglie, combattute da braccia straniere,
l’Italia erasi dunque adagiata in pace sotto nuove dinastie, le quali
però aspirarono l’alito innovatore del secolo, che traeva le menti a
meditare, cominciando al solito dalla critica, tanto più facile che
non la creazione; e dalla Francia si diffuse la smania di censurare
le istituzioni del tempo; censurarle nell’interesse dell’individuo,
cioè nell’intento di restaurare la logica naturale, la personale
indipendenza. Ne fu effetto uno spirito ostile alla Chiesa, insinuatosi
non tanto nei popoli quanto nei Governi; e coloro che si corrucciarono
al vederla nel medioevo sovrapporsi ai principi, si consolino ch’è
venuta la rivincita, formando quasi carattere di questo secolo la
cospirazione de’ forti e de’ pensatori a spogliarla e svilirla per
affrancare il principato e i Governi.
Quando, sfasciata l’antica società, la Chiesa sopravvisse unica per
raccogliere nel suo seno le immortali speranze dell’umanità, i re
avevano messo all’ombra di lei il loro trono, sia per conciliargli
l’opinione come istituito da Dio, sia per assicurarlo dalla violenza:
il titolo di vassalli del papa ambivano, perchè li garantiva
da usurpatori; facendosi da lui coronare, promettevano espresso
d’osservare i comandamenti di Dio e della Chiesa, disposti a vedersi
dichiarare decaduti se li violassero. La giustizia, ai tempi della
conquista, soccombendo alle spade, erasi rifuggita nelle curie
vescovili, sicchè tutti gli zelatori di libertà invocavano l’estendersi
delle immunità, degli asili, del fôro ecclesiastico. I popoli aveano
scelto i preti a rappresentanti e depositarj del loro diritto,
acciocchè fosse rispettato dai prepotenti; i principi favorivano il
clero come contrappeso alla potenza armata de’ feudatarj; nei monasteri
aveano cercato ricovero le anime bisognose di pace, d’affetto, di
sicurezza; alle lettere unico asilo i conventi e le canoniche, unico
campo alle arti belle; le industriali e più le agricole eransi svolte
per mano de’ monaci o nei tenimenti loro: dal che erano derivate grandi
ricchezze a queste compagnie, non meno che dai larghissimi lasciti di
persone che, col raccomandarli ai monaci, assicuravano un bene ai loro
eredi, e li sottraevano alla rapace giurisdizione del feudatario.
La costituzione ecclesiastica essendo anteriore alla laicale, lo Stato
erasi trovato teocratico. Ma i principi da due secoli si industriavano
a trarre in sè soli l’autorità, abbattendo il feudalismo in prima,
adesso la Chiesa. Della quale più non sentivasi bisogno dacchè era
assodato l’ordine civile, e i Governi voleano far tutto, i re poter
tutto, le leggi dispor di tutto; soldati e prigioni rendevano superflua
l’azione paterna e mediatrice. In conseguenza aumentato il bisogno
di denaro, rincresceva che i beni di manomorta si sottraessero alle
imposizioni: con queste aumentavansi gli eserciti: appoggiati agli
eserciti, i re più non voleano che altri s’intrammettesse fra loro e
i sudditi, nè che gli ecclesiastici opponessero privilegi alla volontà
sovrana. Come di tutto il resto, così dunque presero a disporre delle
coscienze, mal conoscendo che la religione bisogna averla nè schiava
nè ostile, ma libera cooperatrice; e alla forza de’ sentimenti e delle
abitudini preponendo i teorici ragionamenti, vollero separare la Chiesa
dalla nazione, e indurre questa a calpestare l’autorità sacra onde
lasciarsi calpestare dalla profana. Così venne ad estendersi l’autorità
temporale anche sovra le materie ecclesiastiche, e alle decisioni
dei papi sostituire quelle de’ diplomatici; nella pace d’Utrecht
fu disposto di feudi della santa Sede, nè tampoco interrogandola; e
all’Austria restò assicurata in Italia la preponderanza, fin allora
appartenuta al papato.
La controversia sui limiti della podestà pontifizia e della civile,
dibattuta in Italia fin dalla guerra delle investiture, si rincalorì
dopo il concilio di Trento, allorchè la Chiesa, come avviene nelle
riazioni, pensò ricuperare di un guizzo quanto lentamente avea perduto.
Non v’è principe, non governatore, che allora non abbia avuto a
contenderne; clamorosamente Venezia nel litigio con Paolo V; e con
maggior complicazione il regno delle Due Sicilie, stretto di vincoli
particolari col papato. Combatterono in questo campo Nicola Capasso
professore dell’Università di Napoli, Gaetano Argento ed altri, per
cui opera il diritto canonico fu ridotto a corpo regolare di dottrina,
e formossi una scuola di giureconsulti, sistematicamente avversi alla
curia romana per propugnare la regia emancipazione. Dissi alla curia,
giacchè i nostri professavano sempre, non solo integra fede al dogma,
ma venerazione al papa come depositario dell’inalterabile verità; e
non che s’accostassero alla protesta de’ Tedeschi, neppure accettavano
in pieno le cavillazioni degli avvocati francesi, dei quali pure si
valeano a man salva. Così destreggiavano in un medio, che avea poco
maggior effetto di un’effimera controversia.
Gran zelatore della prerogativa principesca mostrossi Pietro Giannone
d’Ischitella (1679-1758), che in mezzo alle cure forensi compilò
la _Storia civile del Regno_ (1724). È suo merito il non solo
accorgersi, ma professare che la storia non consista soltanto nei
fatti, e vedere la connessione fra questi e la giurisprudenza; onde
accompagnò nella loro evoluzione il diritto imperiale, il canonico,
il feudale, il municipale come elementi della nuova civiltà. Ma
difettivo di cognizioni e più d’arte, fece opera pesante, incolta,
con frequenti svarj cronologici ed omissioni importanti; monumenti
inediti non compulsò, mentre si vale fin delle parole altrui, e per
pagine intere[59]. A chi lo scolpa col dire che non ai fatti volgeva
egli l’attenzione, ma alle illazioni da dedurne, noi diremo che primo
dovere d’uno storico è accertare i fatti, e un solo di questi val
più che cento ragionamenti: ma ponendo attenzione anche soltanto a
questi, troviamo il Giannone servile alla lettera della legge quanto
un patrocinatore, e docile alla legalità fin a considerare legittime
le correrie de’ Turchi contro l’Italia meridionale perchè, conquistata
Costantinopoli e l’impero d’Oriente, aveano ragione di «pretendere
di riunire tutto ciò che se ne trovava da altri occupato e in mano
di stranieri principi» (lib. XXVIII). Per lui i Longobardi non erano
stranieri, perchè stanziati da lungo tempo in Italia e non possedevano
regni fuori; argomento che varrebbe anche pel Turco in Grecia; e pel
quale conchiude che i Saracini «erano fatti omai Siciliani» (lib. X).
Eppure, dopo essersi sdilinquito in panegirici ai Longobardi, encomia
i Napoletani «perchè non vollero usar tanta viltà da sottoporsi a
quelli, avuti da essi sempre per fieri ed implacabili nemici» (lib. V).
Sprezzatore della _vil ciurma_ quanto prosternato ai re, del codardo
assassino Ferdinando I dice che «colla sua virtù avea condotto il
regno alla maggior grandezza» (lib. XVIII), e non lascia passare alcun
governatore senza salmeggiargli elogj. Dalla sminuzzata indagine sui
singoli fatti non si eleva ad alcuna veduta filosofica della storia,
seppur talvolta non vi mette il fatalismo[60]; s’impaura del progresso,
tanto da temere la stampa non pregiudicasse «al genio coll’erudizione
e all’educazione colla moltiplicità dei libri, alla diffusione delle
idee potenti per la copia de’ cattivi libri»[61], e invoca la censura
per impedire le dottrine contrarie agl’interessi dei principi. De’
quali intento ognora a sublimare la podestà a danno dell’ecclesiastica,
non solo pecca di viziosa parzialità, ma sbandasi in facezie indecenti
contro la Chiesa e le sue discipline. Di questo il popolo del suo
paese gli volle tanto male, «che più d’una volta lo insultò aspramente»
(SORIA); ond’egli ricoverò a Vienna, dove Carlo VI gli assegnava mille
fiorini l’anno. Ma quando perdè il regno di Napoli glieli sospese;
onde il Giannone errò qua e là, trovando e contraddittori alle falsità
sue e nemici alla sua mordacità. A Ginevra compilò il _Triregno_, di
senso ereticale; nè però aveva abbandonato la religione materna, anzi
lasciossi trarre a un villaggio dipendente dal re di Sardegna per fare
la pasqua. Chi ve lo indusse era uno spione, che lo fece arrestare;
e sebbene si ritrattasse, e fosse dall’Inquisizione ribenedetto,
e scrivesse opere in senso contrario e in esaltamento della verità
cattolica e del papato, il re Carlo Emmanuele ve lo tenne fino alla
morte. Questa turpe persecuzione gli acquistò una reputazione di
liberale, che a noi pare ben lungi dal meritare.
Risoluto lottatore contro i pontefici fu Vittorio Amedeo II di
Savoja. Nel 1694, allorchè cessò di corteggiare la Francia e volle
amicarsi l’Inghilterra, aveva ripristinato ne’ loro diritti i Valdesi,
permettendo ritornassero al culto avito quelli che per paura o fini
umani s’erano fatti cattolici. Ma l’Inquisizione romana cassò quelle
disposizioni come enormi, empie, detestabili: il duca proibì di
pubblicar il decreto, e chiese l’abolizione del Sant’Uffizio ne’ suoi
Stati, e papa Innocenzo riconobbe che quello avea trasceso. Amedeo
VIII ai duchi di Savoja avea ottenuto che i benefizj concistoriali
in paese non fossero dati che a loro sudditi: ora tal diritto essi
voleano estendere anche ai paesi di nuovo acquisto; e Vittorio Amedeo
lo pretendeva da Roma, nel tempo stesso che impugnava le immunità
ecclesiastiche, sottoponeva i beni del clero alle gravezze comuni,
chiamava al fisco gli spogli e i frutti intercalari, voleva necessario
il _placet_ alla nomina dei benefizj e restringere l’autorità dei
nunzj. Ne vennero monitorj e contromonitorj; i vescovi restavano
scissi tra l’obbedire al pontefice e al principe; le ordinanze e le
persecuzioni si alternavano con tentativi di conciliazione, poichè il
papa dichiaravasi «disposto ad ogni mezzo prima d’adoprare i ferri».
Al re davano appoggio il presidente Pensabene, l’avvocato fiscale
d’Aguirre, il Degubernatis che stampò contro le pretensioni di Roma
e i mali che verrebbero dal secondarle: insisteva perchè nessuna
provvisione del papa, nè alcuna collazione di benefizj valesse senza il
_placet_: fioccarono consulti, condanne, confische: il senato di Nizza
obbligò i popolani di Roccasterone a riconoscere un parroco scomunicato
e rimosso dal nunzio.
Pontificava allora Clemente XI, affabile con tutti, costante e destro
nel trarsi dai più scabrosi passi; meglio di ducentomila scudi usò
a vantaggio de’ poveri; non favorì il fratello e i nipoti se non in
quanto servivano allo Stato, e rimosse da Roma la cognata, che mostrava
volervi usurpare ingerenza. Fu de’ primi fautori degli studj orientali,
crebbe i manoscritti della Vaticana, istituì premj, introdusse
l’arte dei musaici e degli arazzi ad uso Fiandra, eresse magnifiche
fabbriche; rinnovò l’uso di Leon Magno di recitare omelie nella
basilica Vaticana alle maggiori solennità; fulminò il giansenismo;
tentò ridestare le crociate contro i Turchi che minacciavano Corfù,
e posta una contribuzione su tutto il clero d’Italia, levato denaro
dalla Camera apostolica e dai cardinali, lo spedì a Venezia, a
cui favore sollecitava Spagna, Portogallo, Genova, il granduca,
l’imperatore. Quando gli Spagnuoli invasero la Sardegna, venne in
rotta con Filippo V; non potendo accomodar le differenze colla Savoja,
profferì l’interdetto, talchè molte sedi e benefizj rimasero vacanti,
tolto il nunzio. Il litigio si complicò allorquando, per richiami del
vescovo di Lipari su certi frutti, il papa scomunicò cinque diocesi
di Sicilia; e Vittorio Amedeo, allora divenutone re, gli oppose il
privilegio della monarchia siciliana. Qui miserabile strazio della
povera isola, privata delle sante consolazioni della religione, mentre
Vittorio puniva atrocemente chi tenesse conto dell’interdetto; due
fazioni stettero armate una contro l’altra; quasi tremila ecclesiastici
rispettosi all’interdetto, dall’isola rifuggirono al papa, che spese da
sessantamila scudi a mantenerli, e abolì il tribunale della monarchia
siciliana. Ecco poi Vittorio intitolato re di Sardegna dai principi; ma
Clemente, allegando l’antica sovranità pontifizia sulle isole, pretese
ne ricevesse da lui l’investitura; e perchè Vittorio negavasi a tal
dipendenza, egli non investiva più i vescovi, e le sedi rimanevano
sprovvedute.
In quelle controversie a Vittorio Amedeo servì la penna di Alberto
Radicati conte di Passerano, che lo incorava ad imitare Venezia nel
reprimere il clero, al che più facilmente riuscirebbe egli despoto;
e a tal uopo stese un’opera, tutta brio ed acrimonia, dove non solo
la temporale, ma anche la spirituale autorità del pontefice impugna,
vagheggiando l’indipendenza d’Enrico VIII in Inghilterra e del czar in
Moscovia. Processato dalla Inquisizione in contumacia, e confiscatigli
i beni, rifuggì in Inghilterra, donde avventò contro la Chiesa un
_Parallelo fra Maometto e Sosem_ (Mosè); una _Storia succinta della
professione sacerdotale antica, dedicata all’illustre e celebratissima
setta degli spiriti forti, da un libero pensatore cristiano nazareno_;
il _Racconto fedele e comico della religione de’ cannibali moderni, in
cui l’autore dichiara i motivi che ebbe di rinunziare a tal idolatria
abominevole_. Nella _Dissertazione sulla morte_ avendo difeso il
suicidio, negata l’immortalità, e sostenuta la fatalità degli atti,
fu processato; onde dall’Inghilterra passò in Francia, poi in Olanda,
continuando a impugnare la Bibbia. Vuolsi che, avanti morire, in
mano di ministri protestanti si ricredesse degli errori contro il
cristianesimo.
Innocenzo XIII, di famiglia che sette pontefici aveva dati, nel
breve suo regno aveva concesso l’investitura del reame a Carlo VI,
dispensandolo dal divieto di unirvi la corona imperiale. Il successore
Benedetto XIII, sant’uomo, cercò dar recapito alle dissensioni con
Napoli e la Savoja; istituì che nel Regno le cause ecclesiastiche,
salvo le maggiori, fossero decise in prima istanza dagli ordinarj, in
seconda dagli arcivescovi, in supremo da un giudice ecclesiastico,
nominato dal re con autorizzazione del papa, col che veniva a
ristabilire di fatto la monarchia siciliana. Carlo VI per parte
sua cedette Comacchio, che aveva occupata violentemente, senza però
riconoscere alcun nuovo diritto alla sede pontifizia.
Il vescovado di Torino rimaneva vacante e quasi tutti gli altri del
Piemonte, uno solo n’era coperto in Sardegna; e Benedetto per via
di frati fece intendere il desiderio d’un accomodamento, pel quale
fu mandato il marchese d’Ormea. Fra le complicatissime pretensioni,
fu mestieri tutta la scienza legale del Melarede, dello Zoppi,
del Pensabene, e l’abilità dell’Ormea per vincere quelle ch’essi
dichiaravano tergiversazioni de’ prelati e cupidigie[62]. Alfine la
trentenne lite fu ricomposta con questo che la nomina de’ vescovadi
e benefizj concistoriali fosse riconosciuta nel re, il quale avrebbe
facoltà di presentare i soggetti per le metropolitane e di apporre il
visto alle bolle romane _in via di tolleranza_; i frutti de’ vacanti
si conservassero a vantaggio delle chiese o del successore; negli
spogli valessero le antiche consuetudini; delle somme giacenti nella
cassa ecclesiastica una parte restava a disposizione del papa, al quale
verrebbero annui scudi mille cinquecento in compenso dei diritti sulle
nomine. Nè l’Inquisizione nè la nunziatura furono ripristinate, e la
giurisdizione si normeggiò sopra un’istruzione segreta.
Queste concessioni parvero eccessive al succeduto papa Clemente XII,
che disdisse i concordati come lesivi all’autorità papale e mancanti
dell’assenso del concistoro. Ma Carlo Emanuele III mostrossi risoluto
e punì i vescovi che operassero altrimenti: e il marchese d’Ormea tenne
saldo finchè si venne a nuovo componimento.
Queste dispute intrecciavansi alla questione del giansenismo, della
quale vedemmo la nascita. Versava sopra la natura della Grazia, se
essa sola sia efficiente nelle azioni dell’uomo, o possa la volontà di
questa cooperarvi; disapprovando poi ciò che non fosse di disciplina
antica, considerava come favola pelagiana il limbo dei bambini
non battezzati, invenzione scolastica il tesoro delle indulgenze e
l’applicazione sua ai defunti; pretendeva rigoroso il ministero dei
sacramenti, un solo altare in ciascuna chiesa, vulgare la liturgia,
esclusi come superstiziosi alcuni nuovi atti di pietà, quale la
devozione pel sacro Cuore.
Più che della Grazia efficace o sufficiente, e se esistessero o no
in Giansenio le cinque proposizioni, condannate dalla santa sede;
più degli altri cavilli intorno a cui si sperdette l’ingegno e
si guastò la docilità di tanti Francesi, i nostri vi cercavano i
limiti dell’autorità del papa, se infallibile o no _ex cathedra_, se
superiore ai vescovi, e quali i suoi poteri a fronte della secolare
autorità. Mentre però in Francia il giansenismo era una opposizione
all’onnipotenza regia affinchè non assorbisse anche l’attività
ecclesiastica, qui lusingava i principi a scapito di Roma: colà i
parlamenti voleano emancipare i vescovi e la nazione da una podestà che
chiamavano forestiera; i nostri armavansi contro l’unica italiana che
potesse frenare la straniera, e scomponendo l’unità dell’episcopato lo
sottoponevano al giogo principesco.
I contrasti sogliono avvivare, ma qui troppo spesso riducevansi
a cavillazioni, ove due partiti, entrambi attaccati alla Chiesa,
abbaruffavansi con un’ira che appena è compatibile contro i
miscredenti. Vi si annestavano le controversie sulla morale lassa;
e il rigorista domenicano Cóncina assaliva con ragioni ed asprezze i
Gesuiti perchè permettevano i teatri e la cioccolata in digiuno, e il
prestare ad interesse; e se destarono risa e scandalo le sue dispute
col Benzi sul _tactus mammillaris_, la sua _Storia del probabilismo_
svegliò molti oppositori, quali Lechi, Cordara, Lagomarsini, Zaccaria,
Gravina, Noceti, Nogarola[63]. Il lucchese Giannantonio Bianchi (-1758)
contro il Giannone e i Gallicani (_Della podestà e del governo della
Chiesa_) asserì la prerogativa papale. «I cinquanta motivi per indur
gli eretici a venire alla Chiesa» del milanese Francesco Manzoni
furono pubblicamente bruciati a Londra. Taddeo Caloschi assunse l’esame
del protestantismo, ed era milanese come Nicolò Gavardi, autore d’un
corso teologico, che confutò la _Concordia del sacerdozio e l’impero_
di Pietro della Marca. Il Mansi arcivescovo di Lucca, che ristampò
corretti e suppliti gli _Annali_ del Baronio e la _Raccolta de’
concilj_ del Labbe, fu bersagliato come probabilista. Tommaso Mamachi
da Scio (-1792) stette fra’ più animosi papisti, e colla _Mamachiana
per chi vuole divertirsi_ (Napoli 1770) fu attaccato da Salvatore
Spiriti, gran propugnatore del principato, o forse da Carlo Pecchio
continuatore del Giannone. Monsignor Giovanni Marchetti da Empoli con
più audacia che polso appuntò la storia del Fleury. A questo e a Natale
Alessandro il domenicano Giuseppe Orsi (-1794) oppose una _Storia
ecclesiastica d’intenzione pontifizia_ e di stile fluido e purgato,
ma prolisso[64]; chiari e giusti estratti porgendo di autori che
più nessuno legge; e benchè avverso ai Gesuiti, meritò la porpora da
Clemente XIII veneratore di essi.
Il cremasco Scarpazza diè una _Teologia morale italiana_. Pietro
Ballerini, fratello di Girolamo, buono storico e critico, scrisse di
teologia e canonica in senso romano. Il veronese Patuzzi discusse sul
probabilismo e probabiliorismo. Giovan Lorenzo Berti di Serravezza
(_De theologicis disciplinis_) sostenendo la dottrina di sant’Agostino
sulla Grazia, incontrò violenti oppositori che il tacciarono d’eretico.
Giovanni Trombelli di Nonantola (-1784), traduttore de’ favolisti
antichi, pubblicò una grand’opera sul culto de’ santi; e agli assalti
virulenti del Kiesling di Lipsia rispose con tal forza e moderazione,
che l’emulo il chiese amico. Marcello Eusebio Scotti napoletano,
buon antiquario e predicatore sospetto, e autore d’un catechismo
pe’ marinaj, nella quistione della chinea pubblicò la _Monarchia
universale de’ papi_ (1789), libello ove affolla le usurpazioni dei
pontefici come causa di tutti i mali della Chiesa, flagella i Gesuiti,
e intrepidamente sostiene l’assolutezza dei re, dai quali poi fu fatto
appiccare nel 1799.
Altre quistioni dibattevansi fra i teologi, come quella dell’immacolata
concezione; ed alcuni ordini cavallereschi proferivano il voto di
spargere anche il proprio sangue e l’altrui per sostenerla; e avendo il
Muratori disapprovato quel _voto sanguinario_, gli si levò incontro un
rumore accannito.
Giuseppe Guerrieri cremasco amministrava frequentissimamente la
comunione ad alcune divote durante la messa, ciò che la allungava
con disturbo degli altri preti. Vietatogli, s’ostina che ciò sia
_inviolabile diritto_ dei fedeli; al silenzio perpetuo impostogli
dal vescovo obbedisce come si fa a simili divieti, e cerca voti e
moltiplica ricorsi; onde il papa lo pose canonico a Busseto, e pubblicò
un’enciclica (_Certiores_), ove dichiarava non esser necessario
all’integrità della messa il comunicare anche i fedeli, bensì lodevole
che il facciano senza disturbo d’altri atti di pietà.
Del resto la vicinanza di Roma e l’attenzione de’ vescovi toglieva
si radicassero erronee dottrine o s’impugnassero le cattoliche. Il
popolo, attaccato per abitudine alla religione de’ suoi padri, venerava
sempre i pontefici; i suoi curati, gente alla buona, disapprovavano
questi prelati novatori: pure il vedere in un paese raccomandata la
devozione a qualche santo particolare, a una tal madonna, ai morti;
e nella vicina volersi un solo altare, non tavolette dell’indulgenza,
non il sacro cuore, non madonne vestite, e al confessionale stringere
d’insoliti rigori, insinuava quel sentimento d’incertezza che nasce dal
pendere fra due riverenze. I meno buoni ne traevano soggetto di riso e
di epigrammi; i titoli di papista e giansenista erano rimbalzati come
ingiurie e perciò accettati senza esame, a scredito degli uni e degli
altri. Ma l’incredulità veniva più da vizj che da riflessione; come
l’indipendenza del pensare era un libertinaggio di costumi piuttosto
che il risultamento d’argomentazioni.
La Chiesa però potette consolarsi di segnalate conversioni: quali
Hamann prussiano, detto il Mago del Nord; il grand’antiquario
Winckelmann; lo Zoega danese, che fu tocco dalle grandezze di Roma «ove
si trova la città e la campagna, l’antico e il moderno, la semplicità
e la magnificenza, l’infinita varietà delle forme, dallo spettacolo
della natura nuda affatto, fin alla miserabile ricchezza dell’arte
sopraccarica senza scopo».
Gli Ordini religiosi produssero nuovi santi, fra’ quali Leonardo da
Porto Maurizio (-1754), missionario fervoroso e fortunato, per cui
opera fu posta la _Via crucis_ nel Coliseo; il padre Matteo Ripa, che
stabilì a Napoli il Collegio Cinese, mentre la Propaganda continuava
senza strepito a mandare i suoi fervorosi eroi in tutto il mondo.
Domenico Olivieri nel 1713 istituiva a Genova i Missionarj suburbani
per erudire il popolo della campagna. Giambattista Derossi genovese fu
l’apostolo della plebe di Roma per le vie, le prigioni, gli spedali.
Paolo della Croce d’Ovada istituì i Passionisti, per predicare al
vulgo; Girolamo Franzini nel 1751 la Congregazione degli operaj
evangelici per promuovere gli studj ecclesiastici e la morale coltura
del popolo; Domenico Fiesco un conservatorio di fanciulle convertite.
Giovanni Borghi, conosciuto in Roma per Tata Giovanni, muratore
illetterato, presi in compassione i monelli abbandonati giorno e
notte per le vie, li raccolse, nutrì, corresse con rustico ma benevolo
rigore; e sdegnando la protezione che impastoja e i consigli di chi
spaccia massime e manca di pratica, più di cento garzoni manteneva,
educava ai mestieri, divertiva, senza teorie, ma col senso pratico e
con quello che compie la scienza e spesso la supplisce, cioè il cuore.
Alfonso Liguori da Napoli (1696-1787) era figlio d’un capitano di
galera, che de’ suoi schiavi turchi applicò uno a speciale servigio del
figlio, e questo lo convertì e lo liberò. Alfonso entrò nel corpo degli
avvocati, fra’ cui doveri contavasi quello di visitare gl’infermi;
al che egli attendeva assiduamente; poi presto lasciati i trionfi del
fôro per darsi a Dio, malgrado i parenti si vestì cherico a ventisei
anni, subendo gli scherni del vulgo e di quelli che l’avevano ammirato
ne’ dibattimenti. Fatto prete a trent’anni, mettesi alle prediche,
disapprovando la ciarlataneria di quei che le improvvisano prima
d’avere acquistato uno stile chiaro e popolare. Questo (al dir suo)
è dato dall’arte, e lo stile semplice ed apostolico si conosce tanto
meno quanto più si conosce la retorica. I Padri greci e latini sapevano
adattarsi a tutti gli spiriti e maneggiarli secondo le circostanze,
perchè erano maestri di quell’arte. Via i periodi lunghi, le frasi
poetiche e astratte, la monotonia di voce. Così egli pensava e faceva;
e vedendo assistervi spesso un letterato satirico, gli chiese: —
Preparate forse qualche satira? — Impossibile (rispose quello), voi
non avete pretensione; non se n’aspetta il bello stile, nè si potrebbe
criticarvi, dacchè voi obliate voi stesso e respingete tutti gli
ornamenti dell’uomo per non predicare che Dio».
Austero a sè, mansueto ai peccatori; diceva non averne mai rimandato
uno senza assoluzione, nè messo divario fra le qualità delle persone.
Raccoglieva una folla di suoi penitenti, finchè l’autorità non gliel
vietò; poi istruì specialmente alcuni, che divennero centri d’oratorj;
e un Barbariccia, un Nardone, già paventati ladroni, radunavano molti
artigiani all’orazione ed al catechismo. Compassionando la tanta gente
abbandonata nelle pasture appennine, delibera provvedere alla loro
salute, e stabilisce a Scala la nuova congregazione dei Redentoristi
(1732), che dovesse adoprarsi più che colle parole, coll’esempio di
mortificazioni austerissime. Teneva esercizj al clero, dal quale
pretendeva molta pietà; propagava la devozione a Maria; poi fatto
vescovo di Sant’Agata de’ Goti, moltiplicò opere di pietà e di
santificazione, diffondendo lo spirito di devozione tra i fedeli,
la sapienza pratica tra i sacerdoti. Esaminate per quindici anni le
opinioni altrui sui varj punti della teologia morale, sulle orme del
Busenbaum ne stese un corso compiuto ove procura l’esatta osservanza
de’ precetti di Dio e della Chiesa, senz’aggiungere altri obblighi; e
quanto al probabilismo, pone che, di due opinioni entrambe approvate,
ognuno può scegliersi la più austera, ma non obbligarvi gli altri.
Pier Francesco Orsini già da fanciullo mostrò spiegatissima vocazione
per lo stato ecclesiastico, invano contrastatogli dai parenti; e
gran devozione a san Tommaso e a san Vincenzo Ferreri: accettò il
vescovado di Siponto perchè povero, e fu consolato di vedere entrare
nel chiostro madre, sorella e due nipoti. A Benevento rimase sotto
le ruine d’un famoso tremuoto; e attribuendo a san Filippo Neri
l’esserne campato, crebbe di devozione e austerità, stabilì la dottrina
cristiana alla domenica dividendo gli scolari in decine, ciascuna
istruita da uno di essi, mutuo insegnamento. Come domenicano avvezzo
ad obbedire, rassegnossi ad accettare la tiara col nome di Benedetto
XIII (1724), e non depose mai le abitudini del chiostro; non guardie
o lancie spezzate, nè suntuosità; camera monastica con scranne di
paglia, immagini di carta, crocifisso di legno; un semplice cappellano
l’accompagnava a visitare spedali e chiese, per via recitando orazioni;
spesso desinava co’ suoi frati alla Minerva senza distinzione di
cibo, e baciava la mano del padre superiore; non soffrì che i preti
se gl’inginocchiassero davanti; faceva da vescovo e da parroco, in
coro, in confessionale, a conferire la cresima e gli ordini minori;
a vantaggio de’ poveri adoprava i regali e le rendite, e avrebbe
venduto i palagi e se stesso. Al prediletto suo Benevento volle
condursi in modesta solennità, portando molti arredi da donare alle
chiese, e denari pei poveri: il che saputo, due Barbareschi tentarono
sorprenderlo, ma fallito il colpo, si sfogarono sui costieri. Ed
egli consumò quel viaggio in ascoltare bisognosi, consacrare chiese,
alloggiando ne’ conventi da semplice frate. Vietò fin colla galera
il lotto, fonte di superstizioni e pericoloso all’onestà. Santificò
Gregorio VII, ordinando se ne recitasse l’uffizio; al che la Corte
di Vienna ed altre si opposero di forza. Agli Orsini suoi nipoti
non concesse potere, ma sciaguratamente si abbandonò a famigliari
suoi, menati da Benevento, e nominatamente al cardinale Coscia, che
lo trasse in molti errori. E però quando morì, il popolo l’ebbe per
santo, e credette ottener grazie dalla sua intercessione, ma insieme
infuriò contro i Beneventani e il Coscia, che dicevano impinguato
dal disanguare il paese. Il seguente pontefice molti di essi punì
di multe e carcere, e al cardinale tolse il voto e l’intervenire
alle congregazioni; e perchè ricusò di rinunziare l’arcivescovado di
Benevento, fece continuarne le procedure, condannandolo a dieci anni in
Castello e a riversare ducentomila scudi. Ma buoni attestati provarono
che era poverissimo.
Nel tempestosissimo conclave succeduto (1736), col partito imperiale
e col franco-ispano apparve per la prima volta il savojardo, e si
moltiplicarono le esclusioni, finchè Lorenzo Corsini fiorentino fu
suffragato col nome di Clemente XII. Era giunto ai settantanove anni
senza conoscere affari; quasi cieco, ma retto di mente e di volontà,
fermò i suoi pensieri a farsi autore di concordia fra’ principi
disputantisi i brani dell’Italia, e schermire i diritti della Sede
pontifizia d’ogn’onde minacciati. Proseguì l’opera del suo omonimo
facendo la facciata della basilica lateranese e la fontana di Trevi,
abbellendo il Vaticano e arricchendone le collezioni; comprò per
sessantasei mila scudi e pose in Campidoglio il museo del cardinale
Alessandro Albani, prezioso di statue antiche; profuse a soccorrere i
miseri, principalmente nel terribile incendio che scoppiò a Ripetta il
6 maggio del 1734.
Oltre il litigio rinnovato colla Savoja, un più chiassoso n’ebbe
Clemente per Parma, che, malgrado le proteste di lui, era stata data
dai re al fortunato don Carlo, il quale inoltre pretendeva Castro e
Ronciglione. Sopra ciascuna controversia fioccavano scritture, e il
puntiglio e la parzialità traevano ad esagerare, con detrimento di
quella parte che si regge unicamente sulla riverenza.
Per dargli un successore sei mesi durò la lotta, i zelanti opponendosi
all’eletto dalle Potenze, finchè proclamarono quello cui meno si
pensava, Prospero Lambertini (1740), che assunse il nome di Benedetto
XIV. Aveva sessantacinque anni, raccomandato non tanto per austeri
costumi, quanto per buone scritture, scienza canonica, sovrattutto
umor piacevole e condiscendenza colle idee del tempo. Alieno dal
fasto, le proprie entrate ed i regali profondeva ai poveri; e alla
camera indebitata provvide con economie, principiando dal proprio
trattamento. Aveva un solo nipote senatore bolognese, e gli proibì
di venire a Roma. Dichiarò non promoverebbe se non chi lo meritasse
per ingegno e costumi, e istituì una congregazione per esaminare i
nuovi vescovi. Perchè il clero non restasse addietro negli avanzamenti
del secolo, fondò a Roma quattro accademie, per le antichità romane,
per le cristiane, per la storia della Chiesa e de’ concilj, pel
diritto canonico e la liturgia; inoltre un museo cristiano; comprò
per la Vaticana la biblioteca Ottobuoni, ricca di tremila trecento
manoscritti; alla Sapienza pose cattedre di chimica e matematica, e
in Campidoglio una di pittura e scultura; fece misurare due gradi del
meridiano. Regolò i diritti delle chiese d’Oriente largheggiando di
concessioni; represse le superstizioni, e tolse appiglio ai Protestanti
emanando prudenti regole per la canonizzazione, e con quelle decretò
gli altari ad Alessandro Sauli, Camillo De Lellis, Girolamo Miani,
Giuseppe Calasanzio, Francesca da Chantal, Giuseppe da Copertino,
Fedele da Sigmaringen, Giuseppe da Leonessa, Caterina De Ricci e alla
buona regina Elisabetta; restrinse il numero de’ giorni festivi;
rinnovò le antiche condanne contro il duello; sistemò la giustizia
in Roma, e tra questa e le provincie svincolò il commercio[65].
Ingiungeva di non mettere all’Indice un’opera d’autore cattolico e
favorevole alla Chiesa se prima egli non si chiamasse ad esporre le sue
ragioni e difese. Quanto ai diritti pontifizj, venuto su in mezzo alle
controversie, e forse, come bolognese, avendoli in minore concetto,
inchinava a sacrificarli al bene della pace. Si riconciliò colla
Spagna, cedendole la collazione di piccoli benefizj, col che svantaggiò
di trentaquattro mila scudi annui la dataria; alla quale però le
dispense matrimoniali di colà fruttavano ancora un milione e mezzo.
Diede savie norme per la censura dei libri (tom. X, pag. 501).
Tempi difficili correvano pel papato. Le potenze preponderanti, Russia,
Prussia, Inghilterra, erano eretiche; in Polonia s’istituivano vescovi
greci; in Germania, non meno che la parte protestante, osteggiavano
alle pretendenze romane i seguaci del finto Febronio; gl’Inglesi
impacciavano le missioni nelle colonie; ne’ paesi stessi cattolici
estendevasi un’orgogliosa e servile incredulità, e i principi volevano
più sempre stringere il papa ai loro voleri. Il re di Portogallo
pretende si faccia cardinale il Bichi nunzio apostolico a Lisbona
prima di richiamarlo; fin il mitissimo Benedetto XIV trova strano
questo inceppare un principe nel richiamo de’ proprj ambasciadori, e
ricusa; ma quel re leva la propria suntuosa ambasciata da Roma (1728),
impedisce a’ suoi sudditi di metter piede negli Stati della Chiesa, e
manda via dai suoi ogni Italiano.
L’insaziabile Elisabetta Farnese, non avendo più nessuna corona da
dare al terzo suo genito, dal marito il fa nominare all’arcivescovado
di Toledo, che è il primo di Spagna, ed avea sette anni. Clemente
XII negò le bolle, ma trovandosi incalzato d’ogni parte e tutti i
suoi dispacci intercetti e turpemente aperti, si rassegnò, esprimendo
che «quando l’infante toccasse l’età canonica, sarebbe confermato
arcivescovo, se n’avesse la capacità richiesta dai canoni». Questa
clausola parve offensiva, e il papa la cancellò, per colmo lo insignì
della porpora; eppure la Corte di Madrid non ne fu satolla, e chiese
che all’arcivescovado di Toledo, fruttante ducentomila scudi, s’unisse
quel di Siviglia ricco di centomila; e il papa consentì. Poi il re di
Spagna volle licenza d’imporre la decima su tutti i beni ecclesiastici;
e Benedetto XIV concesse, raccomandando a voce «non se ne servisse per
turbare la quiete de’ principi cattolici». Molti capitoli s’opposero;
ma l’Inquisizione punì quei che ardivano intaccare una concessione
della santa Sede, e le armi regie li ridussero all’obbedienza. Questo
sistema di condiscendenza parve sciagurato a Carlo Rezzonico veneziano,
divenuto papa Clemente XIII (1758), e volle sottrarsene; ma allora
appunto i re si accordarono a chiedere l’abolizione della Compagnia di
Gesù.
Questa nè nacque da Italiani, nè ebbe qui le più clamorose vicende;
pure tiene gran luogo nella storia nostra perchè il generale ne
risedeva a Roma, e di bei nomi qui segnò ogni parte dello scibile.
Accorti ne’ migliori spedienti, i Gesuiti si erano tratta in mano
l’educazione, e nati nel fiore dell’urbanità, pensarono mostrarsi
pari al secolo colla bella letteratura, coi modi gentili, con collegi
provveduti d’ogni comodità, con edifizj splendidi, con osservatorj e
teatri e villeggiature, sicchè la gioventù ne uscisse educata alle arti
cavalleresche, e i padri stessi, quantunque regolati in un viver sobrio
e fin austero, nulla trovassero di straordinario quando passavano
nelle Corti. Le loro scuole sono di amplissime lodi retribuite fin
da pensatori avversi, e più ancora dalla confidenza di tanti parenti,
sebbene venissero tacciati di dare una coltura d’apparato più che di
fondo, d’insinuare colle massime religiose un fare melanconicamente
contegnoso, una docilità illimitata, che sgagliardiva le volontà.
Dediti alla vita operosa, non si proposero lunghe salmodie, rigide
penitenze, debilitanti macerazioni; nè tampoco abito diverso, potendo
adottare quello del paese ove andavano; ed avendo tante mansioni,
trovavano come collocare opportunamente i varj ingegni, questo al
confessionale, quello al pergamo, uno nelle missioni, un nella scuola,
uno a fianco ai re, l’altro nella capanna del selvaggio; e quale
astronomo, o poeta, o controversista, o storico. Quanti illustri
Gesuiti non mentovammo noi! ma quanti più oscuramente e più santamente
meritarono nella cura delle anime, negli ospedali, nella predicazione,
nelle missioni, in beneficenze che non dovrebbero tacersi quando si
rinfaccia loro il mestare negli affari mondani e trescar alle Corti e
ne’ palazzi!
Quel distacco da ogni affezione mondana fino a posporre e parenti e
patria all’interesse dell’Ordine, considerato come interesse della
religione; quella secretezza impenetrabile; quella cieca sommessione,
che gerarchicamente legava l’infimo laico col generale supremo, in
tutto il mondo e in qualunque grado della società, ispiravano un
arcano terrore. Scopo della loro istituzione era stato di combattere
l’eresia mediante i libri e l’apostolato, e toglierle pretesto mediante
la riforma morale. Chi dunque vedea libertà nel protestantismo, li
considerò come rappresentanti la resistenza e la repulsione. Stava
in capo ai loro statuti il sostenere in ogni guisa l’autorità del
pontificato, sicchè quelli che caldeggiavano le pretensioni dei
principi li considerarono come antimonarchici, il che, ne’ concetti
d’allora, pareva illiberalità. Un consorzievole ricambio di lodi; le
controversie incalorite per punti non solo teologici ma scientifici o
politici e letterarj, anche contro gli scrittori più cari al paese[66];
quel tacciare arditamente di maligni, di empj, di eretici fin persone
d’intenzioni rettissime; la preferenza che ottenevano i loro collegi,
cresceva ad essi gl’invidiosi, cioè i nemici, fin tra gli altri Ordini
che eclissavano.
Vedendo il mondo farsi sempre più alieno dalle pratiche devote, essi
parvero ricordare più la misericordia del Figlio che la giustizia
del Padre, e nella irresolubile quistione della Grazia propendettero
alla libertà, pensando che l’uomo fosse dalla Grazia ajutato anche
per risorgere. Perchè mitigavano le astinenze, e tappezzavano,
come si disse, di velluto la strada del paradiso, condiscendendo in
tutto ciò che non ledesse la legge, furono tacciati di lassa morale
dai contemporanei di Figaro e del Casti, quasi trovassero scusa
ai misfatti, insegnassero l’arte di mentire cogli equivoci e con
restrizioni mentali.
E appunto come lassi gli osteggiavano i Giansenisti, che invece di
seguire il progresso come quelli, richiamavano continuo alla primitiva
semplicità della Chiesa.
Fra i Germani conservatisi cattolici avea levato rumore l’opera di
Gian Nicola di Hontheim, comparsa il 1763 col falso nome di Febronio,
sullo stato presente della Chiesa e la legittima podestà del pontefice:
libro mal fatto, ma ch’ebbe la fortuna di arrivare a tempo, quando cioè
i principi non trovavansi a fare di meglio che disturbare il papa.
Stabiliva che l’infallibilità non sia attribuita a una persona, ma
alla Chiesa intera, la quale la esercita per via de’ suoi ministri:
primo fra questi essere il vescovo di Roma, ma la Chiesa potrebbe
trasferire la supremazia in un altro: ad esso competono le prerogative
senza di cui l’unità si scioglierebbe, non già le accidentali di
nominare vescovi, trasferirli, o decidere in appello le loro sentenze.
L’opera fu tradotta in italiano e applaudita; Roma la condannò: Pietro
Ballerini veronese nel _Primato e infallibilità del papa_, il padre
Zaccaria nell’_Antifebronio_, il Mamachi ed altri l’impugnarono; ma
l’autore rispose con quella franchezza che simula l’erudizione, pur
costantemente professandosi cattolico: e i nostri si trovarono divisi
in due campi.
Tra questi fraterni eppur accanniti litigj dilatavasi quel che si
chiamava spirito forte, o filosofia. Scienze e lettere, considerato
come carcere il nido ove le avea fomentate la religione, si
diedero aspetto di libertà coll’osteggiare i principj, su cui fin
allora s’era regolato il mondo. La Francia, dedotto quest’andazzo
dall’Inghilterra, lo comunicò all’Europa tutta con quella sua speciale
facoltà divulgatrice; e col lampo del bello spirito che abbaglia
la folla, col despotismo dell’epigramma che opprime chi ha cuore e
intelligenza più che causticità; e con raziocinj zoppicanti perchè
non appoggiati all’autorità insegnò a negare, ad abbattere, a ridere
di ciò che erasi venerato; non che compiangere l’ignoranza de’ padri,
fece riguardare condizione d’ogni progresso il disgiungersi dal
passato, espungere quanto trascende l’umana intelligenza e non si
può brancicare e numerare; chiamar pregiudizio quanto non risponde
all’arida ragione; uccidere l’entusiasmo col decomporre i più begli
atti in interesse, secrezione, accidente: laonde fu ridotto l’uomo a
materia, le sue facoltà alla sensazione e a trasformazioni di questa
secondo un sensismo che getta una chiarezza superficiale sopra una
grossolana apparenza scientifica. Con miscredenza fredda e coll’aria
d’indipendenza che lusinga gli spiriti mediocri, i quali sono sempre
i più, sillogizzava contro le verità che meglio consolano il cuore
e tranquillano lo spirito, volendo guarir l’anime dal desiderio
dell’immortalità e dalle aspirazioni sovrumane; e con alcuni scendeva
fino a negar Dio, coi più negava la provvidenza, la rivelazione, il
mediatore, le postume retribuzioni; rideva del culto, dei preti,
degl’ignoranti che ancor vi credevano; e allo spirito individuale
immolando l’autorità e la storia, pretendeva innovare il mondo secondo
certi canoni prestabiliti, indipendenti da luogo e tempo. Personavasi
quella guerra in Voltaire, che col riso, coll’ironia, coll’intrepida
calunnia conculcava le benemerenze e le speranze umane e le cordiali
ispirazioni, all’entusiasmo sostituiva il fischio, alla fede i dubbj,
all’esame la leggerezza; e ad ottanta anni potè a ragione esclamare,
— Io ho fatto più che Lutero e Calvino». Del suo spirito si animò
l’_Enciclopedia_, immensa opera dove i primarj ingegni tolsero a formar
l’inventario dell’umano sapere, per gloriarlo delle conquiste fatte e
additargli le da farsi; ma sempre nel proposito di eliminare l’anima
dal corpo, il creatore dalla creazione.
Ripigliata con maggiore risolutezza l’opera de’ riformatori religiosi,
come questi un tempo, così ora i filosofi si trovarono a fronte i
Gesuiti, e compresero ch’era forza passare sul loro cadavere per
abbattere poi gli altri Ordini, indi la gerarchia, alfine quella
religione universale, ch’essi denominavano la Infame.
Giansenisti e filosofi erano opposti fra loro, quelli volendo
l’austerità, questi l’epicureismo; quelli ricondurre la religione
al fervore de’ primi secoli, questi bersagliarla d’epigrammi e di
franca menzogna; quelli appoggiati sull’autorità, questi rinneganti il
passato e ogni fede per attenersi alla pura ragione. In due cose però
s’accordavano; nello sminuire la primazia del papa, e nel voler a terra
i Gesuiti.
Di tali elementi si formò la procella contro di questi. Moltissimi
libri uscirono a combatterli e deriderli, e uno de’ più violenti
la _Repubblica de’ Solipsi_ d’un loro disertore, Clemente Scotto
piacentino, il quale fingendo darvi consiglj, li sferza con una
virulenza, che non fu superata neppure dai nostri contemporanei. Le
maldicenze aguzzano l’appetito; e sarebbe difetto di gusto l’esaminare
se vere; accettate con leggerezza, sono adoperate con asseveranza.
I Gesuiti medesimi, come è solito nelle crisi, aggravarono la propria
situazione. Sperando acquistare al cristianesimo i vastissimi imperi
della Cina e del Malabar, accondiscesero a tollerare alcuni riti, e
dare benevola interpretazione a certe superstizioni: i monaci d’altri
Ordini ne gli accusarono, il pontefice li dichiarò errati, ed essi per
obbedirlo dovettero rassegnarsi ad abbandonare missioni per ducento
anni con tanto zelo e tanto sangue coltivate. Nel Paraguai voleano
introdurre una specie di repubblica patriarcale, che, se ne togli
la religione, molto arieggiava ai falansteri de’ moderni Socialisti,
ove lavoro regolato e con gioja, comuni i possessi, e tutti gli atti
disposti ad arbitrio dei capi: ma si disse con ciò volessero iniziare
una repubblica universale, sottraendo il mondo alla forza armata dei
principi.
In un’età che parlava tanto di commercio, profittarono essi pure delle
loro colonie per cavarne generi, di cui faceano traffico; ne’ collegi
magazzinavano droghe; a Macerata tesseano panno; giravano cambiali
da collegio a collegio; e l’età che boffonchiava la infingardaggine
de’ Certosini e de’ Cistercensi o la sudiceria de’ Zoccolanti, trovò
abominevole l’attività di questi e il loro vivere di mondo. Se ne
indispettirono i Gesuiti, e nelle tante apologie, che principalmente
stampavansi dallo Zatta a Venezia, mentre dal Bettinelli uscivano
le diatribe, provaronsi d’affrontare il pericolo provocando e
minacciando[67]. I re intanto, che, sull’esempio di Luigi XIV, voleano
accentrare nelle proprie mani tutta l’autorità, dispersa in prima fra
i corpi dello Stato, mal gradivano questa Società che l’estensione e
l’accordo sottraevano all’arbitrio loro. Inoltre avendo dissestate le
finanze, ustolavano alle immense ricchezze possedute da quest’Ordine,
al quale dalla California arrivavano, dicevasi, barili d’oro, verghe
d’oro, pani di cioccolata d’oro, sicchè cumulavano nelle loro cave un
importo di dugencinquanta milioni.
Questi rancori bollivano viepiù fuori d’Italia, e massime nel
Portogallo e nella Spagna, dove i Gesuiti erano guardati come emuli
de’ lucri coloniali; nella Francia, ove li perseguitavano da una parte
i filosofi, dall’altra i parlamenti, che scaduti d’ingerenza e di
credito, speravano recuperare col propugnare la regia prerogativa,
blandire gl’istinti malevoli, e sfoggiare coraggio dove non era
pericolo. La più grave imputazione che essi affiggevano ai Gesuiti, la
meno aspettata dai nostri contemporanei, era il poco rispetto ai re;
ne’ loro libri professare che un tiranno può disobbedirsi non solo,
ma fino deporsi e uccidersi; canone che pareva antisociale ed inumano.
Essendosi pertanto attentato alla vita di Giuseppe re di Portogallo, e
per fame ammutinato il popolo di Madrid, dell’un fatto e dell’altro si
versò la colpa sui Gesuiti. Un Malacrida di Mercallo nel Comasco, già
missionario nel Brasile, a Lisbona si era abbandonato a mistici delirj,
pretendendo sapere per rivelazione che vi sarebbero tre anticristi,
padre, figlio, nipote, il qual ultimo nascerebbe a Milano il 1920 da
un frate e una monaca, sposerebbe Proserpina furia infernale, e simili
vaneggiamenti[68]; asseriva che sant’Anna, ancora in seno alla madre,
piangeva, e per compassione faceva piangere i cherubini e serafini che
le teneano compagnia; e ne deduceva una specie di quietismo, per cui il
corpo non restava contaminato da qualsiasi impurità, purchè lo spirito
assorto non vi accondiscendesse. Il popolo l’aveva per santo; anche
alla Corte era venerato: pure di settantatre anni fu posto a processo,
e come eresiarca condannato al fuoco, a capo di cinquantadue, imputati
di simili delitti. Stupendo tema ai filosofi per declamare contro
l’intolleranza della Chiesa, quando appunto questa era la battuta!
Quel Carlo III che lodammo restauratore del regno di Napoli, passato a
quello di Spagna divenne accannitissimo contro i Gesuiti; e per motivi
che _teneva chiusi nell’augusto suo cuore,_ ne stivò da seimila in
fondo a bastimenti, e gettolli a Civitavecchia. Clemente XIII reclamò
contro questo sbarco nè tampoco annunziatogli, e ricusò riceverli;
ricusò Genova, ricusò Livorno, onde molti mesi essi errarono tra la
fame e il caldo; finchè il papa s’indusse ad accettarli, dalla Spagna
impetrando loro una tenue pensione.
Per una felice ispirazione di Carlo, le Corti borboniche aveano stretto
fra loro un patto di famiglia per reciproca difesa e offesa, che
riducendo a unità la politica di tutte, avrebbe ad esse assicurato
la preponderanza contro l’Inghilterra, e rimossa l’occasione di
guerre. Il bel concetto ebbe il solo meschino risultato di accordarle
nel muovere guerra ai Gesuiti, e non solo estruderli, ma ottenerne
l’abolizione. Izze donnesche, intrighi ufficiali, malignità filosofiche
si congiurarono a tal fine, mettendo in pratica la dottrina di cui
incolpavansi i Gesuiti, cioè che il fine giustifichi i mezzi: il
parlamento parigino condannò come antipolitici molti loro libri, fra’
quali il Bellarmino e il _Compendio di storia_ d’Orazio Torsellini;
e dichiarò che i Gesuiti erano «notoriamente colpevoli di avere
insegnato in tutti i tempi e perseverantemente, con approvazione de’
loro superiori e generali, la simonia, la bestemmia, il sacrilegio, il
malefizio, l’astrologia, l’irreligione, l’idolatria, la superstizione,
l’impudicizia, lo spergiuro, il falso testimonio, la prevaricazione
di giudici, il furto, il parricidio, l’omicidio, il suicidio, il
regicidio...; d’aver favoreggiato l’arianismo, il socinismo, il
sabellianismo, il nestorianismo..., i Luterani, i Calvinisti ed altri
novatori del XVI secolo..., di riprodurre l’eresia di Wicleff, e gli
errori di Fichonio, di Pelagio, de’ Semipelagiani, di Cassiano, di
Fausto, de’ Marsigliesi; di cadere nell’empietà de’ Montanisti, e
insegnare una dottrina ingiuriosa ai santi Padri, agli Apostoli, ad
Abramo»[69].
Ribaldi di tal fatta qual legge civile non avrebbe condannati? La
clemenza di quei re s’accontentò di espellerli dal territorio francese
(1764), poi anche dalla Corsica quando la occuparono; ed affollatili
ne’ vascelli, sotto uno stemperato calore li gittarono a Genova;
e preti e frati risero al colpo toccato dai possenti emuli, non
accorgendosi dove rimbalzasse.
Molti Gesuiti spagnuoli vennero allora ad onorare colla loro dottrina
l’Italia; alcuni anche ne adottarono la lingua, e meritarono posto
fra i nostri scrittori. Il padre De l’Isla autore del _frà Gerundio_
(1781), il romanzo più ingegnoso dopo il don Chisciotte; Saverio
Lampillas che difese la letteratura spagnuola contro il Tiraboschi;
Arteaga che diede la _Rivoluzione del teatro musicale_; Andres che
scrisse l’_Origine e progressi d’ogni letteratura_; il Tentori che
fece il _Saggio della storia civile, politica ed ecclesiastica della
repubblica di Venezia_; Antonio Eximeno, autore dell’_Origine e
regole della musica_; Vincenzo Requeno, del _Ristabilimento dell’arte
armonica_; Clavigero, d’una preziosa _Storia del Messico e della
California_; Hervas, del _Catalogo delle lingue_, felice tentativo di
filologia comparata; e Serano, e Sherlock, e il portoghese Azevedo, che
oltre collaborare a Benedetto XIV, scrisse _Venetæ urbis descriptio_
in dodici canti, e fece una scelta di sonetti traducendoli in esametri
latini.
Anche fra i Gesuiti italiani contavansi allora dei primi in ogni
scienza; il Tiraboschi, il Bettinelli, il Quadrio, il Roberti, lo
Zaccaria, il Cordara, il Granelli, de’ quali parliamo altrove; il
Baruffaldi e Lorenzo Barotti storici di Ferrara; Giannantonio Volpi
che, a tacer altro, fece il _Vetus Latium profanum et sacrum_; il
mantovano Gaetano Braganza (-1812), che pubblicò il _Modo di far le
iscrizioni_, l’_Eloquenza ridotta alla pratica_, la _Poesia in ajuto
alla prosa_; Gioachino Gallardi da Carpi bibliotecario di Modena,
che coadjuvò allo Zaccaria nella _Storia letteraria_, e fece molti
opuscoli eruditi; Arcangelo Contucci da Montepulciano (-1768) che
illustrò i bronzi del museo Kircheriano, e di sua dottrina facea
stupire il Muratori, il Maffei, il Barthélemy, e dal Winckelmann era
qualificato «uomo di gran sapere, e alieno dalla smania di essere
autore, contentandosi di comunicare ciò che ha e che sa»: Mauro Boni
genovese (-1817) archeologo, principale collaboratore al Dizionario
biografico di Bassano, che pubblicò le opere del Cordara e del
Metastasio, tradusse con larghi supplementi il Catalogo degli autori
classici sacri e profani, greci e latini di Harwood (1793), la serie
della moneta romana, e diede un quadro critico tipografico di opere
sulla storia letteraria e tipografica, lettere sui primi libri a stampa
d’alcune città e terre dell’Italia superiore (1794), dove vorrebbe che
le prime edizioni di Venezia non fossero di Giovanni da Spira, opinione
confutatagli da Denis, _Suffragium pro Johanne de Spira_.
Fra i veneti citeremo Luigi Canonici, che aveva raccolto ben
quattromila edizioni della Bibbia, medaglie e crocifissi; Giacomo
Coleti e il friulano Farlati autori dell’_Illyricum sacrum_ (1773);
Cristoforo Ridulfi, che tradusse l’Iliade e Anacreonte (-1773);
il Rubbi raccoglitore d’un Parnaso non senza gusto; Giovan Antonio
Bassani oratore e poeta; il bresciano Orazio Burgundio poeta latino;
Pietro Paletta oratore e storico delle eresie; Carlo Borgo vicentino,
che fece l’analisi ed esame ragionato dell’arte delle fortificazioni
e difesa delle piazze, ove nelle _cifra parlante e segni_ indica
il linguaggio telegrafico; Jacopo Belgrado friulano, che scrisse
dell’uso delle due analisi ne’ problemi fisici e la teoria della
vite d’Archimede. Il Giullari, forbito lodatore delle donne celebri
della santa nazione, onorava Verona, come gli altri oratori Masotti,
Martinelli, Avesani, e il Pellegrini oratore delle Corti, come delle
campagne era il Trento. E fama grande ottennero sui pulpiti il Vio e lo
Scardua veneziani; il Saracinelli, fruttuoso colle parole non meno che
coll’esempio; il comasco Venini, oratore creduto inferiore soltanto al
Segneri; il Lorenzi che cantò la _Coltivazione dei monti_. Aggiungiamo
l’eruditissimo Troilo, il Zucconi lodatissimo spositore della sacra
scrittura, il Giorgi abile scrittore non men che oratore, Alfonso
Muzzarelli autore di poesie sacre, dell’anno di Maria, e di molte
controversie sulla ricchezza del clero, dell’_Emilio disingannato_,
e del _Buon uso della logica in materia di religione_, lavoro che
meriterebbe di essere oggi divulgato.
Quel Collegio Romano de’ Gesuiti, da cui uscirono quattro papi
e novantasei cardinali, non era degenerato; e Stoppini, Gravina,
Stefanucci onoravano le cattedre di teologia, di sacra scrittura,
di diritto canonico; come quelle di belle lettere Lagomarsini,
Asclepi, Lanzi, Morcelli principe degli epigrafisti. Aggiungiamo il
controversista Noghera valtellinese, l’economista Gemelli piemontese,
i gran matematici Riccati e Belgrado di Udine, Ximenes di Firenze,
l’idraulico Lechi milanese, l’astronomo Boscovich raguseo, co’ famosi
latinisti suoi compatrioti Cunich, Zamagna e Stay, divenuto segretario
de’ brevi di papa Lambertini. L’astronomo siciliano Ayala dappoi
si diede al diritto pubblico, e fra altro scrisse della libertà ed
eguaglianza. Intanto un padre Fidoti era penetrato nel Giappone e
mortovi nelle prigioni; un padre Simonelli, dotto matematico, fioriva
alla reggia della Cocincina; un padre Castiglioni milanese e un padre
Candia piemontese morivano missionando al Tong-king; e il padre Pavone
nel Malabar, dove ancor più illustrossi il padre Lichetta con sei altri
napoletani: il padre Eusebio da Cittadella morì medico della corte di
Pe-king nel 1785.
Fra tanti libri che si stamparono su quell’evento, perchè nessuno si
brigò d’una prova che sarebbe stata di qualche peso, il catalogo de’
personaggi che allora insignivano la Compagnia? nè io ho materiali per
compierlo neppure riguardo all’Italia: ma il Bettinelli ne accenna
di molti «a me cari maestri (dice colle sue solite sdolcinature),
mecenati, amici, e ciò non per vanità, essendo tutto il mio merito
nell’abito di gesuita che mi faceva onore, come pure alle corti e alle
accademie mel fece; senza cui io era nulla (il giura la mia coscienza),
o uom del vulgo, come dice il Petrarca»[70].
Tanto meno ragione sentivansi dunque gli Italiani d’odiare o sprezzare
quella Compagnia: ma che giova la riverenza popolare quando i
pregiudizj letterarj e le avversioni uffiziali vogliono ostentare
indipendenza coll’obbedire? E per obbedire agli ordini di Spagna in
forza del patto di famiglia, cominciò qui la persecuzione.
Carlo III, passando giovinetto da Pisa, vi avea conosciuto il
professore Bernardo Tanucci (1698-1783), e fatto re di Napoli,
lo chiamò a capo della giustizia e dei tribunali speciali contro
gl’inconfidenti, poi presidente del ministero; da lui si fece
consigliare tutti que’ provvedimenti parte buoni, parte cattivi,
sempre a caso e privi di quell’andamento regolare che ad ogni rovina
fa precedere una riedificazione. Costui tenne sempre del cavillo
curialesco, e l’innestò al Governo napoletano anche per l’avvenire.
Infarinato delle teoriche di moda, irremovibile dai divisamenti
come chi non se li propose per raziocinio ma per altrui imitazione,
despotico a segno da non tener conto della storia e dell’indole
nazionale, amico del re non del paese a cui era straniero, anzichè
rinvigorirla col moderarla esagerava la potenza regia secondo la
pedantesca irreligiosità d’allora. Al fanciullo re Ferdinando fece
sin dal confessore mettere scrupolo del disobbedire al padre, delle
cui intenzioni egli era depositario; per tal modo resoselo ligio,
portollo a interdire dal regno la costituzione _Apostolicam_ colla
pena di trecento ducati a chi la possedesse; violaronsi le case e le
lettere per iscoprirne, e parve trionfo l’averne côlte ventisei copie
in un giorno; a molti libraj in grazia di ciò fu levata la patente,
chiusa la bottega, inflitta la prigione per sei mesi. Ad imitazione di
Francia, egli fece esaminare se gli statuti de’ Gesuiti contenessero
cosa repugnante al potere regio; ad imitazione di Spagna fece dal
re pubblicare un editto (1767) ove «usando dell’autorità suprema
indipendente che tiene immediatamente da Dio, inseparabilmente unita
per l’onnipotenza di lui alla sovranità», escluse i Gesuiti dalle
Due Sicilie, e nottetempo ne fece invadere le celle ed espellerne i
padri, che forse erano quattrocento, senz’altro che l’abito, e sotto
scorta di soldati tradurre al confine pontifizio, e quivi deposti dalle
carrozze, intimare guaj se più mettessero piede nello Stato; altri
censettantacinque furono sbarcati in un canneto presso Terracina[71].
Quel che il Tanucci a Napoli, faceva a Parma il francese Dutillot,
ministro e tutto del duca Ferdinando. Aveva egli tratto il suo padrone
a cozzo colla Corte romana, cominciando a negarle il tributo per
l’investitura (1764); si limitarono le liberalità de’ fedeli verso la
Chiesa; la manomorta non potesse acquistare la piena proprietà de’ beni
sodi; e se gliene venissero, doveano conferirsi ad un laico o vendersi
entro l’anno, se pure non fossero per ospedali e case di esposti;
chi professi voti monastici, s’intenda rinunziare a qualunque bene ed
eredità occasionale, salva una rendita a vita; gli stabili acquistati
dopo l’ultimo catasto dal 1588 contribuiscano all’imposta.
Ne fece un capo grosso Roma, e più per la prammatica del 16 gennajo
1768, ove ai sudditi del duca era disdetto recar liti a tribunale
forestiero, e nominatamente al romano, nè sollecitare presso _autorità
straniere_ pensioni ecclesiastiche, commende, dignità, a cui fosse
annessa giurisdizione o prerogativa; i benefizj con cura d’anime o
senza, pensioni, badie, dignità nello Stato portanti giurisdizione,
non possano conferirsi che a sudditi e col consenso del duca; verun
ordine o nomina o giudizio o scritto proveniente da Roma valga, se non
coll’_exequatur_ del duca.
Clemente XIII pronunziò nulli questi atti e temerarj, come emanati da
autorità incompetente; scomunicava quelli che vi avessero parte, in
modo da non poterne essere assolti che dal papa stesso o in articolo
di morte; e negli atti da ciò nominava _nostri_ i ducati di Parma
e Piacenza (1769). Ferdinando proibì a’ suoi sudditi di credere che
espressioni e principj siffatti emanassero da pontefice così santo
e giudizioso; trasse dagli archivj le prove dell’indipendenza del
suo dominio; fece arrestare i Gesuiti e tradurli ai confini dello
Stato pontifizio, con divieto perfino di attraversare il suo; abolì
l’Inquisizione e molti monasteri, gli altri raffazzonò. Il parlamento
di Parigi dichiarò esso monitorio ingiusto e repugnante alla sovranità:
le corti borboniche, collegate col Patto di famiglia, sposarono la
causa del duca minacciando di occupare Avignone e il contado Venesino,
e Benevento. Francesco III di Modena l’imitò, abolendo le immunità
de’ beni ecclesiastici e molte fondazioni religiose: disponevasi
anche a sostenere colle armi le sue ragioni sul ducato di Ferrara,
se le potenze grosse non si fossero interposte. Gli altri Stati, non
eccettuata Venezia, seguendo l’andazzo, presero occasione di fare
provvedimenti contro Roma, tantochè il ricorrere a questa direttamente
divenne colpa di Stato, e i principi ingloriavansi dei poveri trionfi
sopra un papato, ridotto impotente a difendersi.
I principi avevano espulso i Gesuiti ciascuno dai proprj paesi; ma chi
assicurava che un nuovo ministro, o una mutata amante non li facesse
rivocare, esulcerati e trionfanti? Pertanto Francia, Spagna, Parma,
Napoli, moventisi d’un medesimo passo, insistono perchè il papa li
abolisca, e metta a disposizione delle potenze il loro generale Ricci
di Macerata, e il cardinale Torrigiani loro protettore.
I Gesuiti consideravansi i principali sostegni di Roma, i più zelanti
missionarj nel lontano mondo. Dicevasi con alcuni che l’istituzione
loro fosse perversa? ma era stata approvata espressamente dal concilio
di Trento. Dicevasi con altri che era ottima, ma avea tralignato?
essi adducevano una continuità di testimonianze de’ pontefici. Se il
cardinale Malvezzi a Bologna gli avversava, la nobiltà supplicava il
papa a non privare di tanti sussidj la gioventù e i fedeli; e i vescovi
d’ogni paese nostro ne mandavano ampie attestazioni[72]. Fondato sulle
quali, il Ricci ricusava introdurvi novazioni, risolutamente dicendo, —
O siano quali sono, o non siano».
— Se i Gesuiti non fan più bene nei paesi che li cacciarono, ne
faranno altrove», diceva il papa Clemente XIII, il quale, dopo serio
esame, colla bolla _Apostolicam_ (1765) riconfermò la Società di
Gesù, profondendo lodi, alle quali assentì la maggioranza de’ vescovi,
benchè altri non vi rispondessero che col silenzio. Si scandolezzò il
mondo che un papa osasse manifestar opinione contraria a quella dei
principi; i principi d’ogni parte alzarono pretensioni a suo danno;
il Portogallo vieta come alto tradimento il pubblicare o tenere quella
bolla; ricorrendo ad armi che non sono della Chiesa, la Francia occupa
Avignone, Napoli occupa Benevento e Pontecorvo; propongono perfino di
bloccar Roma, acciocchè il popolo s’ammutini contro il papa «unico modo
d’ottenere l’abolizione de’ Gesuiti»[73]. Il papa esclamava: — Avessimo
anche forza da opporre, ci asterremmo, non volendo, padre comune, aver
guerra con verun principe cristiano, e tanto meno con cattolici. Spero
che i sovrani non faranno cadere il loro scontento su’ miei sudditi,
innocenti di quest’affare: se l’hanno con me, e se pensano snidarmi
come altri miei predecessori, sceglierò l’esiglio, anzichè mancare alla
causa della religione e della Chiesa».
Negli undici anni del pontificato di lui, dice il padre Theiner,
«neppure un gran fatto consola e riposa; fu una catena non
interrotta d’umiliazioni, disastri, contrarietà per la Chiesa e
per l’autorità della santa Sede, la quale sotto nessun papa moderno
avea sì indegnamente sofferto». Nel crudele intradue o di far ordini
inascoltati, o di ricorrere a spedienti che l’opinione disapprovava,
questo mercante veneziano che osava dir di no agli idoli de’ filosofi,
gemeva dal cuore, e in grave scompiglio trovavasi la Chiesa quando
morì. Uom tutto di Dio, avendogli l’astronomo Lalande esposto la
possibilità di disseccar le paludi Pontine, soggiungendogli quanta
gloria a lui ne verrebbe, egli alzò gli occhi e — Non è la gloria che
mi muova, bensì il bene de’ nostri popoli».
L’astuta onnipotenza de’ Gesuiti avrebbe allora dovuto armeggiarsi
in un conclave, da cui ne pendea la vita. L’elezione fu trascinata
in lunghissimo dalle brighe dei ministri e dei cardinali delle
Corti, opposti ai cardinali zelanti, da minaccie degli ambasciatori,
dall’ostentazione di Giuseppe II, comparso improvviso a Roma per
satireggiare e i papi e i Gesuiti e i re. Andato a far visita alla
chiesa del Gesù, chiede al generale: — Quando deporrete cotesta
tonaca?» e notando il gran costo della statua di sant’Ignazio, —
Guadagni delle Indie» esclamò[74].
Centottantaquattro volte la folla aspettante vide la fumata che
bruciava le schede de’ falliti scrutinj, prima che i voti si
raccogliessero sopra frà Lorenzo Ganganelli da Sant’Arcangelo presso
Rimini, che prese il nome di Clemente XIV (1769). Uomo di dolci
virtù è accomodante, candido eppure ambizioso, dotto eppure arguto,
scrittore felice, benchè il lodar le lettere che vanno sotto il suo
nome sia crassa insipienza ancor più che calunnia[75]; degli scrittori
filosofici diceva, — Col combattere il cristianesimo, ne mostreranno la
necessità»; di Voltaire, — Non bersaglia sì spesso la religione se non
perchè essa lo importuna»; di Rousseau, — È un pittore difettoso nelle
teste ed abile solo nel panneggiare»; dell’autore del _Sistema_, — È
un insensato il quale crede che, cacciato il padrone dalla casa, potrà
assettarla a modo suo».
Sentiva egli l’irreligione scalzare troni e altari; ed intanto i re
parevano far causa comune con questa, oppugnando i diritti della santa
Sede, e divisando pertutto patriarcati nazionali, indipendenti da Roma.
Ben confidava egli nella promessa di Cristo, e ad un amico scriveva:
— La santa Sede non perirà, perchè è la base e il centro dell’unità;
ma ritoglierassi ai papi quanto loro fu dato». In conformità lasciava
che i principi lentassero sempre più i legami che congiungevano le
nazioni a Roma; ma che nel conclave egli avesse firmato l’obbligo di
distruggere i Gesuiti, e fin dato speranza di trasferire la sede ad
Avignone[76], son baje da porsi con quelle che infamarono Clemente V
(tom. VII, pag. 318).
Fatto sta che i Borboni insistevano acciocchè abolisse i Gesuiti, e
intanto moltiplicavano affronti alla santa Sede. Il granduca Leopoldo
non volle scrivere al nuovo papa la congratulazione, pretendendo
che prima e’ gliene desse parte; il che non soleasi che coi re e con
Venezia qual regina di Cipro. Il duca di Parma fa spogliare il palazzo
Medici in Roma; insulto ad un popolo infervorato delle arti com’è
l’italiano. L’Azara, tenuto a Roma da Carlo III come esploratore,
e che ora sbravando or celiando, coll’abilità somma de’ racconti,
colla leggerezza nel trattar le cose serie, con quella burbanza
ch’è necessaria per farsi stimare in simili posti, aveva acquistato
grande ingerenza, non davasi posa nell’aizzare contro i Gesuiti.
Il Tanucci sfogava l’astio verso la Chiesa colle minute insolenze,
proprie di chi scarseggia d’intelletto e d’educazione. Quando Carolina
d’Austria veniva moglie al re di Napoli, il papa dispose un’ambasciata
d’onore che la ricevesse e accompagnasse traverso a’ suoi Stati; ma
il Tanucci vi pretese condizioni sì umilianti, che fu impossibile
accettarle; ed essa fendette il paese senz’apparato, alloggiando
alla villa Borghese fuor di Roma[77]. Esso Tanucci scriveva al papa
con villana alterigia, intitolandolo vescovo di Roma; i marmi, che
occupavano da un secolo il palazzo Farnese, trasferisce a Napoli; quivi
sfogasi nel fare ai frati quella guerra ove sogliono pompeggiare di
coraggio coloro che ne difettano; sopprime conventi, abolisce decime,
impedisce gli acquisti di manomorta, riduce i matrimonj a contratto
civile, interdice ai vescovi di pubblicar bolle senza il regio visto,
d’ingerirsi dell’istruzione pubblica o di processi; al clero di pagar
a Roma le tasse solite di cancelleria; fa stampare con lusso le opere
del Giannone e di frà Paolo, e alle querele del nunzio dà per tutta
risposta che non lascerebbe entrar più veruna provenienza da Roma
finchè il papa non abolisse i Gesuiti. Anzi fa marciare quattromila
uomini fino ad Orbetello, per sorprendere al primo destro Castro e
Ronciglione; e voleva aquartierarne mille nella villa Madama a Roma
per sorvegliare i movimenti del papa. In tutto ciò pretestava ordini
or di Francia or di Spagna: il che chiamerebbesi bassezza se fosse
vero; come chiamarlo sapendo ch’era falso?[78] Anzi le Corti di Spagna
e di Francia mostravansi di ciò indignate col papa; il quale, non
osando resistere direttamente, incorava i vescovi ad opporsi. Quei
di Capua e di Troja il fecero; altri pensarono a una rimostranza
collettiva contro le crescenti usurpazioni; e il papa gemea di tanti
mali, ma «si rimetteva alla loro prudenza, ed esortavali a far in modo
che non paressero operar a preghiere e istigazione del papa»[79]. In
quest’universale affrontata, solo il Re di Sardegna tenevasi devoto; e
quasi ad espiare le lunghe avversioni di suo padre, fece un concordato,
nel quale, fra altre concessioni, ottenne l’abolizione del diritto
d’asilo ne’ luoghi sacri, dispensa delle rendite di molte badie.
Il papa rifuggiva dall’abolire i Gesuiti, sia perchè vedea qual
sostegno sottrarrebbe alla santa Sede, sia perchè una potenza annichila
se stessa quando lasciasi violentare; e torcevasi in ogni guisa perchè
i potentati s’accontentassero di riformarli. Credendo imbonirli colle
condiscendenze sopra altri punti, cessò di prolungare la solita bolla
_In cœna Domini_; tacque allorchè impedivano l’invio di denaro a Roma,
o la giurisdizione del Sant’Uffizio o gli acquisti del clero; entrò
in corrispondenze particolari onde rassettare i litigj politici;
ribenedisse il duca di Parma e sospese il monitorio; lo perchè
l’infante si proferse mediatore presso le Corti borboniche: ma queste
non rispondeano se non — Abolite i Gesuiti».
Clemente «pontefice dolce e umano, ma che Dio non avea creato a
così violente procelle»[80], trovavasi sbolzanato fra due estremità;
filosofi che o lo beffarono come papa o speravano ch’egli sovvertirebbe
la Chiesa, e zelanti che lo compiangevano come papa debole, gli faceano
colpa d’ogni concessione, e s’egli non pubblicava la bolla _In cœna
Domini_, faceanla ristampare e diffondere con commenti. I re giunsero
perfino a persuaderlo fosse circondato di stili e di veleni gesuitici,
come di veleno filosofico cianciavasi perito il suo antecessore: onde
per tali paure e per sottrarsi alla molesta visita degli ambasciatori,
davasi per malato, non mangiava che poveri cibi ammanitigli da un
fraticello, vivendo senz’amici, senza consigli.
Ma anche in quella solitudine giungeagli d’ogni parte quel grido —
Abolite i Gesuiti». Per guadagnar tempo, promette non nominerà altro
generale quando il Ricci muoja, non ammetterà più novizj; poi domanda
che almeno tutti i re si mettano d’accordo su questo punto, sicch’egli
non abbia ad offender gli uni per condiscendere agli altri; propone
di radunar un concilio a tal uopo[81]; tratta di trasferire la sede
ad Avignone: ma sempre gli sono addosso inesorabili i ministri,
sebbene egli ne invochi un po’ di pietà, un momento di tregua, perfino
mostrando ad essi le piaghe del macero corpo.
Intanto approva ciò che le tre Corti hanno operato; spiega rigore
verso i Gesuiti, privandoli d’alcuni privilegi, mandando visite,
mettendo imposizioni, lasciando che i creditori ne vendano all’incanto
i mobili, molestandoli con fiscalità repugnanti all’indole sua; e
poichè i principi non cessavano da quella domanda, — Ebbene (diceva)
indicatemi le ragioni dell’ira vostra, acciocchè io possa motivare la
condanna. — Le ragioni? (rispondevano essi) sono espresse negli editti
di ciascuno, e basta; noi re non dobbiam conto alcuno al pontefice
di nostra condotta; non l’abbiamo preso a giudice: mozzi una volta
gl’indugi, abolisca i Gesuiti, e noi gli restituiremo subito Benevento
e Avignone». Clemente or replica generosamente, — Un papa dirige
le anime, non ne traffica»; or si desola, e geme, e protesta che
abdicherà.
Parvegli la mano di Dio allorchè le Corti di Londra, di Pietroburgo,
di Berlino, cioè un papa greco, un papa anglicano e un filosofo ateo,
gli scrissero in difesa d’un Ordine, trafitto da un cristianissimo,
da un cattolico e da un fedelissimo. Anche Maria Teresa raccomandava i
Gesuiti al papa, e al nunzio cardinal Borromeo dava sicurezza che, lei
viva, nulla avrebbero a soffrire ne’ suoi Stati[82]: ma poi li lasciò
nelle peste, rispondendo essere un affar di Stato, non di religione;
vietava all’arcivescovo di Milano ed agli altri suoi di pubblicare la
bolla _In cœna Domini_[83], e cercava profittare di quello sdruccio
per impadronirsi di Piacenza; alfine aderì all’abolizione sospinta
da Giuseppe II che «agonava i loro beni con impaziente avidità» e che
inchiuse il patto espresso di potersene valere con pieno arbitrio.
Il papa dunque stese il breve _Dominus ac redemptor meus_; e dopo
che fu riveduto ed approvato da tutte le Corti, lo pubblicò (1773 21
luglio). Comprendeva l’elogio della Compagnia; sopra sante fondamenta
averla eretta Ignazio; per benemerenze averla i pontefici privilegiata
e onorata: però darsele taccia d’agognar troppo i beni della terra;
essere rampollati nel suo grembo semi di dissensione cogli altri
Ordini, colle Università, coi principi, i quali ne aveano sporto
querele alla santa Sede: questa indarno s’era adoperata a sopirle;
anzi i più devoti della Compagnia le si erano avversati, onde per
_amor della pace_ della Chiesa, e sull’esempio de’ predecessori che per
prudenza aveano aboliti i Templarj e gli Umiliati, egli la sopprimeva.
I membri di essa passassero nel clero secolare o nel regolare a voglia
loro, ma senza ingerirsi della pubblica amministrazione.
Abbatteasi una Società trapotente, traricca, il cui generale comandava
dispotico a venticinquemila membri, cari al popolo, famigliari ai re;
pensate quante precauzioni per impedire la conflagrazione dell’universo
mondo! Comandi secretissimi pervennero ai quattro estremi della terra;
i birri, i soldati pontifizj si munirono di tutto il proverbiale loro
eroismo per accompagnare i prelati che andavano a far l’intimazione
alle case dei Gesuiti[84]. Ma che? non un’opposizione incontrarono:
quella potente, quella vendicativa Società cedette al primo comando,
incrociò le mani sul petto e spirò, compiangendo la debolezza del
pontefice e la intolleranza dei tempi. Tanti abominj se gli erano
imputati, e non un reo si scoprì. Dai loro archivj doveano uscire
le prove de’ misfatti, pe’ quali la posterità potesse aggiungere i
suoi agli improperj de’ contemporanei; ma essa le aspetta ancora. I
ministri prometteansi di spegnere i debiti pubblici con questo Perù,
come Carlo III diceva: onde s’avventarono sulle spoglie, e Roma il
fece con un’arroganza, qual neppure i Giacobini poc’anni dopo; quanto
di buono e di bello aveano la chiesa ed il convento del Gesù passò
nei palazzi cardinalizj e pontifizj; bellissime pianete ai prelati
più ostili; le teche e le statue d’argento alla zecca, dopo buttate
in una corba le reliquie levatene; la villa papale di Castelgandolfo
si arricchì dei migliori arazzi, fra cui quel che rappresentava
la conferma della Compagnia fatta da Paolo III, il che parve tal
enormezza che il successivo conclave il fece rimettere dove prima. Le
partite che le case teneano accese sui banchi pubblici furono cassate,
dicendo che, mancato il creditore, rimaneva estinto il debito; il
Ricci fu fatto giurare di dar conto esatto dei beni della Società;
e perchè le dovizie aspettate non si trovarono, ed egli protestava
che uniche ricchezze ne erano le date dalla devozione dei fedeli,
fu chiuso in Castel Sant’Angelo. La necessità dei rigori è quasi la
punizione delle ingiustizie; e tal fu il divieto dato ai Gesuiti di
predicare e confessare; e tali i numerosi imprigionamenti. Il sullodato
Dell’Isla, sospettato autore di un opuscolo contro la soppressione,
fu incarcerato; così il napoletano Gautier, imputato d’aver ammonito
un suo confratello di fuggire; così uno Stefanucci che fu trovato
a bruciar carte, ch’e’ disse confessioni e gli altri credettero
macchinazioni. Lo Zaccaria, uno dei più intrepidi campioni della santa
Sede, accusato di sparlare contro il Breve, fu citato, e costretto
a confessare se avesse scritto o tenuto corrispondenza con antichi
confratelli in Italia o fuori; se il confessasse, avrebbe perdono; se
tacesse, pena proporzionata al delitto. Confessò che, prima del Breve,
avea caldamente amato la sua Compagnia, scritto per raccomandarla a
gran personaggi o per impedirne l’abolizione; ma venuta questa, non
averne più mai nè parlato nè scritto.
Non tutti però usarono egual moderazione; vi fu chi dettò articoli
virulenti, vi fu chi fece circolare lagnanze, satire, proteste; la
poesia forse unica di Clemente Bondi ove respiri il risentimento,
è l’ode da lui diretta al Gozzi su quella soppressione; a Valentano
presso Viterbo due visionarie aveano rivelazioni ostilissime al papa e
ai persecutori de’ Gesuiti, onde furono sostenute, in un lunghissimo
processo involgendo molti Gesuiti che si supponeano con esse in
corrispondenza.
Così periva questa Società, che non ebbe nè fanciullezza, nè vecchiaja;
periva per cooperazione della Chiesa, che con ciò s’indeboliva
senza riformarsi, e dei re, che non pensavano a tôrre ostacoli al
progresso, ma a rinvigorirsi, e che al tempo stesso conservarono le
altre fraterie. Essi restituirono tosto al papa Avignone, Benevento,
Pontecorvo, e credettero poter omai dormire a chiusi occhi. Eppure un
Breve così pertinacemente sollecitato non accettarono se non facendo
riserve contro ogni apparenza che avesse di menomare l’autorità loro
o de’ vescovi, o d’intrigarsi negli Stati particolari; e avendo il
papa ingiunto che i beni della Compagnia andassero in opere pie, essi
dichiararono esser arbitri di farne la loro volontà: perfino il re di
Sardegna mormorò del voler il papa disporre dei possessi gesuitici.
Venezia, che ne’ suoi Stati avea non più che sei case di Gesuiti colla
rendita di dodicimila ducati, protestò contro la comminata scomunica
e sull’integrità dei diritti vescovili; autorizzò il patriarca ad
eseguire il Breve, aggiungendogli però un senatore; da un senatore
fece prender possesso de’ beni de’ Gesuiti, ai quali assegnò appena
sessantasei ducati l’anno se professi, e un semplice regalo agli altri,
ma raccomandò di trattarli con dolcezza e preferirli per gli esercizj
spirituali e per le messe. Genova ne trasse al fisco i possessi e gli
ornamenti. Così la debolezza dava ardire a nuovi insulti.
Al Breve di soppressione era soggiunto il divieto di parlare o
scrivere dell’abolizione o degl’istituti della Compagnia di Gesù, nè
d’insultarla: assurda clausola che metteva il mondo nella necessità
di disobbedire, e cresceva ai nemici de’ Gesuiti la franchezza di
attaccare quando non potean esser repulsati[85]. Di fatto irruppe
un’ebbrezza di gioja, quasi l’umanità fosse redenta; Pasquino rideva; i
poeti cantavano e applaudivano; a Lisbona il _Te Deum_ e luminare, ed
ordine che se un Gesuita capitasse, o se alcuno sparlasse del Breve,
fosse processato.
— E che? nel secolo della filantropia, fra tante anime _sensibili_,
nell’universale tolleranza, la Chiesa si mostrerà ancora persecutrice?
vorrà mostrarsi inesorabile a sacerdoti di tanta bontà, di tanta
sapienza? vorrà ridestare i tempi dell’Inquisizione e le processure del
Basso Impero?» Tali rimbrotti faceano di rimpatto que’ filosofisti che
dianzi spingeano ad abbattere i Gesuiti, e dopo gridato alla pertinacia
del papa, or lo insultavano o derideano come debole e ligio ai re[86].
Poco stante il Ganganelli, perduta la salute, e vollero dire anche
il senno, assediato da fantasmi e implorando misericordia, morì, e
si disse avvelenato dai Gesuiti. È vero che i medici non ne trovarono
apparenza: è vero che il buon senso domandava perchè mai, se ne avevano
i modi e la volontà, nol fecero prima che lanciasse il colpo decisivo
(1774), o non colpirono piuttosto i robusti forzanti che il debole
connivente? ma in tempo di passione resta egli campo al buon senso?[87]
La morte di lui fu ben poco compassionata, s’insultò anzi alla sua
memoria[88]; ma stavasi in isgomento non succedesse un papa che
ripristinasse la Compagnia di Gesù[89].
Pio VI succedutogli non osò scarcerare il Ricci per rispetto ai
principi: laonde si continuò a tenerlo in Castello, senza che da atti
suoi o da intercetto carteggio apparisse ch’e’ si credesse investito
ancora della preminenza toltagli dal Breve pontifizio. Offertogli
un vescovado se soscrivesse una carta, ricusò. Sul letto di morte
protestò per iscritto: — Al punto di comparire a quel tribunale che
solo è d’infallibile verità e giustizia, per la pura verità e come
bene informato, siccome superiore che n’ero, dichiaro la Compagnia
di Gesù non aver dato motivo veruno alla sua abolizione, nè io la più
leggera causa ad incarcerarmi; perdono sinceramente; ringrazio Dio che
mi richiama da queste miserie, e invoco che la mia morte addolcisca le
pene di quei che soffrono per la causa stessa». Tale protesta ripetè
col viatico sulla lingua, e supplicò a renderla pubblica. Pio VI gli
ordinò esequie solennissime e sepoltura fra i predecessori; il vescovo
di Comacchio suffragandolo il proclamava martire.
Le soddisfazioni date per debolezza alle grida tumultuarie, non che
soddisfarle, ne provocano di peggiori; nè dal cadere de’ Gesuiti
derivò la minima utilità a coloro che avevano creduto gettarli come
Giona per calmare la tempesta. La guerra si chiarì più accannita alla
Chiesa, dacchè se n’era tolto quell’antemurale; si pretese vedere
ancora Gesuiti dappertutto; gesuita fu il papa, gesuiti gli scrittori
che più gli avevano sbertati, gesuiti i Franchimuratori, gesuiti
gl’Illuminati; la Russia minacciava l’Europa? Era incitata dai Gesuiti
che essa tollerò; i Turchi faceano vista di moversi? istigazione certo
dei Gesuiti; le finanze deperivano? la fame cresceva? la rivoluzione
rombava? erano maneggi sotterranei de’ Gesuiti.
I Governi non argomentarono che una Compagnia, scaduta dall’influenza
politica e dalla pubblica opinione, cessava d’incutere spavento. I
Governi non previdero che il cadere d’una Società, la quale dirigeva
l’educazione e le coscienze, recherebbe sovvertimento morale;
che rimarrebbero sprovveduti i collegi, innanzi che si pensasse a
supplirli; che beni bastevoli ad una modesta convivenza, riuscivano
insufficienti a stipendiare l’istruzione laica; onde le finanze
sfasciaronsi invece di rifiorire. «Col pretesto d’investigare
e scandagliare le segrete macchinazioni de’ Gesuiti (dice un
grand’avversario di questi), Kaunitz istituì una polizia segreta,
stipendiando individui d’ogni condizione e sesso, i quali si
foracchiavano nelle famiglie, origliando ogni parola per rapportarla
alle autorità, introducendo così innumerevoli accuse anche a danno
d’innocenti. Nè il popolo solo, ma il Governo stesso si trovò zimbello
di perversi, che delle concesse facoltà abusarono per private
passioni.... la ipocrisia fu giustificata, diminuita la fiducia,
vincolo salutare delle famiglie e del civile consorzio»[90].
I principi ebbero attestato che nessun freno più riconoscevano ai
loro arbitrj; onde i popoli che allora cominciavano a domandare delle
libertà, sentirono non poterle conseguire che per vie illegali e
violente.
La paura di parere ingiusti rende ingiusti molti; ed essa ha dettato
finora i suoi giudizj su questo atto: e i documenti sempre nuovi che si
producono, attestano che il loro processo non fu istrutto con pienezza.
I principi che avevano espulso i Gesuiti quando la pubblica opinione
li reputava valenti e santi usarono ogni artifizio per avversargliela,
e come gli ebbero denigrati, la insultarono di nuovo ripristinandoli.
Che serve dunque addurre l’opinione di papa Ganganelli, le frasi del
suo Breve, le condanne dei parlamenti, i decreti dei re di Spagna o di
Napoli? Poco andò, e il re di Napoli, il quale aveali fatti cacciare
colle bajonette, nel 1804 li richiamò perchè «coll’esemplare contegno
potessero apprestare ai sudditi un mezzo pronto, sicuro, spedito a
ottenere quanto si riferisce alla pratica delle cristiane virtù»; il re
di Spagna nel 1810 li riconoscea «sostegni dei troni, d’incalcolabile
vantaggio alla buona educazione, antemurale della religione»; Pio VII
nel 1814 li ripristinava come quelli che «per probità di costumi, in
tutto conformi alle leggi evangeliche, diffondono il buon odore di
Cristo ovunque si trovino, e coi costumi e colla scienza s’affaticano
a procurare la salute delle anime, ampliare la religione, ripulire
i costumi, ammaestrare la gioventù»; e poichè «n’era richiesto dai
prelati e dalle persone illustri d’ogni ordine di quasi tutto l’orbe
cristiano», si sarebbe creduto reo di gravissima colpa se ai voti
comuni non avesse accondisceso accogliendo l’ajuto salutare che la
singolare provvidenza di Dio gli porgeva[91].
Che una generazione deva sempre abbattere gl’idoli della precedente?